2001_Vecchi


2001_Vecchi

1 Pages 1-10

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.I
JUAN E. VECCHI
Spiritualità
· salesiana ·
TEMI FONDAMENTALI
~
ELLE DICI

1.2 Page 2

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r
Questo libro raccoglie quattordici
riflessioni e approfondimenti
della spiritualità salesiana, che
nascono dalla sapienza e dal
cuore del Rettor Maggiore
della Congregazione Salesiana .
Il punto centrale della riflessione
è il valore che hanno Cristo
e la fede nella situazione attuale
e quindi la coscienza della
originalità che i cristiani devono
acquisire per essere lievito
in questo mondo che entra
nel terzo millennio: secolare,
tecnologico, pluralista, libero,
unificato e diviso.
li libro è utile a tutti gli
evangelizzatori ed educatori .
Juan Edmundo Vecchi, argentino, dal 1996
è l'ottavo successore di Don Bosco alla
guida della Congregazione Salesiana .
Ha puntato a un forte impulso culturale
per accompagnare la Famiglia Salesiana
a un servizio pa storale sen sibile e attento
ai segni dei tempi.
L. 2a .ooo I€ 14,46
ISBN 88- 01 -02038-4
I 11 11
9 788801 020380

1.3 Page 3

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Don Juan Edmundo Vecchi
SPIRITUALITA'
SALESIANA
Temi fondamentali
"ELLEDICI

1.4 Page 4

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Internet: www.elledici.org
E-mail: mail@elledici.org
© 2001 Editrice ELLEDICI - 10096 Leumann (Torino)
ISBN 88-01-02038-4

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Collana PEDAGOGIA SALESIANA
Gianni Ghiglione (cur.), Don Bosco: il sistema preventivo
Luigi Càstano, Salesianità di Don Bosco, di Madre Mazzarello e
delle Figlie di Maria Ausiliatrice
Giovanni Battista Bosco, Il sistema preventivo di Don Bosco
Giovanni Battista Bosco (cur.), Don Bosco ci parla di educazione
J. E. Vecchi - C. Di Cieco, I guardiani dei sogni con il dito sul mouse
U.P.S. - BIBLIOTECA
DON Bosco
DOPPIO
CONTROLLATO

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1.7 Page 7

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Introduzione
Colloco queste riflessioni sulla Spiritualità Salesiana
nel contesto di tre avvenimenti molto significativi.
Il primo è il Giubileo del 2000. Esso richiama ad una
conversione personale e mette a fuoco le condizioni e le
vie per evangelizzare il mondo che entra nel terzo millen-
nio: secolare, tecnologico, pluralista, libero, unificato e di-
viso.
Il punto centrale di riflessione è il valore che può avere
Cristo e la fede nella nostra attuale situazione; e quindi la
coscienza della propria originalità che i cristiani debbono
acquisire, la trasparenza della loro testimonianza, la loro
presenza-lievito nel mondo. È un invito a riscoprire la no-
stra vocazione in un mondo che ha bisogno di segni, di
vedere e toccare.
Nell'ambito più ristretto della Vita consacrata ci sono
stati un approfondimento e una presa di coscienza, e que-
sto è il secondo avvenimento, sul contributo specifico del-
la consacrazione religiosa alla comunione ecclesiale ed al-
la cultura. Dai religiosi si attende un messaggio ed una
proposta di spiritualità. In questo nostro tempo di molte-
plici forme di religiosità e di ricerca di senso, il loro com-
pito consiste nell'offrire esempi e percorsi di vita spiritua-
le cristiana.
Si è riflettuto molto sullo specifico del cristiano nel
contesto secolare odierno e del consacrato che si propone
di seguire radicalmente Cristo. La conclusione è che non
sono i segni esterni, né il lavoro apostolico o professiona-
le ciò che caratterizza il religioso nel mondo, ma il tipo di
esistenza che si propone di realizzare, costruita sul rico-
noscimento della presenza e azione di Dio.
5

1.8 Page 8

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Nella Congregazione ha avuto luogo il Capitolo Gene-
rale 24 (CG24). Le ispettorie prima ne hanno sentito par-
lare da coloro che vi hanno preso parte. In seguito hanno
ricevuto il documento. È da supporre che non soltanto
l'abbiano letto, ma l'abbiano studiato nelle comunità ed
in adunanze di direttori. Oggi sono arrivate al momento
forse più importante nel processo di assimilazione e di
applicazione: i Capitoli ispettoriali.
Il CG24 si propone di impiegare meglio le nostre forze
che Dio ci manda per espandere il lavoro educativo e pa-
storale. Ciò però esige una condizione: una maggiore
qualità religiosa, apostolica e formativa nei singoli sale-
siani e nelle comunità. C'è un equivoco da dissipare: che
la possibilità di animare i laici si giochi tutta sulla nostra
abilità di coordinamento e di organizzazione. Il CG24
scommette sulla nostra capacità di comunicare «mistica»,
entusiasmo per la missione educativa e di condividere la
spiritualità salesiana.
A queste circostanze: nuova evangelizzazione, rinno-
vamento della vita consacrata, CG24, ne aggiungo uno
che vi riguarda in forma molto personale. La vostra vita è
oggi caratterizzata da un fatto: siete chiamati ad animare
un porzione, sebbene minima, della Congregazione, con
ripercussioni su una ispettoria e più lontanamente sul-
1'ambito nazionale. A voi il Signore affida la responsabi-
lità di imprimere un orientamento fruttifero alla vita del-
la Congregazione in questa parte del mondo.
L'Esortazione Vita Consecrata ci ha abituati a contem-
plare delle icone bibliche. La principale è quella della
Trasfigurazione, una pagina inesauribile su due versan-
ti: la contemplazione di Cristo come Messia, Figlio di
Dio e Redentore attraverso la passione e la morte; l'espe-
rienza di fede e di sequela degli apostoli e di tutti i cre-
denti.
Nella storia personale di Cristo, la Trasfigurazione
avviene alla conclusione della predicazione e prima di
6

1.9 Page 9

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affrontare la passione. Nella storia dei discepoli è collo-
cata come passaggio da una loro adesione umana, di
simpatia verso Lui, a quella fede robusta che sarà messa
a prova con la morte di Gesù. È un momento singolare
di illuminazione collegato alla prima chiamata a seguire
Gesù e a tutti gli altri gesti con cui Egli ha riconfermato
l'invito.
In che cosa consiste questo momento di grazia? In pri-
mo luogo nel godere di una speciale intimità con Gesù.
Parlano di questa particolare confidenza il gesto di Gesù,
che tra tutti gli apostoli ne sceglie tre, la solitudine in cui
avviene il fatto, la preghiera e lo stesso luogo: la cima di
un monte.
Nell'intimità, gli apostoli hanno una visione convin-
cente di Gesù alla luce dell'esperienza religiosa del pro-
prio popolo, rappresentata da Mosè ed Elia, e di quello
che essi stessi avevano vissuto. È una illuminazione ed
una grazia che viene dal Padre.
Si sentono rapiti, attratti, presi da questo mistero. «È
bello stare qui». Rimaniamo qui per sempre. È un collo-
carsi definitivamente nella vita. Dopo aver assaggiato
quello che significava conoscere e seguire Cristo, conse-
gue il desiderio, il proposito ed il gusto di stare con lui.
Gli apostòli hanno pure la conferma autorevole che
questa attrazione è autentica e piena di valore reale, non
di pura fantasia o solo sentimento: è quindi un'indicazio-
ne definitiva per il futuro: «Questo è il mio figlio diletto,
ascoltatelo! ».
Ricevono così una chiave, una lanterna, per affrontare
la vita quotidiana dove il Gesù glorioso si nasconde sotto
le apparenze comuni e addirittura si perde sotto volti sfi-
gurati e vite deturpate.
«I discepoli, che hanno goduto dell'intimità del Mae-
stro, avvolti per un momento nello splendore della vita
trinitaria - si legge nell'Esortazione Vita Consecrata - sono
subito riportati alla vita quotidiana dove non vedono che
Gesù solo, nell'umiltà della natura umana e sono invitati
7

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a tornare a valle, per vivere con Lui la fatica del disegno
di Dio... ».1
Anche per noi come per gli apostoli la Trasfigurazione
è un invito a contemplare di nuovo Cristo, a gustare la
sua parola ed il suo mistero, per immergersi poi nel lavo-
ro sapendo scorgere dappertutto il suo volto.
Nella letteratura del Movimento Mistico Ebraico del-
l'Europa Orientale del secolo XIII si legge questo raccon-
to. Un rabbino era stato incarcerato a San Pietroburgo. Un
giorno, mentre attendeva di comparire di fronte al tribu-
nale, il comandante delle guardie, che gli era diventato
amico, entrò nella sua cella e si mise a conversare con Lui.
«Non vi sembra strano - gli disse - che Dio Onniscien-
te domandi ad Adamo: "Dove sei?" ».
«Credete voi - rispose il rabbino - che la Scrittura ab-
braccia tutti i tempi, tutte le generazioni e tutti gli indivi-
dui? Ebbene - concluse - in ogni tempo Dio interpella
ogni uomo e gli dice: "Dove sei?". Dei giorni e degli anni
a te assegnati ne sono trascorsi molti: nel frattempo nella
tua vita e nel tuo mondo, dove sei? Dio dice per esempio:
"Ecco sono già quarantasei anni che sei in vita. Dove ti
trovi?" ».
All'udire il numero esatto dei suoi anni, il comandante
si controllò a stento, posò la mano sulla spalla del rabbino
e disse: «Bravo!». Ma il cuore gli tremava.
Forse qualcuno potrebbe sentire questa domanda co-
me un'accusa o una condanna; in realtà il Signore ci ri-
chiama a saggezza e responsabilità, ad una forma di vita
vigilante affinché possiamo sfruttare e godere della ric-
chezza che essa contiene.
'VC14.
8

2 Pages 11-20

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La vita nello Spirito
1. Una moda o un segno?
La riflessione sulla vita consacrata si è ispirata nella
sua storia a diversi motivi: assicurare la salvezza dell'ani-
ma, fuggire il mondo, imitare Gesù Cristo nel suo stile di
vita, cercare la perfezione cristiana, dedicarsi totalmente
al Regno.
I documenti che preparano il Sinodo hanno privilegia-
to due riferimenti: il carisma e la consacrazione. Lo si
scorge nella formulazione del tema: «La vita consacrata,
carismi nella Chiesa per il mondo». I religiosi sono dei
«carismatici». Hanno un dono per la vita della Chiesa e
per il suo servizio al mondo. Lo esprimono non attraver-
so l'esercizio dell'autorità ma con la testimonianza e la li-
bera donazione.
E questo dono ce l'hanno perché sono stati «consacra-
ti» da una presenza particolare dello Spirito e la loro vita
si svolge sotto la sua ispirazione ed energia.
La coscienza della presenza dello Spirito è come esplo-
sa in quest'ultimo tempo della Chiesa. Ne sono prova il
movimento di rinnovamento nello Spirito, o i numerosi
gruppi carismatici e gli accenni in quasi tutti i documenti
del Magistero.
Giovanni Paolo II raccoglie e sviluppa questa consape-
volezza nella enciclica «Dominum et vivificantem». È una
visione della storia umana in cammino verso il suo compi-
mento, mossa da una energia e un'illuminazione che ope-
rano dalla coscienza degli uomini: lo Spirito. Si direbbe
una lettura «spirituale» della storia come altri hanno dato
un'interpretazione «economica», «psicologica», «cultu-
rale». Lo dichiara nel n. 2: «In tal modo la Chiesa risponde
9

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a certe istanze profonde, che ritiene di leggere nel cuore
degli uomini di oggi: una nuova scoperta di Dio nella sua
trascendente realtà di Spirito infinito... il bisogno di ado-
rarlo in Spirito e verità, la speranza di trovare in Lui il se-
greto dell'amore e la forza di una "nuova creazione"».1
Le «istanze profonde», di cui parla il testo, corrispon-
dono alle condizioni in cui si svolge l'esistenza cristiana
oggi.
C'è in primo luogo da parte dell'uomo, e noi lo vedia-
mo nei giovani, la ricerca di un senso per la propria vita.
Ma nello stesso tempo è difficile per l'uomo percepire Dio
a partire da quello che è materiale, esterno alla persona. La
natura è stata desacralizzata dalla conoscenza scientifica e
dalla tecnica. Essa offre risorse da sfruttare e fenomeni da
studiare, ma non provoca interrogativi trascendenti. La
storia e le tradizioni sono state relativizzate. Le istituzioni
sociali e religiose hanno perso la loro autorità assoluta.
L'ambiente secolarizzato non offre segni, ragioni e stimoli
per impostare la vita su un senso che prenda in considera-
zione la presenza di Dio e il nostro destino finale.
L'esperienza religiosa si trova socialmente emarginata.
Perciò la persona cerca le tracce di Dio nella sua esperien-
za interiore, in ciò che risuona nella sua mente e nel suo
cuore. Dio è nel suo interno come pensiero, coscienza, cuore,
realtà psicologica e ontologica. Il cuore dell'uomo è il luogo
recondito dell'incontro salvifico con lo Spirito Santo, col
Dio nascosto, e proprio qui lo Spirito Santo diventa sor-
gente di acqua che zampilla per la vita eterna.2
Siamo in tempi di primato della coscienza nelle scelte
che riguardano la propria vita. Da essa devono venire ri-
sposte proporzionate alle grandi sfide morali del nostro
tempo: la manipolazione della vita, l'uso della comunica-
zione, la giusta distribuzione dei beni, il rispetto della di-
gnità di ogni persona, il rispetto alla natura e all'ambiente.
1 Cf Rrn 8,22; Gal 6,15.
2 Cf Gv 4,14.
10

2.3 Page 13

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Parlare di spiritualità è parlare di vita secondo lo Spiri-
to e al servizio dello Spirito nel contesto attuale. Il che
vuol dire tre cose: riconoscere e confessare Dio presente
nell'umanità; ispirare la propria vita alla carità; affermare
nella storia la preminenza della persona e dei suoi valori.
In questo infatti si scorge l'azione dello Spirito.
2. Cosa fa lo Spirito Santo
Lo Spirito dà il senso di Dio. Stabilisce una misteriosa
comunicazione tra Dio e l'uomo e tra questi e Dio. Tutto
quello che nel mondo orienta verso Dio, tutto quello che
esplicitamente o implicitamente invoca la presenza o l'in-
tervento di Dio, tutto quello che spinge alla ricerca di Dio
ha lo Spirito come forza recondita.
Lo Spirito fa percepire il divino, anche solo come «mi-
stero» che non si riesce a interpretare. Dà una specie di
sintonia con la presenza e l'operare di Dio. E più profon-
damente ancora fa sentire il rapporto che abbiamo con
Dio come creature e come figli: «Coloro che sono guidati
· dallo Spirito sono figli di Dio».3
Chi percepisce il mondo senza Dio, non è guidato dal-
lo Spirito. Chi percepisce Dio senza il mondo, nemmeno
lui è guidato dallo Spirito. Chi, guardando il mondo, si
apre all'adorazione o anche soltanto all'interrogativo su
Dio è mosso dallo Spirito. La fede perciò proclama e con-
fessa che Dio è creatore e Padre. Lo Spirito è quella luce
che illumina il rapporto che c'è tra la persona, il mondo e
Dio.
Ma più ancora lo Spirito si fa sentire nella storia uma-
na, in quella piccola di una città o di un quartiere, in quel-
la grande dei popoli e dell'umanità. Questa riflessione
muove oggi la Chiesa a scoprire i «semi del verbo» nelle
culture, per capire quale cammino possibile fanno i popo-
li verso la salvezza.
3 Rrn 8,14.
11

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Lo dice bene un testo della «Redemptoris Missio»: «La
sua presenza e azione sono universali, senza limiti né di
spazio né di tempo... È all'origine stessa della domanda
esistenziale e religiosa dell'uomo, la quale nasce non sol-
tanto da situazioni contingenti, ma dalla struttura stessa
del suo essere» ... Egli «sta all'origine dei nobili ideali e
delle iniziative di bene dell'umanità in cammino».4
Lo sguardo del credente legge dunque come presenza
dello Spirito la ricerca religiosa anche confusa, il desiderio
di dignità, le iniziative nobili.
Ciò si vede chiaramente nella storia del popolo eletto
che è paradigma della storia di tutti i popoli. C'è un mo-
mento in cui Dio si rivela personalmente, manifestando il
suo nome, il suo rapporto con il genere umano e il suo
progetto. Questa rivelazione di un Dio personale, bene-
volo con gli uomini, diverso dagli elementi del mondo è,
nello sviluppo umano, un avvenimento superiore come
conseguenza alle più grandi scoperte tecniche. Ha provo-
cato un salto di qualità nella coscienza dell'uomo, che si è
liberato così dalla dipendenza dagli astri ed elementi ma-
teriali, ha superato la paura dello sconosciuto e si è senti-
to protetto da Dio. Lo Spirito dà all'intelligenza la capa-
cità di cogliere la portata e il significato delle parole e dei
fatti con cui Dio si manifesta, e suggerisce, come risposta,
quel rapporto con Dio che chiamiamo fede.
Gesù, a coloro che erano capaci di accettare il miracolo
dei pani ma non capivano il significato del miracolo, dice:
«È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le
parole che vi ho dette sono Spirito e vita».5 Chi rimane
nella materialità dei fatti tragici o meravigliosi non è gui-
dato dallo Spirito; chi ne coglie il senso è ispirato da Lui.
Sulla base di questa fede lo Spirito suggerisce una sag-
gezza, una forma di pensare e di vivere che dà il volto a
una comunità umana, capace di organizzare tutta l'esi-
'RM28.
' Gv 6,63.
12

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stenza privata e pubblica attorno all'alleanza con Dio: è il
popolo di Israele. Esso sperimenta lo Spirito come ener-
gia che dall'interno trasforma gli uomini e li rende capaci
di gesti eccezionali per liberare il popolo o per confermar-
lo nella sua vocazione e dignità. Lo Spirito si manifesta
come ispirazione, potenza, fonte di vita, presenza libera
da condizionamenti, che opera in maniera imprevedibile.
La sua energia la si descrive con le immagini del vento,
per l'origine misteriosa, del fuoco, per la potenza inconte-
nibile. Il contrario dello Spirito non è la materia o il cor-
po, ma l'inerzia, l'inefficacia storica, la sterilità, la morte,
la schiavitù. Lo diciamo nel Credo: «Credo nello Spirito...
che è Signore e dà la vita».
Ci sono tre linee di azione nelle quali opera lo Spirito,
come «potenza» che muove:
- la linea messianica o di salvezza che spinge alcune
persone ad imprese di liberazione; possiamo pensare al-
1'esodo, a Gedeone o a Sansone, dei quali si dice che furo-
no «presi dallo Spirito di Dio»;
-la linea profetica, della parola illuminante ed educan-
te: la rappresentano i profeti e i saggi che mantennero vi-
va la speranza della gente e illuminarono il senso dei fatti
storici;
- la linea sacerdotale, che favorì l'esperienza religiosa,
il culto, la preghiera, il servizio e la realtà materiale del
tempio.
Così lo Spirito, che ci apre alla comunicazione con Dio,
ci ispira anche come vivere nel mondo e ci dà la forza per
realizzare un tipo di esistenza.
3. Gesù, evento dello Spirito
Ma se è vero che lo Spirito Santo agisce dappertutto, è
altrettanto vero che chi ha conosciuto e accolto Cristo è
consapevole della sua presenza e riesce ad interpretarne i
segni.
L'opera dello Spirito infatti giunge al suo culmine nel-
13

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la persona di Cristo. Gli evangelisti interpretano tutta la
sua esistenza come un evento dello Spirito. Lo presenta-
no come «l'uomo spirituale» in contrapposizione all'uo-
mo «mortale o carnale».
Lo Spirito interviene addirittura sulle potenze genera-
tive di Maria per formare il corpo e l'anima di Gesù nel
momento medesimo della sua concezione: «Lo Spirito
Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la po-
tenza dell'altissimo».6 L'umanità di Gesù dunque è co-
struita dallo Spirito per fare di lui l'uomo spirituale total-
mente aperto a Dio e totalmente a servizio degli uomini.
Prima della nascita e in preparazione ad essa lo Spirito
riempie ed illumina i testimoni della Incarnazione. Quan-
to più questo avvenimento è nascosto al mondo, tanto più
lo Spirito lo rivela a coloro che vi partecipano da vicino e
ispira la loro confessione: Elisabetta, Zaccaria, Maria, Si-
meone. Così anche oggi lo scorgere il mistero dell'incar-
nazione nelle persone, negli eventi storici è opera dello
Spirito.
Nel Battesimo lo Spirito rende pubblico che Gesù è il
Figlio di Dio: «Mentre Gesù, ricevuto anche Lui il battesi-
mo, stava in preghiera, il cielo si aprì e scese su di Lui lo
Spirito Santo in apparenza corporea, come di colomba e
vi fu una voce dal cielo: tu sei il mio Figlio prediletto, in
te mi sono compiaciuto».7 Egli dunque fa affiorare la co-
scienza divina nella natura umana di Gesù.
Lo stesso Spirito lo orienta verso il deserto, il luogo
dell'esperienza di Dio, dell' alleanza, della prova, della fe-
de. supera le tentazioni tipiche dell'uomo e del popolo
di Dio: il perdersi dietro ai bisogni immediati e impostare
la vita indipendentemente da Dio, il voler mettere Dio a
proprio servizio, l'adorare o rendersi dipendenti da desi-
deri umani o poteri mondani.
La sua missione comincia per l'impulso dello Spirito.
' Le 1,35.
' Le 3,21.
14

2.7 Page 17

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La porta avanti con l'energia dello Spirito: «Lo Spirito del
Signore è sopra di me. Per questo mi ha consacrato con
l'unzione e mi ha mandato per annunziare ai poveri un
lieto messaggio... ».8 Con la forza dello Spirito caccia i de-
moni.9 Ma soprattutto nello Spirito nascono le sue parole
e i suoi sentimenti: «In quello stesso istante Gesù esultò
nello Spirito Santo e disse: Ti rendo lode Padre, Signore
del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dot-
ti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli».10
Lo Spirito è il dono della risurrezione. I discepoli vivo-
no tutta l'avventura della predicazione del vangelo e la
fondazione delle comunità certi della sua presenza. La
percepiscono anche in maniera immediata come certezza,
energia interiore, capacità convincente. Egli li costituisce
testimoni efficaci e annunciatori coraggiosi.
È lo Spirito della parola. I discepoli non hanno più bi-
sogno della presenza fisica del Signore. Lo Spirito ricor-
derà loro quello che Gesù ha insegnato. Non sarà però lo
Spirito della memoria letterale. Farà loro comprendere
l'annuncio di Gesù in forma nuova alla luce dei nuovi
eventi e situazioni. Li aiuterà a estrarre da esso nuove ric-
chezze e significati. E ciò affinché il Vangelo sia non un
testo venerabile o archeologico, bensì una luce per il pre-
sente. Non sarà solo lo Spirito del ricordo e della nuova
comprensione, ma anche lo Spirito dell'invenzione. Egli
vi suggerirà quello che dovete dire.
Lo Spirito della parola è pure lo Spirito della missione.
Egli spinge i discepoli verso il mondo pagano anche pre-
cedendoli. Negli Atti degli apostoli si racconta il fatto del
centurione Cornelio, detto da molti «la pentecoste dei pa-
gani». Lo Spirito Santo anticipa Pietro nella casa di que-
sto soldato. Pietro dubita di andare da Lui e mangiare i
' Le 4,18.
9 Cf Le 11,20.
10 Le 10,21.
15

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cibi proibiti ad un giudeo. Ma dopo una visione e dopo
aver visto lo Spirito diffondersi su coloro che ascoltavano
il suo discorso deve arrendersi. Per giustificarsi di fronte
alla sua comunità giudea dice: «Forse si può proibire che
siano battezzati con l'acqua coloro che hanno ricevuto lo
Spirito Santo al pari di noi».11 «Se dunque Dio ha dato lo-
ro lo stesso dono che diede a noi per aver creduto nel Si-
gnore Gesù Cristo, chi ero io per porre impedimento a
Dio? ».12 Così la Chiesa «prudente», che indugiava nello
staccarsi dal giudaismo e temeva di aprirsi al mondo, è
stata forzata a compiere il passo. È pure lo Spirito della
comunione. Egli ispira i nuovi ministeri quando gli apo-
stoli da soli non riescono a soddisfare tutte le domande
della comunità. Nascono così i diaconi e i presbiteri. Egli
arricchisce con carismi nuovi le comunità. Le muove a
darsi segni che distingueranno i discepoli di Gesù: la pre-
ghiera, la frazione del pane, l'ascolto della Parola, l'amore
fraterno, la condivisione dei beni. Dà loro il potere non
soltanto giuridico, ma profondamente trasformante di ri-
conciliare l'uomo con Dio e con gli altri: «Ricevete lo Spi-
rito Santo, coloro ai quali perdonerete i peccati saranno
p e r d o n a t i . . . ».
Così la Chiesa viene ad essere non una organizzazione
religiosa come ne esistevano tante, che custodisce riti e
parole sacre, ma la coscienza della storia della salvezza e
una nuova forza inviata a trasformare il mondo mediante
l'amore.
Noi siamo testimoni che questa presenza continua an-
cora oggi. Può essere raccontata con avvenimenti attuali.
Ci siamo soffermati sul passato perché il tempo e l'espe-
rienza evangelica sono esemplari. Possiamo pensare al
Concilio Vaticano, ai Sinodi, ai movimenti ecclesiali, alla
vita religiosa, alla presenza della santità, alla novità della
fede.
11 At 10,47.
12 At 11 ,17.
16

2.9 Page 19

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L'oggi lo sintetizza bene la Lumen Gentium con queste
parole: «Lo Spirito dimora nella Chiesa e nei cuori dei fe-
deli come in un tempio. Egli guida la Chiesa a tutta intera
la verità (cf Gv 16,13), la unifica nella comunione e nel mi-
nistero, la istruisce e dirige con diversi doni gerarchici e
carismatici, la abbellisce dei suoi frutti (cf Ef 4,11-12; 1 Cor
12,4; Gal 5,22). Con la forza del Vangelo fa ringiovanire la
Chiesa, continuamente la rinnova e la conduce alla per-
fetta unione col suo sposo... Così la Chiesa universale si
presenta come un popolo adunato nell'unità del Padre,
del Figlio e dello Spirito Santo».13
4. Spiritualità: vivere secondo lo Spirito
Ma forse è il terna della nuova esistenza, a cui lo Spiri-
to dà origine nella persona, quello che ha avuto più svi-
luppo nella riflessione cristiana. San Paolo lo spiega attra-
verso la inabitazione: «Voi non siete sotto il dominio della
carne, ma dello Spirito dal momento che lo Spirito abita in
v o i ».14
Si tratta di una autentica nuova personalità costruita,
unificata e strutturata nel credente in maniera totalmente
originale. Lo Spirito crea in lui una nuova coscienza: quel-
la di figlio di Dio, che si è manifestata in Gesù e che emer-
ge anche a livello psicologico. Gesù, nel momento di mag-
giore apparente solitudine, disse: «Padre nelle tue mani
consegno il mio spirito».15 Perciò si è affermato che Cristo
non ebbe mai il sentimento dell',orfano. Abbandonato da
tutti si sentì accolto dal Padre. Così il credente che svilup-
pa questa coscienza, in qualsiasi frangente sente ed espri-
me la fiducia in Dio.
Lo Spirito Santo genera nel credente anche una nuova
intelligenza; è l'intelligenza della fede che è capace di per-
13 LG4.
1' Rm 8,8.
1
'
Le 23,46.
17

2.10 Page 20

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cepire il mistero di Dio, scoprire il senso che ha il mondo
e gli avvenimenti della storia. Spesso la fede è stata consi-
derata una saggezza che viene dallo Spirito. Chi vede la
propria vita e la storia senza Dio non è animato dallo Spi-
rito. Chi scorge Dio nella storia propria e dell'umanità è
guidato dallo Spirito, perché Dio si è manifestato nell'av-
venimento principale della storia, quello di Gesù.
Lo Spirito suggerisce un nuovo rapporto umano, al di
sopra della nazionalità, razza, cultura, religione, stato
economico: è l'amore, partecipazione a quello di Dio; per
cui non ci sono più greci e barbari, credenti e pagani, ma-
schi e femmine .. . ma tutti sono un'unica creatura.16 È il su-
peramento delle discriminazioni, dello spirito di conqui-
sta, del senso di superiorità.
Lo Spirito ci insegna un linguaggio nuovo che ci con-
sente di rivolgerci a Dio esprimendo i sentimenti filiali e
ci ispira quello che dobbiamo dire. Egli ci dà il vocabola-
rio per l'annuncio e ci apre alla sua comprensione. Per
questo si parla tanto dello Spirito nel contesto dell'evan-
gelizzazione.17
In breve lo Spirito ricrea la struttura interiore della per-
sona: le dà il senso della sua identità, la possibilità di ope-
rare nel mondo con lo stile delle beatitudini, di aspettare
la grande manifestazione per la quale tutta la creazione
raggiungerà la sua condizione perfetta.18
Ma non tutto è ancora detto. Chi è nato dallo Spirito è
chiamato a svilupparsi secondo un progetto di vita. Non
ha ricevuto soltanto alcune qualità statiche, quasi fossero
gioielli o regali di anniversario. Possiede invece una spe-
cie di codice genetico conforme al quale egli cresce.
L'esistenza cristiana come ogni vita ha una legge in-
terna: quella dello sviluppo. Nel battesimo se ne accoglie
il seme: alla morte si ha il risultato finale. Quello che è
16 Cf Gal 3,28.
" CfEN75.
18 Cf Rrn 8,19-22.
18

3 Pages 21-30

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3.1 Page 21

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compreso tra questi termini è affidato alla nostra volontà
e capacità di crescere, come avviene con la nostra intelli-
genza e con la nostra personalità. C'è uno stato germina-
le, c' è una maturità: «Io, fratelli, finora non ho potuto
parlare a voi come a uomini spirituali, ma ho dovuto far-
lo come chi parla ad esseri carnali, a neonati in Cristo. Vi
ho dato da bere latte, non nutrimento solido, perché non
eravate capaci».19 San Paolo parla di bambini e di adulti,
di imperfetti e perfetti, di ignoranti e sapienti, di carnali
e spirituali.
Passiamo dall'immaturità allo stato adulto per la illu-
minazione progressiva e l'adesione alla verità. Esse ci aiu-
tano a vedere il senso della nostra vita e del mondo, con
sempre maggior convinzione, alla luce dell'avvenimento
di Cristo. C'è poi la purificazione da dipendenze e schia-
vitù, egoismi, passioni distruttive, fino a raggiungere la li-
bertà interiore. E ancora ci porta alla maturità lo sforzo di
conformare la nostra vita a quella di Cristo inserendoci
nel suo mistero. Il Direttorio Catechistico Generale, rife-
rendosi al credente, dice che la finalità dell'iniziazione cri-
stiana è «Educare al pensiero di Cristo, a vedere la storia
come lui, a scegliere e ad amare come lui, a sperare come
insegna lui, a vivere come lui la comunione col Padre».20
È, in altre parole, quello che esprimeva San Paolo: «Non
sono io che vivo ma è Cristo che vive in me».21
Il risultato è l'uomo spirituale. Nel linguaggio cristiano
«spirituale» ha un significato peculiare. Non si oppone al-
la materia, come pensano i filosofi, ma alla carne. Non
vuol dire dunque «immateriale», ma «pervaso da Dio e
ordinato a Lui», qualunque sia la sua natura fisica. Spiri-
tuale non è dunque colui che rinnega, fugge o ignora la
sua parte corporea, ma colui che assume e ordina tutto
nella carità. Difatti è la carità che si è diffusa nei nostri
19 1 Cor 3,1-2.
20 DCG 38.
21 Gal 2,20.
19

3.2 Page 22

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cuori per lo Spirito Santo che ci è stato dato, investendo la
totalità della persona, corpo e coscienza.
È istruttivo ascoltare da San Paolo le manifestazioni
della fase infantile della nostra vita nello Spirito o del li-
vello «carnale» della nostra mentalità. Una è l'incapacità
di accettare il Vangelo nella totalità delle sue esigenze e
nella sua originalità. San Paolo chiama immaturi i Corin-
zi perché si perdono dietro l'eloquenza umana e le spie-
gazioni complicate e non colgono la sapienza semplice,
ispirata da Dio, che c'è nell'evento di Cristo.22
È segno dello stato infantile l'essere trascinato da mo-
tivi umani come la gelosia, la voglia di eccellere nella co-
munità con carismi vistosi. Così come lo è il pensare che
la libertà consiste nel realizzare i propri comodi, o il non
essere capaci di superare i conflitti anche con sacrifico da
parte nostra. Soprattutto lo è l'instabilità e la volubilità
della fede non saldamente ancorata alla Parola di Dio che
si lascia trascinare o dalle mode secolari, o dalle fantasie
religiose o dalle dottrine transitorie.
Ci sono anche pagine incomparabili sulla maturità del-
la persona nello Spirito, che è purificazione dal male e su-
peramento di quello che è imperfetto; ma anche sviluppo
massimo delle potenzialità che ci sono in noi. Segni della
maturità è in primo luogo la sicurezza o evidenza dell'a-
more che Dio ha per noi e dunque la pace e la serenità in-
teriore per cui sappiamo che «né la morte, né la vita, né gli
angeli né alcuna creatura potrà separarci dall'amore di
Cristo».23
C'è anche la generosità per cui non ci si limita a quello
a cui ci obbliga la legge, ma ci si dona con libertà e gioia.
C'è l'impegno radicale e totale col Vangelo. C'è l'amore ai
fratelli come regola per operare in ogni circostanza al di
sopra di calcoli e convenzioni, al di sopra dei nostri diritti
e dello stesso culto.
22 Cf 1 Cor 2,l ss.
23 Rm 8,38-39.
20

3.3 Page 23

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Quando questi dinamismi e atteggiamenti crescono, si
raggiunge la statura di Cristo. Lo Spirito dà unità ai pen-
sieri, agli affetti, ai desideri, alle azioni. E si manifestano
nella persona i suoi frutti maturi: l'amore, la gioia, la pace,
la pazienza, la benevolenza, la bontà, la fedeltà, la mitez-
za, il dominio di sé.24
5. Per la nostra riflessione
Quanto abbiamo esposto ci suggerisce alcune linee di
meditazione personale.
- La prima è cercare di vedere la nostra vita di cristiani
e di religiosi in questa corrente di energia che viene da
Dio e che, dalla coscienza delle persone, orienta l'umanità
verso un miglioramento e verso la comunione con Dio.
- Cerchiamo poi di interpretare la storia, quella piccola
del nostro contesto, e quella grande del Paese e del mon-
do, con la chiave dello Spirito: nelle sue aspirazioni, nei
suoi tentativi nobili, nei suoi piccoli passi.
- Pensiamo il nostro compito di educatori a servizio di
questa crescita nello Spirito. Le Costituzioni delle FMA af-
fermano che l'assistenza sarà vista come una collabora-
zione con lo Spirito che lavora nel cuore di ogni persona.25
- E infine adoriamo lo Spirito in coloro nei quali si va
manifestando la consapevolezza di essere figli di Dio, che
portano il nome di Dio scritto sulla fronte26 e nel cuore e
che rappresentano il punto più alto dell'umanità.
" Cf Gal 5,22-23.
25 Cf Costituzioni FMA 67.
" Cf Ap 7,13.
21

3.4 Page 24

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Don Bosco: tipo e modello
della nostra spiritualità
Richiamo qui, in forma schematica, l'articolo 21 delle
Costituzioni dei Salesiani:
«Don Bosco nostro modello»
1. Il Signore ci ha donato Don Bosco
come padre e maestro.
Lo studiamo e lo imitiamo,
ammirando in lui:
2. Uno splendido accordo di natura e di grazia
• Profondamente uomo
• ricco delle virtù della sua gente
• egli era aperto alle realtà terrestri
• profondamente uomo di Dio
• ricolmo dei doni dello Spirito Santo
• viveva «come se vedesse l'invisibile».
3. Questi due aspetti si sono fusi in
un progetto di vita fortemente unitario:
il servizio dei giovani.
Lo realizzò:
• con fermezza e costanza
• fra ostacoli e fatiche
• con la sensibilità di un cuore generoso.
«Non diede passo, non pronunciò parola, non mise
mano ad impresa alcuna che non avesse di mira la
salvezza della gioventù.
4. Realmente non ebbe a cuore altro che le anime».
22

3.5 Page 25

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1. Un'attenzione necessaria
Abbiamo parlato della consacrazione per il dono dello
Spirito. La cosa tipica della vita religiosa è che si concen-
tra in Dio. Di Lui vuol essere esperienza, trasparenza e
annuncio.
Ci sono però molte forme di consacrazione, mediante
le quali lo Spirito mette in comunicazione gli uomini con
Dio. La storia è complessa: ha bisogno di molti segni ade-
guati a diverse situazioni. La persona d'altra parte ha in-
finite possibilità di espressione. Ci sono doni o grazie dif-
ferenti, direbbe San Paolo.1 Insieme fanno sì che la Chiesa
sia preparata per operare in ogni contesto e condizione.
Alcuni attirati dal mistero di Dio si ritirano nella solitudi-
ne e si danno allo studio e alla preghiera. Gli anacoreti,
impressionati dalla fugacità della vita presente e dai beni
di quella eterna, si rinchiusero in celle. Altri invece sento-
no l'amore di Dio come impulso ad intervenire nella sto-
ria per salvare l'uomo.
Lo Spirito opera in tutte queste persone e, attraverso
di esse, nell'umanità. Dà così origine a diversi tipi o per-
sonalità cristiane. I tipi non dipendono dalla volontà
umana né provengono da una dottrina religiosa pensata
a tavolino. Spuntano nella comunità cristiana come le
piante nel terreno fertile. Per descriverli è meglio raccon-
tare come sono sorti e come si sono sviluppati piuttosto
che proporre la loro dottrina spirituale. Per questo le bio-
grafie dei santi costituirono sin dagli inizi un elemento
della catechesi.
Come e perché lo Spirito consacra un salesiano ci è ri-
velato storicamente in Don Bosco. Contemplare la sua fi-
gura è importante perché scopriamo il nostro codice gene-
tico. Come si è sviluppato in lui, si svilupperà pure in noi.
Della figura spirituale di Don Bosco ci sono molte pre-
sentazioni: brevi, medie e lunghe. Don Caviglia ha cerca-
1 CfRm 12,6.
23

3.6 Page 26

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to di riassumere i tratti spirituali e morali di Don Bosco in
una sintesi di 150 paginette. Ci sono le rappresentazioni
artistiche (quadri e sculture) che cercano di cogliere quel-
lo che più spicca nella sua personalità. Ciascun salesiano
poi porta dentro di sé un'immagine di Don Bosco che si è
modellato lungo gli anni, attraverso esperienze, letture,
meditazioni, scelte. A volte queste immagini personali in-
grandiscono a dismisura un dato secondo le proprie pre-
ferenze e ne lasciano nell'ombra altri che la storia docu-
menta. Alcuni, per esempio, hanno ingrandito la sua fi-
gura di amico dei giovani e quasi non lo conoscono come
«Fondatore di un movimento spirituale».
Il rapporto tra queste due specie di immagini, quelle
con pretese di obiettività e quelle personali, è dinamico:
le une arricchiscono e correggono le altre.
C'è un profilo di Don Bosco «consacrato, apostolo, uo-
mo spirituale» che le accorda e fonde perché è stato pro-
dotto dalla comunità e costituisce un patrimonio comuni-
tario. Lo troviamo nel secondo capitolo delle Costituzioni
dei salesiani che cerca di descrivere in maniera organica
lo spirito salesiano: un capitolo con numerose citazioni di
Don Bosco e frequenti accenni ai suoi atteggiamenti.
A conclusione, e quasi come sintesi, si fa il tentativo di
presentare la sua personalità in venti righe.2
La forma stessa dell'articolo è singolare: ha qualche co-
sa di un inno o di un salmo. Le sue frasi sono misurate
quasi da un metro poetico. Le idee si presentano con
espressioni a volte contrapposte, a volte parallele o in un
crescendo studiato. La struttura del tutto è pensata in mo-
do che a intervalli calcolati si succedono due motivi: la
ricchezza molteplice della personalità e la sua straordina-
ria unità.
Nelle sue poche linee appaiono quasi tutti i protagoni-
sti della vicenda salesiana: il Signore, Don Bosco, i giova-
ni, la sua gente. C'è anche un succedersi di realizzazioni:
2 Cf Costituzioni SDB 21 .
24

3.7 Page 27

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la formazione della propria personalità, il progetto di vi-
ta, il servizio ai giovani, la ricerca delle anime, la fonda-
zione di una Famiglia apostolica.
Ciò non è frutto di sforzo o abilità letterari. Se lo fosse,
si noterebbe l'artificiosità. È invece il risultato del fascino,
dell'attrazione che Don Bosco esercita sui salesiani. All'o-
rigine di questo testo c'è infatti una lunga contemplazione
comunitaria. Formulato una prima volta, venne ristudiato
per tre volte consecutive, in un periodo di 12 anni, da
duecento persone, quanti erano i membri dei Capitoli Ge-
nerali. Questa è dunque l'immagine di Don Bosco che le
congregazioni portano nella coscienza comunitaria. Essa
ci offre alcuni nuclei da meditare sulla spiritualità.
2. Il nostro rapporto con Don Bosco
Il primo di questi nuclei riguarda il singolare rapporto
di ciascuno di noi con Don Bosco: «Il Signore ci ha donato
Don Bosco come Padre e Maestro». L'incontro con lui è
stato provvidenziale e determinante per tutta la nostra vi-
ta spirituale. Possiamo ricordare come è avvenuto real-
mente e la grazia che ha rappresentato per noi il contatto
successivo con lui, quanto ci ha arricchito di progetti, sen-
timenti, ideali e relazioni attraverso le diverse fasi della
nostra esistenza: come candidati alla vita salesiana, come
novizi, in tutto il cammino formativo successivo e nei ri-
pensamenti che abbiamo fatto da adulti.
La sua compagnia interiore è stata sempre ispiratrice.
Se oggi rinunciassimo a tutto quello che ci è venuto da lui,
ben poca cosa resterebbe della nostra attuale vita spiritua-
le. È stato dunque veramente il dono di Dio per la nostra
esistenza. È vero che se non ci fosse stato lui, ci sarebbero
stati altri. Ma la vita non è fatta di condizionali, bensì di
fatti reali. Perciò, nell'espressione che stiamo commentan-
do, il pronome «ci» non ha senso collettivo, ma proprio di-
stributivo: a ciascuno di noi, in forma personale, è stata
fatta la grazia dell'incontro e conoscenza di Don Bosco.
25

3.8 Page 28

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«Come Padre e Maestro»: la nostra relazione con lui è
di figli e discepoli. Don Bosco ha avuto e ha ancora am-
miratori, fans, collaboratori, amici. Pure Cristo ebbe ascol-
tatori, seguaci, amici, discepoli e apostoli. Ciascuna di
queste parole indica un rapporto diverso. Noi non siamo
solo ammiratori, collaboratori e amici.
Il termine che definisce la sua relazione con noi è «Pa-
dre». Sarebbe uno sbaglio pensare che si tratta di una
espressione soltanto affettuosa, devozionale o retorica.
Riguarda qualche cosa che va oltre la sua bontà e il no-
stro affetto. Dice che lui è l'iniziatore, il fondatore che ci
trasmette quella esperienza spirituale che è il carisma sa-
lesiano. È collocato storicamente nel momento e luogo
della sua nascita. Ci genera al seguito di Cristo per i gio-
vani. Padre, Abba, è una denominazione tradizionale nel-
la vita religiosa per designare colui che svela il carisma e
fa crescere in esso.
«Padre» ci ricorda anche la sua capacità di far sentire
la paternità di Dio ai giovani poveri: dopo l'esperienza
con loro, la paternità divenne un tema del suo sistema
educativo e del suo stile di autorità. «I direttori e gli assi-
stenti come padri amorosi avvisino, servano da guida in
ogni circostanza». Ci ricorda che, per i salesiani di ieri e
di oggi, lui ha preferito a tutti i titoli quello di Padre;
«Chiamatemi Padre e sarò felice». 3 E ci fa pensare anche
al tipo di rapporto che i suoi seguaci conservarono con
lui: piuttosto che capo, fondatore, leader carismatico, lo
conosciamo come il Padre. «In qualsiasi parte vi troverete
ricordate che qui a Torino avete un Padre che vi ama nel
Signore».4
Si potrebbe ancora andare avanti, esaminando la sua re-
sponsabilità paterna. «Del padre ebbe tutto: l'amore tenero
e forte verso i figli di adozione, la resistenza alle fatiche e
al dolore, l'acuto senso di responsabilità del padre di fa-
3 Lettera del 1884, MB XVII, pag. 175.
' Cf MB XI, pag. 387.
26

3.9 Page 29

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miglia e la donazione senza limiti che ha il suo corrispon-
dente soltanto nell'amore materno» (Don Caviglia).
Accanto a quella di Padre viene collocato l'accenno al
magistero: «Maestro». Piuttosto che all'autorità di impor-
re una dottrina, allude all'arte di insegnare, di farsi capire,
di parlare col linguaggio del cuore, di comunicare con la
vita. Accenna al fatto che noi l'abbiamo seguito lascian-
doci guidare dalla sua esperienza e, attraverso di lui, ab-
biamo voluto seguire Gesù Maestro. Il magistero è un mo-
tivo o tema che ricorre sovente nelle sue raccomandazio-
ni e commenti. Nel primo sogno appare la figura della
Maestra. Nel testamento dice di Gesù: «Egli sarà il nostro
maestro, la nostra guida e il nostro modello... ». È collega-
to al tema della saggezza, che è centrale nella sua pedago-
gia, nella sua mentalità, e nella sua vita spirituale.
Padre e Maestro è un'espressione che proviene dall'uffi-
cio liturgico. E l'articolo sembra più un testo liturgico, una
meditazione sapienziale che una norma giuridica o un
brano dottrinale.
La nostra reazione e il nostro atteggiamento di fronte a
questo dono di Dio sono: «Lo studiamo e lo imitiamo am-
mirando...». Le nostre possibilità di maturazione sono or-
mai legate al rapporto vitale con lui. Infatti ci stiamo svi-
luppando spiritualmente nell'ambito e con le sostanze del
suo carisma, della sua comunità, della sua missione.
Si dice «ammirando»: il nostro non è uno studio scienti-
fico e critico, anche se questo non va scartato; ma un ap-
proccio e frequentazione affettuosa. Ammirare è il verbo del-
la contemplazione, di chi rimane a guardare perché ne è at-
tirato. Riusciamo a capirlo per amore e connaturalità, piut-
tosto che per le analisi e la verifica rigorosa di dati storici.
Ma ciò comporta comunque un impegno: «studiarlo».
Ci sono oggi alcune grosse difficoltà per una conoscenza
utile di Don Bosco. Una è la distanza cronologica, ma so-
prattutto culturale che si interpone tra noi e lui. Il perico-
lo è la dimenticanza o l'impossibilità di interpretarlo. ';fra
27

3.10 Page 30

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le generazioni a noi precedenti e il tempo di Don Bosco
c'era ancora una somiglianza di stile di vita. Le differenze
erano limitate. Oggi per capire il significato vero di quel-
lo che egli ha pensato e operato bisogna mentalmente col-
locarsi nel suo contesto e collocare lui nel nostro. Ci sono
poi le difficoltà degli scarsi tempi comunitari per comuni-
care. Tali tempi erano prima numerosi e regolari: Buone
notti, conferenze, letture. La trasmissione «orale» aveva
incidenza. Oggi la vita ci disperde di più e le poche paro-
le che riusciamo a dire si perdono in un mare di immagi-
ni e messaggi.
Allo stesso tempo, come fattore favorevole, c'è oggi
una autentica «cultura salesiana»: una meditazione sulla
vita e sul carisma dei fondatori e della loro Famiglia reli-
giosa accumulata attraverso le generazioni. Particolar-
mente nell'ultimo tempo si è fatto un grosso sforzo da
parte dei due Istituti (SDB e FMA) su tre linee: quella spi-
rituale, e ne sono prova gli Atti dei Capitoli Generali, le
lettere dei Rettori Maggiori e delle Madri Generali; quella
storica, e ne è segno la fondazione di un Istituto Storico e
l'organizzazione dell'archivio centrale e la volontà di stu-
diare la storia delle congregazioni in tutte le parti del
mondo; quella pedagogica: l'abbondante bibliografia sul si-
stema preventivo dimostra l'affetto con il quale i salesiani
guardano a questa eredità. Si stanno raccogliendo tutti i
titoli di libri e articoli che riguardano Don Bosco, Madre
Mazzarello e il loro carisma. Oggi sono circa 30.000. Lo
studio diventa oltre che un cammino di vita spirituale,
una condizione per poter comunicare e trasmettere con
fedeltà e ricchezza. Perciò è stato inserito in tutte le fasi
della formazione.
3. La fisionomia spirituale di Don Bosco
Un secondo nucleo da meditare è il tipo di persona e
di cristiano, la personalità di Don Bosco: uno splendido
accordo di natura e di grazia.
28

4 Pages 31-40

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4.1 Page 31

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Bisogna in primo luogo cogliere la forza dell'aggettivo
«splendido». Non si tratta di una armonia modesta, nor-
male, che si confonde nel comune. È qualche cosa che col-
pisce fortemente... come un panorama straordinario, un
quadro particolarmente riuscito, una musica vibrante.
Non sono pochi gli studiosi che si sono espressi nello stes-
so senso. «Uno degli uomini più completi che abbia cono-
sciuto la storia» (Joergensen). «Agostino, Francesco, Cate-
rina da Siena, Don Bosco vanno annoverati tra i culmini
dell'umanità» (Hertling).
«Noi l'abbiamo veduta da vicino questa figura, in una
visione non breve, in una conversazione non momenta-
nea; una magnifica figura che l'immensa, l'insondabile
umiltà non riusciva a nascondere... una figura di gran
lunga dominante e trascinante: una figura composta, una
di quelle anime che per qualunque via si fosse messa,
avrebbe certamente lasciato grande traccia di sé, tanto era
egli magnificamente attrezzato per la vita» (Pio XI).5
«L'apostolo Paolo, Agostino di Ippona, Francesco di
Assisi, Vincenzo de' Paoli e Giovanni Bosco furono evi-
dentemente, creature di eccezione sul piano delle loro ri-
sorse e qualità umane» (Wackenheim).
La nostra finalità non è tessere un elogio o panegirico,
ma scoprire il «tipo» di persona e di spiritualità: armonia
tra profondo istinto di vita e apertura a Dio, passione per
tutto quanto è umano e profondità spirituale. «Accordo o
armonia», dice più che unità. Questa si ottiene a volte sal-
dando le parti, a volte sacrificando aspetti: dà l'immagine
di qualcosa di raggiunto. Armonia dice pienezza che di-
venta splendente nel gioco delle tensioni: nessuna veniva
mortificata in favore dell'altra o della tranquillità. La sua
natura umana, tenera e affettuosa, sensibile all'amicizia,
divenne il segno trasparente dell'esperienza di Dio. Que-
sta a sua volta produsse una finezza sempre maggiore di
umanità.
s MB XIX, pag. 81 .
29

4.2 Page 32

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Tale armonia appare nella sua persona: tenerezza e au-
sterità, intelligenza e praticità, rettitudine e furbizia, san-
tità e scioltezza nel mondo. Appare anche nella sua spiri-
tualità: lavoro e contemplazione, Dio e il prossimo, carità
e professionalità, ubbidienza e libertà. Appare pure nella
sua pedagogia: disciplina e familiarità, ragionevolezza e
spontaneità, esigenza e bontà.
Sono le medesime tensioni che noi sentiamo. Per que-
sto nell'ultimo teinpo si è sottolineata sovente la sua ca-
ratteristica principale: la grazia dell'unità.
Dimensioni della personalità di Don Bosco
Collegato a questo punto dell'accordo armonia-unità
c'è un altro nucleo: le dimensioni fondamentali della sua
personalità, espresse in forma perfettamente parallela.
«Profondamente uomo e uomo di Dio, ricco della virtù
della sua gente e ricolmo dei doni dello Spirito, aperto al-
le realtà terrestri viveva come se vedesse l'Invisibile».
La prima cosa che colpiva era la sua umanità. Era la
manifestazione della sua santità, mentre questa appariva
come lo splendore della sua umanità. «Tutto in Don Bo-
sco è umano e tutto irradia misteriosamente una luce so-
prannaturale».
L'umanità si manifestava in una capacità di affetto in-
tenso e personale. Questa divenne la sua forma abituale
di rapporto; mai formale, burocratico, amministrativo,
sempre vicino e avvolgendo la persona in una atmosfera
di stima. Lo si vede nell'oratorio, ma anche nelle udienze,
nei viaggi, per la strada. Ad affezionarsi era portato dal
suo temperamento, ma diventò la sua forma di imitare
Cristo. Nelle sue memorie ricorda che da ragazzo aveva
preso un merlo e l'aveva messo in una gabbia. Lo curava
e gli dava da mangiare come si fa con un amico. Un gior-
no il gatto si avvicinò alla gabbia e lo l'uccise. Sconsolato
si mise a piangere. Sua madre gli disse: «Ma perché pian-
gi? Ci sono tanti uccelli nel bosco». Ma tutti gli altri non
30

4.3 Page 33

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valevano per lui quello a cui si era affezionato. In quella
opportunità fece il proposito di non attaccare mai il cuore
a creatura alcuna.6 Felicemente - commentò un autore -
non lo adempì.
Questa forma di relazionarsi personalmente e con in-
tensità di affetto costituì il segreto della sua prassi educa-
tiva. C'è tutta una collezione di aneddoti che lo ricorda-
no: dalla frase detta a Gastini: «Sono un povero sacerdo-
te, ma ti voglio tanto bene che se un giorno avessi soltan-
to un tozzo di pane lo dividerei con te»; fino al commosso
ricordo di Don Albera: «Bisogna dire che Don Bosco ci
prediligeva in modo unico tutto suo: se ne provava il fa-
scino irresistibile. Io mi sentivo come fatto prigioniero da
una potenza affettiva che mi alìmentava i pensieri, le pa-
role e le azioni. Sentivo di essere amato in modo non mai
provato prima, singolarmente, superiore a qualunque af-
fetto. Ci avvolgeva tutti e interamente quasi in una atmo-
sfera di contentezza e di felicità. Tutto in lui aveva una
potenza di attrazione, operava sui nostri cuori giovanili a
mò di calamita a cui non era possibile sottrarsi e, anche se
l'avessimo potuto, non l'avremmo fatto per tutto l'oro del
mondo, tanto si era felici di questo singolarissimo ascen-
dente sopra di noi, che in lui era la cosa più naturale sen-
za studio e senza sforzo alcuno; e non poteva essere altri-
menti, perché da ogni sua parola e atto emanava la san-
tità dell'unione con Dio che è carità perfetta. Egli ci attira-
va a sé per la pienezza dell'amore soprannaturale che gli
divampava in cuore. Da questa singolare attrazione scatu-
riva l'opera conquistatrice dei nostri cuori. In lui i molte-
plici doni naturali erano resi soprannaturali dalla santità
della sua vita».7
All'affetto, come tratto di umanità, si deve aggiungere
la capacità di amicizia. Quante e diverse ne ebbe sin dai
'Cf MB I, pag. 118.
7 P. BROCARDO, Don Bosco profondamente uomo - profondamente santo, LAS,
Roma 1985, pag. 35.
31

4.4 Page 34

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primi anni della vita, nella giovinezza, nell'età matura!
La gioia di condividere, di stare e lavorare assieme è una
caratteristica del suo temperamento. Amico del fratello
Giuseppe col quale spartì trattenimenti e confidenze; ami-
co dei ragazzi della borgata per i quali raccontava storie e
preparava trattenimenti (oggi ricordati con un bel monu-
mento al Colle Don Bosco); amico dei compagni di Chieri
coi quali fondò la società dell'allegria, amico del collega
Comollo, con cui stabilì un patto oltre la morte; amico dei
ragazzi ebrei, discriminati. Specialmente di uno di loro,
Giacomo Levi, soprannominato Giona, che ricorderà con
queste parole: «Di bellissimo aspetto, cantava con una vo-
ce rara, fra le più belle. Giocava assai bene al bigliardo.
Gli portavo un grande affetto ed egli era folle per l'amici-
zia verso di me. Ogni momento libero veniva a passarlo
in camera mia. Ci trattenevamo a cantare, a suonare il pia-
noforte, a leggere e raccontare».8
Questo tratto continua nella maturità, in cui coltiva l'a-
micizia con sacerdoti, religiosi, cooperatori e giovani,
scrittori, perseguitati, politici, autorità. Lo lascerà docu-
mentato in una serie di raccomandazioni di questo tenore:
«Tutti quelli con curparli diventino tuoi amici».9 L'amici-
zia sarà un tema della sua pedagogia. Per provarlo basta
ricordare il capitolo sull'amicizia tra Domenico Savio e
Camillo Gavio.10
Un altro versante della sua umanità viene ricordata
con l'espressione «ricco delle virtù della sua gente, egli
era aperto alle realtà terrestri». Quali sono le virtù della
sua gente non è molto importante chiarirlo. C'è un volu-
metto che porta questo articolo e cerca di definirlo.11 C'è
certamente la magnanimità nei progetti, l'idealismo e il
8 GIOVANNI Bosco, M emorie dell'Oratorio, a cura di A. Da Silva Ferreira,
LAS, Roma 1992, pag. 66.
' MB X, pag. 1038.
10 GIOVANNI Bosco, Vita di San Domenico Savio, Cap. XVIII.
11 Cf N. CERRATO, Don Bosco e le virtù della sua gente, LAS, Roma 1985.
32

4.5 Page 35

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senso pratico, la tenacia e allo stesso tempo la flessibilità,
la capacità di lavoro e il senso del reale.
Qualcuno l'ha definito: lucido nel progettare, forte nel
volere, lento nel deliberare, moderato nel procedere. Lo
riconosceva egli stesso: «Don Bosco non è un uomo a cui
piaccia rimanere a metà strada, quando ha messo mano
ad una impresa».
Questo stile lo si può vedere in tutte le sue imprese: l'o-
ratorio comincia con poca cosa, quello che era possibile,
ma subito senza indugio: all'inizio raccoglie solo alcuni
ragazzi ma non cessa di crescere. L'aumento suscita nuo-
vi progetti che raggiungono le dimensioni sognate. Così
accade con le missioni. Comincia con un'intuizione. Si
preparano alcuni uomini. Pazientemente e per anni si cer-
cano contatti utili. Si prepara al meglio quello che è possi-
bile prevedere, ma molte cose restano incerte. Comunque
si parte. Lo stesso capiterà con le altre istituzioni educati-
ve. L'organizzazione delle scuole professionali occuparo-
no tutta la vita di Don Bosco e il loro «modello» maturò
nel corso di vent'anni.
La santità rende universali i valori
Viene opportuno un commento: la santità rende uni-
versali alcuni valori vissuti da una comunità o contesto
particolare già lungamente lievitato dal cristianesimo.
Certamente qualche cosa del Piemonte e d'Italia attraver-
so Don Bosco passò al mondo, come alla comunità cristia-
na passò qualche cosa dell'ebraismo e della cultura greca
e latina.
Ma questa ricca umanità, sensibile, concreta, pratica,
capace di mescolarsi con i problemi del suo tempo era il
risultato finale di un generosa risposta alla grazia: «Uo-
mo di Dio, ricolmo dei doni dello Spirito». Era questa una
dimensione in parte nascosta per il temperamento. Infatti
sebbene Don Bosco fosse portato a comunicare i propri
sentimenti riguardo all'interlocutore, non lo era altrettan-
33

4.6 Page 36

▲back to top
to per manifestare la sua esperienza interiore. Gli scritti e
le lettere lasciano trasparire poco dei suoi sentimenti
profondi.
Don Bosco non ha lasciato una «Storia dell' anima», co-
me la piccola Teresa o Giovanni XXIII. Ha lasciato la storia
dell'oratorio. Non scrisse il «Diario spirituale», ma il qua-
derno di esperienze pedagogiche. Ciò ci fa pensare al no-
stro stile spirituale fatto di sobrietà nell'espressione delle
emozioni e sentimenti e di una introspezione moderata.
Ma la profondità spirituale in parte era nascosta anche
sotto il suo stile di azione. «Troppo ostinato e scaltro, trop-
po avido di denaro e facile a parlare o far parlare di sé»,
lo trovava un cardinale (Card. Ferrieri). Veniva messa in
discussione per l'apparente disordine e per i limiti reali
della sua opera educativa, che doveva aiutare a crescere i
ragazzi poveri e non presentava dunque i «pregi» dell'o-
pera educativa esemplare. «Se Don Bosco avesse realmen-
te spirito di pietà, dovrebbe impedire certi disordini nella
sua casa», disse un altro cardinale male impressionato
dalla spontaneità non totalmente regolata di Valdocco.
Eppure era chiarissimamente manifestata soprattutto
attraverso la fede in Dio e la carità verso il prossimo. «Ho
sfogliato molti processi: ma non ne ho trovato uno così ri-
boccante di soprannaturale» (Card. Vives).
«Per rintracciare una figura delle stesse proporzioni,
occorre rifare di secoli la storia della Chiesa e raggiungere
i santi fondatori dei grandi ordini religiosi» (Card. Schu-
ster).
Un altro aspetto della sua dimensione spirituale è la
ricchezza dei doni dello Spirito: la prudenza, la fortezza, la
saggezza. Riguardano tutti l'azione, la lettura dei segni, il
capire gli uomini e gli avvenimenti.
Ma soprattutto si sottolinea un tratto: «Viveva come se
vedesse l'invisibile». L'espressione è presa dalla lettera agli
Ebrei. Lo scrittore sacro descrive la fede dei patriarchi che
vissero nella precarietà sostenendo dure prove nella spe-
ranza salda che si avverassero le promesse di Dio. Arri-
34

4.7 Page 37

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vando a Mosè si ricordano le sue imprese e le difficoltà
che comportavano. E si afferma che tutto riuscì a compie-
re perché «camminava per questo mondo come se vedes-
se l'Invisibile». Letteralmente: «Per la fede lasciò l'Egitto
senza temere l'ira del Re. Rimase infatti saldo come se ve-
desse l'Invisibile».12 È un accostamento che si addice bene
a Don Bosco, uomo di grandi sogni per la salvezza dei
giovani dalla miseria materiale o morale e per la diffusio-
ne del Vangelo. Descrive bene la sua maniera di collocarsi
di fronte alle cose di questo mondo e agli avvenimenti
storici come se vedesse la presenza di Dio che opera in es-
si. È nella linea della lettura liturgica che sottolinea la sua
fede e la sua magnanimità.
4. Il progetto di vita
Un ultimo nucleo da meditare: il punto di fusione di
tutta la sua vitalità naturale e le ispirazioni della grazia:
un progetto di vita unitario, il servizio dei giovani. Il te-
sto gli dedica un commento lungo, con un crescendo di
espressioni che evidenziano lo sforzo di Don Bosco per
realizzarlo, le difficoltà superate per questa donazione to-
tale e il pieno impiego delle sue energie fisiche, intellet-
tuali, spirituali. Il progetto e non più il «sogno», assunto
con la sensibilità di un cuore generoso e portato avanti
con fermezza e costanza, finì per modellare la sua perso-
nalità, e divenne il luogo storico della sua maturazione
come santo originale.
Le Costituzioni salesiane diranno che la nostra consa-
crazione comprende simultaneamente la vita comunita-
ria, la sequela Christi e la missione giovanile. Ma è questa
che dà a tutta la vita il suo tono concreto.13 Quello che ci
distingue e ci plasma. È il luogo dove si esigono e dove si
12 Eb 11 ,27.
13 Cf Costituzioni SDB 3.
35

4.8 Page 38

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esercitano le virtù del salesiano, dove egli è obbligato ari-
produrre lo splendido accordo tra umanità e senso di Dio.
5. Conclusione
È difficile capire la spiritualità salesiana e progredire
in essa come persone e comunità, se non ci avviciniamo
costantemente alla sua fonte e origine. Un pericolo non
immaginario è di interpretarla secondo le nostre tenden-
ze spontanee.
Nella vita delle comunità, l'amore a Don Bosco finora
è stato espresso senza rossore ed è garanzia di unità ed
entusiasmo pastorale. Ciò appartiene al nostro spirito.
Don Stella ha scritto un volume sulla formazione dell'im-
magine di Don Bosco come persona affascinante per i gio-
vani e accettata nel mondo, che è sensibile alla promozio-
ne dei più modesti. Tra gli elementi caratteristici del no-
stro spirito c'è quindi l'amore filiale a Don Bosco, accom-
pagnato da sentimenti di adesione e di ammirazione.
Mentre la distanza e la freddezza ha prodotto effetti ne-
gativi.
Ora però ci si va imponendo un cambio di linguaggio
e di atteggiamenti: si passa dal racconto ingenuo e lauda-
tivo alla conoscenza approfondita, alla collocazione dei
fatti e detti nel loro contesto, allo sforzo di ripensare il lo-
ro significato nella nostra situazione e cultura. E ciò ri-
chiede altrettanto affetto e attenzione, e in più un discer-
nimento paziente e illuminato.
36

4.9 Page 39

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Il Signore ci consacra
col dono del suo Spirito
1. Alla base della nostra spiritualità: la consacrazione
Lo Spirito muove la storia umana verso il suo compi-
mento e la comunione con Dio. Lo fa dalla coscienza di
ciascuna persona, dice Giovanni Paolo II: «Lo Spirito en-
tra incessantemente nella storia attraverso il cuore del-
l' uomo».1Ma lo fa in forma singolare attraverso quelle
persone e comunità che prendono coscienza della sua
presenza, seguono i suoi suggerimenti, si lasciano portare
dalle sue ispirazioni.
Esempio di questo nella storia sacra è Abramo: a parti-
re da Lui la conoscenza di un Dio unico e la fede diventa-
rono patrimonio di un popolo.
Esempi sono anche i profeti: dai loro gesti e dalle loro
parole vennero speranza, luce e sostegno per tutti.
Nella storia contemporanea esempi di questa azione
dello Spirito, attraverso persone e comunità, sono le Chie-
se, i santi e i carismatici, i pensatori religiosi, i pastori: so-
no come una sorta di concentrazione o punti dai quali si
espande l'energia dello Spirito.
Tra queste persone ci siamo anche noi, cristiani, reli-
giosi e sacerdoti: siamo stati innestati in Cristo mediante il
battesimo e abbiamo scelto di seguirlo con la professione
dei consigli evangelici, la nostra vita si svolge sotto l' azio-
ne dello Spirito che Gesù ai suoi discepoli. È impor-
tante averne coscienza e che questa coscienza non dimi-
nuisca con gli anni.
' G IOVANNI PAOLO II, Lettera Enciclica «Dominum et Vivificantem » n . 59.
37

4.10 Page 40

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Uno dei tratti che impressiona di più nella vita di Don
Bosco è la sua convinzione di essere stato scelto da Dio
per una missione. È il tema del primo sogno, che costitui-
sce poi la trama delle sue «Memorie dell'Oratorio». Ma la
medesima consapevolezza la mostra quando riepiloga la
storia delle congregazioni.
In poche parole lo esprime Don Piero Stella: «La per-
suasione di essere sotto una pressione singolarissima del
divino domina la vita di Don Bosco, sta alla radice delle
sue risoluzioni più audaci ed è pronta ad esplodere in ge-
sti inconsueti. La fede di essere strumento del Signore per
una missione singolarissima fu in Lui profonda e salda.
(. ..) Ciò fondava in Lui l'atteggiamento religioso caratteri-
stico del Servo biblico, del profeta che non può sottrarsi ai
voleri divini».2
Per lui, dunque, lavorare per i giovani più poveri non
era soltanto seguire una tendenza spontanea o assecon-
dare una particolare sensibilità sociale, ma l'adempimen-
to di un compito che riteneva ricevuto da Dio.
Questa consapevolezza è alla base di qualsiasi svilup-
po della nostra spiritualità salesiana.
2. La nostra consacrazione
L'Esortazione Apostolica Vita Consecrata insiste molto
sul fatto che i religiosi sono dei consacrati. Due numeri
portano esplicitamente nel titolo questa indicazione: «In
Spiritu: consacrati dallo Spirito Santo».3 Quando si parla
del Padre si sottolinea «L'iniziativa di Dio»;4 parlando del
Figlio si evidenzia la necessità di seguirlo «Sulle orme di
Cristo».5 Si afferma però chiaramente che l'una e l'altra
' P. STELLA, Don Bosco nella storia della religiosità cattolica, Vol. Il, PAS-Ver-
lag, Zurigo 1969, pag. 32.
' VCn.19.
' VC n. 17.
' VCn. 18.
38

5 Pages 41-50

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5.1 Page 41

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sono rese possibili perché lo Spirito ci anima interiormen-
te. «Consacrati come Cristo per il Regno di Dio»6 è il tito-
lo dell'altro numero che parla esplicitamente della consa-
crazione.
Vi è anche il n. 32 dell'Esortazione Apostolica che si
sofferma su «Lo speciale valore della vita consacrata».
Non a tutti è piaciuta questa insistenza, soprattutto per
la paura che si tornasse a pensare ai religiosi come a per-
sone sacre nell'ambito socioculturale. La mentalità odier-
na, infatti, porta a pensarci cittadini come tutti, che hanno
fatto la scelta di Dio.
Nessuno deve preoccuparsi o essere in apprensione, né
il Parlamento né il ministro degli interni... Questa scelta si
colloca nell'ambito delle scelte personali,-anche se poi le
esprimiamo nella comunità. Però il pensiero che questo
potesse prospettare di nuovo la presenza di alcune perso-
ne socialmente sacre metteva alcuni in difesa.
Anche nella Chiesa sono sorti alcuni sospetti al pensie-
ro che i consacrati si pensassero, o che gli altri li pensasse-
ro, con una certa superiorità (la «oggettiva eccellenza»
della vita consacrata). La diffidenza, quindi, circa l'insi-
stenza sulla consacrazione veniva dal timore che i consa-
crati, socialmente, potessero essere considerati persone
speciali e sacre, e nella Chiesa, in contrasto con l'attuale
visione ecclesiale, persone superiori.
Il linguaggio, naturalmente, ha limiti intrinseci, ma
nessuna di queste due cose può essere ricavata dal signi-
ficato del termine consacrazione. Vi è però una verità che
bisogna capire.
L'insistenza dell'Esortazione Apostolica sulla consa-
crazione come specifico e distintivo dei religiosi, la ri-
scontriamo anche nelle nostre costituzioni. Non deve
sfuggire la somiglianza che si riscontra nei due testi. Le
costituzioni ci propongono questa realtà quando ci ripeto-
no che siamo stati consacrati col dono dello Spirito. «Il Pa-
' VC n. 22.
39

5.2 Page 42

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dre ci consacra col dono del suo Spirito e ci invia ad esse-
re apostoli dei giovani»/ dicono le Costituzioni dei sale-
siani. «Il Padre ci chiama a vivere con pienezza il nostro
battesimo e ci consacra col dono dello Spirito»,8 troviamo
nelle Costituzioni delle FMA.
Non deve neanche sfuggire la somiglianza dell'espres-
sione con quella che Luca usa riferendosi a Gesù: «Lo Spi-
rito del Signore è sopra di me; ...mi ha consacrato con
l'unzione e mi ha inviato... ».9 Questo indica una forte co-
scienza di un fatto di esistenza che è capitato in noi e che
noi non rinneghiamo affatto, anzi ci sentiamo particolar-
mente amati da Dio.
Leggendo attentamente tutto il testo delle Costituzio-
ni, ci accorgiamo che questo tema o motivo viene presen-
tato con molta frequenza, quasi ripetuto eccessivamente.
Ciò vuol dire che costituisce il fondamento di tutto il no-
stro progetto di vita. Per esprimerlo si adoperano anche
altre parole simili: vocazione, alleanza con Dio, donazio-
ne totale, amore di predilezione, scelta radicale. Tutte in-
dicano una sola cosa: una relazione particolarissima con
Dio che segna la nostra esperienza personale e il nostro la-
voro educativo.10
Ma oltre a questa insistenza colpisce l'uso del verbo in
passivo. Non si dice «ci consacriamo» ma «siamo consa-
crati»: siamo consacrati non da una persona, un rito o una
istituzione umana o divina, ma dallo Spirito: «Dio ci con-
sacra col dono dello Spirito».
La consacrazione non è uno sforzo nostro per raggiun-
gere un certo grado di virtù o Dio stesso, ed esser tutto di
Lui. Ma una visita, un dono, una sua venuta verso noi,
un'irruzione della sua grazia nella nostra vita. Ciò si vede
1 Costituzioni SDB C 3.
' Costituzioni FMA C 5.
' Le 4,18.
10 Un gruppo sta riflettendo attualmente sullo specifico apporto che d à il
religioso nell'opera di educazione.
40

5.3 Page 43

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bene nelle vocazioni profetiche. Esse sono repentine e im-
prevedibili. Non è il profeta che va in cerca di Dio, ma è
Dio che lo investe, lo occupa. Amos dice che andava die-
tro il gregge quando sentì la voce di Dio.11
Qualche anno fa la Congregazione della dottrina della
fede pubblicò un documento su «Alcuni aspetti della me-
ditazione cristiana» (15 ottobre 1989). Il motivo che indus-
se a ciò era il diffondersi di pratiche e modalità di medita-
zione orientale. Dalla sua lettura si capiscono bene le dif-
ferenze tra una spiritualità naturale-razionalistica e la spi-
ritualità cristiana. La prima appare come una conquista
propria: attraverso uno sforzo di ricerca intellettuale e do-
minio dei movimenti istintivi la persona raggiunge la illu-
minazione. La vita spirituale cristiana invece è concepita
come un dono dello Spirito. Si tratta di aprirsi all'ascolto,
di rispondere, di lasciarsi occupare, di accogliere. È gra-
zia. L'iniziativa e le possibilità non sono in noi.
Perciò nella spiritualità orientale la via principale è la
presa di coscienza di sé, l' ascesi che dà fiducia nella pro-
pria capacità e la soddisfazione per i successi raggiunti.
Nella spiritualità cristiana la via principale è la carità. Si
tratta di sentire una presenza che ci ha fatto oggetto della
sua predilezione e rispondere con amore. È tutta fondata
sul rapporto. E prevale non tanto il senso del proprio va-
lore, ma il ringraziamento. Il cristiano è un essere grato:
«Ti rendiamo grazie per la tua gloria immensa».
C'è ancora un particolare da cogliere nelle parole delle
Costituzioni: il significato totale che si dà alla parola. La
consacrazione non è «un» elemento della vita salesiana,
ma la comprende «tutta». Non include soltanto i voti; è
tutto l'essere e l'agire della persona, durante tutta la vita,
che viene come segnato dalla scelta di Dio.12
In questo dobbiamo cogliere la differenza tra una bra-
va infermiera, anche amabile e sollecita, e una suora in-
11 Cf Am 1,1.
12 Cf Costituzioni SDB 3.
41

5.4 Page 44

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fermiera. La questione non si basa sulla qualità del servi-
zio e nemmeno sui modi caritatevoli, perché ci sono in-
fermiere stupende anche in questo. La qualità della suora
sta in altro: in alcuni valori che sono dentro la realtà della
suora, che lei deve cercare di esprimere attraverso la ca-
rità.
In questa realtà e consapevolezza della consacrazione
si colloca, dopo un periodo di riflessione e discussione, il
fondamento e il carattere specifico della vita religiosa:
una vita che si sente attratta verso Dio e si concentra in
Lui, sia che lo cerchi nella preghiera, nel silenzio e nella
solitudine, sia che si proponga di servirlo nei fratelli me-
diante la carità.
La riflessione del Sinodo sottolinea come nessun ele-
mento, al di fuori di questo, può dare identità alla vita re-
ligiosa nel mondo attuale: non i lavori educativi o sociali,
non il volontariato nei paesi di povertà, non le lotte per le
grandi cause umane; soltanto il fatto che si riconosce il
primato di Dio nell'orientamento e organizzazione della
propria esistenza. Oggi più che mai la vita religiosa ri-
chiede trasparenza.
Da ciò si vede la debolezza di una vocazione la cui mo-
tivazione sia soltanto il lavoro giovanile o l'impresa mis-
sionaria. Queste motivazioni si esauriscono se non hanno
radici su altre più solide e definitive.
3. La consacrazione,
dono di Dio ed esperienza personale
È chiaro che quando oggi si parla della consacrazione
si pensa ad un'esperienza personale e interiore, piuttosto
che ad elementi esterni, sociali, organizzativi, rituali, che
metterebbero le persone in una condizione speciale nella
società o nella comunità cristiana.
Quando parliamo della nostra consacrazione pensia-
mo a tre fatti della nostra vita.
Il primo è pura grazia, dono, ispirazione, chiamata, ini-
42

5.5 Page 45

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ziativa, invasione di Dio. Egli si è fatto sentire nella no-
stra vita fino ad avvolgerla totalmente e diventarne il
«motivo» principale. Colui che più ascoltiamo e con più
attenzione e gusto. Questa attrazione o innamoramento
di Dio è un dato e una esperienza che possiamo rivivere a
ritroso.
Certamente ricordiamo quando e come ci siamo decisi
per lui, come gli sposi ricordano come avvenne il loro in-
contro e vicendevole attrazione. Per alcuni può essere sta-
ta un'illuminazione repentina e folgorante in un momen-
to di particolare intensità spirituale, per esempio, un riti-
ro. Per i più tutto è capitato con gradualità: un primo as-
saggio dovuto al contatto con ambienti o persone legate al
religioso, nei quali si è appreso un valore particolare. Poi,
un poco alla volta, si è scoperta la fonte da cui tali valori
procedono; si è partecipato all'esperienza di coloro che ci
hanno impressionato, attraverso l'amicizia, la collabora-
zione e le confidenze. Infine, ci si è sentiti «presi», secon-
do l'espressione di San Paolo: «Sono stato conquistato da
Gesù Cristo».13
È l'esperienza biblica di appartenere a Dio e non riu-
scire a staccarsi da Lui: «Tu mi hai sedotto, Signore... e io
mi sono lasciato sedurre... nel mio cuore c'era un fuoco ar-
dente, rinchiuso nelle mie ossa. Cercavo di contenerlo, ma
non potevo» .14
Si va radicando allora in noi il convincimento di essere
stati destinatari dell'attenzione e dell'amore di Dio, non
in generale, come uno in una massa, ma personalmente:
«Ti ho chiamato per nome»;15 «Con amore eterno io ti ho
a m a t o ».16
«Ci ha scelti prima della creazione del mondo perché
fossimo suoi figli adottivi».17 Di espressioni di questo te-
" Fil 3,12.
14 Ger 20,7-9.
1
'
Is
41 ,8.
1
'
Ger
31,3.
11 Ef 1,19.
43

5.6 Page 46

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nore è piena la Scrittura quando descrive l'atteggiamento
di Dio verso di noi. Dio si è introdotto nella vita, ha fatto
spazio nel cuore e noi abbiamo detto: questa cosa mi con-
vince, questa è la mia via.
Allo stesso tempo abbiamo l'evidenza che si tratta di
una grazia, di qualche cosa che non abbiamo né meritato
né cercato, ma che ci è venuto incontro, che è entrato nel-
la nostra vita. A volte risentiamo queste storie personali
quando negli incontri giovanili qualche giovane profes-
so/ a racconta ai compagni come e perché si è deciso ad
entrare nella vita religiosa.
Nel 1993 le clarisse hanno celebrato il loro nono cente-
nario. La TV ne ha intervistate alcune! La domanda che
più incuriosiva i giornalisti era quali ragioni o fatti aves-
sero potuto portare alla decisione di assumerne un tale
genere di vita. Le risposte erano molto varie quanto ad
aneddoti e circostanze. Ma sottostava a tutte uno stesso
schema: dopo un primo barlume del valore di Cristo, di
Dio Padre per la propria vita, la riflessione le aveva por-
tate a sceglierli come «l'amore» della loro esistenza, pre-
ferendoli a tutte le cose e ad altre possibili esperienze
umane.
Questa esperienza non diminuisce col crescere dell'età
o il radicarsi dell'abitudine, ma matura e deve riempire la
vita. Se cadesse, la vita religiosa perderebbe la sua moti-
vazione e si trascinerebbe nel funzionalismo, cioè nel solo
adempimento corretto dei propri doveri.
Quando cade questa tensione capita a noi quello che
capita alle coppie stanche che continuano anche a convi-
vere e in pace, però non sono più innamorati l'uno del-
1'altro e la vita non presenta più tanta attrazione.
La consacrazione non consiste principalmente in un
decreto, in un insieme di segni esterni, in uno stato socia-
le o in una separazione dal mondo; ma soprattutto nel fat-
to che Dio sia entrato nell'esistenza di una persona e vi
abbia preso il posto principale, che abiti in essa e la faccia
suo interlocutore e partner. Non è dunque esclusiva dei
44

5.7 Page 47

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religiosi e nemmeno dei cristiani. povunque Dio intervie-
ne, creando o salvando, consacra con la presenza del suo
amore e dà dignità inviolabile. La prima consacrazione è
l'esistenza umana: è il primo atto di amore che stabilisce
il carattere intangibile della persona e la sua superiorità
su tutto.
Mediante la fede e il battesimo, che sono autocomuni-
cazione di Dio attraverso il ministero della Chiesa, la no-
stra appartenenza a lui diventa cosciente e si trasforma in
principio di sviluppo personale. L'abbiamo spiegato noi
stessi tante volte ai giovani parlando della consacrazione
del battesimo che ci fa figli di Dio, membri del suo popo-
lo, templi dello Spirito.
La cosa singolare del religioso è che egli sente tutto ciò
come l'elemento principale, un punto irrinunciabile per
la propria realizzazione. L'iniziativa di Dio lo raggiunge
nel momento in cui fa il progetto della propria vita: me-
diante il dono dello Spirito l'attira a sé in forma radicale
ed esclusiva. Potrebbe anche non fare la professione reli-
giosa e la Chiesa potrebbe non inserire nella missione e
comunione visibile questo fatto di esistenza, ma il fatto
esisterebbe lo stesso. Naturalmente con minore forza e
significato. Il fatto di entrare in una congregazione è an-
che manifestazione pubblica di adesione a un progetto di
vita, è una preferenza e via adeguata. Tuttavia la consa-
crazione è in primo luogo il posto che ha preso Dio in
una esistenza, nella mente, nel cuore ecc. Questo per sot-
tolineare che siamo lontani da quella concezione per cui
noi saremmo socialmente persone sacre..., non ci pensia-
mo nemmeno!
4. Una scelta e un progetto di vita
Da questo primo fatto, il cui protagonista è Dio, ne
deriva un secondo: la nostra scelta di vita. Matura in noi
la convinzione, la consapevolezza o il sentimento che
siamo suoi, che «in Lui viviamo ci muoviamo ed esistia-
45

5.8 Page 48

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mo»,18 che Lui è il primo e il solo importante, non in
astratto e in generale, per il mondo o per il genere uma-
no, ma per noi. Ci raccogliamo in Lui. Lo cerchiamo
«dall'aurora»,19 cioè continuamente.
Da ciò proviene un rapporto che ci va riempiendo di
senso e di pace, anche psicologicamente, e ci caratterizza
di fronte al mondo. Il consacrato è colui che ha messo Dio
e il valore religioso (la fede) al centro della sua esistenza.
«Il Signore è la parte della mia eredità».20 La persona allo-
ra si dà, si dona totalmente, si consacra secondo il senso
analogico che si dà a questa parola. Il suo sforzo è di giun-
gere ad esser creatura di un solo desiderio, vivere l'amore
di Dio o il mistero di Dio non come una breve pausa setti-
manale o giornaliera, per esempio, nella messa o nella
preghiera ma come uno stato e un rapporto permanenti,
su cui si radicano tutte le scelte.
Molte persone non capiscono le ragioni o il senso di
questa scelta. Ma colgono la sua coerenza interna. Ammi-
rano chi è capace di esprimerla con la vita e le opere e in-
vece criticano coloro che, dopo averla fatta, mettono al
centro della propria esistenza valori che sono incompati-
bili o estranei ad essa.
Assumiamo un progetto concreto, una forma di esi-
stenza visibile che porta il segno di Dio, ci incorporiamo
in una comunità che si riconosce già nella medesima scel-
ta e ha predisposto un cammino per svilupparla. Anche
questo tipo di vita è «consacrato» non in forza di una se-
parazione materiale dal mondo, dei segni o delle pratiche
esterne (questa sarebbe una visione estranea alla fede cri-
stiana), ma perché viene impostato e organizzato alla luce
del rapporto trasformante con Dio e col suo Regno.
Di essa si sottolinea spesso l'imitazione di Cristo,
espressa nei voti. Bisogna aggiungere altre due esigenze.
1
'
At
17,28.
1
Sal
62,2.
Sal 16,15.
46

5.9 Page 49

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In primo luogo l'intimità con Cristo. L'assunzione delle
.sue preferenze operative e dei suoi atteggiamenti sarebbe
insufficiente. Ci vuole il rapporto. Gesù è una persona vi-
va con la quale incontrarsi e nella quale vivere. Fra il con-
sacrato e Lui si stabilisce una relazione profonda. Ce lo
insegna la vita dei discepoli. Gesù infatti ebbe ascoltatori,
ammiratori, seguaci, discepoli e alcuni che furono parti-
colarmente intimi e amici: «Voi siete miei amici».21
Oggi che tutti gli elementi istituzionali appaiono debo-
li e tutte le solidarietà formalizzate sembrano «transito-
rie», questa espressione evangelica di fedeltà e amore può
sug_gerirci molte cose.
E opportuno un commento: conviene dar luogo alle
manifestazioni affettive di amicizia con Cristo oltre a
quelle effettive. Bisogna evitare due estremi: convertire
l'amore in un sentimento superficiale, un semplice movi-
mento di sensibilità quasi da adolescente; e, all'altro estre-
mo, rendere arido il nostro cuore con un certo intellettua-
lismo. Se tante volte la volontà si trova frenata nell'amore
di Dio è perché la nostra sensibilità umana è atrofizzata.
Finché la fede o il pensiero di Dio non raggiungono i sen-
timenti, rimane marginale e inoperosa. Ci furono santi
che manifestarono con tenerezza il loro amore per Dio.
Possiamo ricordare San Francesco di Assisi, ma non me-
no, sebbene con altro stile, San Francesco di Sales, alla cui
spiritualità ci ispiriamo.
Oltre l'imitazione e l'intimità c'è la partecipazione atti-
va alla sua causa, cioè spendersi per quello per cui Egli ha
lavorato e sofferto.
Questi tre fatti li esprimiamo con la professione. Le for-
mule più antiche sono stringate ed essenziali. Le moder-
ne invece sono piuttosto lunghe e analitiche. Tutte però si
caratterizzano perché sottolineano che l'oggetto della
consacrazione non sono le cose, né le attività, né gli obbli-
ghi morali, ma la persona; che la ragione è l'amore di Dio
21 Cf Gv 15,14.
47

5.10 Page 50

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percepito e il desiderio di corrispondervi. Le esigenze del-
la consacrazione sono dunque totali, esclusive, perpetue:
tutto, solo, per sempre. In un certo periodo prevalse la
formula «fino alla morte». Non era una determinazione di
tempo ma di intensità: fino all'olocausto, alla consuma-
zione.
La professione ha un'importanza singolare nell'orga-
nizzazione e sviluppo della nostra vita spirituale. Perciò
la liturgia la valorizza oggi con una celebrazione arricchi-
ta. La presenza numerosa della comunità le dà rilievo so-
ciale. Il periodo di preparazione immediata ribadisce il
suo carattere unico. Infatti è, allo stesso tempo, riconosci-
mento pubblico da parte della comunità ecclesiale di que-
sta irruzione di Dio nella vita di una persona, risposta di
amore di questa all'invito di Dio, assunzione di un pro-
getto concreto di vita. Sull'impegno che si assume si co-
struirà l'esistenza.
Non è un atto passeggero, una sottoscrizione a un do-
cumento, ma l'inizio di una relazione che si prolungherà,
come quella del matrimonio. Da essa dovranno sgorgare
atteggiamenti, gesti e parole. Risulta dunque non solo un
proposito di santificazione ma anche una fonte di grazia,
come per gli sposi la promessa iniziale di vicendevole ap-
partenenza.
5. Alcune conseguenze importanti
Da quanto abbiamo detto possiamo ricavare alcune ri-
flessioni per la nostra vita.
I consacrati:
sono le donne e gli uomini del senso religioso e questo
nella considerazione di tutti, credenti e non credenti. L'e-
sistenza personale e collettiva si basa su una costellazione
di valori che tutti assumiamo: il rispetto dell'altro, il lavo-
ro, la salute, l'onestà, la responsabilità sociale. Dicendo
costellazione indichiamo che tra di loro e'è un'organizza-
48

6 Pages 51-60

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6.1 Page 51

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zione e una gerarchia che consente di vederli come un si-
stema. Ciascuno di noi mette al centro alcuni di sua prefe-
renza, e in coerenza con essi organizza il tutto,
I consacrati si concentrano sul valore religioso e da es-
so si proiettano verso gli altri valori, ritornando sempre al
primo come a giustificazione e matrice di tutto quello che
fanno. In forza di esso assumono l'educazione, curano i
malati, si danno alla ricerca. Ogni ramo dell'agire umano
è aperto ai consacrati, purché l'ispirazione e la motivazio-
ne siano proprie di chi ha fatto di Dio la sua scelta princi-
pale. C'è grande differenza tra un'educatrice onesta e pro-
fessionalmente capace e una religiosa educatrice.
Appare una anormalità quando un'altra dimensione
prende il sopravvento e il senso religioso rimane emargi-
nato. Particolarmente nelle congregazioni dedicate alla
educazione o ad altri servizi ci può essere uno squilibrio
tra ruolo professionale e testimonianza religiosa. Tillard
dice che il senso religioso è per il consacrato quello che
l'igiene è per il medico. Una mancanza di pulizia è tolle-
rabile in qualsiasi persona, ma costituisce una mancanza
seria in un medico chirurgo.
Appaiono come i professionisti dell'esperienza di Dio.
Non solo essi scelgono la via della spiritualità come pro-
pria via; ma si propongono anche come interlocutori per
tutti quelli che nel mondo sono alla ricerca di Dio. A colo-
ro che già sono cristiani offrono, quindi, la possibilità di
fare, in loro compagnia, un'esperienza religiosa, e a coloro
che non sono cristiani gli si mettono accanto, nel cammi-
no di ricerca. L'esperienza religiosa è all'origine della loro
vocazione. Il progetto di vita che assumono tende a colti-
varla e la privilegia in termini di tempo e di attività. Tutti
i cristiani d'altra parte debbono e vogliono fare una certa
esperienza di Dio; ma vi si possono dedicare soltanto ad
intervalli e in condizioni di vita meno favorevoli, per cui
rischiano di trascurarla.
I consacrati sono allo stesso tempo una memoria di Dio
49

6.2 Page 52

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per cristiani e non cristiani e un supporto per coloro che
vogliono cercare, percepire e gustare la sua presenza.
Nella vita c'è una legge che viene applicata in tutti gli
ambiti: nessun valore permane nella società senza un
gruppo di persone che si dedichino completamente a svi-
lupparlo e sostenerlo. Senza la classe medica e l'organiz-
zazione degli ospedali la salute sarebbe impossibile. Sen-
za gli artisti e le istituzioni corrispondenti il senso artisti-
co della popolazione decadrebbe. Lo stesso avviene col
senso di Dio: i religiosi, contemplativi o no, sono quel cor-
po di mistici capace di aiutare, almeno chi è prossimo, a
leggere la propria esistenza alla luce dell'assoluto e a far-
ne esperienza.
Ciò appartiene ai propositi essenziali della vita religio-
sa. Perciò i Fondatori misero il senso di Dio al di sopra di
tutte le attività e aspetti. Credenti e non credenti avverto-
no la mediocrità religiosa dei consacrati come una diffor-
mità. I religiosi medesimi sentono un vuoto incolmabile
quando questa dimensione sparisce. Allora le crisi comin-
ciano a covare e poi a svilupparsi.
L'Esortazione Apostolica Vita Consecrata ha visto la vi-
ta religiosa come spazio privilegiato per il dialogo tra le
grandi religioni,22 perché alla sua origine c'è una opzione
che, in termini generali, è condivisa da tutte le persone
profondamente religiose.
Le Costituzioni salesiane ricordano questo all'art. 62:
«In un mondo tentato dall'ateismo e dall'idolatria del pia-
cere, del possesso e del potere, il nostro modo di vivere
testimonia specialmente ai giovani che Dio esiste e che il
suo amore può colmare una vita».
Manifestazione di questo nostro profilo professionale
è la nostra personale esperienza di Dio percepita, resa co-
sciente, approfondita, cercata e maturata da adulto. E la
competenza nell'iniziare altri, specialmente i giovani, nel-
1'esperienza di Dio. Essi desiderano, almeno come curio-
22 CfVCnn.101-102.
50

6.3 Page 53

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sità o sensazione passeggera, avere qualche momento spi-
rituale. Lo dimostrano le case di ritiro. Ma in molte di es-
se i salesiani sono più occupati nell'amministrare che nel
guidare i giovani a scoprire Dio, a sentirlo nella propria
vita.
Assumono la santità come proposito principale della vita.
Non la si intende solo come correttezza morale o come
sforzo ascetico, ma come stile di esistenza e di rapporto
nei quali traspare, in qualche forma, il mistero di Dio, li-
berante, vicino.
I santi sono stati chiamati trasparenza di Cristo oggi.
San Vincenzo de' Paoli diceva: «Come sarà stato buono
Gesù se il Vescovo Francesco di Sales è così amabile».
Le Costituzioni dicono che la santità è il dono più pre-
zioso che possiamo fare ai giovani. Ad essi infatti risulta
difficile costruire la loro umanità. Dall'esterno gli giungo-
no messaggi e suggerimenti diversificati, e con difficoltà
riescono a discernere e scegliere.
Non è facile, per i giovani, percepire la trascendenza
nel contesto secolare, e il clima di libertarismo rende diffi-
cile maturare criteri morali; come non è facile per loro cre-
dere che Cristo vive oggi e non è solo una storia edifican-
te del passato.
Possiamo aggiungere che la santità è anche il contribu-
to dei religiosi alla cultura e alla promozione umana. In-
fatti la santità ha anche un valore temporale non soltanto
per le opere di carità a beneficio dei poveri, ma per il sen-
so e la dignità che immette nella convivenza umana.
Ha scritto Congar: «La più grande novità del Concilio
è questa: se la Chiesa è nel mondo e nel mondo si trovano
i problemi, la santità è un fenomeno che interessa la cul-
tura. Può sembrare un concetto discutibile, ma un punto
centrale delle intuizioni del Concilio è che la santità ha a
che vedere con la storia. Con l'Incarnazione la storia del-
l'uomo è il luogo dove si esprime l'amore di Dio; la san-
tità non nasce dunque dalla fuga o rigetto del mondo,
51

6.4 Page 54

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perché è nella misura in cui mi tuffo nel mondo per sal-
varlo che trovo il gran dono di Dio».23
Abbiamo riflettuto un po' sulla nostra consacrazione e
professione religiosa; sono emerse chiaramente le conse-
guenze per la nostra vita. Da tutto ciò viene l'urgenza, per
coloro che esercitano l'autorità, di animare la consacra-
zione religiosa perché possa essere vissuta nella pienezza
dei suoi significati e della sua portata.
23 Radio Va ticana, 20-2-84; «Avvenire», 22-2-84.
52

6.5 Page 55

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La carità pastorale
In precedenza abbiamo visto che «tipo» di persona spi-
rituale è Don Bosco: profondamente uomo e totalmente
aperto a Dio; come l'armonia tra queste due dimensioni
si è costruita in un progetto di vita assunto con decisione:
il servizio ai giovani. Lo rileva questo commento: «Non
diede passo, non pronunciò parola, non mise mano ad
impresa alcuna che non avesse di mira la salvezza della
g i o v e n t ù ». 1
Se si esamina però il suo progetto per i giovani si vede
che ha un «cuore», un elemento che gli dà senso, origina-
lità: «Realmente non ebbe a cuore altro che le anime».2
C'è quindi una spiegazione ulteriore e più puntuale
dell'unità della sua vita: voleva, con la sua dedizione ai
giovani, comunicare loro l'esperienza di Dio. La sua era
non solo generosità, ma carità pastorale. Questa viene
detta «centro e sintesi» dello spirito salesiano.3
«Centro e sintesi» è un'affermazione impegnativa. È
più facile enumerare vari tratti, anche fondamentali della
nostra spiritualità, senza impegnarsi a stabilire tra di essi
un rapporto o una gerarchia, che selezionarne uno come
principale. In questo caso bisogna entrare nell'anima di
Don Bosco o del salesiano e scoprire quello che spiega il
suo stile.
Per capire che cosa include la carità pastorale facciamo
tre passi: riflettiamo prima sulla carità, poi sulla specifica-
zione pastorale, e infine sulla carità pastorale salesiana.
1 Costituzioni SDB 21 .
2 Costituzioni SDB 21 .
' Costituzioni SDB 10; Costituzioni FMA 80.
53

6.6 Page 56

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1. La carità
Un'espressione di San Francesco di Sales dice: «La per-
sona è la perfezione dell'universo; l'amore è la perfezione
della persona; la carità è la perfezione dell'amore».4
È una visione universale che colloca in scala ascenden-
te quattro modi di esistere: l'essere, l'essere persona, l' a-
more come forma superiore a qualsiasi altra forma co-
scienza e rapporto umano, la carità come espressione
massima dell'amore.
L'amore rappresenta il punto ottimale della maturazio-
ne di qualsiasi persona, cristiana o no. Lo sforzo educati-
vo si propone di portare la persona ad essere capace di
donarsi, ad un amore di benevolenza.
Gli psicologi, e non solo Gesù Cristo, dicono che la per-
sonalità completa e felice è capace di generosità e disinte-
resse, e previene l'amore che sia soltanto di concupiscen-
za, cioè per la propria soddisfazione di essere amato. Di-
verse forme di nevrosi o di perturbazione della persona-
lità derivano dall'essere centrati su di sé. E le relative te-
rapie tendono tutte ad aprire e decentrare verso gli altri.
La carità è poi la proposta principale in ogni spiritua-
lità: è non solo il primo e principale comandamento; e
dunque il programma principale per il cammino spiritua-
le, ma anche la fonte di energia per progredire. C'è su di
essa un'abbondante riflessione soprattutto in San Paola5 e
San Giovanni.6
Prendiamo solo alcuni nuclei.
L'accendersi della carità in noi è un mistero e una gra-
zia; non proviene da iniziativa umana ma è partecipazio-
ne alla vita divina ed effetto della presenza dello Spirito.
Non potremmo amare Dio se Lui non ci avesse amato per
primo, facendocelo sentire e dandoci il gusto e l'intelli-
4 Cf SAN FRANCESCO DI SALES, Trattato dell'amore di Dio, Voi. Il, libro X, c. 1.
5 Cf 2 Cor 12,13-14.
' 1 Gv4.
54

6.7 Page 57

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genza per corrispondervi. Non potremmo nemmeno
amare il prossimo e vedere in esso l'immagine di Dio, se
non avessimo l'esperienza personale dell'amore di Dio.
«L'amore che Dio ha per noi si è diffuso nei nostri cuo-
ri mediante lo Spirito Santo che ci è stato dato».7 D'altra
parte anche l'amore umano non ha spiegazione razionale,
e per questo si dice che è cieco. Nessuno riesce a determi-
nare con esattezza perché una persona si innamori di
un'altra.
Per questa sua natura, di essere partecipazione alla vi-
ta divina e comunione misteriosa con Dio, la carità crea in
noi la capacità di scoprire e percepire Dio: la religione
senza la carità allontana da Dio. L'amore autentico, anche
solo umano, porta coloro che sono lontani verso la fede e
l'ambiente religioso. La parabola del buon samaritano
mette a fuoco il rapporto religione-carità a vantaggio di
quest'ultima.
Lo riassumerà San Giovanni: «Carissimi, amiamoci gli
uni gli altri perché l'amore è da Dio: chiunque ama è ge-
nerato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha cono-
sciuto Dio perché Dio è amore».8 Il significato del verbo
«conoscere» è «fare esperienza», piuttosto che avere no-
zioni esatte: chi ama fa una certa esperienza di Dio.
Poiché la carità è la facoltà che ci permette di conosce-
re Dio per esperienza, è anche quella che ci abilita a go-
derlo: «Ora vediamo come in uno specchio, in maniera
confusa; ma allora vedremo faccia a faccia. Ora conosco
in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamen-
te... ».9
Perciò non è solo una virtù particolare, ma la forma e
la sostanza di tutte le virtù e di tutto quello che costruisce
la persona: «Se anche parlassi le lingue degli uomini e de-
gli angeli... e se avessi il dono della profezia... e se distri-
' RmS,5.
8 1 Gv 4,7-8.
' 1 Cor 13,12.
55

6.8 Page 58

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buissi tutte le mie sostanze ai poveri... e se possedessi la
pienezza della fede sì da trasportare le montagne... ma
non avessi carità niente mi giova».10
Per questo la carità e ciò che da essa procede sono
realtà che perdurano, resistono al tempo: «La carità non
avrà mai fine. Le profezie scompariranno, il dono delle
lingue cesserà, la scienza svanirà. Quando verrà ciò che è
perfetto, quello che è imperfetto scomparirà».11 Ciò si ap-
plica non solo alla vita, ma alla nostra storia. Quello che
si edifica sull'amore rimane e costruisce la nostra persona,
la nostra comunità, la nostra società. Mentre quello che si
fonda sull'odio e sull'egoismo si consuma.
Perciò la carità è il più grande e la radice di tutti i cari-
smi, attraverso cui si costruisce e opera la Chiesa. Proprio
dopo aver spiegato la finalità e l'impiego dei diversi cari-
smi, San Paolo introduce il discorso della carità con que-
ste parole: «Aspirate ai carismi più grandi e io vi mostrerò
la via migliore».12
È il carisma principale anche quando si esprime con
gesti quotidiani e non presenta niente di straordinario o
vistoso: quanto «è paziente, è benigna la carità; non è in-
vidiosa, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispet-
to, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto
del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia, ma si com-
piace nella verità. Tutto crede, tutto spera, tutto soppor-
ta ».13
Anche per Don Bosco e Madre Mazzarello, come per
tutti i santi, la carità è centrale. È l'insistenza principale
della loro vita. Conviene saperlo e dirlo. Ogni tanto infat-
ti qualche salesiano ne fa esperienza, scopre l'importanza
della carità in un movimento ecclesiale, dopo molti anni
di vita in congregazione. Sembra che in essa non ne aves-
10 1 Cor 13,1-3.
11 1 Cor 13,8-10.
12 l Cor 12,31.
13 1 Cor 13,4-6.
56

6.9 Page 59

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se sentito parlare con efficacia e non l'avesse potuto vive-
re con intensità.
Nel sogno dei diamanti- che è una parabola dello spi-
rito salesiano - la carità viene collocata davanti e proprio
sul cuore del personaggio: «Tre di quei diamanti erano sul
petto... su quello che si trovava sul cuore era scritto: CA-
RITÀ».14 Si sa che in questo sogno o parabola ciò che è col-
locato davanti è la parte fondamentale del nostro spirito.
Inoltre, la carità viene raccomandata dai nostri fonda-
tori in forme molteplici: come base della vita di comunità,
come principio pedagogico, come fonte della pietà, con-
dizione dell'equilibrio e della felicità personale, pratica di
virtù specifiche, quali l'amicizia, la buona educazione, la
rinuncia a propri interessi.
Anche nelle nostre Costituzioni imparare ad amare, è
la finalità della vita religiosa medesima: «Un cammino
che conduce all'amore».15L'insieme di pratiche e discipli-
ne, di norme e insegnamenti spirituali vorrebbe ottenere
una sola cosa: renderci capaci di accogliere gli altri e met-
terci a loro servizio con generosità.
2. La carità pastorale
La carità ha molte manifestazioni: l'amore materno,
l'amore coniugale, la beneficenza, la compassione. Nella
storia della santità le espressioni coprono tutti gli ambiti
della vita umana.
I Salesiani (SDB) e le Figlie di Maria Ausiliatrice (FMA)
parlano di una carità «pastorale».
Questa espressione appare molte volte nelle loro Co-
stituzioni, documenti e discorsi. Che cosa significhi carità
pastorale lo dice bene il Concilio quando, riferendosi a co-
loro che si prendono cura di educare alla fede, dice: «Vie-
ne data loro la grazia sacramentale, affinché arando, san-
1
'
MB
XV,
pag.
183
(tutto
il
famoso
«Sogno»).
15 Costituzioni SDB 196.
57

6.10 Page 60

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tificando e predicando... esercitino un perfetto ministero
di carità pastorale: non temano dunque di donare la vita
per le loro pecore e, facendosi modello del gregge, muo-
vano la chiesa anche con l'esempio verso una più grande
s a n t i t à » . 16
La parola sta ad indicare una forma di carità. Fa risali-
re mentalmente alla figura di Gesù Buon Pastore.17 Non
soltanto però alle modalità del suo operare: bontà, ricerca
di chi si è perso, dialogo, perdono. Ma anche e soprattut-
to quanto alla sostanza del suo ministero: rivelare Dio a
ciascun uomo e a ciascuna donna.
È più che evidente la differenza con altre forme di ca-
rità che rivolgono attenzione preferenziale a particolari
bisogni delle persone: salute, cibo, lavoro.
L'elemento tipico della carità pastorale è l'annuncio
del Vangelo, l'educazione alla fede, la formazione della
comunità cristiana, la lievitazione evangelica dell'am-
biente. Chiede dunque disponibilità piena e donazione
per la salvezza dell'uomo, come viene prospettata da Ge-
sù: di tutti gli uomini, di ogni uomo, anche di uno solo.
Don Bosco, e dietro di Lui i salesiani, esprimono questa
carità con una frase: Da mihi animas, coetera talle.
I grandi istituti e le grandi correnti di spiritualità han-
no condensato il cuore del proprio carisma in una breve
frase. «Per la maggiore gloria di Dio», dicono i gesuiti;
«Pace e bene» è il saluto dei francescani; «Prega e lavora»
è il programma dei benedettini; «Contemplare e conse-
gnare agli altri le cose contemplate» è la norma dei dome-
nicani.
I testimoni della prima ora e la riflessione successiva
della Congregazione hanno portato alla convinzione che
l'espressione che riassume la spiritualità salesiana è pro-
prio il «Da mihi animas».
1' LG41.
1' CfGv 10.
58

7 Pages 61-70

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7.1 Page 61

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Certo l'espressione ricorre con frequenza sulle labbra
di Don Bosco e ha influito sulla sua fisionomia spirituale.
È la massima che impressionò Domenico Savio nell'uffi-
cio di Don Bosco ancora giovane sacerdote (34 anni) e lo
mosse a un commento rimasto famoso: «Ho capito che
qui non si fa negozio di danaro, ma di anime. Ho capito:
spero che l'anima mia farà anche parte di questo cornrner-
cio».18 Per questo ragazzo fu chiaro dunque che Don Bo-
sco non gli offriva solo istruzione e casa, ma soprattutto
un' opportunità di crescita spirituale.
L'espressione è stata raccolta nella Liturgia: «Suscita
anche in noi la stessa carità apostolica che ci spinge a cer-
care le anime per servire te, unico e sommo bene».
Era giusto che così fosse, dato che Don Bosco l' aveva
avuto come intenzione permanente nella fondazione del-
le associazioni: «Il fine di questa società, se lo si considera
nei suoi membri, non è altro che un invito a unirsi spinti
dal detto di Sant'Agostino: divinorurn divinissirnurn est
in lucrurn anirnarurn opei:are».19
Nella storia leggiamo: «La sera del 26 gennaio 1854, ci
siamo radunati nella carnera di Don Bosco e ci venne pro-
posto di fare con l'aiuto del Signore e di San Francesco di
Sales una prova di esercizio pratico di carità... d ' allora è
stato dato il nome di salesiani a coloro che si proposero o
si proporranno questo esercizio».20
Dopo Don Bosco, i singoli Rettori Maggiori, da testimo-
ni autorevoli, hanno riaffermato la stessa convinzione. È
interessante il fatto che tutti si siano premurati di ribadirlo
con una convergenza che non lascia spazio al dubbio.
«Don Rua ha potuto affermare ai processi: Lasciò che
altri accumulasse beni... e corresse dietro gli onori; Don
Bosco realmente non ebbe a cuore altro che le anime: dis-
1
G.
Bosco,
Vita
di
San
Domenico
Savio,
SEI,
Torino
1963,
capo
VIII,
pag.
34.
1
MB
VII,
pag.
622.
20 MB V, pag . 9.
59

7.2 Page 62

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se col fatto, non solo con la parola: Da mihi animas, coete-
ra tolle».
Anche Don Albera, che ebbe una lunga consuetudine
con Don Bosco, attesta: «Il concetto animatore di tutta la
sua vita era di lavorare per le anime fino alla totale im-
molazione di se stesso... Salvare le anime... fu, si può dire,
l'unica ragione del suo esistere».21 Più incisivamente, an-
che perché mette a fuoco le motivazioni profonde dell' a-
gire di Don Bosco, Don Filippo Rinaldi vede nel motto:
«Da mihi animas», il segreto del suo amore, la forza, l' ar-
dore della sua carità.
Riguardo alla consapevolezza attuale, dopo il ripensa-
mento della vita salesiana alla luce del Concilio, così si
esprime il Rettor Maggiore Don Egidio Viganò: «La mia
convinzione è che non c'è nessuna espressione sintetica
che qualifichi meglio lo spirito salesiano di questa scelta
dello stesso Don Bosco: Da mihi animas, coetera tolle.
Essa sta ad indicare una ardente unione con Dio che ci
fa penetrare il mistero della sua vita trinitaria manifestata
storicamente nelle missioni del Figlio e dello Spirito qua-
le Amore infinito ad hominum salutem intentus».22
Da dove viene e che significato preciso può avere oggi
questa espressione o motto? Dico oggi, quando la parola
anima non esprime e non evoca quello che richiamava in
epoche precedenti.
L'espressione si trova nella Genesi, al capitolo 14.
Quattro re alleati fanno guerra ad altri cinque, tra i quali
c'è quello di Sodoma. Durante il saccheggio della città ca-
de prigioniero anche Lot, nipote di Abramo, con la sua fa-
miglia. Abramo viene avvisato. Parte con la sua tribù, do-
po aver armato gli uomini. Sconfigge i predatori, ricupera
il bottino e riscatta le persone. Allora il re di Sodoma, gra-
21 P. BROCARDO, Don Bosco profondamente uomo - profondamente santo, LAS,
Roma 1985, pag. 84.
22 P. BROCARDO, Don Bosco profondamente uomo - profondamente santo, LAS,
Roma 1985, pag. 85.
60

7.3 Page 63

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to, gli dice: «Dammi le persone, il resto è per te». La pre-
senza di Melchisedek, sacerdote di cui non si conosce l'o-
rigine, dà un particolare senso religioso e messianico al
brano, soprattutto per la benedizione che pronuncia su
Abramo. Dunque una situazione tutt'altro che «spiritua-
le». Nella richiesta del re c'è però la netta distinzione tra
persone e «roba», le cose.
Don Bosco dà all'espressione una interpretazione per-
sonale entro la visione religioso-culturale del secolo scor-
so. «Anima» indica l'elemento spirituale dell'uomo, cen-
tro della sua libertà e ragione della sua dignità, spazio
della sua apertura a Dio.
L'intreccio dei due significati, quello biblico e quello
dato da Don Bosco, avvicinato alla nostra cultura indica
scelte molto concrete.
In primo luogo, la carità pastorale prende in conside-
razione la persona e si rivolge ad essa: a tutta la persona;
prima e soprattutto le interessa la persona, sviluppare le
sue risorse. Dare «cose» viene dopo; il fare un servizio è in
funzione della crescita della coscienza e del senso della
propria dignità.
Inoltre la carità che guarda soprattutto alla persona è
guidata da una «visione» di essa. La persona non vive di
solo pane; ha bisogni immediati, ma anche aspirazioni in-
finite. Desidera beni materiali, ma anche valori spirituali.
Secondo l'espressione di Agostino «è fatta per Dio, asse-
tata di lui».
Perciò la salvezza che la carità pastorale cerca e offre è
quella piena e definitiva. Tutto il resto viene ordinato ad
essa: la beneficenza all'educazione; questa all'iniziazione
religiosa; l'iniziazione religiosa alla vita di grazia e alla
comunione con Dio.
In altre parole si può dire che nella nostra educazione
o promozione diamo il primato alla dimensione religiosa.
Non per proselitismo, ma perché siamo convinti che essa
costituisce la sorgente più profonda della crescita della
61

7.4 Page 64

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persona. In un tempo di secolarismo, quest'orientamento
non è di facile realizzazione.
La massima contiene anche un'indicazione di metodo:
nella formazione o rigenerazione della persona bisogna
far forza e ravvivare le sue energie spirituali, la sua co-
scienza morale, la sua apertura a Dio, il pensiero del suo
destino eterno. La pedagogia di Don Bosco è una pedago-
gia dell'anima, del soprannaturale. Quando si arriva a
toccare questo punto comincia il vero lavoro di educazio-
ne. L'altro è propedeutico o preparatorio.
Don Bosco lo afferma con chiarezza nella biografia di
Michele Magone. Questi passa dalla strada all'oratorio.
Si sente contento ed è, umanamente parlando, un bravo
ragazzo: è spontaneo e sincero, gioca, studia, fa amicizie.
Gli manca una cosa: capire la vita di grazia, il rapporto
con Dio, e intraprenderla. È religiosamente ignorante o
svagato. Ha una crisi di pianto quando si paragona con i
compagni e nota che gli manca questo. Allora Don Bo-
sco parla con lui. Da quel momento comincia il cammi-
no educativo descritto nella biografia: dalla consapevo-
lezza e assunzione della propria dimensione religioso-
cristiana.
C'è dunque una scelta~ una ascesi per chi è mosso dal-
la carità pastorale: «Coetera tolle», «Lascia tutto il resto».
Si deve rinunciare a molte cose per salvare la cosa princi-
pale; si possono affidare ad altri e anche tralasciare molte
altre attività pur di avere tempo e disponibilità per aprire
i giovani a Dio. E ciò non solo nella vita personale ma an-
che nei programmi e nelle opere apostoliche.
«Chi percorre la vita di Don Bosco, seguendo i suoi
schemi mentali ed esplorando le tracce del suo pensiero
trova una matrice: la salvezza nella chiesa cattolica, unica
depositaria dei mezzi salvifici. Egli sente come la sfida
della gioventù abbandonata, povera, vagabonda svegli in
Lui l'urgenza educativa di promuovere l'inserimento di
questi giovani nel mondo e nella Chiesa mediante metodi
62

7.5 Page 65

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di dolcezza e carità; ma con una tensione che ha la sua ori-
gine nel desiderio della salvezza eterna del giovane».23
3. Linee di riflessione
A modo di sintesi riprendiamo quello che è stata la fal-
sariga della nostra riflessione.
• La nostra è una spiritualità apostolica: si esprime e
cresce nel lavoro pastorale.
• Affinché l'apostolato costituisca «spiritualità» e non
sia consumo di energie, con possibile logoramento, deve
avere un'anima: è la carità. Essa dà facilità, fiducia, gioia
nel lavoro pastorale.
• La carità realizza l'unità nella vita del salesiano.
Compone le tensioni che sorgono tra azione e preghiera,
tra vita comunitaria e missione, tra educazione e pastora-
le, tra professionalità e apostolato.
• Tutto lo sforzo della nostra vita spirituale consiste
nel ravvivarla, purificarla, intensificarla: «Ama et fac
quod vis».
23 P. STELLA, Don Bosco nella storia della religiosità ca ttolica, Vol. II, Pas Ver-
lag, Zurigo 1969, pag. 13.
63

7.6 Page 66

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La comunità:
luogo, segno e scuola
della spiritualità salesiana
1. Urgenza di una vita «fraterna»
Il luogo della nostra esperienza di consacrati e del no-
stro impegno quotidiano di educatori è la comunità: quel-
la religiosa, quella educativa e quella umana più larga a
cui dedichiamo le nostre cure. Quando funziona la comu-
nità, tutto il resto gira. Quando ci siamo «educati» alla e
nella comunità, il beneficio si ripercuote sulla consacra-
zione e sulla missione.
L'esortazione apostolica «Vita Consecrata » dedica alla
fraternità e alla vita di comunità la seconda delle sue tre
parti e fa vedere il suo carattere indispensabile. «La vita
fraterna svolge un ruolo fondamentale nel cammino spiri-
tuale delle persone consacrate, sia per il loro costante rin-
novamento che per il pieno compimento della loro mis-
sione nel mondo. Esorto pertanto i consacrati e le consa-
crate a coltivarla con impegno, seguendo l'esempio dei
primi cristiani di Gerusalemme, che erano assidui nell'a-
scolto dell'insegnamento degli Apostoli, nella preghiera
comune, nella partecipazione all'Eucaristia, nella condivi-
sione dei beni di natura e di grazia (cf At 2,42-47)».1
Tutte le forme di vita religiosa, dunque, hanno nella
comunità un elemento indispensabile. Ciascuna però la
realizza in forma propria e diversa. Si dice che le diverse
forme di comunità si ispirano a tre modelli evangelici.
1 VC45.
64

7.7 Page 67

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Il primo modello è Nazaret, la Santa Famiglia: l'accento
va sui rapporti vicendevoli di amore, intensi basati sul
senso di Dio, come quelli che intercorrevano tra Maria,
Giuseppe e Gesù.
Il secondo è la comunità dei credenti, quella descritta ne-
gli Atti degli Apostoli:2 si accentuano la preghiera comu-
ne, il mettere tutto in comune, la testimonianza dei valori
evangelici.
Il terzo modello è la comunità di Gesù con gli apostoli: sot-
tolinea lo stare con Gesù predicatore del Regno e il servi-
zio con Lui alla gente.
La nostra vita comunitaria si ispira soprattutto al mo-
dello vissuto da Gesù con gli apostoli: è una comunità per
il Regno, per il Vangelo, per il servizio alla gente.
La missione, infatti, dà a tutta la nostra vita il suo tono
concreto e il suo orientamento. Le nostre sono comunità
in missione e per la missione, senza per questo minimiz-
zare nessun aspetto della fraternità. Se cadesse il senso
della missione, nel nostro caso, la stessa fraternità perde-
rebbe colore e forza.
D'altra parte la nostra non è una missione a inserzione
individuale per cui si ritorna alle comunità solo per pre-
gare e riposare, oppure ogni tanto tempo, ma si condivi-
de la vita: «vivere e lavorare insieme è per noi una esigen-
za della nostra vocazione».3
La missione salesiana è comunitaria per sua natura. Le
Costituzioni lo dicono con molta chiarezza, con la forza
di una definizione: «è affidata ad una comunità».4
Ciò perché la metodologia stessa del sistema preventi-
vo richiede un ambiente di famiglia e dunque un tessuto
di rapporti. Noi non siamo precettori di singoli, né educa-
2 Cf At 2,44-47; 4,32-35.
' Costituzioni SDB 49.
Cf Costituzioni SDB 44; Costituzioni FMA 51.
65

7.8 Page 68

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tori isolati: operiamo in e attraverso una comunità e cer-
chiamo di creare ambienti giovanili ampi.
Anche l'insieme dei contenuti e delle esperienze che il
sistema preventivo riconosce come adeguati alla crescita
umana e di fede, richiede una sinergia convergente di in-
terventi che non possono essere realizzati da una persona
sola.
Aggiungiamo ancora che i giovani debbono essere gui-
dati alla maturità nei rapporti e alla vita sociale con tutto
ciò che essa implica e che il cammino di fede che propo-
niamo ha come obiettivo di portare i giovani verso un'e-
sperienza di Chiesa e dunque di comunità cristiana vis-
suta secondo le sue dimensioni caratteristiche.
I precedenti capitoli hanno formulato una serie di pro-
poste interessanti che riguardano l'educazione dei giova-
ni alla fede e la comunicazione dello spirito salesiano ai
laici. Suppongono la realizzazione di altri orientamenti
ugualmente interessanti: la formazione della comunità
educativo pastorale, l'animazione di essa da parte del
gruppo di salesiani, un progetto educativo pastorale che
metta al centro la crescita dei giovani alla fede.
Leggendo con attenzione questi orientamenti si scopre
che la loro realizzazione poggia su un fattore che si sup-
pone saldo e funzionale: la comunità salesiana.
La comunità è invitata a leggere le sfide che vengono
dai giovani. Alla comunità si chiede di pensare il cammino
da proporre perché la loro fede maturi. La comunità do-
vrebbe vivere e comunicare una spiritualità senza la quale
sarebbero inutili gli sforzi per mettere i giovani a contatto
col mistero di Gesù e i propositi per radunare i laici.
La comunità è onnipresente nelle proposte anche se
non sempre ne costituisce esplicitamente il tema. Si parla
ad essa, più che di essa.
A quale comunità si riferisce il testo? Alla comunità loca-
le, a quella ispettoriale, a quella mondiale? Vengono intesi i
66

7.9 Page 69

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tre livelli che operano insieme e in maniera intercomunican-
te come indicano gli articoli 58 e 59 delle Costituzioni.
Esaminando però meglio le deliberazioni si vede che il
punto focale, quello da cui si parte e a cui si ritorna, è la co-
munità locale ed ispettoriale. Alla comunità locale si affi-
dano i compiti più numerosi e più determinanti. A quella
ispettoriale compete assicurare le condizioni perché le co-
munità locali funzionino, progettare la missione nel terri-
torio, animare, dando appoggio e stimolo e creando un cer-
chio di comunicazione arricchente tra le comunità locali.
La preoccupazione centrale non è la salute o l'aggior-
namento dell'organismo totale della congregazione, co-
me quando si discusse sulla natura della missione sale-
siana, sulla vita religiosa o sulle strutture di governo.
Quello che viene messo a fuoco oggi è la capacità di rea-
zione, la vitalità di quello che possiamo chiamare le cellu-
le e gli organi di questo grande corpo: le comunità locali e,
in funzione di esse, quelle ispettoriali.
Non è difficile capirne le ragioni. Sono tali comunità a
venire a contatto con i giovani e con la gente. Sono esse
che sentono sulla propria carne le difficoltà per aiutàrli a
fare un cammino di fede, e che devono pensare con quali
iniziative rispondervi. Nella comunità locale dunque si
possono provare le indicazioni operative e valutarne la
validità e praticabilità nelle nostre attuali condizioni.
C'è un'altra ragione. Solo coinvolgendo le comunità lo-
cali si possono impegnare tutti o almeno il maggior nu-
mero di confratelli nello sforzo di ripensare una pedago-
gia della fede e una nuova dinamica comunitaria. Si sa
che ai livelli ispettoriali e mondiali vengono impegnati
soltanto pochi confratelli, sebbene le loro iniziative siano
di grande portata e incidenza.
2. La comunità fraterna oggi
Negli ultimi tempi si è riflettuto parecchio sulla comu-
nità consacrata, a due livelli:
67

7.10 Page 70

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l'evoluzione interna, cioè le nuove esigenze, condizio-
ni di vita e possibilità di espressione che si manifestano
nella comunità come conseguenza della cultura in cui vi-
ve, del rinnovamento ecclesiale e delle attuali sensibilità
della persona;
l'estensione della comunione verso l'esterno: è una nuo-
va dimensione molto sottolineata oggi dopo l'approfon-
dimento della Chiesa come mistero di comunione.
Il primo aspetto lo sviluppa per disteso il documento
La vita frat erna in comunità del 1994. Al secondo dedica
molto spazio l'Esortazione Apostolica Vita Consecrata.
Nella presente riflessione faremo alcune considerazio-
ni riguardo al primo aspetto.
Lo sguardo e l'esame della vita interna della comunità
religiosa oggi non è semplice. Sono molti gli aspetti che
vanno messi a fuoco e risolti con criteri di fede, ma anche
in maniera praticabile: il servizio dell'autorità, la corre-
sponsabilità e partecipazione, i rapporti interpersonali, la
relazione vita-lavoro o comunità religiosa-gestione del-
1'opera, l'equilibrio tra progetto comunitario e carisma
personale, l'ambito della privacy, la comunicazione tra le
generazioni.
Non è facile affrontarli tutti in una sola conversazione
perché richiedono approfondimenti differenziati. D'altra
parte per gestirli con maturità non basta uno studio teorico.
Nella comunità interagiscono persone molto diverse. A
volte quindi il «gruppo» deve trovare un proprio equili-
brio in un processo di riflessione comune piuttosto che in
consigli generali, utili ai singoli. Si richiedono atteggiamen-
ti generosi e sforzi pazienti per cui chi ha, sa o può di più,
supplisce, a volte, limiti inevitabili di altri: è lo sforzo del-
1'amore che si adegua, accompagna, è paziente, offre possi-
bilità, attende il momento personale favorevole, orienta. Le
conoscenze umane e gli approcci religiosi sono utili, ma
non tutti possono essere soluzioni di applicazione genera-
le. La professione di amore fraterno è alla base di tutto.
68

8 Pages 71-80

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8.1 Page 71

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Alcuni cambiamenti hanno certamente modificato la
vita della comunità e lo faranno nel futuro.
In primo luogo la composizione: diminuisce il numero
di confratelli o consorelle per comunità e in alcuni casi
si è al limite. Oltre che in numero esiguo, i confratelli
appartengono, per lo più, a diverse generazioni; anzi, a
volte, è preponderante la presenza di persone piuttosto
anziane. Ciò, ovviamente, non è male, soprattutto se
viene vissuto in modo positivo: come possibilità di
maggiore responsabilità per il singolo, per quanto ri-
guarda il numero ridotto; e come testimonianza di af-
fetto e solidarietà tra le generazioni in una vita vissuta
secondo il carisma, nel caso della presenza preponde-
rante degli anziani. Certamente però questa composi-
zione richiede nuova capacità di rapporti e atteggia-
menti particolari.
Un secondo cambiamento riguarda il rapporto tra comunità
e opera apostolica. Ormai non si ha più la responsabilità
esclusiva dell'opera e non vi è più il coinvolgimento di
tutti i componenti della comunità religiosa nell'opera;
sempre più spesso ci sono alcuni o molti coinvolti e altri
che sono già a riposo. Si sente la sproporzione tra perso-
nale religioso e dimensione dell'opera. Questa era stata
costruita quando si disponeva di molti confratelli. C'è, di
conseguenza, abbondante interscambio tra religiosi, an-
cora attivi, e laici che ricoprono responsabilità nelle opere
e in molti casi sovraccarico di funzioni che allontanano i
confratelli dalla comunità.
Un terzo cambiamento è il maggior inserimento della co-
munità nella dinamica di Chiesa e una maggior apertura
al contesto. La vita consacrata viene vista non come un
«ritirarsi», ma come un inserirsi con un contributo e per
una missione. Di conseguenza c'è un moltiplicarsi di rela-
zioni e interscambi con l'esterno. Il tempo per la comu-
nità è minore ed essa è meno raccolta e protetta, più attra-
versata dalla complessità della vita e dagli stimoli del-
1'ambiente.
69

8.2 Page 72

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Il cambiamento più importante che è avvenuto riguar-
da però il passaggio dalla insistenza sulla vita in comune, a
quella sulla vita fraterna in comunità.
Penso che le due espressioni, vita comune e vita fraterna
in comunità, rendano immediatamente l'idea e se ne distin-
gua quindi la diversa portata. Vita in comune vuol dire fa-
re le stesse cose allo stesso tempo (radunarsi, pregare,
mangiare, lavorare ecc.). Per la vita comune era importante
il «tutti insieme»: alla stessa ora e allo stesso posto. Vita
fraterna in comunità vuol dire accoglienza della persona
singola nella sua legittima originalità, qualità dei rapporti
interpersonali, partecipazione attiva di tutti alla vita del
gruppo. Oggi badiamo di più all'unione delle persone, al-
la fraternità dei rapporti, all'aiuto e appoggio vicendevo-
le, alla convergenza degli intenti. Ciò corrisponde al clima
culturale e alla nuova consapevolezza delle persone, che
richiede riconoscimento, valorizzazione e ruolo attivo.
Il documento La vita fraterna in comunità accenna all'e-
voluzione avvenuta nel primo momento del rinnovamen-
to conciliare: troppo all'insegna della spontaneità e im-
provvisazione.
Dopo aver descritto questa evoluzione, afferma che bi-
sogna trovare un equilibrio: non pura comunione di spiri-
ti in modo che si svalutino le manifestazioni della vita co-
mune; non tanta insistenza legale sulla vita comune da
far porre in second'ordine gli aspetti più sostanziali della
fraternità in Cristo: «Amatevi gli uni gli altri. In questo
conosceranno che siete miei discepoli».5
Le due cose, quindi, devono essere equilibrate, ordina-
te: quelle strumentali a quelle principali. «È chiaro che la
"vita fraterna" non sarà automaticamente realizzata dal-
1'osservanza delle norme che regolano la vita comune; ma
è evidente che la vita comune ha lo scopo di favorire in-
tensamente la vita fraterna ».6
5 Gv 13,34-35.
6 CONGREGAZIONE PER GLI ISTITUTI DI VITA CONSACRATA E LE S OCIETÀ DI VITA
APOSTOLICA, La v ita fraterna in com unità, n. 3.
70

8.3 Page 73

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Le nostre Costituzioni aiutano a comprendere e a rea-
lizzare questo equilibrio. Ci dicono che abbiamo momen-
ti in comune: essi, però tendono a creare tra di noi un rap-
porto maturo, aperto alla comunicazione, collaborazione,
condivisione e partecipazione, all'accoglienza delle per-
sone tali e quali esse sono.
Il buon ordinamento ed equilibrio dei due elementi
realizza il desiderio e l'esigenza di formare comunità nuo-
ve sulla misura delle condizioni e aspirazioni della perso-
na, secondo quanto hanno scritto le FMA nel loro ultimo
capitolo generale: «Comunità nuove, dice, siano piccole,
siano medie o siano grandi, che debbano animare opere
tradizionali o siano inserite in forma più viva tra la gente,
ma comunque sempre capaci di aiutare le persone acre-
scere umanamente e religiosamente, a esprimere con più
trasparenza quello che credono e comunicano, molto più
espressive anche dei valori religiosi e atte a suscitare il de-
siderio di appartenervi, cioè comunità con capacità voca-
zionali».
Ciò, come abbiamo detto, scaturisce da una visione di
fede. Noi siamo convinti che i fratelli radunati nel nome
del Signore godono della sua presenza: «Dove due o tre
sono riuniti nel mio nome, io sono tra loro».7 Così pure
siamo convinti che vivere da fratelli nel nome del Signore
è il segreto della efficacia nell'evangelizzazione.
Oltre alla visione di fede, che va sempre approfondita,
il voler formare una vera famiglia tra adulti ha bisogno di
una nuova forma di concepire e realizzare i rapporti per-
sonali: trovare le basi su cui impostarli, le forme di rinno-
varli prima che si logorino definitivamente, di renderli
soddisfacenti per i singoli.
Credo che due temi siano urgenti nella vita fraterna:
quello dei rapporti e quello della comunicazione. Sono come
' Mt 18,20.
71

8.4 Page 74

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grandi dinamiche di comunità che raccolgono attorno a sé
e rendono possibili altre a cui diamo grande importanza
come la corresponsabilità, la progettazione, il discerni-
mento e simili.
Rapporti interpersonali
I rapporti interpersonali sono una delle prove o para-
metri della maturità della persona; forse addirittura il
principale indicatore dove si riflettono le qualità e limiti
delle persone. Perciò oggi mettiamo una particolare at-
tenzione ad essi nella formazione; e non solo dal punto di
vista formale, ma guardando all'aspetto sostanziale e in-
teriore. Da essi dipendono in gran parte, per una persona,
la possibilità di vita serena con i fratelli e di una feconda
azione pastorale.
I.:Optatam Totius, parlando dei candidati al sacerdozio,
dice che si deve esigere in loro una certa maturità uma-
na.8E ne enuncia i tratti o segni.
La stabilità dell'animo, che mette al sicuro dagli sbalzi
o variazioni impreviste e immotivate nell'umore, negli
orientamenti, nelle convinzioni e progetti di vita, nei cri-
teri di valutazione. Esperienze di persone instabili ne ab-
biamo avute tutti, particolarmente tra adolescenti. Eque-
sto, cioè che abbondino tra gli adolescenti, dice qualcosa.
La capacità di valutare con ponderatezza avvenimenti
e persone: la maturità del giudizio che sa prendere in con-
siderazione tutti gli aspetti di una questione secondo la
loro importanza, si premunisce contro l'eccessivo influs-
so della propria soggettività ed evita di essere precipitato;
soprattutto si colloca nella prospettiva del bene delle per-
sone, dell'amore e del Regno.
I rapporti: l'attitudine a stabilire rapporti profondi e
oblativi; capaci di durata, di valorizzazione delle perso-
ne, cioè di generosità disinteressata e aperta al bene del-
' Cf Decreto Conciliare Optatam Totius, n. 11.
72

8.5 Page 75

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l'altro, fondati su motivazioni non egoistiche. Su di essi ci
sono alcune specificazioni da sottolineare.
Si parla di rapporti duraturi e fedeli, capaci cioè di supe-
rare anche le prove. Queste, nei rapporti, ci sono sempre.
Le hanno le coppie. Noi, da pastori e consiglieri, sovente
abbiamo dovuto avvertirle che dopo un tempo felice ven-
gono anche le difficoltà, che bisogna imparare a superare
la stanchezza, la routine, che i rapporti bisogna ravvivarli
e rinnovarli perché si logorano e si esauriscono. Le prove
capitano anche tra gli amici. Abbiamo visto tante volte ra-
gazzi e ragazze che furono amicissimi per un certo tempo,
divenire poi vicendevolmente antipatici o antagonisti. Bi-
sogna imparare ad essere disposti a superarle. Come nel-
1'amore, il primo aggancio può essere di spontanea sim-
patia. La fedeltà è invece virtù.
Ma si insiste che siano interiori e profondi, non solo fun-
zionali al lavoro, ma capaci di maturare in amicizie. Non
facciamo amicizia con tutti. Anche dentro la fraternità reli-
giosa l'affinità di punti di vista, e, più in generale, quella
incomprensibile dimensione dell'affettività che è la legitti-
ma simpatia, portano a diversi gradi di amicizia. Questa
situazione, cioè che siamo fratelli di tutti e «amici» di chi
ci è possibile, viene accettata senza scandalo, come una co-
sa che giova alla persona e alla comunità. Un articolo del-
le Costituzioni9 dei SDB dice che la fraternità deve essere
capace di dar luogo all'amicizia aperta a tutti, che si espri-
me poi in vario grado e misura conforme a temperamenti,
antecedenti, affinità, circostanze di collaborazioni o lavoro
insieme, esperienze spirituali condivise.
È una valutazione corrente tra gli osservatori di grup-
pi e comunità che la maggior parte delle difficoltà interne
che sembrano di lavoro o di idee, in fondo sono problemi
di rapporto interpersonale che hanno il lavoro o le idee
9 Cf Costituzioni SDB 51 e 110.
73

8.6 Page 76

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come campo di scontro. Si tratta di personalità che tendo-
no ad imporsi, a centrare tutto in se stesse: dall'altra parte
sta chi si sente niente o poco riconosciuto o valorizzato. E
ciò non sempre lo avvertono gli interessati. Con una sola
parola si dice «rapporti male impostati» tra i singoli e tra
il singolo e il gruppo.
Per esempio, a volte ci sono attese coltivate e poi fru-
strate; le può avere chi arriva in comunità con certe previ-
sioni e promesse e poi constata con amarezza che la co-
munità non risponde a tali attese; forse perché erano ec-
cessive da parte di chi vi si inserisce.
Ci sono anche le attese della comunità, o in essa di
persone particolari riguardo a chi viene; e anche in que-
sto caso le cose poi non sempre vanno come ci si attende-
va. Un direttore pensa che chi arriva potrebbe servigli
per qualche obiettivo particolare o anche di appoggio
nell'animazione della comunità; invece può capitare che
l'arrivato non riesce a collocarsi bene in quello per cui lo
si pensava.
Non bisogna dimenticare, inoltre, la forza della prima
impressione, che può creare difficoltà se non viene relati-
vizzata, ridimensionata e superata. Ci sono nella comu-
nità, a volte, blocchi già formati che non facilitano l'in-
gresso di un membro nuovo. Chi vi entra deve adeguarsi
e forse inquadrarsi necessariamente in una certa menta-
lità, in una certa forma di agire e in un certo stile di rap-
porti. In questi gruppi c'è la tendenza a difendersi e a con-
dizionare. E ciò è tanto più pesante, quanto più autorevo-
li per età, scienza e ruolo si presentano coloro che forma-
no il gruppo. Ciò si nota poi nel dialogo, nella vita quoti-
diana e persino nelle assemblee o adunanze comunitarie.
Vi può anche essere, da parte di chi soffre il condizio-
namento, il proposito di non aprirsi: «Io rimango in me,
non mi espongo! ». Tutto ciò non sempre comporta colpe-
volezza soggettiva. Anzi, chi prende determinati atteg-
giamenti lo fa per motivo di «coscienza». È piuttosto l'u-
niverso umano, personale che gli sfugge; cioè non coglie
74

8.7 Page 77

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che cosa significhi obiettivamente un tale atteggiamento
per sé, per l'altro e per il gruppo.
Rapporti male impostati, dicevo. Aggiungo: non risolti
positivamente in occasione di confiitti. Per esempio, quando
per qualsiasi causa la persona crede di aver sofferto man-
canza di riguardo o non si è sentita ascoltata e compresa,
o chi gli ha parlato non è stato chiaro sulle cose riguardo
alle quali essa si attendeva chiarezza o non l'ha sostenu-
to, o non ha dato sufficiente spazio di tempo alla matura-
zione della sua decisione.
Sono tutte cause di situazioni conflittuali, dichiarate o
taciute, risolte o rimosse. Possono capitare a tutti, anche
ai più incapaci di provocarle o più disposti ad evitarle. In
ogni caso però il rapporto va ricostruito se si vuole uno
sbocco conforme alla Parola del Signore.
L'ho sperimentato sovente come vicario. Dovendo trat-
tare, infatti, situazioni molto difficili, di fronte a una per-
sona asserragliata sulle proprie posizioni e ragioni, dove-
vo armarmi di molta calma e dargli possibilità di esporre,
di divagare, di riprendere il discorso; ci vuole del tempo
per riuscire a dire ad un altro la verità di certe cose, ma
più ancora per chiarirle a se stessi e per sciogliere da se
stessi le argomentazioni costruite solo per difendersi. Si
deve allora, con calma, stimolare atteggiamenti critici;
rinviare il discorso a un tempo successivo.
I conflitti non ben risolti o non risanati opportunamen-
te, ai quali cioè non è seguita la riconciliazione (riattacca-
re, spiegarsi, ridare fiducia o, se la situazione lo consiglia,
buttare le cose sull'umorismo), agiscono all'interno della
persona bloccando il processo di maturazione e creando
delle difficoltà nella stessa donazione serena e gioiosa alla
missione e a Dio. La tristezza e il disagio sono dannosi in
ogni senso.
Le amarezze interne logorano; per questo un grande
ministero di carità è aiutare a scioglierle, a chiarirne le ra-
dici, ad assumerle come limiti personali e ad affrontarle
75

8.8 Page 78

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con calma, senza rimanere fissi in esse. Quanti confratelli
e consorelle troviamo fissati su un conflitto avuto e non ri-
solto! La riconciliazione è veramente segno di saggezza e
sorgente di pace. ·
D'altra parte nessuno può attendersi (questo vale per
tutti!) soltanto di ricevere nella comunità, come se questa
fosse bell'e fatta, prima o indipendentemente da lui, e gli
venisse offerta come un nido caldo già pronto. La comu-
nità è il risultato, oltre che della grazia di Dio, degli sforzi
di tutti per creare un clima e un tessuto di rapporti. Chi si
tira indietro o rimane fuori resta privo dei beni che circo-
lano.
Probabilmente ciascuno ottiene dalla comunità unari-
sposta conforme ai «segni» che ha dato. Se dà, riceve; se
si dimostra desideroso di aiuto, viene sostenuto; se fa le
mosse per inserirsi, viene coinvolto. E il contrario!
La linea quindi è: educare i singoli continuamente e per di-
verse vie ai rapporti, anche con una parola, un sostegno, un
incoraggiamento.
Allo stesso tempo bisogna supplire le carenze, che alcuni
mostrano, con una più grande capacità di donazione da
parte nostra, di andare incontro, di riaprire i giochi con
chi non si mostra disponibile. Nelle comunità ci sono
spesso limiti di comunicazione, timidezze, eccessivo ri-
guardo che frenano la familiarità. Benedetti quei confra-
telli o consorelle che di fronte a questo limite sono dispo-
sti a mettere da parte loro un po' più di conversazione, di
gioia, di vicinanza affinché il livello della vita di comu-
nità, in ciò che riguarda l'affetto vicendevole e l'ambiente
familiare, non si abbassi.
È necessario poi animare i rapporti. È un aspetto della
«Carità» del direttore e dell'ispettore con cui essi costrui-
scono l'unione della comunità. Anche coloro che hanno
delle difficoltà riescono a superarsi e crescono, se vengono
loro offerte opportunità e facilitazioni per esprimersi sen-
za ansietà da parte loro e senza condanne da parte altrui.
76

8.9 Page 79

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Gli Atti del CG24 dei SDB parlano di una spiritualità
relazionale;10 spiritualità, cioè una carità che fa attenzio-
ne, si preoccupa, si rende capace e disponibile nel creare,
risanare, ristabilire e moltiplicare i rapporti. È «pastorale»
tale carità quando viene esercitata nel ministero di regge-
re e orientare una comunità ecclesiale.
La Comunicazione
Legata alla questione dei rapporti, c'è quella della co-
municazione: la disposizione e la capacità a comunicare e
a comunicarsi. Non ci riferiamo a quella espressiva, pro-
fessionale o teatrale delle star della TV; ma a quella più
quotidiana per cui offriamo con facilità la nostra esperien-
za e riceviamo quella di coloro che vivono con noi.
Valorizzarla nella giusta misura, conoscere le sue leggi
e i suoi intoppi senza cadere in tecnicismi è importante
per tutti, ma in modo particolare per coloro che devono
crearle una adeguata piattaforma. Questa richiede di:
tracciare le direzioni secondo cui deve fluire la comu-
nicazione che conta: non solo verticale da chi è in autorità
verso gli altri e da questi verso di lui; ma circolare e multi
direzionale, cioè tra tutti;
assicurare una generosa distribuzione dei «ruoli» attivi
nella comunicazione: che non siano solo alcuni a elabora-
re la comunicazione e gli altri soltanto «destinatari» pure
compiacenti;
portare verso un livello soddisfacente di comunicazione:
su che cosa comunichiamo? Fino a quale punto coinvol-
giamo la nostra persona nella comunicazione?
Alla comunicazione vengono riferiti il dialogo sciolto,
il confronto libero e sereno in momenti stabiliti, la comu-
10 Cf CG 24, nn. 91-93.
77

8.10 Page 80

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nicazione spontanea di sentimenti, idee, progetti e prefe-
renze, il coordinamento fluido delle corresponsabilità, le
verifiche comuni, il colloquio personale cercato, il dialo-
go spirituale.
Si avverte subito che i livelli della comunicazione sono
diversi.
• C'è un livello che è di valore negativo, cioè sotto ze-
ro: è l'assenza, l'incomunicazione che può arrivare a una
aggressività silenziosa, consiste nell'ignoranza dell'esi-
stenza dell'altro, anche se vive sotto lo stesso tetto e man-
gia alla stessa tavola: «Tu per me è come se non ci fossi! ».
Qualche volta l'abbiamo sentito da un confratello adirato
o stizzito per dire che non discuterà, non ci proverà più
ad accordarsi o riconciliarsi; si comporterà con il fratello
come se vivessero in due mondi diversi. Sovente però av-
viene senza dichiarazione previa: negare la parola, rifug-
gire, limitarsi a rispondere. C'è pure una incomunicazio-
ne meno drammatica, accettata, benevola. Pensate a tante
situazioni familiari odierne, dove si vive uno affianco al-
1'altro, non ci si aggredisce, non si interferisce in idee, gu-
sti e progetti, ma non si ha nemmeno l'intenzione di met-
tere in comune quello che ci sta a cuore. L'incomunicazio-
ne, lo sapete, è una delle tare dell'era della comunicazio-
ne di massa. Persino i comunicatori di massa soffrono di
incomunicazione personale. Qualche suicidio, qualche
«frana » di personaggi famosi stanno a dimostrarlo.
• C'è poi un livello di minima positività, sopra zero: è
la comunicazione superficiale. Si parla delle cose più banali,
indifferenti o lontane, tanto per non stare zitti; è sempre
meglio del silenzio e dell'incomunicazione perché almeno
si vuole stare assieme, in pace, non essere «scortesi», fare
allegra la compagnia: si commenta il tempo, gli avveni-
menti diffusi dalla TV, personaggi, sport. È una piattafor-
ma accettabile per un buon vicinato, almeno un primo
passo. Ma di tutte queste cose parliamo anche con un
«estraneo» che ci siede accanto sul treno o sull'aereo.
78

9 Pages 81-90

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9.1 Page 81

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• Tra noi può esserci, e possiamo a volte non andare
oltre, una comunicazione funzional e al lavoro: come lo fac-
ciamo, come conviene migliorarlo, ridistribuire tempi,
ruoli, compiti. È segno di corresponsabilità e in generale
riveste una forma corretta. Ma c'è il rischio di restare
nel nostro rapporto con i confratelli e giovani. Una delle
correzioni più ricorrenti suggerite alle comunità è che non
considerino se stesse né si lascino vedere dall'esterno solo
come «équipes di lavoro».
Al livello più alto si colloca la comunicazione persona-
le, in cui condividiamo l'esperienza della nostra vocazio-
ne. Ci scambiamo valutazioni, esigenze, intuizioni che ri-
guardano la nostra vita in Cristo e la nostra forma di com-
prendere il carisma. È quello a cui ci chiama tante volte la
revisione di vita, la verifica della nostra comunità, l'inter-
scambio nella preghiera, il discernimento su progetti o
avvenimenti.
Il tempo attuale ha reso più necessaria la comunicazio-
ne nelle comunità religiose e ne ha modificati i criteri e le
modalità. La complessità della vita richiede che ci con-
frontiamo su tendenze, criteri e avvenimenti di famiglia e
su fatti esterni ad essa: o noi riusciamo a comprenderli e
interpretarli, o restiamo sempre più fuori della vita e del
movimento del mondo.
Per questo bisogna creare l'abitudine di valutare ed
elaborare criteri comuni di valutazione. Spesso ciò richie-
de un cammino che comporta esplorazioni e prove. Dob-
biamo essere disposti ad esprimerci con semplicità, a mo-
strarci sempre pronti a modificare giudizi e posizioni, an-
che solo ai fini della convergenza fraterna e operativa:
mediare giova sempre alla comunità, quando non vengo-
no compromessi valori essenziali.
La comunicazione è necessaria anche a motivo del plu-
ralismo positivo di visioni e doni che c' è nella comunità:
ci sono ricchezze di intelligenza, di spirito, di fantasia, di
competenze pratiche da comunicare. Inoltre, i temi sui
79

9.2 Page 82

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quali comunicare con profitto nella vista consacrata sono
tanti: il progetto apostolico, l' esperienza spirituale, le sfi-
de della missione, gli orientamenti della Congregazione,
le tendenze della Chiesa.
La comunicazione richiede apprendimento, pratica e anche
animazione. Diciamo apprendimento spirituale più ancora
che tecnico. Quando si comunica a certi livelli ci si espo-
ne. La mia esperienza mi dice che non tutti hanno il co-
raggio di esporsi. Pensano: «Chissà se io parlo bene, se le
mie idee saranno accettate, se faccio brutta figura, se mi
catalogheranno definitivamente». Ci vuole apprendimen-
to anche per ricevere comunicazione, senza giudicare la
persona, senza collocarla in una posizione definitiva sulla
base di quello che ha espresso.
C'è inoltre un certo pudore da superare, per cui non
vogliamo raccontarci; c'è ancora la fiducia nell'altro da
consolidare, che mi rassicura che lui accoglierà con matu-
rità e positivamente quello che io dico.
Oltre all'apprendimento ci vuole pratica. La capacità di
comunicazione, trascurata arrugginisce. Si perde il gusto
e l'allenamento. La pratica porta alla comprensione dei
diversi linguaggi adeguati alle situazioni, che vanno dal
silenzio e i gesti, fino alla parola scritta. E tutto ispirato al-
la carità e non al calcolo tecnico. Ricordate Don Bosco con
il suo posare la mano sul capo, sorridere, guardare, dire
una parola all'orecchio, dare una buona notte, mantenere
un dialogo come quello con Domenico Savio, chiedere dei
pareri, discutere. Persino il volto si modifica. «Ad una cer-
ta età ne siamo responsabili», diceva un umorista. «Impa-
ra a sorridere», consigliavano alcuni dei nostri direttori. È
lo sforzo, così tipico del sistema preventivo, di rendere
espressivo l'affetto, liberarlo da un atteggiamento generi-
co o racchiuso in una fredda interiorità.
Ci vuole quindi apprendimento e pratica da parte di
ciascuno, ma ci vuole pure animazione da parte di chi diri-
80

9.3 Page 83

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ge per creare il clima adeguato ad una comunicazione se-
rena e disinvolta. Dare opportunità di comunicare; avere
uno stile di direzione per cui è facile esprimere opinioni,
richiedere e provocare tali opinioni, godere della molte-
plicità di contributi, far capire che la persona non verrà
giudicata per quello che dice in un momento di confronto.
Che non ci sia il timore che se si manifesta un'idea o si
esprime un parere non gradito sul lavoro o sulla comu-
nità, o sulla congregazione, ciò poi venga ricordato, men-
tre sovente è semplicemente un passaggio nel dialogo,
un'impressione che si vuole verificare.
Tante volte io stesso ci tengo a chiarirlo espressamente:
«Questo che sto dicendo - sottolineo - è un pensiero
provvisorio che sto cercando di elaborare; se voi avete al-
tre prospettive, ditele: così, insieme, lo maturiamo».
Occorre quindi uno stile di direzione, che è anche un
allargamento della tolleranza, della recettività. Dobbiamo
abituarci a sentire idee e prospettive inattese e insolite.
Alcune comunità possono essere frenate nella loro co-
municazione spontanea dai superiori, ma anche da fratel-
li venerabili con molta autorità sul posto, che accettano
solo la propria formazione e la propria mentalità; che ac-
cettano soltanto informazioni primarie, cioè quelle che ri-
guardano la salute e il lavoro, l'acquisto di cose, ecc. e non
quelle profonde che riguardano la vita. Che pensano che
dobbiamo parlare solo di cose importanti o spirituali co-
me le pratiche di pietà e l'apostolato, come se il religioso
esaurisse i suoi sentimenti e possibilità in questi livelli uf-
ficiali.
Si tratta di superiori o troppo manager o troppo spiri-
tualisti, mentre la comunicazione oggi è più diversificata
e molteplice. Accettarla vuol dire accettare la persona co-
me è secondo la sua storia, il suo stato attuale, le sue com-
petenze e la collocazione che ha nella comunità e nel la-
voro.
81

9.4 Page 84

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3. Rapporti e comunicazione per crescere
Rapporti e comunicazione aiutano non solo a sentirsi
bene, ma anche a crescere; arricchiscono dal punto di vi-
sta culturale, psicologico e sociale e anche spirituale.
C'è una crescita culturale, perché ascoltando gli altri ri-
ceviamo informazioni, visioni, dati e letture di svariate
realtà. Basta che pensiate come sono cercati e quanto ci
giovano i rapporti e la comunicazione con persone com-
petenti. Ce ne sono anche tra i confratelli e le consorelle
che vivono nelle nostre comunità, anzi probabilmente
ognuno ha una competenza da offrirci.
C'è una crescita psicologica, perché si sviluppano l'affet-
tività, la capacità di accoglienza di altre persone e menta-
lità; si diventa più capaci di donazione, di superare fru-
strazioni e blocchi interni, fissazioni su noi stessi o sul no-
stro successo.
C'è crescita sociale, perché si rafforza la capacità di in-
serimento in gruppi di lavoro, in équipe di partecipazio-
ne e in ambienti vari, con libertà e schiettezza; si padro-
neggia l'ansietà sociale, quel sentimento primo di estra-
neità e disagio che ci assale quando ci troviamo in un con-
testo o gruppo sconosciuto o poco familiare.
Finalmente e al vertice si dà una crescita spirituale, o
complessiva, perché gli atteggiamenti e le attitudini enun-
ciate sopra si inseriscono in uno sforzo di risposta al Si-
gnore conforme al carisma e in una qualifica per lo svol-
gimento della missione.
Tutto ciò è richiesto e praticato anche nella comunità
educativa. C'è un secondo ampio campo di esercizio
della carità pastorale per ciò che riguarda rapporti eco-
municazione, con conseguenze determinanti sull'educa-
zione e sull'evangelizzazione. Non ci fermiamo a svilup-
parla, soltanto perché richiederebbe un'intera conversa-
zione.
82

9.5 Page 85

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Formazione permanente
Prendiamo invece un aspetto della comunità religiosa
che è molto cambiato proprio per l'importanza che viene
riconosciuta ai rapporti e alla comunicazione: la forma-
zione permanente.
Le prime esperienze di formazione permanente, rea-
lizzate lontano dalla propria comunità, producevano dei
benefici, come un ripensamento, una nuova sintesi, un
aggiornamento dottrinale, un nuovo entusiasmo voca-
zionale; ma quando ci si immergeva di nuovo nella co-
munità e nel quotidiano, quella visione rinnovata della
vita e del lavoro intravista in condizioni straordinarie di
tempo e di ambiente, difficilmente veniva tradotta in
pratica. I ritmi consueti prendevano il sopravvento e il
contesto umano «ordinario» e comune diluiva le espe-
rienze esemplari di preghiera, di interscambio, di studio.
Il corso di formazione permanente rimaneva così stacca-
to dalla vita.
Si è pensato allora di perfezionare il concetto e le ini-
ziative. Si sono introdotte quattro variazioni nel concetto
di formazione permanente. Riguardano il luogo, il tem-
po, la materia e la metodologia.
Il luogo preferenziale della formazione permanente è
la comunità locale. Il luogo straordinario è quello dove si
fanno i corsi lunghi. Il più reale è il primo perché è dove
si impara a gestire la vita e a reagire da religioso salesiano
di fronte alla quotidianità.
Il tempo più atto e continuato per la formazione per-
manente non è quello separato e libero, ma quello segna-
to dall'alternanza di lavoro, studio, confronto, incontro
con persone. Il tempo separato è utile come ripresa e ap-
poggio.
La materia o contenuti: è vero che una esposizione si-
stematica sulla Chiesa, Gesù Cristo, la comunità, giova
perché motiva, illumina e riorienta. Tutto questo però lo si
83

9.6 Page 86

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trova poi distribuito e frammentato, e quasi diluito, nel
quotidiano. La comunità, in cui si deve riuscire a leggere
in termini reali quel trattato spiegato, sono quei quattro o
cinque fratelli o sorelle con cui si yive gomito a gomito,
che hanno le loro idee, sono segnati da un loro passato,
hanno dei limiti, anche se hanno pure tanta ricchezza che
si deve saper scoprire e accogliere. Altrettanto si può dire
della ecclesiologia ascoltata, della Pastorale giovanile
spiegata, del Sistema preventivo approfondito: sono qua-
dri di riferimento utili perché illuminanti. Ma che vanno
riportati poi al concreto particolare di una comunità eccle-
siale e alle sue condizioni, al campo di lavoro pastorale e
ai giovani che in esso trovo, all'ambiente salesiano in cui
il Sistema preventivo ascoltato andrebbe applicato. Que-
sto modo concreto di applicare visioni, quadri di riferi-
mento o trattati a casi particolari, è la materia propria del-
la formazione permanente che ha luogo nella comunità
locale. Lì, la sottomettiamo a riflessione e verifica per ve-
dere qual è la nostra risposta attuale alle esigenze della
vocazione e del lavoro. Direi che la formazione perma-
nente ricalca più il modello del tirocinio ben fatto che
quello dello studentato.
• Da ultimo, ma collegato a quanto detto precedente-
mente, si deve accennare al mezzo o via più efficace per
una formazione continua: non sono le lezioni ascoltate,
ma la comunicazione fraterna: ascoltarsi con calma, rile-
vare e sintetizzare con cura, elaborare valutazioni e cri-
teri, prendere degli orientamenti pensati. Ciò natural-
mente va appoggiato e rilanciato con i cosiddetti «tempi
forti ».
Rapporti e comunicazione dunque realizzano processi
di formazione e crescita. Al momento non tutti lo capisco-
no. Non si fa colpa a nessuno perché nella precedente
prassi formativa la comunicazione non aveva né il peso,
né le possibilità attuali. Mentre non colpevolizziamo nes-
84

9.7 Page 87

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suno, dobbiamo saper creare e moltiplicare opportunità
di comunicazione, prendere in esame la questione dei
rapporti, essere consapevoli della piattaforma che esigo-
no e curarla come una pratica della carità pastorale verso
confratelli e comunità.
85

9.8 Page 88

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La spiritualità salesiana
nel quotidiano
La spiritualità salesiana è stata sintetizzata in alcune
formule brevi come quelle che adoperava Don Bosco per i
ragazzi. È un'abitudine di famiglia: semplificare, unire,
aiutare a ricordare. La sintesi mistica è sintetizzata nel mot-
to: Da mihi animas. Quella pedagogica della nostra spiri-
tualità è: ragione, religione, amorevolezza. Riguarda non
solo il rapporto con i giovani ma la forma di costruirsi
dell'educatore apostolo. La formula devozionale è Gesù
Sacramentato, Maria Ausiliatrice e il Papa.
Qual è il programma pratico da vivere ogni giorno e
sul lungo termine? Lavoro, preghiera, temperanza.
Le tre parole, popolari, quasi proletarie, corrispondo-
no alle tre dimensioni che Vita Consecrata indica come in-
dispensabili in ogni spiritualità: quella contemplativa, quel-
la apostolica, quella ascetica.
Dobbiamo dunque scavarne il contenuto tradizionale
ed odierno, per nostro profitto e come «bussola» pratica
per l'animazione comunitaria.
Vediamole una a una.
1. Contemplativi nell'azione
Secondo Vita Consecrata, della contemplazione hanno
bisogno tutti e sempre: i teologi per poter valorizzare in
pieno l'anima sapienziale e spirituale della loro scienza;
coloro che si danno alla preghiera perché non dimentichi-
no che vedere Dio significa scendere dal monte con un
volto così raggiante da essere costretti a coprirlo con un
86

9.9 Page 89

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velo; coloro che si impegnano per non chiudersi in una
lotta senza amore e senza perdono.1
Ciò vuol dire che la contemplazione non coincide con
lo studio delle cose sacre, anche se se ne avvantaggia.
Vuol dire che include la preghiera ma va oltre: la contem-
plazione, quello che da noi tradizionalmente si chiamava
«unione con Dio», senso e gioia della sua presenza, rap-
porto figliale con lui.
Riguardo ad essa si intravedono molteplici questioni
da approfondire: che cosa significa contemplazione, le di-
verse forme di contemplazione, i luoghi atti e da preferire
secondo le diverse esperienze spirituali. Ho avuto l'op-
portunità di confrontare questi concetti con «contemplati-
vi» a proposito della nostra spiritualità dell'azione. Mi ac-
corgo che non sono superflue alcune spiegazioni per
prendere coscienza di quale sia la nostra forma e orienta-
re verso una pratica convincente.
Due luoghi sono da curare in unità, quasi fossero co-
municati, per inverare la definizione di contemplativi nel-
1'azione: la preghiera e l'azione.
La preghiera
Una delle domande più serie che si fanno quando si pro-
pone una spiritualità riguarda la preghiera. Oggi un insie-
me di fenomeni la fanno emergere non solo come espressio-
ne della fede cristiana ma anche come soddisfazione di un
bisogno dell'uomo. Non sono pochi coloro, di diverse fedi,
ed anche senza alcuna, che cercano una certa forma di pre-
ghiera nelle tecniche orientali o in forme nuove di religiosità.
Nella Chiesa si sono diffuse le scuole di preghiera, gui-
date da vescovi o sacerdoti. Ci si raduna una volta al me-
se o settimanalmente nei tempi di quaresima e avvento
per leggere la Scrittura, recitare i salmi, pregare in silen-
zio. Il movimento di rinnovamento nello Spirito ha fatto
'CfVC 38.
87

9.10 Page 90

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della preghiera il suo punto distintivo; e quello di «Taizè»
invita i giovani all'esperienza della contemplazione.
Si offrono dappertutto le giornate di «monastero». Il
monastero viene considerato come un luogo sociale di ri-
flessione e di manifestazioni artistiche legate allo spiritua-
le. Sono state molto seguite dalla TV le «adunanze di pre-
ghiera» interreligiose (cristiani, ebrei, musulmani) per le
grandi cause come la pace. In quasi tutte le celebrazioni
legate ad avvenimenti religiosi si include una veglia di
preghiera. Insomma sembra sia il mondo o la persona a
sentire un bisogno urgente di mettersi in contatto con al-
tre realtà che non siano computer, macchine, borsa, bilan-
ci, produzione, conti e simili.
La medesima tendenza, allo stesso tempo significativa
e ambigua, appare anche nella religiosità giovanile. Ci so-
no gruppi di giovani che cercano profondità di preghiera
e maestri che li guidino. Per loro si stanno moltiplicando i
luoghi di preghiera: oasi, case di ritiro, «capanne».
Un certo numero ne fa un assaggio, una esperienza fu-
gace che non mette radici. Forse cercano soddisfazione
personale; vogliono provare il «diverso», l'insolito. Ma
non manca mai un certo desiderio di «senso», o un ele-
mento stabilizzante e rasserenante, per la propria vita.
I salesiani e la preghiera
La nostra pastorale giovanile si è premurata anche di
dare risposte alla domanda dei giovani. Per loro sono sta-
ti proposti cammini aggiornati di preghiera. È rinata oggi
una produzione abbondante di libri di meditazione e di
preghiera per tutte le circostanze (feste, campeggi, incon-
tri, sports, momenti di gioia e anche per momenti di sof-
ferenza) . In particolare i movimenti ecclesiali si sono dati
il loro stile di orazione con relativi testi e collezioni di can-
ti: tutto sotto il segno della «personalizzazione», della
qualità biblica, della partecipazione.
Questi fatti ci interpellano in primo luogo come reli-
88

10 Pages 91-100

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10.1 Page 91

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giosi. Nella mentalità popolare il religioso è uno che pra-
tica e gusta la preghiera, che sa pregare e prega.
Ci interpellano più ancora come educatori-evangeliz-
zatori. A noi tocca iniziare i giovani in quell'atteggiamen-
to cristianissimo che si chiama pietà. Se non si vuole ridur-
re il Vangelo ad una teoria religiosa, ad una spiegazione
intellettuale su Dio, si devono radicare atteggiamenti di
affetto verso il Padre con le corrispondenti espressioni.
I salesiani in generale hanno accolto favorevolmente
gli stimoli che venivano dall'ambiente e dalla Chiesa:
molte cose sono migliorate nella preghiera della comu-
nità. E ci sono ammirevoli esempi di oranti: penso ai ma-
lati, agli anziani.
D'altra parte risultano difficili, per coloro che sono nel
vivo delle responsabilità, l'atteggiamento e la pratica del-
la preghiera regolare e impegnata. Il loro tipo di vita in-
fatti non porta alla preghiera né è pensato in funzione di
essa. Sembra orientato piuttosto ad attività secolari, scuo-
le, ambienti giovanili, rapporti sociali, organizzazione.
Tutto ciò li espone ad imprevisti, ad accumulo di impegni
che non favoriscono la calma e la regolarità.
Questo tipo di vita riproduce quello di Don Bosco: la
sua attività multiforme e continua sembrava sottrarlo alla
preghiera esplicita abbondante che si trova in tutte le bio-
grafie di santi: «Riguardo alla preghiera propriamente
detta - diceva il Promotore della fede al Processo di beati-
ficazione - della quale tutti i fondatori di nuove congre-
gazioni hanno avuto cura speciale, in Don Bosco non si
trova, si può dire, niente. Come si può qualificare eroico
uno che è stato così carente in ciò che riguarda la pratica
della preghiera vocale? Nella vita dei santi non si era visto
niente di simile precedentemente».2-
A ciò si aggiunge la difficoltà intrinseca della preghie-
ra, che non consiste soltanto nel concentrarsi, nell'entrare
2 P. BROCARDO, Don Bosco profondamente uomo - profondamen te santo, LAS,
Roma 1985, pag. 97.
89

10.2 Page 92

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in se stesso o nel parlare ad un interlocutore invisibile che
non risponde, ma anche nel fatto che la preghiera è lo
specchio della fede vissuta e dell'attenzione che Dio rice-
ve nella nostra vita. «La preghiera è la sintesi del nostro
rapporto con Dio. Possiamo dire che noi siamo quello che
preghiamo e come lo preghiamo. Il livello della nostra fe-
de è il livello della nostra preghiera; la forza della nostra
speranza è la forza della nostra preghiera: l'ardore della
nostra carità è l'ardore della nostra preghiera».3
Dal nostro modo di parlare ci si accorge subito del gra-
do di confidenza che abbiamo con una persona. Con un
amico parliamo di qualsiasi cosa e con facilità. Di fronte
ad un estraneo non ci vengono né argomenti né parole.
Lo stesso avviene quando ci mettiamo di fronte a Dio.
Ad alcuni poi sembra che tra i salesiani non ci sia una
iniziazione alla preghiera, che nessuno li abbia introdotti
o guidati alla sua pratica. Per questo si nota tra di loro una
fuga verso gruppi e movimenti che la offrono in maniera
più emotiva e partecipata.
È legittimo allora domandarsi come è la preghiera del
salesiano, uomo dato alla attività educativa e pastorale.
Egli ha due modelli per capire come dev'essere la sua
preghiera: Gesù Pastore e predicatore del Regno e Don
Bosco.
La preghiera di Gesù
San Luca ci parla abbondantemente della preghiera di
Gesù e dei suoi insegnamenti in merito. Ma ancora prima
di presentarci Gesù in atteggiamento di preghiera avvol-
ge tutto il racconto della sua vicenda in un clima di invo-
cazione, lode, ringraziamenti e petizione. La sua nascita e
l'infanzia vengono come inquadrate da quattro cantici di
gioia, speranza e lode: quello di Elisabetta, di Maria, de-
' Cf C. C ARRETTO, Lettere dal deserto, La Scuola Editrice, Brescia 1964,
pag. 47.
90

10.3 Page 93

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gli Angeli e di Simeone. La morte suggerisce a Cristo la
preghiera: «Padre, perdona loro perché non sanno quello
che fanno ».4
«Nelle tue mani affido il mio spirito».5
È un'indicazione sul come guardare e vivere gli eventi
di salvezza. Coloro che pregano riescono a vedere la por-
tata degli avvenimenti che per gli altri non esulano dalla
normalità o hanno significato negativo.
I principali momenti della missione di Gesù sono se-
gnati esplicitamente dalla preghiera.
Nella preghiera, durante il battesimo riceve pubblica-
mente l'investitura pubblica e il beneplacito del Padre:
«Mentre Gesù, ricevuto anche Lui il battesimo, stava in
preghiera, il cielo si aprì e scese su di Lui lo Spirito Santo
in apparenza corporea, come di colomba, e vi fu una voce
dal cielo: Tu sei il mio figlio...».6
Un lungo periodo di preghiera accompagnato dal di-
giuno nel deserto gli dà il senso della sua opera e la forza
per resistere alle tentazioni di orientarla in forma diversa
da quello che il Padre vuole.7
Prima della scelta dei discepoli mette nelle mani del
Padre la decisione e coloro che sceglierà: «In quei giorni
Gesù se ne andò sulla montagna a pregare e passò la not-
te in orazione. Quando si fece giorno chiamò a sé i dodici
discepoli e ne scelse dodici... ».8
La sua preghiera ottiene dal Padre la confessione di
Pietro... e la sostiene nei momenti di prova: «Ho pregato
affinché la tua fede non venga meno».9
La trasfigurazione ha luogo in un momento di intensa
conversazione col Padre. E in questo atteggiamento la sua
' Le 23,33.
' Le 23,46.
' Le 3,21 -22.
' Cf Le 4.
8 Le 6,12-13.
9 Le 22,32.
91

10.4 Page 94

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umanità appare agli occhi degli apostoli come era real-
mente. 10
Molti miracoli sono preceduti o accompagnati da un
gesto orante: la moltiplicazione dei pani, la guarigione del
cieco nato, la scacciata dei demoni, la risurrezione di Laz-
zaro.
L'ultima grande preghiera è un testamento, uno sguar-
do sulla sua esistenza: raccoglie i motivi della sua vita e
della sua morte:11 la sua posizione critica di fronte al mon-
do, la sua totale disponibilità per il disegno del Padre, l'a-
more ai suoi, la preoccupazione per l'unità e la perseve-
ranza di tutti coloro che partecipano alla sua azione di sal-
vezza, il suo proposito di fedeltà.
La preghiera nell'orto e sulla croce è l'accettazione dei
fatti come venuti dalla volontà di Dio piuttosto che dalla
malizia degli uomini. Con essa consegna la vita nelle ma-
ni del Signore.
La preghiera di Gesù appare così come un atteggia-
mento costante, interno, che si manifesta in espressioni
spontanee di gioia,12 di ringraziamento,13 di invocazione,
di disponibilità, di riflessione. Sullo sfondo di tutte que-
ste espressioni c'è una sola parola: Padre. «Ti benedico, Pa-
dre».14 Per il Padre ci sono anche tempi e luoghi adatti per
una conversazione tranquilla: i monti, il deserto, la notte,
i luoghi solitari, la compagnia di pochi amici.
Ma la vera preghiera è la vita che si snoda secondo la
volontà del Padre e a servizio degli uomini.15Perciò il suo
insegnamento ai discepoli si concentra in quattro racco-
mandazioni, la cui unità non tutti colgono:
10 Le 9,28-29.
11 CfGv17.
12 Mt 11 ,25-26.
13 Gv 11,41-42.
" Mt 11,25.
'' Cf Mt 7,21.
92

10.5 Page 95

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- pregate sempre, senza interruzione:16 non si tratta del
dire sempre preghiere, ma di far di ogni momento della
vita una invocazione al Padre;
- quando pregate «non dite molte parole»...17 Ciò è tipico
dei pagani. Essi credono che gli dei riescano a conoscere i
nostri problemi e sentimenti solo se noi glieli diciamo;18
- nella sostanza e nel profondo di ogni parola e scelta
ci sia sempre una parola, un sentimento: «Padre». Quando
pregate dite «Padre nostro che sei nei cieli.. .» .19 Il valore e
il fondamento di ogni parola è il rapporto e il posto che
diamo a Dio nella nostra vita;
- bisogna pregare «in Spiritu et veritate» ...20 l'intensità e
l'autenticità della preghiera si manifestano in una vita
messa a servizio di Dio e dei fratelli.
Don Bosco e Maria Mazzarello hanno preso da Gesù Pa-
store questa modalità. Scoprirono il carattere di preghiera
che ha l'azione apostolica e caritativa quando viene com-
piuta secondo la volontà e nella presenza di Dio. Ciò d'al-
tra parte era già conosciuto dai mistici.
Per Santa Teresa: «La preghiera è un trattare da amici
con Dio... »; comprende la totalità della vita qualunque sia
l'occupazione del momento; si può parlare con lui o lavo-
rare per lui; pensare a lui o soffrire per lui.
Perciò, sempre secondo Santa Teresa, la preghiera pre-
para l'incontro con Dio nell'azione: «L'orazione mentale
non è altro che fare pratica di amicizia incontrandosi fre-
quentemente con chi si ama.. . non per godere ma per ac-
cumulare energie per servire». Per questo l'azione la so-
stituisce con vantaggio in determinati momenti: «Smette-
re di star da soli con Lui per dedicarsi a una di queste due
cose (agire e patire) gli dà gradimento».
16 Cf Le 21 ,36.
1' Mt6,7.
1' CfMt6,7.
1
Mt
6,9.
' 0 Gv 4,23.
93

10.6 Page 96

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Don Bosco in preghiera
Bisogna dire però che i salesiani conoscono poco della
vita di preghiera di Don Bosco. Si ripete che «era l'unione
con Dio». Ma se domandassimo a ciascun salesiano se
Don Bosco è stato per lui Maestro di preghiera come lo è
stato, per esempio, di pedagogia, forse numerose risposte
sarebbero negative. Il cammino attraverso cui Don Bosco
è progredito nella preghiera attiva è certamente meno no-
to e commentato di quello che l'ha portato a maturare il
sistema preventivo. Di quest'ultimo conosciamo e diffon-
diamo aneddoti e massime; del primo invece abbiamo
un'immagine alquanto generica.
Le biografie danno ampio spazio al suo genio creativo
e aggiungono alcune pagine esemplari sui momenti mat-
tutini di preghiera.
C'è un «classico» della letteratura salesiana nel quale
si fa uno sforzo di osservazione più accurata della vita mi-
stica di Don Bosco. È il libro Don Bosco con Dio di Don Eu-
genio Ceria. Da esso si vede che ha insistito spesso sulla
necessità per i salesiani della preghiera mentale e vocale:
«La preghiera... ecco la prima cosa. Non si comincia bene
se non dal cielo. La preghiera è per noi come l'acqua al pe-
sce, l'aria all'uccello, la fonte al cervo, il calore al corpo».21
Sarebbe sbagliato rappresentarci Don Bosco che recita
sempre preghiere vocali, così come sarebbe erroneo im-
maginare che non ci fossero in Lui espressioni esterne di
pietà. Quello che si ammirava di più però è quanto com-
menta Don Ceria: «In Don Bosco lo Spirito di preghiera
era ciò che nel buon militare è lo spirito marziale, ciò che
in un bravo artista è il gusto e in uno scienziato lo spirito
di osservazione: una disposizione abituale dell'anima at-
tuantesi con facilità, costanza e grande diletto».22
21 P. BROCARDO, Don Bosco profondamente uomo - profondamente santo, LAS,
Roma 1985, pag. 99.
22 Ib ., pag. 99.
94

10.7 Page 97

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C'è dunque in lui una fusione naturale e serena tra azione
e orazione. La vita non si divide tra l'uno e l'altra. L'amore
si esprime nell'uno e nell'altra: «La differenza specifica
della pietà salesiana consiste nel saper fare del lavoro pre-
ghiera... Questa è una delle caratteristiche più belle di
Don Bosco».23
Al seguito di questi due «modelli», il salesiano dovreb-
be arrivare ad essere «un orante» come ogni religioso. Ma
lo deve fare «immerso nel mondo e nelle preoccupazioni
della vita pastorale»,24«in un'operosità instancabile santi-
ficata dalla preghiera e dall'unione con Dio».25
Per indicare questo, nel nostro vocabolario si usano
due espressioni: essere contemplativo nell'azione, celebrare la
liturgia della vita.
Contemplativi nell'azione
Essere un contemplativo nell'azione è un'espressione clas-
sica della spiritualità ignaziana, applicata a Don Bosco da
Don Rinaldi. Dice, in altro modo, quello che abbiamo
commentato nella meditazione sulla figura di Don Bosco:
«Camminare in questo mondo come chi vede l'invisibile».
Ma come si «contempla» nell'azione? Ecco alcune in-
dicazioni.
Manteniamo viva, nel nostro lavoro, la coscienza che
siamo strumento dell'azione di Dio a favore dei giovani . Dei
nostri sforzi, dei nostri gesti di servizio, delle nostre paro-
le si serve il Signore per farsi sentire nella vita dei giovani
e svegliare in loro il desiderio di essere «di più». Noi non
raggiungiamo il loro cuore e la loro coscienza. Ma la no-
stra presenza, la nostra voce sono la porta attraverso cui
Dio si comunica a loro.
" Ib., pag. 105.
24 Costituzioni SDB 95.
25 Costituzioni SDB 95.
95

10.8 Page 98

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Abituiamoci poi a scoprire la presenza dello Spirito nella
vita degli uomini, particolarmente dei giovani. Uniamoci
all'opera che Dio porta avanti, ringraziando, godendo, in-
tercedendo. Se le nostre distrazioni riguardano i problemi
e le speranze della gente possiamo incorporarle nelle no-
stre preghiere. Secondo la piccola Teresa, le distrazioni so-
no come i bambini che disturbano i genitori durante la
Messa. Basta congiungergli le manine e farli guardare
verso l'altare.
Ancora: doniamoci pienamente al servizio dei giovani ac-
cettandone le esigenze quotidiane sull'esempio del buon
Pastore; parteciperemo così alla paternità di Dio, operan-
do come Lui in favore della vita dalle forme più elemen-
tari (cibo, casa, istruzione) a quelle più alte (rivelazione
del Vangelo, vita di fede).
Celebrare la liturgia della vita
L'altra espressione sintetica della preghiera salesiana
è: celebrare la liturgia della vita. Nel documento da cui è sta-
ta presa la Costituzione apostolica Laudis Canticum, è rife-
rita a tutti i cristiani che offrono la loro vita a Dio e agli
uomini, incorporandola all'esistenza di Cristo sacerdote.
È una delle presentazioni più belle e più vere del culto cri-
stiano che va oltre il rito e le cerimonie; e fa dell'uomo il
tempio di Dio e della sua esistenza l'adorazione e la lode
al Signore.
Può essere meditata e approfondita seguendo molte
piste: «Vi esorto, fratelli, per la misericordia di Dio ad of-
frire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito
a Dio: è questo il vostro culto spirituale! ».26
«Tutto quello che fate in parole ed opere, tutto si com-
pia nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di
Lui, grazie a Dio Padre».27
26 Rm 12,1.
" Col 3,17.
96

10.9 Page 99

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La liturgia della vita è stata assunta come «regola» di
preghiera dalle Costituzioni dei due Istituti dei SDB e del-
le FMA.28 È infatti particolarmente applicabile nelle situa-
zioni «educative».
Lavoro e preghiera sono fusi nel sacramento totale del-
la vita orientata verso Dio e mossa dalla carità. Unione di
preghiera e unione di vita con Dio sono due movimenti
dello stesso cuore. Le due hanno ritmi e forme proprie.
«L'unione di preghiera celebrata interrompe le relazioni
con le creature per concentrare tutta l'attenzione diretta-
mente sulla luce e sulla vita intima di Dio. L'unione prati-
ca si attua nel cuore stesso della vita corrente, nel tessuto
delle relazioni umane» .29
Contemplativi nell'azione educativa
Nel Sistema preventivo si riscontra continuità senza
rottura tra i due momenti; anzi, i due si uniscono in un
punto di congiunzione ulteriore: la carità. E per il nostro
tipo di carità educativa pastorale il momento dell'azione è
principale come carica e manifestazione. Per questo Don
Egidio Viganò preferiva l'espressione di San Francesco di
Sales: «l'estasi dell'azione».
Lo esprime un testo dei Salesiani: «Educare i giovani
alla fede è, per il salesiano, lavoro e preghiera. Egli è con-
sapevole che impegnandosi per la salvezza della gio-
ventù fa esperienza della paternità di Dio. (. ..) Don Bosco
ci ha insegnato a riconoscere la presenza operante di Dio
nel nostro impegno educativo, a sperimentarla come vita
e amore. (. ..) Noi crediamo che Dio ci sta attendendo nei
giovani per offrirci la grazia dell'incontro con Lui e per di-
sporci a servirLo in loro, riconoscendone la dignità ed
educandoli alla pienezza di vita.
28 Cf Costituzioni SDB 95; Costituzioni FMA 48.
29 P. BROCARDO, «Don Bosco profeta di santità per la nuova cultura», in
M. MIDALI (a cura di), Spiritualità dell'azione, LAS, Roma 1977, pag. 197.
97

10.10 Page 100

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Il momento educativo diviene così il luogo privilegia-
to del nostro incontro con Lui»30 e della contemplazione
della sua opera nella vita dell'uomo.
Proprio nella fede che intravede l'agire di Dio, nella
speranza che attende la sua manifestazione nella vita dei
giovani, e nella carità che si mette a disposizione del gio-
vane e dello sposo, si sviluppano i sentimenti e si vivono
come preghiera i momenti educativi di gioia, di attesa, di
dolore, di sforzo, di apparente fallimento. Si ringrazia, ci
si rallegra, ci si lamenta, si intercede, si desidera, si invoca.
La celebrazione liturgica ha un Kyrie, un Gloria, un
Credo, un' offerta, uno spazio simbolico, una comunità,
tempi di penitenza e di esultanza. Così la liturgia della vi-
ta ha momenti di risultati gratificanti e di delusione, di
iniziativa e di attesa, di solitudine e di compagnia. C'è
uno spazio (cortile, scuola, quartiere!) e ci sono persone
da amare e con le quali collaborare di cuore (la comunità
educante).
Il tutto, vissuto alla luce della presenza operante di
Dio, diventa contemplazione. Avviene come nella comuni-
cazione tra persone che si conoscono bene: un sentimento
si può esprimere con parole, con un gesto, con un dono,
con uno sguardo, con un silenzio, con una visita, con un
messaggio attraverso telefono o fax.
Si tratta - direbbe Sant'Agostino - «di prendere in ma-
no il salterio delle buone opere e con esso cantare le lodi
del Signore».
Atteggiamento costante di preghiera
C'è però un rapporto tra atteggiamento continuo di
preghiera ed esercizio di preghiera, tra preghiera-parola e
preghiera-vita, tra preghiera esplicita e preghiera diffusa
nella giornata, tra liturgia celebrata e liturgia della vita.
CG23; SDB 95.
98

11 Pages 101-110

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11.1 Page 101

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Forse è in questo rapporto dove si trovano le difficoltà
e allo stesso tempo la ricchezza del salesiano. E dunque il
punto fondamentale della sua formazione spirituale-apo-
stolica.
I due elementi o aspetti sono importanti: l'uno per l'al-
tro; entrambi per la stabilità e pienezza della vita consa-
crata. Chi lascia l'uno, perde l'altro.
Il rapporto tra essi è diverso secondo il «tipo» di vita.
Già all'origine stessa dei nostri istituti si dichiara: «La vita
attiva a cui tende la società fa che i suoi membri non pos-
sano avere molte pratiche di pietà in comune. Si sforze-
ranno di supplire con il buon esempio e il perfetto adem-
pimento dei doveri del buon cristiano».31 È un testo che bi-
sogna interpretare collocandolo nel proprio «tempo».
Quello che suggerisce, richiede apprendimento e tem-
pi speciali di concentrazione. «Molti credono che la pre-
ghiera venga da sé e non vogliono saperne del suo eserci-
zio, ma sbagliano».32
La preghiera deve scaturire «naturalmente», dice qual-
cuno; ma tutto quello che noi facciamo con molta natura-
lezza è risultato di un lungo esercizio: giocare, cammina-
re, suonare. La pratica regolare personale e la partecipa-
zione assidua a quella comunitaria sono indispensabili.
C'è bisogno di una iniziazione calma e progressiva alle
diverse forme di preghiera: vocale, mentale, lettura, silen-
zio, contemplazione, formule, creatività. Bisogna prati-
carle in diverse situazioni e momenti, fino ad impregnare
la vita in modo che la preghiera entri e venga fuori da noi
per molte vie e in molte forme.
L'esercizio radica la consuetudine: la regolarità è de-
terminante; tutte le cose importanti nella nostra vita han-
no un orario, un tempo riservato; se un giorno non le pos-
siamo fare nell'orario consueto, ne fissiamo subito un al-
tro. Così per mangiare, dormire, lavarci.
31 Costituzioni SDB 1858.
32 R. G UARDINI, Lettere su autoformazione, pag. 91.
99

11.2 Page 102

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Le mediazioni comunitarie sono indispensabili per
noi: i luoghi, i tempi, le forme, la comunità. Dico «per
noi», per i quali lo stile comunitario ricopre tutte le di-
mensioni della vita. Per altri religiosi può essere diverso.
Si richiede però anche l' applicazione personale. Il risulta-
to e la modalità di questa applicazione sono diversi. Cia-
scuno ha il suo modo di pregare, come ha il suo modo di
parlare, camminare e guardare. In questa chiave vanno
interpretati la maggior o minor emotività, le distrazioni,
le preferenze per la riflessione o le formule, i periodi di
stanchezza.
Ma la preghiera è un dono. Cristo è il solo orante. Egli
ci incorpora alla sua preghiera nello Spirito. Noi non sap-
piamo né che cosa dire né come dirlo. Lo Spirito mette
sulle nostre labbra quello che conviene chiedere. «Lo Spi-
rito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemme-
no sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo
stesso Spirito intercede con insistenza per noi con gemiti
inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa quali sono i de-
sideri dello Spirito poiché egli intercede per i credenti se-
condo i disegni di Dio».33
La nostra vita ha bisogno di integrare riflessione e
prassi, studio ed attività, silenzio ed incontro sebbene per
noi ciò non sia legato ad una rigida alternanza di tempi. E
ciò nelle condizioni attuali di vita in cui si è più esposti
alla molteplicità, al logorio, all'incalzare degli impegni.
2. Il lavoro
La rilevanza che il lavoro ha nella nostra vita, la si co-
glie facilmente da un insieme di fatti di portata reale e
simbolica: la radice contadina e le prime esperienze di
Don Bosco, i protagonisti e il tono delle esperienze delle
origini, la professione di povertà, il ceto lavoratore al qua-
le dedichiamo le nostre cure preferenziali. Il lavoro è il
33 Rrn 8,26-27.
100.

11.3 Page 103

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contenuto principale dei nostri programmi di educazione
nelle scuole professionali e tecniche, è la caratteristica di
una delle figure dei soci, il coadiutore; è la nostra forma
di inserimento nella società e nella cultura. Dà il tratto
quasi fondamentale del salesiano: il salesiano è un lavo-
ratore. Don Cagliero diceva con una espressione forte:
«Chi non lavora, non è salesiano».
Servono come sintesi due fatti: la menzione del lavoro
nello stemma, dove si è dovuto scegliere soltanto «due»
parole, e le ultime parole di Don Bosco: «Vi raccomando:
lavoro, lavoro, lavoro».
Alcuni chiarimenti, però, non sono superflui. Per Don
Bosco il lavoro non è la semplice occupazione del tempo
in qualsiasi attività, anche forse stancante. Ma la dedizione
alla missione con tutte le capacità e a tempo pieno. In questo
senso non comprende soltanto il lavoro manuale, ma an-
che quello intellettuale e apostolico. Lavora chi scrive, chi
confessa, chi predica, chi studia, chi ordina la casa. Il la-
voro è caratterizzato dall'ubbidienza, dalla carità pasto-
rale, dalla retta intenzione e dal senso comunitario. Non
dunque agitazione, movimento per impossibilità di stare
calmi, ma finalità, scelta, ordinamento delle azioni. Biso-
gna ancora dire che nella voce «lavoro» c'è un forte riferi-
mento alla manualità e praticità. Il Salesiano impara a la-
vorare con le mani e si trova bene anche facendo lavori
«umili»: domestici, materiali. Ma è vero che il grande «la-
voro» è dedicarsi all'educazione «cristiana» dei giovani.
La carità pastorale, che orienta il lavoro, può manife-
starsi in impulsi spontanei e generosi. Ma la cosa più co-
mune è che debba impegnarsi a lungo termine in un'ope-
ra paziente e quotidiana per far crescere le persone e ani-
mare le comunità.
Piuttosto che un atteggiamento di bontà o qualche ge-
sto di simpatia, è una prassi: una forma costante di agire
con competenza in un ambito, simile alla prassi politica,
sociale, medica. Tutte comportano un'azione coerente,
pensata e mirata. Ciò richiede da noi alcuni atteggia-
101

11.4 Page 104

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menti e alcune capacità permanenti. Ed è questo il lavo-
ro che finisce per modellare la fisionomia spirituale del-
la persona.
Il gusto per il lavoro è, in primo luogo, nel «cuore» pa-
storale: la voglia, lo slancio, il desiderio di lavorare, il tro-
vare gusto nelle imprese pastorali, l'essere disposto, il do-
narsi come chi gode, il considerare proporzionate tutte le
fatiche, il sentirsi attratto da quelli che più hanno bisogno,
il superare facilmente piccole frustrazioni, il non diserta-
re, il far fronte a rischi e difficoltà come fossero cose da
poco. Il suo contrario è l'indifferenza, la pigrizia pastora-
le, l'andare verso i momenti e compiti pastorali come ver-
so una sofferenza o un obbligo da sbrigare il più in fretta
possibile.
Ma oltre al «cuore», il lavoro, guidato dalla carità, po-
stula e sviluppa il senso pastorale. Il senso pastorale è come
il senso artistico o degli affari. È quasi un fiuto, un modo
di collocarsi rapidamente di fronte a una situazione. Visi-
tando le nostre opere scolastiche o oratoriane si percepi-
sce subito se la comunità ha il «senso» pastorale dall' o-
rientamento delle attività e il tono dei rapporti. In alcune
appare in primo piano il senso economico, quello orga-
nizzativo o quello disciplinare.
Il senso pastorale consiste nel fermarsi a valutare le co-
se dal punto di vista della salvezza della persona; nell'o-
rientarsi bene nella lettura degli eventi, nell'avere criteri,
chiavi o punti di riferimento validi per pensare e impo-
stare un'attività, in modo tale che le persone crescano
umanamente e riescano a rendersi consapevoli della pre-
senza di Dio Padre nella loro esistenza.
Il lavoro ci porta ad acquisire e sviluppare la capacità
pastorale: è una preparazione professionale specifica, che
la carità pastorale richiede, per cui abbiamo imparato e ci
perfezioniamo nel motivare, istruire, santificare, animare.
Ci rendiamo capaci di capire un contesto, di elaborare un
102

11.5 Page 105

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progetto che risponda alle sue urgenze e di realizzarlo, te-
nendo conto anche dell'elemento invisibile e impondera-
bile che c'è sempre nel lavoro pastorale.
Da ultimo, comprende la creatività pastorale: è quel-
1'atteggiamento mentale e pratico che porta a trovare so-
luzioni originali a problemi e situazioni nuove. Don Bo-
sco concepì un progetto per i ragazzi della strada mentre
le parrocchie continuavano con il catechismo «regolare».
Subito dopo, quando si accorse che i ragazzi non erano
preparati per il lavoro né protetti in esso, pensò una solu-
zione «piccola» e «casalinga» che poi crebbe: i contratti di
lavoro, i laboratori, le scuole professionali. E così per altri
bisogni, come la casa, l'istruzione.
Don Ceria indica questo tratto come caratteristico del-
lo spirito salesiano: «Il primo tratto, quello che più salta
agli occhi di tutti è una prodigiosa attività sia individuale
che collettiva».34
Lo stesso tratto è stato accolto anche nelle Costituzio-
ni: «La carità pastorale... caratterizzata da quel dinami-
smo giovanile che si rivelava così forte e alle origini della
nostra società...».35
Lavoro vuol dire occupazione del tempo e delle risorse
nel miglior modo, attenzione al nostro sviluppo in tutte le
sue possibilità, accortezza nelle scelte, dedicazione piena.
3. Temperanza
La spiritualità comporta anche la dimensione ascetica, di
resistenza o combattimento spirituale, rappresentata, nel-
l'Esortazione apostolica, con l'icona di Giacobbe che lotta
con l'Angelo. «L'ascesi, aiutando a dominare e correggere
le tendenze della natura umana ferita dal peccato, è vera-
mente indispensabile alla persona consacrata per restare
" Annali, c. CXVII, p ag. 722.
" CfSDB C 10 e 19.
103

11.6 Page 106

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fedele alla propria vocazione e seguire Gesù sulla via del-
la Croce».36
È legata alla dimensione penitenziale che è essenziale
alla maturità cristiana. Senza di essa è impossibile sia l'i-
nizio sia l'ulteriore cammino di conversione: questa con-
siste nell'assumere qualche cosa e lasciarne molte altre,
optare e tagliare, distruggere cose o abitudini vecchie o
inutili e lasciarsi ricostruire. In tale senso ci parlano le sto-
rie di Abramo e degli apostoli.
Si tratta di un aspetto non molto congeniale alla sensi-
bilità corrente che tende alla soddisfazione dei desideri e
la giustifica. Ciascun Istituto ha una tradizione ascetica
coerente con il proprio stile spirituale. Nel nostro, la for-
mula che la riassume è «coetera tolle»: lascia il resto, ordi-
na il resto a questo, cioè al «da mihi animas», alla possibi-
lità di vivere interiormente ed esprimere l'amore ai gio-
vani, togliendoli dalle situazioni che impediscono loro di
vivere. Sono due aspetti correlati.
Aspetto importante di tale ascesi è dare unità alla per-
sona, integrando nel progetto di vita in Dio alcune ten-
denze che, sviluppate in forma autonoma, comprometto-
no la qualità dell'esperienza spirituale e le finalità della
missione: un'esasperante ricerca dell'efficienza e della
professionalità separate dalle finalità pastorali, la secola-
rizzazione della mentalità e dello stile di vita, le forme,
anche larvate, di affermazione eccessiva della peculiarità
culturale.37
Il «coetera tolle», lascia o ordina il resto, ha la sua
espressione quotidiana, non unica, nella temperanza «sa-
lesiana». Dico «salesiana» perché nella nostra storia e nei
nostri testi si è caricata di alcune riferimenti molto carat-
teristici.
La temperanza è quella virtù cardinale che modera le
pulsioni, le parole e gli atti secondo la ragione e le esigen-
36 VC 38.
.
1
'
CfVC38.
104

11.7 Page 107

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ze della vita cristiana. Attorno ad essa si muovono la con-
tinenza, l'umiltà, la sobrietà, la semplicità, l'austerità. Nel
sistema preventivo le stesse realtà vengono incluse nella
ragionevolezza. Le sue manifestazioni nella vita quotidia-
na sono: l'equilibrio, cioè la misura in tutto, una conve-
niente disciplina, la capacità di collaborazione, la calma
interiore ed esteriore, un rapporto con tutti, ma special-
mente con i giovani, sereno e autorevole.
Temperanza è soprattutto «stato atletico» permanente
per qualsiasi richiesta in favore dei giovani; rendersi e
mantenersi liberi da legami troppo condizionanti, dal pe-
so dei gusti ed esigenze personali che creano dipendenze:
«Ogni atleta è temperante in tutto; essi lo fanno per otte-
nere una corona corruttibile, noi invece una incorruttibi-
le. Io dunque corro ma non come chi è senza meta: faccio
il pugilato ma non come chi batte l'aria... ».38
La temperanza si applica nel lavoro: è l'ordine per cui le
azioni hanno una motivazione nelle finalità e una prioriz-
zazione; si dominano e si commisurano sia le ambizioni
personali sia le ambizioni «apostoliche», si richiede dagli
altri il giusto e non quello che è eccessivo o servirebbe so-
lo per nostra comodità; si fa in modo che il lavoro non eli-
mini la preghiera né i rapporti fraterni. Si deve essere
temperanti nel movimento, nelle uscite, nella ricerca del
denaro, nella voglia di finire una cosa per incominciare
l'altra; nel dominio della propria azione, fosse anche solo
perché non finisca per prenderci come in un ingranaggio.
La temperanza si applica nella vita fraterna: anzi senza di
essa non è possibile una buona relazione comunitaria.39
L'amore fraterno implica dominio di sé, sforzo di atten-
zione, controllo dei sentimenti spontanei, superamento di
conflitti, comprensione delle sofferenze altrui. È tutto un
38 1 Cor 9,25-27.
39 Costituzioni SDB 90.
105

11.8 Page 108

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esercizio di uscire da se stessi e cambiare il proprio orien-
tamento. Per noi c'è anche l'impegno di dimostrarlo in
forma comprensibile: un affetto che sa provocare corri-
spondenza per il bene dell'altro.
La temperanza si applica allo stile di vita personale:rappor-
ti commisurati alla missione; uso e prassi di beni di con-
sumo (macchine, apparecchi); tempo di distensione e va-
canze; interiorità vigilata e purificata.
La temperanza si applica anche nella preghiera e nella con-
templazione: è la fede che non esige di vedere né di sentire;
che quando «sente» non si attacca al gusto. Gli autori par-
lano di desiderio smodato di «consolazione».
Tutto ciò può sembrare troppo ordinario, come dimen-
sione ascetica, e quasi allegro di fronte alla serietà del ri-
chiamo alla conversione e alla radicalità. Don Bosco
espresse questa apparente contraddizione col sogno del
pergolato delle rose. I salesiani camminano sui petali. Tut-
ti li credono «gaudenti». Essi sono infatti «felici». Punzec-
chiati dalle spine non perdono la gioia. Anche ciò è ascesi:
la semplicità, il buon viso, il non fare «scena». Risponde
al consiglio evangelico: quando digiunate non assumete
un'aria malinconica, ma profumatevi la testa e lavatevi il
volto.40
' 0 Mt 6,16-17.
106

11.9 Page 109

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La spiritualità salesiana
nella prassi pastorale:
il Sistema Preventivo
I. CARITÀ PASTORALE E CARITÀ PEDAGOGICA
1. Una forma originale di carità pastorale
La carità pastorale comprende tutto il servizio della
Chiesa all'uomo: annunciare il vangelo, promuovere le
persone, animare la comunità, compiere le opere di mise-
ricordia corporali e spirituali.
Il Concilio la propone come via di santificazione a co-
loro che intendono coinvolgersi intensamente nella mis-
sione della Chiesa: vescovi, sacerdoti, religiosi di vita atti-
va, laici impegnati.
La carità pastorale salesiana ha un'altra determinazio-
ne più precisa che non la restringe, ma la definisce meglio:
è una carità pedagogica. È un amore che sa creare un rap-
porto educativo: si esprime sulla misura dell'adolescente
e dell'adolescente povero che deve essere aiutato ad
aprirsi, a scoprire la ricchezza della vita, a crescere.
Per questo adolescente povero, a volte scarso di corag-
gio, di educazione, di parole e di pensiero, la carità del sa-
lesiano deve diventare segno leggibile dell'amore di Dio.
È dunque una carità che sa arrivare agli ultimi, ai più
umili, a coloro che hanno maggiori difficoltà.
Alcuni confratelli che lavorano in zone di emargina-
zione mi riferivano che una delle maggiori difficoltà che i
ragazzi di questi ambienti hanno all'inizio è proprio quel-
la di esprimersi di fronte a persone adulte estranee, di
fronte alle istituzioni e a coloro che le rappresentano, in-
107

11.10 Page 110

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elusa la Chiesa. Le istituzioni sono per loro l'immagine di
quel mondo organizzato dal quale si sentono esclusi. L'a-
more dei salesiani, che vorrebbero essere strumento di
salvezza per i più poveri, deve essere capace di gesti che
aiutino a prendere il proprio sviluppo con allegria e spe-
ranza, ad aprirsi alla fiducia e al dialogo, anche nel conte-
sto di una vita depauperata e con condizionamenti.
Ciò riproduce il gesto di carità che Don Bosco compì
con Bartolomeo Garelli, che consistette nel farlo «ridere»
mettendolo a suo agio. All'ardore spirituale questa carità
unisce, dunque, la saggezza, il tatto pedagogico e il senso
pratico, l'ottimismo educativo e la pazienza di chi deve
sostenere e coltivare i germi di vita. Tutto ciò esprime
quello che afferma Don Caviglia e riprende Giovanni
Paolo II nella Juvenum Patris: «La santità di Don Bosco si
plasma come santità educativa».1
Avete avuto opportunità di vedere l'ardore profetico di
alcuni predicatori, in generale non cattolici, che nelle
piazze si fanno interpreti del comando di Dio di conver-
tirsi e annunciano la fine dei tempi? Nessuno può negare
che abbiano amore e zelo religioso. Ma nemmeno ci sen-
tiamo di affermare che questo sia lo «stile» della carità
«pedagogica» che ascolta, comprende, aiuta e accompa-
gna le persone.
La carità pedagogica dimostra ardore, ma anche tatto,
buon senso, misura e affetto. In una parola, saggezza pa-
terna che insegna ad affrontare la vita. Il patrimonio di ri-
flessione ed esperienza su questa forma di carità è espres-
so nelle costituzioni2 con queste parole: «Guidato da Ma-
ria che gli fu Maestra, Don Bosco visse nell'incontro con i
giovani del primo oratorio un'esperienza spirituale ed
educativa che chiamò "Sistema Preventivo". Era per lui
un amore che si dona gratuitamente, attingendo alla ca-
rità di Dio che previene ogni creatura con la sua Provvi-
1 JP 5.
2 Costituzioni SDB 20; Costituzioni FMA 7.66.
108

12 Pages 111-120

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12.1 Page 111

▲back to top
<lenza, l'accompagna con la sua presenza e la salva do-
nando la vita.
Don Bosco ce lo trasmette come modo di vivere e di la-
vorare per comunicare il Vangelo e salvare i giovani con
loro e per mezzo di loro. Esso permea le nostre relazioni
con Dio, i rapporti personali e la vita di comunità, nell'e-
sercizio di una carità che sa farsi amare».
C'è in questo articolo un insieme di accenni che non bi-
sogna lasciar sfuggire.
- Il Sistema Preventivo è chiamato «esperienza spiri-
tuale» e non solo pedagogia.
- «Si ispira alla carità di Dio»: non è dunque soltanto
risultato di ricerche educative né per ciò che riguarda i
suoi fondamenti, né per ciò che riguarda la pratica.
- L'esperienza nasce e si sviluppa «nell'incontro con i
giovani» e «nell'oratorio». Ciò costituisce l'humus, la ter-
ra dove si trovano le sostanze nutrienti per questa pianta.
L'esperienza non nasce e si sviluppa nei monasteri, nelle
biblioteche, nella proprio camera... : il che non vuol dire
che tutto questo non sia utile anche per il salesiano.
- «Informa i nostri rapporti con Dio». Il salesiano è un
«tipo da oratorio» anche di fronte a Dio e nelle questioni
spirituali, immediato e aperto, semplice e spontaneo, fi-
ducioso e festivo.
Si tratta di riflettere allora sugli atteggiamenti che tale
carità pastorale esige e crea, e sulla pratica che richiede.
2. Gli atteggiamenti della carità pedagogica .
La predilezione per i giovani
Il primo è la predilezione per i giovani. Ciascun salesia-
no, nel quale opera la carità, deve poter ripetere con Don
Bosco: «Tra voi mi trovo bene. La mia vita è proprio stare
tra voi».
La conseguenza concreta della predilezione in Don Bo-
sco per i giovani fu di scegliere la gioventù come campo
109

12.2 Page 112

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del proprio lavoro. A Don Bosco come sacerdote venivano
offerti altri campi con notevoli vantaggi economici, di
prestigio e in ordine alla propria realizzazione. La scelta
di stare con i ragazzi della strada e con i piccoli lavoratori
rinunciando ad essere vicario parrocchiale, istitutore di
una famiglia agiata, cappellano di collegio o insegnante
di morale segnò tutto il suo cammino posteriore.
La stessa cosa vale per Madre Mazzarello. Il lavoro
apostolico tra le giovani del suo paese crea in lei quella
affinità che la porta a un incontro «spiritualmente caldo»
con Don Bosco, dal quale nasce l'espressione femminile
della spiritualità salesiana.
Ma da questa scelta determinante ne seguirono due
conseguenze: dedicare ai giovani tutto il proprio tempo e as-
sumere i loro problemi: la povertà, il lavoro, la mancanza di
educazione, le difficoltà della crescita, l'assenza del foco-
lare.
Pure noi dobbiamo poter asserire che non siamo tra i
giovani «per obbligo di orario», «per mestiere» o per gua-
dagno; che non aspettiamo il momento di ritirarci per po-
terci dedicare ad altro che ci piace di più, che consideria-
mo più serio e profondo, e in cui collochiamo la nostra
principale preoccupazione pastorale, il nostro momento
di distensione o il punto più alto della nostra vita spiri-
tuale.
Non ci consumiamo spiritualmente tra i giovani per
poi caricarci di energie spirituali in altri momenti. Con lo-
ro ci troviamo bene... è il nostro momento spirituale!
In una versione attuale, lo esprime il CG23 dei salesia-
ni: «Noi crediamo che Dio ama i giovani». Questa è la fe-
de che sta all'origine della nostra vocazione, e che motiva
la nostra vita e tutte le nostre attività pastorali.
Noi crediamo che Gesù vuole condividere la «sua vita»
con i giovani: essi sono la speranza di un futuro nuovo e
portano in sé, nascosti nelle loro attese, i semi del Regno.
Noi crediamo che lo Spirito si fa presente nei giovani e
110

12.3 Page 113

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che per mezzo loro vuole edificare una più autentica co-
munità umana e cristiana. Egli è già all'opera, nei singoli
e nei gruppi. Ha affidato loro un compito profetico da
svolgere nel mondo che è anche il mondo di tutti noi.
Noi crediamo che Dio ci sta attendendo nei giovani per
offrirci la grazia dell'incontro con Lui e per disporci a ser-
virlo in loro, riconoscendone la dignità ed educandoli alla
pienezza della vita.
Il momento educativo diviene, così, il luogo privilegia-
to del nostro incontro con Lui.3
All'inizio della vita salesiana e mentre noi stessi siamo
ancora giovani, lo stare con e tra i ragazzi è un movimento
spontaneo e persino gratificante, soprattutto se si è capaci
di sintonizzare e si è accolti con simpatia. I giovani eserci-
tano una certa attrattiva per la loro vivacità, la capacità
creativa, la voglia di vivere e condividere.
Ma quando si esaurisce la voglia spontanea, la decisio-
ne di «stare con i giovani» impegna la vita e richiede sfor-
zo ascetico. Ad un certo momento incomincia a costarci
essere fisicamente tra i giovani; più ancora essere psicologica-
mente e culturalmente con loro, preferire il loro mondo ad
altri ambienti più cordiali e formali.
Oggi può diventare addirittura difficile. L'età dei gio-
vani in periodo di educazione è più alta, la loro libertà più
ampia, i comportamenti più svariati e meno regolari, il
dialogo più aperto su tutte le questioni. Ciò può provoca-
re una «fuga », un «abbandono» progressivo del campo
giovanile da parte di non pochi salesiani, sotto l'impres-
sione di non riuscire a comunicare col linguaggio, con le
aspirazioni o il tipo di vita delle nuove generazioni. Il la-
vorare in comunità ci aiuta a integrare i contributi di tutti:
quello di chi è particolarmente dotato per il contatto con i
giovani e quello di chi può dare soltanto un apporto par-
ziale e limitato.
' CG23 95.
111

12.4 Page 114

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Ciò costituisce la fortuna e il distintivo della Congre-
gazione. È così caratteristico della spiritualità individuale
e comunitaria che tutto quanto ha fatto la Congregazione
lo ha fatto con e dai giovani. Dall'oratorio e dai giovani eb-
bero origine, almeno in ordine di tempo, le altre realtà che
oggi compongono il grande albero del movimento sale-
siano. Da essi venne fuori la Congregazione e tutto il re-
sto... senza di essi, niente!
Alle celebrazioni del mese di gennaio 1988 erano pre-
senti a Torino 56 vescovi salesiani. Guardandoli prova-
vamo soddisfazione per questo contributo qualificato
della Congregazione alla Chiesa, per la fiducia che ciò si-
gnifica da parte della Chiesa verso la Congregazione, per
la responsabilità e l'amore di questi fratelli verso la co-
munità salesiana. Ma tra alcuni di noi si è fatto un com-
mento: i vescovi salesiani, dicevamo, sono un eccellente
prodotto finale di un lavoro pastorale che comincia e si
rigenera costantemente nell'ambito oratoriano e giovani-
le. Se i salesiani non avessero giovani non avrebbero
neanche vescovi!
Il luogo dove la Congregazione si rigenera, dove pro-
duce nuove espressioni spirituali e genera per sé nuovi
membri, ispirati dallo Spirito; dove rinnova l'entusiasmo
ed esprime la creatività carismatica è lo spazio giovanile. In
esso ha avuto luogo la nostra nascita e continua ad essere
il continente della nostra missione e la nostra terra pro-
messa. La nostra spiritualità non troverebbe nuove
espressioni se i salesiani si allontanassero da esso.
L'espressione dell'articolo 20: «nel contatto con i gio-
vani del primo oratorio Don Bosco elaborò un'esperienza
spirituale», è valida anche oggi. La carità pastorale, nella
forma come la vivono i salesiani, crea dunque questo at-
teggiamento fondamentale: la predilezione per i giovani,
che significa «esserci», «collocarsi», «ritornare» al luogo
tipico della nostra esperienza di Dio.
112

12.5 Page 115

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La fiducia nei giovani
Ma c'è un secondo atteggiamento: è la fiducia nei giova-
ni. La carità salesiana intende incominciare non dai pri-
mi, ma dagli ultimi; non dai più ricchi dal punto di vista
economico o spirituale, i quali hanno già attenzione e ser-
vizi; ma da coloro che non sanno a quale parrocchia ap-
partengono né quale scuola devono frequentare. In questi
giovani si deve suscitare una speranza e svegliare energie.
Per questo è necessario che il salesiano, in forza della
sua fede in Dio che vuole la salvezza di tutti, creda quello
che Don Bosco diceva: «In ogni giovane, anche il più di-
sgraziato, c'è un punto che opportunamente scoperto e
stimolato dall'educatore, reagisce con generosità»,4 e pro-
porziona l'energia della quale il giovane ha bisogno per
trasformarsi.
La fede in Dio Padre e l'evento di Cristo Salvatore ci
dice che nessuno è definitivamente perso. Ogni giovane
porta nel suo interno il segno del piano di salvezza, nel
quale c'è una promessa di vita piena e felice per ciascuno.
Le tre biografie esemplari che Don Bosco scrisse fanno
vedere come sia possibile portare ad alto livello la vita cri-
stiana di chi è particolarmente dotato (Domenico Savio);
di ricuperare chi ha un passato meno favorevole (Michele
Magone); di accompagnare fino ad uno sviluppo soddi-
sfacente chi ha risorse normali (Francesco Besucco).
La soddisfazione spirituale del salesiano non è soltanto
quella di proporre una meta a chi è capace di volare alto,
ma di «salvare», prendere dal livello più basso ed elevare,
aiutare a dare un passo. Questa è anche la partecipazione
del salesiano all'opera di Dio, partecipazione che richiede
fede e speranza. L'esercizio costante delle virtù teologali,
dunque, costituisce l'ascetica del salesiano: capacità di se-
minare senza stancarsi e senza grettezza, di dare sempre
una nuova opportunità, anche quando sembra che i risul-
MB V, pag. 367.
113

12.6 Page 116

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tati non compensano, di vedere la vita in tutto il suo valo-
re potenziale come mistero imprevedibile, sempre in atte-
sa dell'azione della grazia.
Il buon educatore è quello capace di dare e creare sem-
pre una nuova opportunità. È quello che mai dice: basta!
Per questo diciamo che le tre energie interiori che ha il
ragazzo - religione, ragione, amore - sono anche i tre
aspetti e le tre fonti di crescita per l'educatore. Egli deve
crescere continuamente nella fede, riconoscendo la fecon-
dità di quello che Dio ha seminato nella vita dei giovani
attraverso la parola e la presenza; deve alimentare il suo
ottimismo che è speranza e fiducia nel futuro del suo la-
voro; deve riconvertire il tutto in una carità che è prontez-
za e capacità di intervento a favore dei giovani.
Tutto ciò ha portato a ripensare il concetto di prevenzio-
ne e preventività. Forse per molti significava occuparsi sol-
tanto di ragazzi e giovç1ni che non sono stati ancora rag-
giunti dal male. Anticipare è certamente una regola d'oro.
Ma «prevenire» vuol dire anche impedire la rovina defi-
nitiva di chi è già sulla cattiva strada ma ha ancora ener-
gie sane da sviluppare o ricuperare. Nella attuale rifles-
sione socio-pedagogica si parla di° una prevenzione prima
e di base, di una seconda, di ricupero e rafforzamento, e
di una ultima che riesce ad arginare le conseguenze estre-
me del male.
L'amore manifestato
Insieme alla predilezione per i giovani e la fiducia nel-
la grazia di salvezza che opera in essi, c'è un terzo atteg-
giamento: è l'amore manifestato in forma di affetto.
L'amore vero si riferisce al bene assoluto dell'altro, che
viene desiderato e cercato come fosse proprio. Questa è
l'espressione fondamentale, non legata alla simpatia re-
ciproca tra coloro che si amano. Ma l'amore del salesiano
è, come dice Don E. Viganò, quello che sa farsi corrispon-
dere, perché ha intuito che con questa corrispondenza fa
114

12.7 Page 117

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crescere il giovane. Sentendosi stimato, questi impara a
stimarsi, ad avere fiducia e a donare anche lui gratuita-
mente.
Possiamo noi stessi ricordare chi sono stati coloro che
hanno ravvivato in noi desideri di superarci e ci hanno
dato coraggio per misurarci anche con mete difficili: sono
coloro che ci hanno dimostrato stima, fiducia, affetto.
Mentre coloro che ci hanno trascurato, ignorato o sva-
lutato hanno svegliato in noi istinti di aggressività e senti-
menti di scoraggiamento. L'amore crea la persona!
È il tema della lettera scritta dà Roma nel 1884. E anche
una conclusione della esperienza educativa di Don Bosco.
Quando Egli era seminarista, i gesuiti, durante un'epide-
mia, gli offrirono di fare l'assistente in un soggiorno che
essi avevano nei pressi di Torino, al quale avevano invia-
to i loro giovani convittori. Don Bosco accettò l'invito per
occupare il tempo, guadagnarsi da vivere e soddisfare la
sua naturale inclinazione a stare con i giovani. Erano
alunni di scuola media, dunque di buona società.
Don Bosco non trovò difficoltà nel rapporto con loro.
Impartiva loro ripetizioni di greco, assisteva nei dormito-
ri e, stando alle sue parole, ebbe in questi giovani eccel-
lenti amici che gli volevano bene e lo rispettavano. Ma ri-
levò un particolare: la difficoltà di influire profondamen-
te quando il rapporto educativo è «finanziato» e il giova-
ne può dire: «Tu fai bene il tuo mestiere e io lo riconosco.
Ma io pago il servizio». Il rapporto non era gratuito. Il
giovane faceva l'esperienza di un «buon servizio», non
quella di essere «salvato». Allora fece per sé una riflessio-
ne che il biografo ci ha tramandato: «A Montalto percepì
la difficoltà di ottenere su quei giovani l'influsso pieno di
cui si ha bisogno per far loro del bene. Perciò si persuase
di non essere stato chiamato ad occuparsi di giovani di
famiglie agiate».5
Il suo modo di educare non funzionava bene con quei
5 MB I, pag. 395.
115

12.8 Page 118

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giovani. C'era un buon rapporto. Ma si trattava di un rap-
porto piuttosto di cose che di persone. Era un interscam-
bio di denaro con servizi, entrambi prestati con perfetta
gentilezza e responsabilità. Ne scaturiva una relazione di
rispetto e di amicizia, ma non di gratitudine. Invece il si-
stema che lui sperimentò dopo, era basato sulla corri-
spondenza di affetto gratuitamente dato e gratuitamente
corrisposto.
Saper scatenare la fiducia è un aspetto della nostra ca-
rità educativa, perché soltanto dove essa esiste è possibile
il lavoro di educazione. Questa, come dice Don Bosco, «è
cosa di cuore».
Riferendo tutto questo discorso alla spiritualità, non
c'è chi non veda quanta ascesi e purificazione richieda
l'essere a disposizione dei ragazzi, non per propria sod-
disfazione ma per il loro progresso; quanta fede... richie-
da il rinnovare la propria disponibilità, l'inventare op-
portunità di incontrarli, l'essere pronti a nuove forme di
comunicazione, il capire situazioni inedite per poterli
aiutare.
È ciò che esprime l'articolo 15 delle Costituzioni:
«Mandato ai giovani da Dio che è tutto carità, il salesiano
è aperto e cordiale, pronto a fare il primo passo e ad acco-
gliere sempre con bontà, rispetto e pazienza. Il suo affetto
è quello di un padre, fratello e amico, capace di creare cor-
rispondenza di amicizia: è l'amorevolezza tanto racco-
mandata da Don Bosco. La sua castità e il suo equilibrio
gli aprono il cuore alla paternità spirituale e lasciano tra-
sparire in lui l'amore preveniente di Dio».
II. CARITÀ PASTORALE NEL LAVORO EDUCATIVO
Oltre gli atteggiamenti che la carità pastorale crea, ci
sono alcuni comportamenti visibili che costituiscono la
sua pratica. Come manifesta il salesiano la sua predilezio-
116

12.9 Page 119

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ne per i giovani? la sua fiducia nelle loro risorse, la sua
capacità di amarli al di sopra della simpatia spontanea o
della loro corrispondenza immediata?
1. L'incontro con il giovane
Espressione tipica della carità pastorale è innanzitutto
l'incontro... il saper incontrare i giovani e incontrarsi con i
ragazzi, facendo il primo passo. Pensate voi che ciò abbia
a che fare con la spiritualità? Certo! Dove e quando si ve-
de la spiritualità, per esempio di una religiosa infermiera,
se non nell'incontro con i malati? Dove e quando vedere
la spiritualità dell'educatore se non nel «momento» edu-
cativo?
Don Bosco fu uno specialista del primo incontro con il
giovane. Era capace di suscitare immediatamente la fidu-
cia, eliminare le barriere, provocare la gioia. Ci sono tanti
di questi incontri raccontati da lui stesso.
Alcuni di questi incontri sono passati alla storia come
momenti «fondanti ». L'incontro con Bartolomeo Garelli
nella sacrestia della chiesa di San Francesco d'Assisi gettò
le fondamenta dell'oratorio.
Nelle biografie dei giovani Don Bosco rievoca con pia-
cere i suoi incontri con loro e si sofferma a ricostruire pas-
so a passo lo scambio di battute. Nella biografia di Dome-
nico Savio riproduce il dialogo-incontro, che ebbe luogo
nella casa parrocchiale di Murialdo e nella direzione del-
l'Oratorio. Nella vita di Michele Magone c'è addirittura
un capitolo, il primo che porta come titolo: «Un curioso
incontro».
Don Bosco non solo rivive questi incontri, ma li propo-
ne come norma educativa. Si esibisce quasi nella sua arte
di attingere la vita del ragazzo. L'incontro comincia sem-
pre con un gesto di assoluta stima, di affetto, di sintonia.
Don Bosco entra subito e con semplicità nei punti impor-
tanti della vita del suo piccolo interlocutore (istruzione re-
ligiosa, lavoro, genitori, abbandono, vagabondaggio).
117

12.10 Page 120

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Il dialogo, dunque, è serio nei suoi contenuti, sebbene
le singole espressioni siano cariche di allegria e di buon
umore. Perché affrontano punti caldi di vita e li affronta-
no seriamente e con gioia, questi incontri si caratterizza-
no per l'intensità dei sentimenti. Michele Magone si com-
muove, Francesco Besucco piange di commozione, Do-
menico Savio «non sapeva come esprimere la sua gioia e
gratitudine; mi prese la mano, la strinse, la baciò più vol-
te».6 Questi sentimenti spiegano perché il ricordo del pri-
mo incontro rimase incancellabile anche nella memoria
dei giovani. Don Rua non dimenticherà mai i gesti e le pa-
role del primo incontro, quando era appena fanciullo, con
Don Bosco.
Se tale era il ricordo che avevano lasciato gli incontri
nel suo animo, se tale è la rilevanza che lui gli dà nelle
biografie, fino a farne il perno della narrazione, è perché
era convinto che la qualità dell'educatore-pastore si mo-
stra nell'incontro personale, e che questo è il punto a cui
tendono l'ambiente e il programma.
Quando un cardinale a Roma lo sfidò sulla sua capa-
cità educativa, Don Bosco gli offrì lo spettacolo e la prova
di un incontro personale e un dialogo con i ragazzi in
Piazza del Popolo. Partirono insieme verso il posto scelto.
La carrozza si fermò vicino alla piazza. Il Cardinale rima-
se in osservazione da lontano. Don Bosco avanza verso
un gruppo di ragazzi che giocano e schiamazzano. Non
sono certo dei delinquenti, ma monelli e ineducati. Si trat-
ta di un episodio vero ma probabilmente ricostruito come
«dimostrazione o lezione pedagogica». Rileggendolo tro-
viamo la struttura narrativa di tutti gli altri «incontri»: la
prima mossa di aggancio, la fuga dei ragazzi, il supera-
mento della timidezza, il dialogo serio-allegro, l'intensità
emotiva della conclusione.7
L'incontro che suscita fiducia e sveglia la stima di sé,
' MB V, pag. 124.
' Cf MB V, pagg. 917-91 8.
118

13 Pages 121-130

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13.1 Page 121

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d'altra parte, è una categoria evangelica. Gesù accoglie e
va incontro ad ogni tipo di persone: Zaccheo, Levi, Nico-
demo, la Samaritana, l'adultera. E l'incontro con lui lascia
il segno.
Forse tra i salesiani ci sono di quelli che hanno perso
questa capacità. Ma in compenso in diverse parti del
mondo si vedono alcuni fratelli e sorelle che vanno incon-
tro ai giovani che né istituzioni educative, forze del-
1'ordine, né assistenti sociali sono capaci di raggiungere. E
l'incontro lo fanno sulla strada, sotto i ponti, nei luoghi di
ritrovo delle bande. Parlando con loro si capisce come
questo è una pratica di carità.
Per tutti i salesiani si presenta un dilemma: incontrare
i giovani solo nelle istituzioni educative o anche in luoghi
più liberi e aperti? Le prime si stanno riducendo sempre
più alle attività e al tempo di insegnamento. E non sono
per i giovani il luogo dove essi svelano spontaneamente i
loro problemi personali. I secondi non hanno un'evidente
connotazione educativa e sono di difficile gestione.
Nell'incontro all'interno di una istituzione, il rapporto
iniziale tra giovane ed educatore è protetto dalle norme
di comportamento. Ci può essere correttezza senza fidu-
cia. All'infuori delle istituzioni educative viene messa alla
prova la nostra capacità di dimostrare ai giovani il nostro
interesse per la loro vita e di comunicare con loro. Forse
oggi i due luoghi di incontro vanno presi in considerazio-
ne dalla comunità anche se non tutti potranno agire nel
secondo.
2. L'accoglienza
Una seconda pratica della carità pastorale è l'acco-
glienza. Il saper ricevere il giovane con gioia come chi ri-
ceve una grazia.
Non si tratta soltanto dell'accoglienza fisica. Ma di
tutto quello che la persona porta con sé come bagaglio
119

13.2 Page 122

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di vita: i suoi gusti legittimi, le sue aspirazioni, la sua
cultura.
Forse tempo ap.dietro l'accoglienza che si dava al gio-
vane era soprattutto «istituzionale». Il ragazzo si inseriva
in uno dei nostri ambienti e si sentiva accolto, perché il
poter disporre di una simile opportunità educativa era un
privilegio. La vita dell'istituto ritmata dal dovere di stu-
dio, dalla preghiera quotidiana, dal giuoco, da attività va-
rie, rappresentava per lui una vera novità. L'istituto era
più «interessante» del paese o della famiglia.
In questo contesto, si facevano vicine le persone dei sa-
lesiani: l'assistente, il professore, il catechista, il direttore.
Bisogna prendere coscienza dell'influsso marginale, e
dunque della poca attrazione, che le istituzioni hanno og-
gi sui giovani. L'entrata in un ambiente solenne e ordina-
to, ma anonimo, non dice niente al giovane. Ha valore in-
vece l'accoglienza umana e personale, espressa con gesti
sensibili di accettazione. Ciò comporta comprensione ed
empatia riguardo a tutte le situazioni e sane tendenze gio-
vanili, dei singoli e dei gruppi. Le Costituzioni raccoman-
dano di «aprirsi alla conoscenza vitale del mondo giova-
nile e alla solidarietà con tutte le manifestazioni autenti-
che del suo dinamismo».8
3. La creazione di un ambiente
La terza manifestazione è dedicarsi con pazienza e cu-
ra a costruire un ambiente ricco di umanità, che è già
espressione e veicolo di valori. L'esperienza della forza
dell'ambiente appartiene ai primi anni di apostolato di
Don Bosco e diviene un'acquisizione definitiva per tutto
il resto dei suoi giorni. Visitava allora le carceri. Stando
alle sue parole, «fu in quelle occasioni che mi accorsi co-
me parecchi erano ricondotti in quel sito, perché abban-
donati a se stessi. Chi sa se questi giovanetti avessero fuo-
8 Costituzioni 39.
120

13.3 Page 123

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ri un amico che si prendesse cura di loro, li assistesse e li
istruisse nella religione nei giorni festivi, chi sa che non
possano tenersi lontani dalla rovina».9
Don Bosco sarà l'amico di molti ragazzi avvicinati in-
dividualmente nei più disparati luoghi; ma sarà anche l'a-
nimatore di una comunità di giovani, caratterizzata da al-
cuni tratti e con un programma da sviluppare. Ragioni
psicologiche, sociologiche e di fede lo confermarono nella
convinzione che c'era bisogno di un'ecologia educativa,
dove la religione e l'impegno si respirassero e dove la ca-
rità informasse i ruoli, i rapporti e l'atmosfera.
Non soltanto, dunque, fa la scelta dell'ambiente, cer-
cando stabilità per il suo oratorio e redigendo un piccolo
regolamento, ma enuncia una teoria: «L'essere molti insie-
me serve molto a far questo miele di allegrezza, pietà e
studio. È questo il vantaggio che reca a voi il trovarvi nel-
1'oratorio. L'essere molti insieme accresce l'allegria delle
vostre ricreazioni, toglie la malinconia quando questa
brutta maga volesse entravi nel cuore; l'essere molti serve
di incoraggiamento a sopportare le fatiche dello studio,
serve di stimolo nel vedere il profitto degli altri; uno co-
munica all'altro le proprie cognizioni, le proprie idee e co-
sì uno impara dall'altro. L'essere fra molti che fanno il be-
ne ci anima senza avvedercene».10
L'ambiente non è generico. Ma ha tratti caratterizzanti.
Non è un luogo materiale, dove si va ad intrattenersi in-
dividualmente, ma una comunità, un programma, una
tensione dove ci si inserisce per maturare.
La carità pastorale, l'amore educativo ci portano a
spendere tempo e salute, a prenderci cura di organizzare
bene un ambiente largo, positivo, ricco di proposte, capa-
ce di accogliere molti giovani e offrire loro un'esperienza
positiva della convivenza, della responsabilità, dell'impe-
gno, della vita di fede.
9 MB II, pag. 63.
rn MB VII, pag. 366.
121

13.4 Page 124

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Chi vede il salesiano, a volte stanco, ordinando cose,
creando rapporti, facendo adunanze e abbellendo muri,
per poter creare questa atmosfera, è tentato di pensare:
che cosa fa di spirituale questo religioso attaccando po-
sters e scrivendo manifestini? Questo ha a che fare con la
spiritualità? E vero che se il salesiano è totalmente preso
dalle cose, potendo essere aiutato, forse sta impiegando
male il suo tempo e la sua capacità. Ma se qualcuno pen-
sasse che tutta la preoccupazione per predisporre un am-
biente positivo per i giovani è perdita di tempo e non ha
niente da vedere con la spiritualità, allora dovrebbe me-
ditare il pensiero di San Paolo. Secondo l'apostolo non so-
no spirituali o carnali le cose. È la persona che, mossa dal-
l'istinto, dall'egoismo o dalla carità, conferisce qualità al-
1'azione e orienta le cose verso lo spirituale o verso il car-
nale.
4. Rapporto educativo personale
Insieme al saper e voler incontrare i giovani, insieme
all'accoglienza, all'animazione educativa e religiosa di un
ambiente, mettiamo un'ultima manifestazione della carità
pastorale: il rapporto personale che aiuta la crescita.
L' accoglienza forse richiama soltanto il primo momen-
to di incontro. L'educazione richiede poi un accompagna-
mento sereno ma prolungato. La natura provvede a ciò
nella relazione padre-figlio. In essa la generazione biolo-
gica si continua nell'assistenza alla vita mediante l'alleva-
mento (upbringing).
Ci sono, riguardo a questo punto, particolarmente due
manifestazioni: l'amicizia e la paternità . La prima ricorre
spessissimo nelle narrazioni di Don Bosco che riguarda-
no l'esperienza personale e la prassi educativa. Abbiamo
visto che l'amicizia è stata un tratto della sua giovinezza,
dimostrazione della sua capacità di dare e ricevere affetto
gioiosamente e sempre in maniera personale e profonda.
Nell'educazione, l'amicizia profonda nasce dai gesti e
122

13.5 Page 125

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dalla volontà di familiarità, e di essa si nutre. A sua volta
provoca confidenza. E la confidenza è tutto in educazio-
ne, perché soltanto nel momento in cui il giovane ci affida
i suoi segreti è possibile educare.
L'espressione concreta dell'amicizia è l'assistenza. Essa
viene intesa come un desiderio di stare con i ragazzi e
condividere la loro vita. Non è, dunque, un «obbligo di
stato», ma una certa passione per capire e aiutare a vivere
le esperienze giovanili. E allo stesso tempo presenza fisi-
ca dove i ragazzi si trovano, interscambiano o progetta-
no; è forza morale con capacità di animazione, stimolo e
risveglio. Assume il doppio aspetto della preventività:
proteggere da esperienze negative precoci e sviluppare le
potenzialità della persona attraverso proposte positive.
Sviluppa motivazioni ispirate alla ragionevolezza (vita
onesta, attraente senso dell'esistenza) e alla coscienza,
mentre rafforza nei ragazzi la capacità di risposta autono-
ma al richiamo dei valori.
Anche l'assistenza ha avuto tra noi un'evoluzione e un
arricchimento progressivo. Il primo modello di assistenza
fu quello oratoriano, tutto basato sul rapporto di amicizia,
collaborazione e voglia di stare insieme e aiutarsi. L'esi-
genza disciplinare e il controllo costituiscono in essa una
percentuale minima.
Poi è venuto il «modello» scolastico. L'adempimento
del dovere, la prevenzione di disordini, la disciplina pre-
sero il sopravvento. Il rapporto personale, la comunica-
zione spontanea persero quota. Oggi si ricupera la dimen-
sione di accompagnamento, aiuto in libertà, proposta,
animazione delle attività giovanili. Perciò si fa «assisten-
za» anche fuori delle opere.
L'accoglienza, l'amicizia, l'assistenza culminano in una
manifestazione singolarissima: la paternità o maternità. Es-
sa è più che l'amicizia. È una responsabilità affettuosa e
autorevole che porge guida e insegnamento vitale ed esi-
ge disciplina e impegno. È amore e autorità. È il carattere
che distingue il primo responsabile di un programma. Si
123

13.6 Page 126

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estende al singolo e all'insieme e in questo insieme va
protetta, difesa e sottolineata.
Si manifesta soprattutto nel «saper parlare al cuore»,
in maniera personalizzata e personalizzante, perché si at-
tingono le questioni che attualmente occupano la vita e la
mente dei ragazzi; saper parlare svelando la portata e il
senso di quello che va loro capitando in tal modo da toc-
care la coscienza, la profondità e aiutarli ad acquisire una
sapienza con cui affrontare gioie, problemi e prove: in un
parlare che comunica l'arte di vivere.
Amicizia e paternità creano il clima di famiglia, dove i
valori diventano comprensibili e le esigenze accettabili.
Così si traccia la linea tra l'autoritarismo, che rischia di
non influire, e il permissivismo che non riesce a trasmet-
tere valori e in cui l'amicizia risulta passatempo inconsi-
stente che non aiuta a crescere.
5. Conclusione
La nostra carità pastorale ha una sua fisionomia: è pe-
dagogia.
Include atteggiamenti interni, pratiche quotidiane, abi-
tudini di lavoro, criteri organizzativi ecc.
Il tutto è immaginato e messo in pratica per poter rive-
lare ai giovani il gusto della vita pienamente umana e l'a-
more di Dio: vogliamo essere «segni dell'amore di Dio».
In questo senso il nostro lavoro educativo costituisce
anche la nostra esperienza spirituale tipica. Quando vo-
gliamo mostrare a qualcuno la spiritualità benedettina, lo
portiamo al «monastero»; se vogliamo fargli sperimenta-
re direttamente il punto alto della spiritualità focolarina
lo invitiamo alle «Mariapolis». Per vedere in atto, in vivo
e in diretta la spiritualità salesiana bisogna andare nel cor-
tile o osservare i salesiani tra e con i giovani.
124

13.7 Page 127

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Educatori
1. I salesiani sono educatori
I numerosi articoli costituzionali che descrivono gli at-
teggiamenti, le pratiche e le opere della nostra carità pa-
storale, accanto alla parola evangelizzare ne collocano
un'altra: educare, educatori. Lo stesso avviene negli scrit-
ti e documenti autorevoli sulla nostra spiritualità, fino a
coniare uno slogan, la cui portata precisa è ancora da
chiarire: «Evangelizzare educando, educare evangeliz-
zando».
Uno degli aspetti della personalità, della missione e
della spiritualità di Don Bosco - e altrettanto si deve dire
di Madre Mazzarello - che la storia ha fatto emergere di
più, è la sua attenzione al campo educativo e la sua genialità
pedagogica. Anzi, possiamo dire, senza ombra di dubbio,
che questi sono stati privilegiati più di tutti gli altri aspet-
ti. La maggior parte dei convegni e congressi, che si sono
svolti in ambito ecclesiale e secolare, nelle diverse nazioni
in occasione dei centenari, hanno scelto il tema educati-
vo-pedagogico come quello che meglio poteva parlare ai
nostri contemporanei.
Fra i salesiani maturò addirittura l'idea di chiedere che
Don Bosco venisse dichiarato «Dottore» della Chiesa.
Non per la sua dottrina «teologica», ma per la sua ispira-
zione e prassi educativa. La Lettera del Papa «Padre e
Maestro della gioventù» verte tutta sul servizio, la dedi-
zione e la capacità educativa di Don Bosco.
Di questo tratto della spiritualità salesiana abbiamo
avuto una presentazione nella beatificazione di Madre
Maddalena Morano (30 aprile 1994): maestra di scuola
per vocazione prima di entrare tra le salesiane, la sua vita
125

13.8 Page 128

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religiosa è segnata dalla mentalità, l'entusiasmo, il servi-
zio e la creatività educativa.
L'interesse non è nuovo. Anzi forse è questo l'aspetto
che sin dall'inizio più ha attirato l'attenzione di tutti e che
ha avuto più risalto già nelle primissime biografie per vo-
lontà stessa di Don Bosco. E si spiega. Il solo fatto di un
prete che va alla ricerca dei giovani per le strade e si ade-
gua al loro linguaggio e ai loro gusti, sarebbe anche oggi
tema per un film.
Don Auffray nel capitolo XII della sua vivace biografia,
capitolo dedicato a «Don Bosco educatore», dà una valu-
tazione e porge un dato. «Se alcuni nascono poeti, altri ar-
tisti, altri scienziati, Don Bosco era nato educatore. È come
se, affidandogli un compito ben preciso, Dio gli avesse da-
to pure i mezzi per portarlo a termine tanto fruttuosamen-
te. Le circostanze e l'ansia apostolica indussero Don Bosco
ad occuparsi di un numero incredibile di problemi: si può
dire che pochi uomini, nella Chiesa e fuori, hanno fatto
tante e tanto diverse cose. Eppure, quella di educatore fu
la vocazione che egli sentì sua più di ogni altra. Sul passa-
porto che gli fu rilasciato nel 1850 per un viaggio a Mila-
no, la professione dichiarata dal Santo è quella, assai elo-
quente, di "maestro di scuola elementare" ».
Queste valutazioni diedero origine ad una discussione:
se in lui fu prima nel tempo e più forte la vocazione di
educatore o quella di sacerdote. Don Pietro Braido segue
l'intrecciarsi di entrambe durante il corso della sua vita
per concludere che quella di sacerdote è prima e ispirante
e trova il suo campo proprio nell'educazione della gio-
ventù. Ciò dà ragione della nostra attuale dedizione all'e-
ducazione con finalità pastorali.
Il Decreto di beatificazione parla di Don Bosco come di
«un educatore eminente (princeps) che aprì strade defini-
tivamente valide alla pedagogia cristiana».
Gli Istituti SDB ed FMA hanno vissuto tempi di entu-
siasmo e quasi di esaltazione di questo aspetto del loro la-
voro e l'hanno manifestato in diverse forme. Per molti an-
126

13.9 Page 129

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ni hanno dato sviluppo preferenziale ai diversi settori
educativi: scolastico, professionale, agricolo, creando
strutture e ruoli ad ogni livello. A tali settori hanno indi-
rizzato la maggior parte del personale e lo hanno prepa-
rato con qualifiche e titoli. A ragion veduta hanno voluto
presentarsi e affermarsi negli ambienti civili, come perso-
ne interessate alla crescita culturale e alla promozione dei
giovani e della gente. Come culmine di tutto questo han-
no creato due facoltà di Scienze dell'educazione, le quali
hanno costituito una novità nelle Università Pontificie. In-
fatti le scienze dell'educazione non erano considerate né
«ecclesiastiche» «pastorali». Furono necessari tempo e
mediazioni per includerle come facoltà in una università
pontificia. Da ultimo sono venuti volentieri al dialogo con
governi e Chiese particolari per dare risposta a problemi
educativi urgenti.
Tale entusiasmo includeva simultaneamente l'educazio-
ne umana, cioè la crescita culturale della persona nel pro-
prio ambiente, e la formazion e cristiana, ossia lo sviluppo
della persona, come figlio di Dio e membro della Chiesa. I
due aspetti, in epoche precedenti, si presentavano uniti,
interpenetrati, quasi fusi nei programmi e istituzioni edu-
cative e anche nelle intenzioni degli utenti.
Questa origine e questa tradizione rimasero impresse
nella nostra identità. Nelle Costituzioni i termini evange-
lizzare ed educare formano un binomio indissolubile. Tra i
due esiste una relazione originale. La finalità è unica: illu-
minare, far crescere, attrezzare per-la vita, abilitare all'uso
della libertà, dare ai giovani il gusto per i valori.
C'è però tra i due termini una subordinazione di valo-
re: noi siamo persuasi che in Gesù Cristo troviamo il sen-
so, la luce e la forza per orientare la vita. Tutto tende a po-
ter far conoscere lui anche se rispettiamo i tempi e il cam-
mino di ciascuno.
Educare-evangelizzare sono due programmi che, sen-
za essere uguali, si comunicano e si riempiono vicende-
127

13.10 Page 130

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volmente. Il nostro modo di evangelizzare tende a forma-
re una persona matura in ogni senso. La nostra educazio-
ne tende ad aprire a Dio e al destino eterno dell'uomo.
Il salesiano non è soltanto catechista o pastore, ma edu-
catore. Le FMA non sono un istituto di catechiste parroc-
chiali, anche se fanno anche questo. Essi fanno dell'edu-
cazione la loro pratica della carità. «Don Bosco appare di
fronte al mondo e alla chiesa come un santo Educatore,
cioè come uno che ha impegnato la sua santità nel compi-
to educativo» (Don E. Viganò).
2. Educazione ed esperienza di Dio
Che cosa comporta ciò riguardo alla spiritualità? Si
tratta soltanto di una occupazione professionale aggiunta
alla vita spirituale o modella la spiritualità della persona?
Sono apparsi nell'ultimo tempo molti studi sui Religio-
si educatori. In tutti si vede la preoccupazione di confer-
mare il carattere apostolico e carismatico del lavoro edu-
cativo. Allo stesso tempo si previene il rischio del «pro-
fessionalismo », cioè della separazione tra lavoro profes-
sionale di educazione ed esperienza di Dio. Non avvenga
che un religioso o religiosa non riesca a far trasparire la
propria vita consacrata attraverso il ruolo educativo; che
ci tenga e si preoccupi di più di essere e apparire «presi-
de» o «professore» che uomo o donna di fede.
Questi studi cercano poi di arginare un eventuale sen-
so di frustrazione per i risultati scarsi che si hanno nelle
strutture educative riguardo alla fede. E finalmente spin-
gono a rinnovare la pastorale degli ambienti educativi,
adeguandosi ai tempi, a partire dai nostri atteggiamenti e
mentalità in una società pluralistica, secolare, in cui l'atti-
vità educativa è autonoma da preoccupazioni confessio-
nali, eppure può e deve comunicare con la fede.
Si tratta di assumere il lavoro educativo, vedendolo co-
me collaborazione con Dio alla crescita della persona.
La Scrittura infatti presenta la storia della salvezza co-
128

14 Pages 131-140

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14.1 Page 131

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me un processo educativo. Dio educa la persona e il po-
polo, secondo un preciso cammino.
In primo luogo parla con loro. Essi sono i suoi interlocu-
tori. Ascoltano ma anche rispondono e interrogano. L'im-
magine dell'uomo che interpella, cercando ragioni e com-
prensione, è Giobbe. Ma anche Abramo interpella il Si-
gnore. Il parlare è la caratteristica del Dio vero, in con-
trapposizione agli idoli che sono muti. Il dialogo tra Dio e
il popolo culminerà nella Parola che si fa carne.
Ma oltre a parlare, il Signore spinge e quasi obbliga il po-
polo a esperienze sempre nuove e maturanti, sebbene non fa-
cili: rompere la dipendenza dall'Egitto, avventurarsi nel
deserto, formare la comunità nella propria terra, esprime-
re l'identità religiosa, assumere la legge.
Con questo stimola e accompagna persone e comunità
in un cammino di liberazione: liberazione dai gioghi uma-
ni e apertura a Dio ottenuta anche attraverso lotte e prove.
Così gli fa prendere coscienza di quello che sono, del
loro destino, che l'uomo per se stesso non riuscirebbe a
scoprire: non schiavi, né sottomessi a forze magiche, ma
«popolo di Dio», oggetto del suo amore.
La Bibbia non soltanto descrive l'agire di Dio secondo
gli atteggiamenti che noi attribuiamo all'educatore (ri-
spetto della libertà, pazienza, nuove opportunità, prove);
non soltanto adopera il linguaggio con cui noi descrivia-
mo il lavoro educativo (orientare, correggere, accompa-
gnare, castigare per salvare), ma direttamente attribuisce
a Dio il ruolo di Educatore... adoperando la parola ebrai-
ca «Musar» che in greco viene tradotta con «Paideia».
«Egli lo trovò in terra deserta, in una landa di ululati
solitari. Lo circondò, lo allevò, lo custodì come pupilla del
suo occhio. come un aquila che veglia la sua nidiata, che
vola sopra i suoi nati, egli spiegò le ali e lo prese, lo sol-
levò sulle sue ali».1 Questo è il testo più tenero e poetico,
1 Dt 32,10-12.
129

14.2 Page 132

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ma non l'unico. Si potrebbero raccogliere centinaia di te-
sti biblici brevi e lunghi sull'opera educatrice di Dio ri-
guardo all'uomo dello stesso tenore: «Io gli insegnavo a
camminare tenendolo per mano... li traevo con legami di
bontà.. . ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua
guancia; mi chinavo su di lui per dargli da mangiare».2
«Riconosci dunque in cuor tuo, che come un uomo cor-
regge il figlio, così il Signore tuo Dio corregge Te».3
L'azione educativa di Dio si esprime nel richiamo esi-
gente ad una crescita progressiva, ma anche a rotture im-
previste col passato e partenze repentine verso mondi e
forme di vita nuovi. «Esci dalla tua terra», non è solo una
parola o un episodio, ma una costante del rapporto tra
l'uomo e Dio. Il tutto concorreva a elevare lo spirito e la
vita verso una qualità superiore di rapporti vicendevoli e
prospettive storiche.
Alla luce di questo modo di agire di Dio si capisce lo
stile e la responsabilità educativa di Israele, che viene vi-
sta come estensione e mediazione dell'opera educatrice
di Dio.
Viene assunta e realizzata congiuntamente dalla comu-
nità, dalla famiglia e dai maestri religiosi, secondo quanto
è codificato nella tradizione e in una letteratura sapienzia-
le ricca di consigli, massime ed esortazioni.4
È una responsabilità che va oltre il fatto di assicurare
al figlio un avvenire. Trasmette da una generazione all'al-
tra «la memoria» delle promesse di Dio e la speranza del
suo adempimento. Per questo la Parola di Dio suggerisce
ai genitori, educatori e maestri una stima senza pari delle
nuove generazioni: i figli sono la benedizione di Dio,
anelli indispensabili nello sviluppo dell'umanità e nella
realizzazione del progetto di Dio; senza figli che conosca-
no Dio non ci sono promesse. Chi ha potuto seguire il
2 Os 11,1-4.
' Dt8,5.
' Cf Prv passim; Sir passim; Sap passim.
130

14.3 Page 133

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concetto che hanno altri popoli sulla discendenza, nota
un'enorme differenza.
La stessa Parola prescrive dunque di educarli nell'al-
leanza in modo che abbiano coscienza tale da costituire «il
popolo di Dio».
Questo filone culmina in Gesù Cristo. Egli si presenta
come Maestro. Non è difficile spigolare nel Vangelo ac-
cenni e tratti educativi. Basti pensare ai dialoghi di Gesù
con i discepoli e la gente che gli si avvicina: le aperture di
mente che provoca, gli inviti a riflettere e capire. Aggiun-
giamo il linguaggio delle parabole, con cui rende facile ai
suoi ascoltatori la comprensione della verità; e soprattutto
i suoi inviti a superare le domande materiali, che in gene-
rale presentano i suoi interlocutori, e a passare a quelle
più profonde, ai beni del Regno.
La sua azione educativa diventa sistematica e quoti-
diana con gli apostoli.
Un po' per volta li aiuta a capire il valore e le esigenze
di un progetto comunitario a lunga scadenza; mentre essi
si dimostravano preoccupati dei propri vantaggi e deside-
rosi di effetti immediati.
Li aiuta a superare l'integrismo e lo zelo autoritario. Bi-
sogna che imparino ad accettare avversari, rivali e gente
che pensa diversamente.5
Insegna loro a vedere, a guardare con profondità i pro-
blemi fondamentali dell'uomo, per esempio, le malattie,
le catastrofi inspiegabili, la morte.6 Devono imparare che
non c'è relazione diretta tra disgrazia e peccato.
Li fa passare dalla visione e dagli interessi di «paese»
agli interrogativi religiosi e alla salvezza della nazione e
del mondo. Devono uscire mentalmente dal villaggio e
pensare in termini universali.
Li guida ad essere critici anche su alcuni aspetti della
' Cf Mc 9,38-39; Le 9,52-56.
Cf Gv 9,1-4; 11,17ss; Le 13,1-5.
131

14.4 Page 134

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religione che si sono rivolti contro l'uomo: il legalismo, il
puritanesimo, l'uso della religione da parte di chi gover-
na, il ritualismo.7
Insegna loro a giudicare con prudenza e finezza, a su-
perare la superficialità e la rozzezza nelle valutazioni sul-
le persone. Pensiamo al giudizio sulla donna che unse i
suoi piedi in casa di Simone e all'episodio dell'adultera.
Ancora oggi si ascoltano valutazioni pesanti da persone
credenti di fronte ai situazioni simili.
L'opera educatrice di Dio non finisce qui. San Paolo la
vede divisa in tre fasi che si distinguono perché ciascuna
influisce più profondamente sulla persona.
Israele è considerato come un bambino sotto il control-
lo di un pedagogo esterno: la legge. Questa gli mostra la
via, ma non gli dà la forza per percorrerla, né gli fornisce
l'identità da conseguire. La legge infatti non è la meta, né
la forma, né tanto meno la vocazione dell'uomo. Il destino
della persona invece sono l'amore e la libertà.
La seconda fase viene nella pienezza dei tempi: Dio
manda suo Figlio. In Lui ci infonde la forma umana alla
quale siamo destinati. Tale forma è plasmata già dentro la
nostra natura per l'incarnazione di Gesù e costituisce il
nostro codice genetico per la grazia dell'adozione. È den-
tro di noi e deve rivelarsi e svilupparsi.
Infine c'è la terza fase: Gesù ci infonde lo Spirito che di-
venta nostro pedagogo e guida interiore. È lo Spirito di li-
bertà e di generosità che ci spinge a modellarci secondo la
grandezza e la profondità che appaiono in Cristo.
In questa prospettiva va letta la funzione educativa
della Chiesa nel mondo. L'educazione dell'umanità non è
per essa una manifestazione opzionale della carità, come
può essere il dare cibo all'affamato o dar ristoro al pelle-
grino. È il cuore stesso della sua missione. La Chiesa di-
7 Cf Mt 12,1-11; 15,10-19; 13,13-20; Le 13,10-16; Gv 5,9-1 8.
132

14.5 Page 135

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viene la mediatrice dell'azione educativa di Dio, la conti-
nuazione del magistero di Cristo, il segno della presenza
dello Spirito nell'uomo.
Perciò nella Chiesa tutto è educativo, e tende a dare al-
l' uomo coscienza del suo essere e del suo destino, a risve-
gliare energie di costruzione, a scoprire quanto di buono,
di nobile e di eterno ha posto il Creatore in lui. Qualche
autore (Dietrich von Hildebrand) si è dedicato a studiare
la forza educativa della liturgia con i suoi gesti, ritmi, at-
teggiamenti, parole, significati.
La Chiesa sosterrà sempre la saldatura o coerenza che
c'è tra il far nascere un figlio, l'educarlo, l'aprirlo alla co-
noscenza di Dio, l'iniziarlo al mistero di Cristo e alla vita
secondo lo Spirito, conforme alla parola di San Paolo:
«Tutto quello che è vero, tutto quello che è puro, tutto
quello che è giusto, tutto quello che è santo, tutto quello
che è amabile, tutto quello che dà buona fama, tutto quel-
lo che è virtuoso o degno di lode, sia oggetto dei vostri
pensieri». 8
Numerosi saranno sempre nella Chiesa, accanto ai mi-
nistri del culto e ai predicatori, anche gli educatori del po-
polo. Persone carismatiche fonderanno istituzioni educa-
tive per tutte le classi sociali e in ogni contesto culturale.
Molti religiosi si dedicheranno professionalmente al-
1'attività educativa, facendone l'espressione dell'opzione
radicale per Dio: non un aspetto giustapposto alla consa-
crazione religiosa, bensì un modo singolare di esprimerla.
In conclusione: educare è partecipare all'opera di Dio Pa-
dre che crea la persona, di Cristo che rivela il nostro essere
figli di Dio e rende possibile vivere come tali, dello Spiri-
to Santo che dall'interno ispira la crescita della libertà e
delle espressioni tipiche dei figli.
Lo esprime con molto coraggio e semplicità un articolo
' Fil 4,8.
133

14.6 Page 136

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delle Costituzioni delle Figlie di Maria Ausiliatrice: «L'as-
sistenza salesiana (la nostra maniera di educare!)... si fa
attenzione allo Spirito che opera in ogni persona».9
3. Educazione e spiritualità
Di solito affrontiamo con tre approcci il tema dell'edu-
cazione.
Uno è quello dell'esperienza vissuta. Ci dà un'idea reale
delle difficoltà che comporta, ma anche dei benefici che i
giovani ne riportano. Educare è un'arte difficile ma inso-
stituibile.
Un altro è quello professionale; ci attrezza con conoscen-
ze e tecniche per portare avanti il compito educativo.
Il terzo è quello di fede o «carismatico» che ci rivela il va-
lore di carità che ha il nostro servizio educativo e le fina-
lità ultime a cui tende.
Ebbene, che cosa cresce, nella nostra vita spirituale,
quando educhiamo? Che cosa dobbiamo dominare e mor-
tificare? Che dimensioni personali sviluppiamo?
L'educatore è chiamato a contemplare il mistero di Dio
che opera nella persona umana e a mettersi a suo servi-
zio: qualcosa di simile a quello che fece Maria con Gesù,
fino a che la maturità umana di questo suo figlio consen-
tisse l'espressione della coscienza divina. Maria dovette
accompagnare e sostenere questa umanità con il cibo, la
pulizia, l'affetto, il consiglio, l'insegnamento della lingua
e delle tradizioni, senza sapere con certezza che cosa si
sarebbe rivelato Gesù.
C'è un dialogo segreto e misterioso dentro ogni perso-
na. Un po' alla volta, essa assume una coscienza di sé, va
elaborando un progetto di vita dove scommette le proprie
forze e gioca le proprie possibilità.
Il suo futuro è un'incognita. L'educatore è chiamato a
Costituzioni FMA 67.
134

14.7 Page 137

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offrire tutto quello che crede opportuno e a rispettare la
libertà del soggetto in questo dialogo, vivendo con spe-
ranza l'incognita del futuro. Don Bosco, adattando un
detto della Scrittura conforme alle traduzioni del tempo,
aveva fatto scrivere sui muri dell'oratorio una frase che
ancora oggi si può leggere: «Non si può conoscere la trac-
cia che lascia il serpente sulla pietra, né la strada che pren-
derà un fanciullo nella vita». Eppure l'educatore si inte-
ressa sinceramente dell'umano incerto. In esso infatti, in
forza della crescita, Dio verrà accolto e si manifesterà con
sempre maggior evidenza.
Forse il religioso si domanda: che cosa posso offrire io
nell'educazione, di diverso da quello che offre un laico?
Quanto a prestazioni professionali, niente. Il consacrato o
consacrata fa e dice quanto può dire e fare un laico. Ma
così parlando, stiamo riducendo l'educazione a istruzio-
ne, socializzazione o preparazione professionale.
Se invece intendiamo l'educazione come fioritura di
tutte le possibilità della persona e apertura agli orizzonti
più vasti dell'esperienza umana, allora il religioso colloca
in essa tutto il peso della sua scelta radicale. La sua vici-
nanza può dire qualche cosa sui valori che il Vangelo pro-
pone.
«In un mondo tentato dall'ateismo e dall'idolatria del
piacere, del possesso e del potere, il nostro modo di vive-
re testimonia specialmente ai giovani che Dio esiste e può
colmare una vita; e che il bisogno di amare, la spinta a
possedere e la libertà di decidere della propria esistenza
acquistano il loro senso supremo in Cristo Salvatore».10
Essere educatori richiede professionalità e applicazione
paziente al compito. L'educazione è un lavoro specifico,
per compiere il quale non basta la buona volontà. Come
per le altre professioni c'è tutta una scienza e una pratica
accumulata. Intervenire per principio in forma approssi-
10 Costituzioni SDB 62.
135

14.8 Page 138

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mativa o improvvisata è come fare un intervento chirurgi-
co al buio o con uno strumento inadeguato. Di traumi sof-
ferti durante il periodo educativo è piena la storia della
psichiatria.
Oggi più che mai l'educazione risulta complessa per
molti fattori: il giovane riceve molti influssi e gli è diffici-
le farne una sintesi, le agenzie educative sono molte e
quasi sempre slegate, i messaggi sono eterogenei. Perciò
l'educazione è stata definita come «una missione impos-
sibile».
All'educatore si chiede serietà nel proprio lavoro e vi-
gilanza mentale. Egli deve prendere atto di tutte le cor-
renti che influiscono sui giovani e aiutarlo a valutare e
scegliere. E ciò richiede pazienza e amore.
Da ultimo, c'è la capacità di compagnia e comunica-
zione. Non basta sapere, bisogna poter comunicare. Non
basta comunicare, bisogna comunicarsi. Chi comunica
una nozione ma non si comunica insegna ma non educa.
La comunicazione, d'altra parte, è impossibile senza
uscire da se stessi. Bisogna amare ciò che comunichiamo
e colui al quale comunichiamo. Non è questione di ado-
perare migliori strumenti o migliori tecniche, ma di supe-
rare le lezioni in scatola e discorsi «surgelati».
Megafoni, televisioni, videocassette, disegni giovano
certamente alla chiarezza concettuale. Ma il punto fonda-
mentale è credere a ciò che si offre, essere capaci di ripen-
sare alla luce dell'esperienza e cultura attuale quanto ha
costituito la nostra ricchezza per poter condividerlo coi
giovani. Anche questo obbliga a un lavoro che costituisce
una vera ascesi.
136

14.9 Page 139

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Evangelizzatori
1. La carità pastorale spinge ad evangelizzare
La carità pastorale è eminentemente attiva. Si esprime
sempre in un servizio alla comunità cristiana o, più in ge-
nerale, alla persona. Questo servizio non costituisce sol-
tanto una prestazione di lavoro, un tempo che va salvato
con la preghiera, una specie di logorio della vita spiritua-
le. Ma è esso stesso un'esperienza di Dio e un cammino di
progresso nella vita spirituale.
«In questi Istituti (di vita attiva), l'azione apostolica e
caritativa rientra nella natura della vita religiosa, in quan-
to costituisce un ministero sacro o un'opera di carità che
sono stati affidati dalla Chiesa e devono essere esercitati
in suo nome».1
Nella mentalità comune non si è ancora dissipata l'an-
tica opposizione tra contemplazione e attività, Maria e Mar-
ta. Si continua a pensare che la prima consista nel fermar-
si a pregare o a immagazzinare energia, mentre la secon-
da nello spendersi e quasi distrarsi tra le cose. È vero che
la contemplazione ha il primato. Ma è altrettanto vero che
essa si pone perfettamente anche all'interno dell'azione e
non è dunque opposta ad essa.
Le Costituzioni SDB e FMA dicono che i salesiani sono
evangelizzatori dei giovani, specialmente i più poveri, e
del popolo. E aggiungono che il Sistema preventivo è il
loro modo di vivere e comunicare il Vangelo.2 In ciò dun-
'PC,n.8.
' Cf Costituzioni SDB 20; Costituzioni FMA 7, 66.
137

14.10 Page 140

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que non soltanto spendiamo il tempo a servire il prossi-
mo, ma cerchiamo la nostra santificazione.
Perché evangelizzatori? È una parola che non si trova
nei vocabolari di Don Bosco e di Madre Mazzarello. Essi
parlavano di fare il catechismo ai ragazzi e alle ragazze e
di predicare al popolo. Evangelizzare è un termine che og-
gi prevale nel linguaggio ecclesiale per la situazione che si
sta vivendo, cioè di lontananza dalla fede cristiana da
parte della maggioranza e di diffusa convinzione che si
possa vivere facendo a meno della fede.
Vediamone il senso.
San Paolo parlando dei carismi, come doni dello Spiri-
to per formare la comunità cristiana, ne enuncia cinque:
apostoli, profeti, evangelizzatori, pastori, dottori.
Non erano gli unici né perfettamente distinti allora, e
tanto meno lo sono oggi. Ma il ricordare come funziona-
vano e si coordinavano ci aiuta a capire il ruolo dell'evan-
gelizzatore e quello nostro di evangelizzatori dei giovani.
L'apostolo mette le fondamenta della comunità e la
governa. Per il suo collegamento con i primi dodici, attra-
verso la successione apostolica, garantisce la verità della
fede e la comunione con la Chiesa universale. Potrebbe
non essere il più attivo né il più efficace degli evangeliz-
zatori. Il suo è il carisma del fondamento e della comu-
nione. Non tanto per la scienza propria o per il proprio li-
vello profetico, ma obiettivamente per il collegamento
con gli undici. Così il cristianesimo non si presenta come
una dottrina religiosa in cui prevalgono i dottori, ma co-
me un avvenimento storico, quello di Gesù Cristo, il cui
fondamento è dato da coloro che sono collegati storica-
mente agli apostoli.
• Il profeta interpreta i disegni di Dio per il momento
attuale della comunità. Ha poco a che fare con predizioni
del futuro. Legge invece gli eventi e scorge i segni dell'a-
zione di Dio nella storia.
• Il pastore custodisce, cura, anima e fa progredire la
comunità già costituita. La sua immagine è ben rappre-
138

15 Pages 141-150

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15.1 Page 141

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sentata in colui che ha un gregge, lo conosce e provvede
pascoli e acqua; sono due simboli che ancora parlano
chiaramente.
• Il dottore approfondisce la dottrina ricevuta. Ne
estrae nuovi significati e insegnamenti e li confronta con
la cultura del popolo e dei saggi.
L'evangelizzatore proclama il Vangelo a coloro che
non l'hanno ancora sentito e dove non è stato annunziato
a sufficienza. Porta la Buona Notizia avvicinando alla co-
munità nuovi fedeli. È un «missionario», ma non necessa-
riamente inviato lontano. Si muove nella propria città o
ambiente, comunicando Gesù e invitando a partecipare
alla comunità.
Negli evangelizzatori eccelle l'iniziativa, l'impulso, la
capacità di affrontare situazioni nuove, di interpretare le
attese di quelli che sembrano lontani, di intavolare un
dialogo con gli indifferenti. Vanno incontro alla gente
piuttosto che attenderla in chiesa. Essere evangelizzatori
dei giovani è simile ad essere «missionari dei giovani»;
capaci di arrivare a coloro che sono lontani fisicamente,
psicologicamente o culturalmente.
L'immagine dell'evangelizzatore negli Atti degli Apo-
stoli è il diacono Filippo. «Filippo percorreva tutte le città
evangelizzando» (At 8,40). Percorreva le città, l?assava da
un villaggio all'altro, da un gruppo all'altro. E uno spe-
cialista dell'annuncio, possiamo dire, della provocazione.
Non si ferma a consolidare la comunità o a provvederla
di strutture materiali. Il suo lavoro è di dissodare. Così
Gesù aveva mandato i discepoli davanti a sé perché pre-
parassero la sua venuta.
C'è, e ci deve essere, nelle chiese un giusto equilibrio
tra cura pastorale e tensione evangelizzatrice; e così pure
nelle Congregazioni e nei singoli.3
3 Cf C.M. MARTIN!, L'Evangelizzatore in San Luca, Ed . Ancora, Milano
1986, pagg. 18-19.
139

15.2 Page 142

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Chiesa ed evangelizzazione oggi
La Chiesa oggi sta vivendo un «tempo» di evangeliz-
zazione. Le comunità che sono curate diventano un gran-
de soggetto di evangelizzazione, vanno verso gli altri. Se
non facessero così, d'altra parte, si andrebbero riducendo
sempre di più e alla fine saremmo «asserragliati, come di-
ce un autore, sull'ultima chiesa». Il nostro, dunque, è un
tempo in cui il primo posto viene dato all'evangelizzazio-
ne, all'annuncio, al dialogo, all'oltrepassare la propria
frontiera con la novità che il soggetto è tutta la Chiesa,
non più alcuni; quelli che sono più dotati sono incaricati
di smuovere la Chiesa, di motivare, di accompagnare, di
spingerla in avanti. E questo dappertutto, ma con una
modalità singolare nel mondo occidentale. Il carisma çlel-
1'evangelizzatore sembra riempire tutti gli altri e pas~are
in primo piano. La missione più importante dei credenti
oggi è annunciare il Vangelo e suscitare il desiderio della
fede. Per questo si è parlato di parrocchia come comunità
missionaria e anche noi parliamo delle comunità educati-
ve come comunità missionarie, dentro e fuori.
La parola «tempo», in senso storico, indica anche l'insie-
me di opportunità, eventi, scelte e sfide, che caratterizzano
un segmento della storia umana: diciamo che stiamo viven-
do un tempo di trasformazioni, un tempo di violenze, o di
tempi difficili. Ci riferiamo al tempo di Don Bosco o di Gio-
vanni Paolo II. I giorni e i mesi che si succedono vengono
caratterizzati da un evento, una persona, una preoccupazio-
ne. Non significa che non si verifichino altri accadimenti fa-
vorevoli o avversi, ma l'attenzione personale e comunitaria
è sostanzialmente dominata da un fenomeno che si vive con
particolare intensità, come fonte di angosce o di gioie, pun-
to nel quale convergono sforzi e domande. Tale fenomeno
segna il passare dei giorni. In questo senso diciamo che la
Chiesa sta vivendo un tempo di evangelizzazione.
L'annuncio del Vangelo, in verità, è sempre stato un
compito così importante da venire identificato con la stes-
140

15.3 Page 143

▲back to top
sa missione della Chiesa.4 Tuttavia, nella storia della Chie-
sa ci sono epoche in cui emergono altre preoccupazioni:
l'organizzazione, la disciplina interna, la difesa della cri-
stianità. Parliamo del tempo delle crociate, del tempo del-
le grandi cattedrali, del tempo della controriforma.
Vi sono invece epoche in cui tutte le energie sono di-
rette a diffondere l'annuncio puro e semplice del Vangelo
e a formare comunità cristiane. Possiamo tornare con la
memoria al tempo che seguì al Concilio di Gerusalemme.
Gli apostoli si dispersero per portare al mondo di allora il
nucleo del messaggio. Soprattutto cercarono di aiutare
quanti si convertivano a vivere in conformità al Vangelo
in un ambiente eterogeneo.
Il nostro è un tempo simile a quello degli apostoli. Ini-
zia con il Concilio Vaticano II, in cui la Chiesa si pone di
fronte alla modernità in forma positiva, senza per questo
cessare di essere sanamente critica. La condizione di mo-
dernità viene considerata non contraria o nemica, bensì
come la pasta in cui la Chiesa deve agire quale lievito.
Nello Spirito che la guida intuisce il suo insostituibile ser-
vizio da offrire in questa temperie dell'umanità.
A dieci anni dal Concilio, un Sinodo e il papa Paolo VI
tracciano un documento pragmatico, giudicato il più luci-
do e determinante di fine secolo, l'Esortazione Apostolica
Evangelii Nuntiandi (1975). A questa si collegano riunioni e
documenti di livello continentale, tra cui il documento
dell'Episcopato latino-americano La evangelizaci6n en el
presente y en el futuro de la América Latina (1979).
Il movimento si consolida con la quarta assemblea del
Sinodo, che concentra l'attenzione sull'evangelizzazione
dei giovani, da cui ha origine la Esortazione Apostolica
sulla Catechesi (1979). Infine, nella decade degli anni '90
e alle soglie del terzo millennio, il Papa lancia e rilancia la
«nuova evangelizzazione».
' CfEN n. 15.
141

15.4 Page 144

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Tempo di evangelizzazione
Se si volesse qualificare il nostro tempo con una paro-
la, se si volessero definire le principali sfide, la sollecitu-
dine che si manifesta con preponderanza, la direzione
nella quale si concentrano le risorse, il termine più appro-
priato sarebbe «evangelizzazione»: «tempo di evangeliz-
zazione». Ne sono prova le esortazioni di Paolo VI e il
movimento attuale della nuova evangelizzazione.
Ma perché questo è un «tempo» in cui eccelle l'urgen-
za e anche il compito di evangelizzazione? In questo no-
stro tempo si percepiscono alcuni fenomeni che sfidano la
credibilità del cristianesimo.
Ci sono anzitutto ampi spazi geografici aperti: l'Africa è
una terra nuova; l'Asia è un grande continente in cui non
abbiamo fatto ancora breccia di fronte alle grandi religio-
ni, vi è solo un piccolo seme; l'America è un grande conti-
nente battezzato, ma deve essere evangelizzato; con una
grande religiosità popolare in cui bisogna assumere anco-
ra le conseguenze morali e sociale del cristianesimo. La
stessa Europa è un continente che percepisce sempre più
l'allontanamento progressivo dai riferimenti cristiani e an-
che dai riferimenti alle chiese e alle comunità cristiane.
Questi sono i sintomi che noi maggiormente percepiamo e
che ci fanno riconoscere l'urgenza della evangelizzazione.
Accanto a questo, vi è la ricerca di senso per la vita, che
sentono molte persone dopo il tramonto delle utopie po-
litiche e delle spiegazioni scientifiche. Può il Vangelo dare
questo senso? Ed è reale e praticabile, o è idealistico e inu-
tile? Dagli stessi interrogativi emerge che vi è una nuova
richiesta di senso e di Vangelo.
Vi sono i problemi di coscienza che si pongono agli indi-
vidui e alla società riguardo alla vita, alla morte, all'amo-
re, alla famiglia, alla sessualità. È adeguata la morale cri-
stiana? La morale cristiana viene interpellata per un
orientamento, un senso etico nuovo.
Ancora, vi è la compresenza di diverse religioni e molte
142

15.5 Page 145

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sette, accanto alla cultura dell\\ndifferenza. È la fede ne-
cessaria ed è quella cristiana l'unica vera... o la migliore?
Ci sono poi i nuovi fenomeni, per esempio, la promozio-
ne-liberazione femminile, la situazione giovanile, l'impo-
verimento inarrestabile di molte persone e popoli, che ri-
chiedono attenzione e illuminazione evangelica. E ci sono
realtà antiche (educazione, cultura) che prendono distan-
za dal Vangelo, ma allo stesso tempo lasciano forti inter-
rogativi che richiamano di nuovo il Vangelo per una illu-
minazione.
Per tutto questo possiamo dire che stiamo vivendo un
«tempo» di evangelizzazione. Questo significa tre cose:
• Per la Chiesa è un'opportunità «storica »; è fortemente
sfidata, ma sta maturando una nuova concezione di vita
(pensate all'etica, alla libertà individuale), una nuova for-
ma di rapporti sociali e di gestione politica, una nuova
impostazione dell'educazione. Quello che si perde oggi,
può essere definitivamente perso. Sarà il Vangelo? Il sen-
so religioso? La fede? Quello che si semina oggi può di-
ventare domani un frutto maturo.
• Ogni iniziativa e presenza si misura ormai dalla ca-
pacità di evangelizzare. L'evangelizzazione è il metro di mi-
sura di tutte le strutture e le comunità. L'evangelizzazione
non è solo meta, ma anche cammino, non è semplice fine,
ma mezzo; questo significa affermare che oggi le iniziati-
ve ecclesiali sono da valutare in base alla loro capacità di
testimoniare e annunciare l'Evangelo. Le associazioni ec-
clesiali, quando esaminano la propria validità, si devono
chiedere se aiutano i membri a vivere più profondamente
il Vangelo e se annunciano senza riduzioni o maschera-
menti il messaggio di Gesù, non dando per scontata la
propria caratterizzazione religiosa o cristiana. I santuari,
le strutture ecclesiali, le istituzioni educative, la vita reli-
giosa ecc., sono oggi da riprogettare, assumendo come
criterio la qualità della loro evangelizzazione. Segni reli-
giosi e gesti di culto servono a poco, se la gente non pos-
siede la chiave per interpretarli. Evangelizzare, quindi,
143

15.6 Page 146

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non è un aspetto particolare della pastorale, ma il suo ca-
nale preferenziale in cui fluisce tutto il resto.
• Lo Spirito suscita carismi e dà grazie specifiche. Tali so-
no il gusto per la Parola di Dio, che si manifesta nelle co-
munità cristiane, l'attività missionaria mai così intensa co-
me ai nostri tempi, l'impegno dei laici, i movimenti spiri-
tuali e apostolici sorti negli ultimi anni.
Noi viviamo questo «tempo» tra i giovani. Avvertiamo
la loro lontananza dalla Chiesa e, allo stesso tempo, la lo-
ro ricerca di esperienza religiosa soggettiva.
Vediamo che nella cultura giovanile l'aspetto religioso
è irrilevante. L'attenzione dei giovani è rivolta alla so-
pravvivenza (lavoro) e all'inserimento in una società che
privilegia l'immediato e il visibile.
La comunicazione con la comunità ecclesiale risulta
per loro difficile: dopo la prima catechesi e, per un certo
numero, la preparazione alla cresima, sopraggiunge una
distanza silenziosa. Intanto l'ambiente offre i più svariati
messaggi e spiegazioni dell'esistenza e di ogni suo singo-
lo aspetto.
Questo ci spinge a impegnarci fortemente sul piano
dell'evangelizzazione e a cercare la nostra esperienza spi-
rituale nel comunicare il Vangelo, nell' accendere il desi-
derio del Vangelo e far intravedere quanta luce, quanta
saggezza, quanta fiducia provengono da Gesù.
2. L'evangelizzazione plasma la nostra spiritualità
La nostra identità di «evangelizzatori» e il «tempo» che
ci tocca vivere ci spingono a cercare la profondità della
nostra vita spirituale nella passione per il Vangelo, e a col-
tivare dunque alcuni atteggiamenti che sono caratteristici
dell'evangelizzatore.
La passione, l' entusiasmo per comunicare il Vangelo
da testimoni piuttosto che da professionisti, nasce più da
una esperienza personale di Gesù Cristo che dalla padro-
144

15.7 Page 147

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nanza dei concetti e delle tecniche. Fu questo il caso degli
apostoli come confessa Giovanni di se stesso:
«Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo
udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò
che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani
hanno toccato, ossia il Verbo della vita... (poiché la vita
si è fatta visibile, noi l'abbiamo veduta e di ciò rendia-
mo testimonianza e vi annunciamo la vita eterna, che
era presso il Padre e si è resa visibile a noi) ... quello che
abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi,
perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra
comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo.
Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia per-
fetta ».5
La passione si manifesta, dunque, come gioia profonda
nel rivelare, a chiunque sia disponibile, le ricchezze del
mistero di Cristo. Piuttosto che dare «lezioni» di religione
si tratta di introdurre altri in una esperienza che attira e
affascina noi per primi. Piuttosto che un obbligo di ufficio
o un mestiere, è una inclinazione incontenibile. San Paolo
la paragona all'atto di «dare alla luce», prodotto proprio
con sofferenza sostenuta da un impulso di passione. Allo
stesso tempo la ricollega ad una responsabilità vitale, a
cui egli non potrebbe sfuggire, perché riguarda qualcosa
di troppo prezioso per coloro a cui si vuol bene: «Guai a
me se non evangelizzo! ».6
Ce lo ricorda con la solita efficacia Paolo VI in una pa-
gina della Evangelii Nuntiandi:
«Conserviamo dunque il fervore dello spirito. Conser-
viamo la dolce e confortante gioia d'evangelizzare, anche
quando occorre seminare nelle lacrime. Sia questo per noi
- come lo fu per Giovanni Battista, per Pietro e Paolo, per
gli Apostoli, per una moltitudine di straordinari evange-
lizzatori lungo il corso della storia della Chiesa - uno
5 1 Gv 1,1-4.
' 1 Cor 9,16.
145

15.8 Page 148

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slancio interiore che nessuno, né alcuna cosa potrà spe-
gnere. Sia questa la grande gioia delle nostre vite impe-
gnate. Possa il mondo del nostro tempo, che cerca ora nel-
1'angoscia, ora nella speranza, ricevere la Buona Novella
non da evangelizzatori tristi e scoraggiati, impazienti e
ansiosi, ma da ministri del Vangelo, la cui vita irradi fer-
vore, che abbiano per primi ricevuto in loro la gioia del
Cristo, e accettino di mettere in gioco la propria vita affin-
ché il Regno sia annunziato e la Chiesa sia impiantata nel
cuore del mondo».7
Questa esperienza (conoscenza di Cristo e gioia dico-
municare) porta a dare nella nostra esistenza un primato
all'annuncio: «Siamo tutti e in ogni occasione educatori
della fede».8 Non necessariamente «predicatori», catechi-
sti o insegnanti di religione. Non c'è divisione tra compiti
di evangelizzazione e altri, tra lavori religiosi e profani.
In qualsiasi posto o ruolo si può dire una parola, fare un
gesto, intavolare un rapporto che apra alla fede.
Ricordiamo Don Bosco che in un viaggio, seduto ac-
canto al cocchiere che, infastidito, bestemmia, dopo aver-
gli domandato delle bestie e di altre cose della sua vita,
porta il discorso sul suo passato religioso e su Dio, per fi-
nire con la riconciliazione.
Al primato dell'evangelizzazione nel pensiero e nel
cuore deve corrispondere il primato nell'organizzazione
delle attività. È la dimensione fondamentale delle nostre
opere, anzi la loro finalità.9
Il primato deve apparire nella preoccupazione di ogni
singola persona, nella distribuzione del tempo, nella ispi-
razione dei temi, nell'impiego delle risorse. Forse ciò si-
gnifica rivedere qualche impostazione educativa a livello
personale e comunitario.
' ENn. 80.
8 Cf Costituzioni SDB 34; Costituzioni FMA 70.
Cf Costituzioni SDB 6; Costituzioni FMA C 70.
146

15.9 Page 149

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Ancora un rilievo che appartiene alla spiritualità.
Evangelizzando ci si addentra più profondamente nel-
la conoscenza di Cristo e dunque si cresce in Lui. Cristo
non vive principalmente nelle cose e nemmeno nelle cose
sacre, nemmeno nelle proposizioni dogmatiche. Vive spe-
cialmente nella mente e nel cuore delle persone e nella vi-
talità della comunità. Quando tu entri in questa mente per
dire qualche cosa, ma anche per rilevare la sua reazione, è
che vedi come il mistero di Cristo lavora nell'uomo e la-
vora nelle comunità. È nella vita che si è prodotta l'evan-
gelizzazione, tutte le altre sono vie per entrare.
Paul Ricceur, in un suo libro, assicura i lettori che tutti
i temi che offre furono prima esposti e discussi con gli al-
lievi. Ha verificato, dunque, che quello che dice è com-
prensibile e sentito come reale e che le parole sono ap-
propriate. È l'esperienza di tutti coloro che comunicano.
Si accorgono che tante cose le dicono senza sentirle inte-
riormente e sono spinti a rimeditarle; che altre non le
posseggono a sufficienza e devono approfondirle. Ma
poi nello sforzo di esprimerle scoprono nuovi significati
e ascoltando i loro interlocutori intravedono nuove riso-
nanze e applicazioni. È questa l'esperienza di coloro che
commentano il Vangelo nelle comunità ecclesiali di base.
Ma l'aveva già avvertito San Gregorio quando rilevava:
«Molte cose che non avevo capito da solo, le ho colte
ascoltando il popolo». Evangelizzare non è un'attività in
cui ci consumiamo, ma un'attività in cui ci arricchiamo
spiritualmente e dal punto di vista della comprensione
del mistero di Cristo.
D'altra parte è il consiglio che Paolo dava: «Chi viene
catechizzato faccia partecipe di quanto possiede a chi lo
istruisce».10 Lo si può intendere dei beni materiali, ma per-
ché non di quelli spirituali?
10 Gal6,6.
147

15.10 Page 150

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· 3. Alcuni atteggiamenti e pratiche dell'evangelizzatore
Tutti gli studi e i documenti si soffermano a presentare
gli atteggiamenti dell'attuale evangelizzatore. Infatti egli
può venir scioccato dall'irrilevanza della fede in un mon-
do sviluppato, o avere l'impressione che l'annuncio non
ha fondamenti convincenti in un mondo dominato dalla
mentalità scientifica, o ancora che il suo sforzo ha poco
rendimento per l'impenetrabilità degli ambienti in cui i
cristiani sono minoranza in diaspora.
L'Esortazione Apostolica Evangelii Nuntiandi11 rileva i
seguenti atteggiamenti dell'evangelizzatore:
- affidarsi al soffio dello Spirito,
- essere testimone autentico,
- diventare artefice di unità e servitore della verità,
- operare animato dall'amore e col fervore dei santi.
Evidenziamone alcuni che possono plasmare una spi-
ritualità salesiana.
In primo luogo, il personale rapporto con la Parola di
Dio. C'è bisogno di frequentare e approfondire la Sacra
Scrittura e soprattutto il Vangelo. Essa contiene l'espe-
rienza di Dio che ha fatto l'umanità ed è ancora capace di
suscitare e illuminare tale esperienza.
Oggi sono nate e si praticano diverse forme di approc-
cio e meditazione della Parola: oltre all'Ufficio divino e
alla lettura liturgica è diventata comune la «Lectio» con i
suoi quattro momenti: lettura, comprensione e approfon-
dimento del testo, meditazione personale, condivisione.12
Prima che la parola venga pronunciata deve diventare
«fuoco nelle viscere e miele sulle labbra».13
11 EN, nn. 75-80.
12 La «lectio divina » viene richiamata anche nell'Esortazione Apostolica
Vita Consecrata al n . 94 come fonte di spiritualità e come modo di comunica-
re tra loro dei religiosi.
13 Cf Ap 10,9; Ger 5,14.
148

16 Pages 151-160

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16.1 Page 151

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In questo ci è di modello Gesù che riporta, nei suoi di-
scorsi, la scrittura e ne dimostra conoscenza e stima; e ci
sono di modello i grandi evangelizzatori. In essi la medi-
tazione della Parola, continuamente ripresa, era diventata
una seconda natura. Sant'Agostino racconta che quando
andava a visitare il Vescovo Ambrogio lo trovava col libro
della Scrittura in mano, mentre leggeva e meditava a oc-
chi chiusi. Per noi è indispensabile leggere e capire il mes-
saggio, confrontandolo con le situazioni attuali e con le
sfide che vivono i giovani.
La domanda fondamentale è la seguente: quando non
comunichiamo il Vangelo è per mancanza di tempo, di
ruolo o di mezzi, o perché la Parola non ci ha ancora im-
pressionato come luce insolita, come saggezza, come
cammino aperto?
In primo luogo, quindi, dobbiamo riprendere un con-
tatto profondo e vitale con il vangelo.
• Un secondo atteggiamento è la fiducia e serenità di
fronte al «tempo» che ci tocca vivere ed evangelizzare.
Accettarlo e amarlo («Dio ha tanto amato il mondo»!14),
senza ingenuità ma anche senza uno spirito negativo che
sottolinea i limiti e non scopre e gode delle enormi possi-
bilità. Certo è più facile annunciare il Vangelo in un am-
biente «confessionale», o semplice, dove la risposta è nu-
mericamente abbondante. Ma non è detto che sia più uti-
le o più carico di conseguenze per il futuro che annun-
ciarlo in un contesto meno predisposto.
«Gesù discese a Cafarnao».15 In questa indicazione il
Card. Martini vede il movimento di Cristo verso i luoghi
della vita secolare, che non hanno riferimenti religiosi.
Opposta a Nazareth e Cana, paesi rurali, Cafarnao rap-
presenta l'ambiente urbano. Paragonata a Gerusalemme,
luogo del tempio, Cafarnao è la città delle guarnigioni mi-
"CfGv3,16.
15 Le 4,31.
149

16.2 Page 152

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litari, del commercio, dell'amministrazione, del potere
politico. si è svolto il ministero di Gesù con predicazio-
ni all'aria aperta, entrata nelle case (per esempio, quella di
Pietro), incontro con ammalati e indemoniati, oltre che
con discorsi nella sinagoga.
In ciascuna sfida attuale c'è un'opportunità nuova per
il Vangelo. «L'ora si è compiuta per noi». Questo è il tem-
po che Dio ci offre, quello che noi dobbiamo lievitare e
trasformare. Inutile e dannoso è pensare ad un altro mi-
gliore nel passato o nel futuro. «Vivere in disaccordo per-
manente o in disagio con la realtà e la cultura in cui siamo
immersi conduce all'amarezza e mancanza di pace inte-
riore. Ciò impedisce la realizzazione di un progetto perso-
nale e inquina le fonti da dove nasce il nostro vivere quo-
tidiano ».16
Infatti l'evangelizzazione di alcuni gruppi e fenomeni
ci appare lenta. Sperare può essere un segno di salute psi-
chica e un esercizio non facile di fede.
• Un terzo atteggiamento è il senso della semina.
Il Regno, il bene, la Parola di Dio vengono sempre para-
gonati a cose piccole che hanno una energia interna: il lie-
vito, il seme. Colpisce l'assenza assoluta di realtà materiali
grandi come termine di paragone o spiegazione dell'evan-
gelizzazione. Il compito degli operatori consiste nell'im-
mettere questi elementi piccoli e fecondi nel proprio am-
biente, quasi un'iniezione. Poi, si legge nel Vangelo di Mar-
co, «dorma o vegli (colui che ha gettato il seme), di giorno
e di notte, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non
lo sa. Poiché la terra produce spontaneamente prima lo ste-
lo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga».17
A noi tocca gettare il seme senza avarizia, badando più
a quello che germoglia che a quello che si perde in tempo
1
Convegno
sull'evangelizzazione,
Spagna
1985;
cf
Ecclesia
n.
2237
(21.IX.1985).
1
'
Mc
4,27-28.
150

16.3 Page 153

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e parole. Anche nella natura c'è un grande spreco. Di mol-
ti semi soltanto alcuni vincono le difficoltà della crescita e
diventano piante. Ma sono questi che assicurano la specie
e la vita.
Da ultimo la spiritualità dell'evangelizzatore esige
che egli qualifichi il proprio servizio.
Si tratta di una professione simile ad altre. Ci vuole co-
noscenza della materia e pratica di comunicazione. La
qualificazione riguarda tutti i servizi di evangelizzazione:
dall'omelia alla catechesi dei bambini, passando attraver-
so la capacità di offrire ai giovani un messaggio o una op-
portunità di meditazione, quali i ritiri.
Diceva un politico: «Solo la Chiesa può avere tutte le
domeniche un'udienza come quella che si raduna alle
messe. Quando tutti i preti una domenica predicano be-
ne, nella mia città (una città media) se ne sente l'influs-
so». Le possibilità che abbiamo insieme sono enormi. A
volte si sprecano per l'improvvisazione o per la nostra
mancanza di profondità nell'assumere e annunciare la Pa-
rola.
151

16.4 Page 154

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Riconciliazione
È impossibile tracciare la fisionomia della nostra e di
qualsiasi spiritualità apostolica senza riferirci ai sacramenti.
Nella pastorale tutto è sacramento. La pastorale infatti
richiama una realtà invisibile, che si può percepire soltan-
to attraverso segni.
L'esistenza consacrata è per noi e per il mondo un «se-
gno», un sacramento. Cerchiamo di testimoniare una
realtà invisibile mediante alcune scelte e forme di vita.
Inoltre, come educatori, facciamo leva su una dimen-
sione molto profonda della persona che Don Bosco chia-
«religione». Cioè la consapevolezza della presenza di
Dio nella propria vita. Siamo dunque come immersi in
una atmosfera sacramentale.
Il tempo ci consente di meditare soltanto su uno dei sa-
cramenti: la Penitenza. Essa ci riguarda da vicino in due
sensi.
Come persone «consacrate»: attorno alla penitenza si
raccoglie un grappolo di temi, fondamentali per la vita
nello Spirito, senza i quali il Vangelo non è nemmeno pen-
sabile: la conversione, il senso del peccato, la riconcilia-
zione, la mortificazione, la compunzione (dolore per l'of-
fesa di Dio), il «prendere la croce».
·Come educatori: la riconciliazione è collegata a molti
aspetti della maturazione cristiana dei giovani, ma so-
prattutto a uno che è cruciale: la formazione della co-
scienza.1 Da tale formazione dipendono la conservazione
e lo sviluppo della fede. La fede trova conferma e stimolo
in una coscienza illuminata e retta mentre si blocca, spari-
1 Cf CG23 182-191.
152

16.5 Page 155

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sce o rimane emarginata dalla vita, quando non si agisce
in conformità ad essa.
I due aspetti vanno per noi strettamente uniti: se edu-
care ed evangelizzare non è dare lezioni, ma comunicare
un'esperienza di vita, soltanto l'aver fatto noi stessi una
esperienza di riconciliazione, ci può rendere capaci di in-
trodurre i giovani in questo aspetto fondamentale della
vita cristiana.
Questo rapporto viene espresso in un bel testo di San
Paolo riferito alla Chiesa: «Quindi se uno è in Cristo, è
una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco, ne
sono nate di nuove. Tutto questo però viene da Dio che ci
ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il
ministero della riconciliazione. È stato Dio infatti a ricon-
ciliare a sé il mondo in Cristo non imputando agli uomini
le loro colpe e affidando a noi la parola della riconcilia-
zione... Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi ri-
conciliare con Dio».2
Le due cose vanno collegate: esperienza personale e
servizio di riconciliazione.
La nostra riflessione privilegia quattro aspetti:
- essere educatori-evangelizzatori realisti;
- essere persone riconciliate con Dio e con la vita;
- essere penitenti... con semplicità e gioia;
- essere educatori e ministri della riconciliazione.
1. Educatori col senso della realtà
Avere il senso della realtà significa riconoscere la presen-
za e le dimensioni del male, sapere che ci sono fatti che
mettono in pericolo la vita e che nel mondo si deve anche
resistere.
La maturità di giudizio consiste proprio nel percepi-
re le possibilità che offre la vita e i corrispondenti rischi
2 2 Cor 5,17-19.
153

16.6 Page 156

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che incombono su di essa. Il cogliere soltanto una di
queste dimensioni è distorsione visuale e in fondo in-
fantilismo.
Ogni bene ha il suo contrario che gli si oppone nel più
profondo di noi e nel mondo che ci sta attorno: amore e
odio, impegno e indifferenza, rettitudine e slealtà... in fon-
do, luce e tenebre, vita e morte.
Milizia, dramma, lotta è la vita dell'uomo sulla terra.
Niente è più immaturo che eliminare la consapevolezza
di un possibile fallimento. Nella pedagogia di Don Bosco
«i novissimi», «le massime eterne» richiamavano questa
condizione «a rischio» della persona umana.
Negli ultimi documenti della Chiesa si additano le ma-
croconseguenze del male: la violazione della dignità uma-
na, la discriminazione razziale, sociale, religiosa, la pre-
potenza del potere politico ed economico, la violenza e le
aggressione belliche, lo sfruttamento dei poveri, l'ingiusta
distribuzione della ricchezza, la corruzione nell'ammini-
strare i beni comuni.
Noi scopriamo effetti simili nei giovani: il male (eva-
sioni, libertinaggio, disimpegno) distrugge le loro miglio-
ri energie. Così l'esistenza si consuma nell'effimero; la vi-
talità viene applicata a cose senza valore, e molti finiscono
nell'alienazione e nella disperazione.
Essere consapevoli del potere distruttivo del male è
avere il senso del peccato.
Si è detto che: «Il maggior limite del nostro tempo è
aver perso il senso del peccato» (Pio XII). E di conseguen-
za: «Ristabilire il giusto senso del peccato è la prima for-
ma di affrontare la grave crisi spirituale che incombe sul-
l'uomo del nostro tempo».3
Bisogna dire che la formazione della coscienza e del
senso del peccato non si otterrà con una predicazione che
semplicemente denuncia e colpevolizza, ma con un'edu-
cazione alla fede più attenta alla dimensione etica.
' RM18.
154

16.7 Page 157

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Infatti formare al senso del peccato comporta:
- percepire il «male morale» come distruttivo della perso-
na e dei rapporti, qualunque siano i vantaggi immediati
che porta: perché è male?... la vita come responsabilità e
missione e non soltanto come piacere e diritto;
- individuare il male: che cosa è cattivo... dov'è il confi-
ne tra il bene e il male: liberalizzazione, soggettivizzazio-
ne, relativizzazione;
- metterlo in rapporto con la libertà e la responsabilità
personale: tendenza a diminuire la responsabilità perso-
nale o a collocare il male fuori dalla persona;
- cogliere il riferimento alla volontà e all'amore di Dio:
difficoltà di pensare alla trascendenza.
Infatti l'ambiente e la cultura in cui siamo immersi, ci
portano, quasi senza che ci rendiamo conto, a sentire me-
no la presenza del male e quindi a diminuire la vigilanza.
Se ne vedono di tutti i colori e nessuno vi fa gran caso. Ci
siamo come abituati al fatto che ciascuno si scelga la sua
morale purché non violi le norme della convivenza e i di-
ritti altrui. Può succedere che neppure i religiosi siano im-
pressionati dai comportamenti deformi e badino anche
poco a un austero orientamento morale.
Le cause sono molte.
Il giudizio etico corrente viene fondato spesso su ra-
gioni immediate: il parere della maggioranza che appare
nelle statistiche, i vantaggi, la situazione personale.
Il senso di Dio è debole. La sua immagine si è quasi
cancellata nella coscienza personale e sociale. Ciò rende
difficile pensare che le nostre azioni abbiano a che vedere
con la sua volontà. Badiamo a non scontrarci coi vicini e a
non offendere coloro che ci stanno attorno. I personaggi
invisibili o lontani non determinano i nostri comporta-
menti.
L'analisi delle culture ha fatto vedere quanto dipendo-
no da esse molte norme che si credevano assolute: il sen-
so del pudore, il rispetto dell'autorità, una certa forma di
155

16.8 Page 158

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matrimonio, l'espressione della sessualità. Le ha relativiz-
zate giudicandole mutevoli e non obbliganti.
Lo studio dei comportamenti umani attribuisce «i sen-
timenti di colpa» al tipo di personalità, all'educazione fa-
miliare, all'ambiente sociale. Si sottolineano più i condi-
zionamenti e l'urgenza di liberarsene che la responsabilità
della persona.
È venuto creandosi uno scollamento tra morale «pri-
vata» e morale «pubblica». Ciò non aiuta a sostenere cri-
teri morali. Molte cose si lasciano ormai alle scelte indivi-
duali: aborto, eutanasia, divorzio, omosessualità, fecon-
dazione. Su tutto questo, in ambito sociale ed anche edu-
cativo, c'è una sensibilizzazione, ma riguarda soli i rischi
e vantaggi; non offre un fondamento etico solido, tanto
meno con riferimento trascendente.
Tutto ciò influisce sui giovani come una nube tossica.
Non c'è da stupirsi che appaiano in loro un insieme di
sintomi e riflessi della cultura che respirano. La loro for-
mazione morale risulta frammentaria. Sembra più un ve-
stito di Arlecchino che un quadro disegnato con ragione-
volezza.
Prendono infatti criteri e norme da diverse fonti: dalla
famiglia e dalla scuola, dai rotocalchi e dalla TV, dagli
amici, dalla propria riflessione. La scelta è dettata da pre-
ferenze soggettive.
Si parla di sensibilità dei giovani verso nuovi valori.
Ma è difficile riuscire a capire fino a che punto ciò costi-
tuisce un impegno o non piuttosto un trattenimento a bre-
ve termine, una forma di essere insieme e di stimolarsi.
Punti èentrali della sensibilità morale attuale sono: la
persona come valore determinante e quasi assoluto; la
coscienza personale come norma ultima; la situazione in
cui si trova come fattore importante della valutazione
morale.
Nello stesso senso influisce l'ambiente sugli adulti, re-
ligiosi ed educatori, se la lettura attenta della Parola di
156

16.9 Page 159

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Dio e il discernimento non li mantiene vigilanti. Si può
smorzare la sensibilità. Passiamo così, quasi seguendo la
legge del pendolo, da una precedente mentalità severa e
colpevolizzante ad un'altra di segno opposto, «allegra» e
qualunquista, dall'aver visto il peccato in tutto a non ve-
derlo più in niente e in nessuno; dall'aver sottolineato i
castighi che il peccato merita, a presentare un amore di
Dio senza responsabilità da parte dell'uomo: la sorte di
questo sarebbe «uguale», qualunque risposta dia al suo
Signore; dalla severità nel correggere la coscienza erro-
nea, a un rispetto che non si preoccupa nemmeno di for-
marla; dai dieci comandamenti imparati a memoria, a
non insegnare più una morale cristiana coerente.
Essere «cristiani adulti», «veri educatori della fede»,
evangelizzatori realisti, significa allora:
- non misconoscere o dissimulare e nemmeno esagera-
re la presenza del male nella vita privata e sociale, ed es-
sere consapevoli delle sue capacità distruttive;
- saper individuare il male nelle sue radici, illuminati
dalla Parola di Dio, per portare la rigenerazione;
- sapere che Cristo l'ha vinto, che la nostra incorpora-
zione alla sua morte e risurrezione ci indica, per superar-
lo anche noi, il suo stesso cammino: resistenza, vigilanza,
lotta intellettuale, morale, spirituale.
2. Profondamente riconciliati
Sono tali le persone che si interpellano e si lasciano in-
terpellare con serenità, che non chiudono gli occhi sui
propri atteggiamenti e comportamenti, che perdonano
con gioia e sentono che devono essere perdonati, che fan-
no l'esperienza della pace con Dio, con se stessi, con i fra-
telli. Così si liberano dal male mediante il riconoscimento
della presenza di Dio nella propria povertà e lo sforzo di
orientare la vita verso di Lui.
In che cosa consista questa esperienza ce lo dice San
Paolo in un testo sul quale possiamo fermarci: «Giustifi-
157

16.10 Page 160

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cati dunque per la fede, noi siamo in pace con Dio per
mezzo del Signore nostro Gesù Cristo.. . Se infatti, quando
eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mez-
zo della morte del Figlio suo, molto più ora che siamo ri-
conciliati, saremo salvati mediante la sua vita. Non solo,
ma ci gloriamo pure in Dio, per mezzo del Signore nostro
Gesù Cristo, dal quale ora abbiamo ottenuto la riconcilia-
zione» .4
Il testo parla di pace, salvezza, gioia e vita. Avvicinato
a molti altri che troviamo nella Scrittura, si presta a molti
commenti. Ne scegliamo alcuni.
La riconciliazione è un'iniziativa e un dono di Dio
Nel Vangelo non è la persona, uomo o donna, che chie-
de o desidera il perdono, ma Gesù che lo offre.
Il cammino di riconciliazione non incomincia mai con
l'accusa delle colpe, ma col sentirsi «persone» riconosciu-
te, in un nuovo e inatteso rapporto che illumina la vita e
ne fa vedere le deformità. E così Zaccheo scopre il suo
peccato. È Gesù che guarda verso Zaccheo e si invita a ca-
sa sua. È Gesù che viene in difesa dell'adultera. È Gesù
che guarda Pietro, già dimentico della sua infedeltà.
All'origine del desiderio di riconciliazione c'è sempre
l'impatto della parola o della persona che sveglia il nostro
letargo in un'esistenza depauperata e ci invita a superarci.
Bisogna andar oltre quella mentalità che considera le
nostre infrazioni ai comandamenti o il non adempimento
dei propositi come l'elemento principale della riconcilia-
zione. È necessario invece mettersi di fronte ai propri rap-
porti con Dio: se conta molto per noi, se aspettiamo molto
da Lui, se ci interessa molto non perderlo. Ho in mente
l'immagine delle coppie. Quando esiste un rapporto d'a-
more si è contenti di riconoscere le piccole trascuratezze
proprie e riconoscere la generosità del partner; si è sem-
' Rm 5,10-11 .
158

17 Pages 161-170

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17.1 Page 161

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predisposti a comporre le grandi differenze. Quando il
rapporto di stima, amore e vicendevoli attese è consuma-
to, diventa disgustoso e pesante scusarsi di piccolezze. La
sola presenza o il pensiero dell'altro diventano fastidiosi
e insopportabili.
La cosa più importante per noi allora in ciò che riguar-
da la nostra persona e la nostra attività pastorale è ricono-
scere, gustare e proclamare la misericordia di Dio, e con-
centrare su di Lui, Padre di Gesù e nostro, l'attenzione: è
questo il tema centrale della storia della salvezza. La mi-
sericordia di Dio ricompone la storia che altrimenti si di-
sfa, e ristabilisce continuamente l'alleanza che la nostra
debolezza e dimenticanza trascura.
L'amore a Dio non proviene dalla nostra perfezione
etica, ma è alla sua origine. È dono dello Spirito. Non
amiamo Dio perché siamo bravi, ma viceversa.
Dio opera in noi donandoci lo Spirito
Quello che Dio opera in noi non è semplicemente né
principalmente l'eliminazione della colpa e della pena,
che la nostra intelligenza umana considera giuste. Ma ci
dona lo Spirito, crea in noi una nuova realtà, ci apre un
nuovo orizzonte, ci dà un cuore nuovo.
Non ci fa ritornare a ciò che eravamo prima. Che inte-
resse potrebbe essere per lui e per noi nel farci come era-
vamo prima di qualcuno dei nostri pentimenti? Invece ci
ricrea come figli suoi!
La cosa meravigliosa è che siccome le nostre cattive
azioni ci consegnerebbero ad un futuro di perdizione, Dio
con la riconciliazione non ci riporta al punto di partenza,
ma ci colloca in una nuova intimità di alleanza con Lui.
Bisogna rimeditare tutta la scena del ritorno del figliol
prodigo.
La riconciliazione non è dunque il sacramento del pas-
sato della persona, quasi fosse un velo posto sulle sue
scappatelle o sulle sue voglie di godere. È invece il sacra-
159

17.2 Page 162

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mento del suo «futuro», delle nuove possibilità, dello spi-
rito nuovo, del progetto per l'avvenire.
Noi siamo portati a rendere grazie
La riconciliazione si diffonde attraverso la grazia rice-
vuta in tutti gli aspetti della vita: compone le tensioni che
agiscono all'interno della persona, dispone a una più cal-
ma accoglienza di Dio nella vita, apre alla tolleranza ed
educa al perdono. Zaccheo dopo essersi riconciliato è di-
sposto a restituire più di quello che aveva rubato.
Perciò l'esperienza della riconciliazione nel Vangelo è
sempre di gioia e pienezza. C'è festa eccessiva, con scan-
dalo delle persone perbene. C'è versamento di profumi
costosi con rimostranze dei risparmiatori. C'è spreco di
cibi e ci sono inviti generali con lamentele della gente se-
riosa.
Il suo contesto è sempre di lode e di azione di grazie.
Si segue in questo quanto cantano ripetutamente i salmi:
«Celebrate il Signore perché è buono; perché eterna è la
sua misericordia».5 «Benedici il Signore, anima mia... Egli
perdona tutte le tue colpe e guarisce tutte le tue malat-
tie». 6
La parola di Dio esprime infatti la realtà della riconci-
liazione con una sinfonia di metafore e analogie: grazia,
nuova creazione, rigenerazione, giustificazione, liberazio-
ne. L'una non nega né si oppone all'altra: ciascuna mostra
un aspetto parziale di quello che la persona sente. Non
sono infatti definizioni scientifiche, né descrizioni di stati
psicologici, ma uno sforzo di comunicare quello che acca-
de nella persona quando scopre che ha valore per Dio ed
è da Lui amata.
' Sal 106 (105).
' Sal 103 (102).
160

17.3 Page 163

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La grande mediazione è Cristo
La grande mediazione e strumento di riconciliazione
fu ed è l'umanità di Cristo. Essa ha abbattuto tutti i muri
e le distanze tra Dio e gli uomini. Con essa la comunica-
zione di Dio con noi ha raggiunto i massimi livelli possi-
bili. Suppongo che sentendo una espressione simile, mol-
ti di voi hanno pensato che si tratti di un'affermazione
teologica, cioè vera ma non pratica. Invece essa ha appli-
cazioni estremamente concrete nella nostra prassi e nella
nostra vita.
Al desiderio di riconciliazione si giunge difficilmente
senza l'esperienza umana dell'accoglienza e dell'affetto.
La mediazione della comunità fraterna è indispensabile.
La prassi pastorale del Buon Pastore dunque suggerisce
di mostrare in primo luogo considerazione, stima e ascol-
to delle persone. È questa la via che conduce a riesamina-
re la propria vita e al desiderio di cambiamento.
3. Penitenti
A ragione distinguiamo tra penitenza-sacramento, azione
salvifica di Dio attraverso la mediazione della Chiesa, e
penitenza-virtù, cioè l'atteggiamento interno di conversio-
ne, l'impegno ascetico di dominio, espiazione e cambia-
mento che si prolunga nella vita e si pratica ogni giorno.
Tra le due ci deve essere un nesso se non si vuole fare
del sacramento un gesto «sacro e quasi magico» o della
vita un puro sforzo volontaristico senza riferimenti a Dio
e alla sua grazia.
La prassi antica della Chiesa aveva una regola: rigore
nel sacramento che si offriva poche volte, anzi una sola, e
molte opportunità di penitenza anche pubblica nella vita.
Il rischio oggi è di segno contrario: che ci abituiamo al sa-
cramento perché non c'è limite al suo «uso» e dimenti-
chiamo di portar avanti una vita «penitente».
Ora la dimensione penitenziale è essenziale alla matu-
rità cristiana. Senza di essa è impossibile sia l'inizio che
161

17.4 Page 164

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l'ulteriore cammino di conversione: questa consiste nel-
1'assumere qualche cosa e lasciarne molte altre, optare e
tagliare, distruggere cose o abitudini vecchie o inutili e la-
sciarsi ricostruire. In tale senso ci parlano le storie di
Abramo e degli apostoli.
La penitenza-conversione è il messaggio iniziale, l' e-
sempio principale e la raccomandazione costante di Ge-
sù: «Convertitevi e fate penitenza/ chi vuole venire dietro
a me, prenda la croce».8 Per questo nella Chiesa verrà as-
sunta, in forma pubblica da persone e gruppi, come uno
speciale carisma. La loro funzione sarà di rendere «radi-
cale» l'imitazione di Gesù in questo aspetto e ricordarla a
tutto il popolo di Dio.
La spiritualità salesiana incorpora questo aspetto se-
condo la propria vocazione e stile, e propone itinerari di
penitenza.
Il lavoro
Non la semplice occupazione del tempo in qualsiasi at-
tività. Ma la dedizione alla missione con tutte le capacità e
a tempo pieno. In questo senso non comprende soltanto il
lavoro manuale, ma anche quello intellettuale e apostolico.
Lavora chi scrive, chi confessa, chi predica, chi studia.
La rilevanza che ha il lavoro nella nostra vita la si co-
glie facilmente da due fatti: la sua menzione nello stem-
ma e le ultime parole di Don Bosco: «Vi raccomando: la-
voro, lavoro, lavoro!».9 Ma ha anche un forte valore sim-
bolico: il lavoro è manifestazione della nostra povertà, è
un tratto del ceto modesto al quale dedichiamo le nostre
cure preferenziali, è il contenuto principale dei nostri pro-
grammi di educazione nelle scuole professionali e tecni-
che, è la caratteristica di una delle figure dei soci, il co-
' Mt4,17.
' Mt 10,38.
' MB IV, pag. 216.
162

17.5 Page 165

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adiutore; è la nostra forma di inserimento nella società e
nella cultura.
Quanta penitenza comporti lo si vede se si pensa alla
preparazione e aggiornamento professionale che richiede,
ai gusti personali che bisogna controllare, alla resistenza,
alla fatica.
Vi sottostà una motivazione spirituale: il salesiano sa
«che con il suo lavoro partecipa all'azione creatrice di Dio
e coopera con Cristo alla costruzione del Regno».10
La temperanza
È la virtù cardinale che modera le pulsioni, le parole e
gli atti secondo la ragione e le esigenze della vita cristia-
na. Attorno ad essa si muovono la continenza, l'umiltà, la
sobrietà, la semplicità, l'austerità. Nel sistema preventivo
le stesse realtà vengono incluse nella ragionevolezza. Le
sue manifestazioni nella vita quotidiana sono: l'equili-
brio, cioè la misura in tutto, una conveniente disciplina,
la capacità di collaborazione, la calma interiore ed este-
riore, un rapporto con tutti, ma specialmente con i giova-
ni, sereno e autorevole.
Temperanza è soprattutto «stato atletico» permanente
per qualsiasi richiesta in favore dei giovani; rendersi e
mantenersi liberi da legami troppo condizionanti, dal pe-
so dei gusti ed esigenze personali che creano dipendenze.
L'amore fraterno
L'amore fraterno11 implica dominio di sé, sforzo di at-
tenzione, controllo dei sentimenti spontanei, superamen-
to di conflitti, comprensione delle sofferenze altrui. È un
esercizio che fa uscire da se stessi e cambiare il proprio
orientamento, con l'impegno di dimostrarlo in forma
comprensibile.
10 Costituzioni SDB 18.
11 Cf Costituzioni SDB 90.
163

17.6 Page 166

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Tutto ciò sembra troppo leggero e quasi allegro di fron-
te alla serietà della penitenza e conversione. Don Bosco
espresse questa apparente contraddizione col sogno del
pergolato delle rose.12 I salesiani camminano sui petali.
Tutti li credono «gaudenti». Essi sono infatti «felici». Pun-
zecchiati dalle spine non perdono la gioia. Anche ciò è
ascesi: la semplicità, il buon viso, il non fare scena. Ri-
sponde al consiglio evangelico: «Quando digiunate non
assumete un'aria malinconica... ma profumatevi la testa e
lavatevi il volto».13
4. Educatori e ministri della penitenza
Abbiamo sentito dire molte volte che, secondo Don Bo-
sco, la riconciliazione e l'eucaristia sono i pilastri dell' e-
ducazione. Forse non ci siamo fermati a meditare il signi-
ficato completo di questa affermazione. L'abbiamo preso
comE; il suggerimento di mantenere pratiche religiose
piuttosto che come la raccomandazione di una esperien-
za educativa molteplice e complessa.
Certo si trovano nella vita di Don Bosco espressioni
che mostrano l'importanza che egli attribuiva al sacra-
mento. In ciascuna delle tre biografie esemplari (Domeni-
co Savio, Michele Magone, Francesco Besucco) c'è un ca-
pitolo che parla della confessione. In quella di Domenico
Savio, che è la prima in ordine di tempo, il capitolo tratta
insieme i due sacramenti, penitenza ed eucaristia. Invece
in quella di Michele Magone ci sono due capitoli, il quar-
to e il quinto, dedicati soltanto alla confessione. Sotto una
forma biografica, Don Bosco propone una pedagogia per
aiutare il giovane a superare le proprie tendenze deterio-
ri, a crescere in umanità e orientarsi a Dio mediante la pe-
nitenza.
Uno studioso di Don Bosco, Don Alberto Caviglia, ri-
12 MB VII, pag. 664.
" Mt 6,16-17.
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17.7 Page 167

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tiene che il capitolo quinto di tale biografia sia uno degli
scritti pedagogici più importanti di Don Bosco, un docu-
mento insigne della sua guida spirituale.
Esiste inoltre una fotografia, molto diffusa già durante
la vita di Don Bosco e che fece il giro del mondo dopo la
sua morte. In essa Don Bosco posa mentre confessa i gio-
vani. Il ragazzo Paolo Albera appoggia la testa a quella di
Don Bosco, come per fare la confessione dei peccati, men-
tre molti giovani attorno all'inginocchiatoio aspettano il
loro turno.
Questa fotografia non è casuale. È stata voluta e prepa-
rata da Don Bosco con l'intenzione di diffonderla. È un po-
ster, un manifesto, un messaggio. Intendeva esprimere,
con un'immagine, quello che aveva detto e scritto con le
parole: «È provato dall'esperienza che i più validi sostegni
della gioventù sono i sacramenti della confessione e della
comunione. Datemi un giovanetto che frequenti questi sa-
cramenti, voi lo vedrete crescere nella gioventù, giungere
alla virile età e arrivare, se così piace a Dio, alla più tarda
vecchiaia con una condotta che è esempio di tutti quelli
che lo conoscono. Questa massima la comprendano i gio-
vanetti per praticarla; la comprendano pure quelli che si
occupano della loro educazione per insinuarla».14
La cosa più originale però in lui non è l'insistenza sul-
l'accostarsi al sacramento, ma l'aver saputo creare un am-
biente educativo di riconciliazione, per cui c'era una con-
tinuità tra esperienza di vita e momento sacramentale. Al-
1'oratorio il giovane si sentiva accolto e stimato, in un am-
biente di famiglia e fiducia, stimolato alla comunicazione
e invitato a progredire, con rapporti che lo invitavano a
verificarsi. Ciò costituiva un'autentica anticamera della
riconciliazione. Questa era sperimentata prima in forma
umana e immediata. Non poche volte i giovani passavano
dalla conversazione amichevole in cortile con Don Bosco
all'atto penitenziale.
"GIOVANNI Bosco, Vita del giovane Domenico Savio.
165

17.8 Page 168

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La riconciliazione, specialmente quella straordinaria,
veniva avvolta in un clima festivo, secondo lo stile evan-
gelico: la celebrazione eucaristica, a cui seguiva qualcosa
di «speciale» a tavola, il tempo di gioco, la manifestazio-
ne musicale e artistica accompagnavano e avvolgevano il
perdono ottenuto. I giovani potevano contare su tutte le
condizioni favorevoli: tempo, luogo, persone, inviti.
Proprio in questo contesto si moltiplicarono i salesiani
confessori di giovani che ebbero tanto influsso sui risulta-
ti vocazionali maschili e femminili.
Oggi viviamo un triplice fenomeno : il primo è l'abban-
dono da parte della maggioranza, il secondo è l'uso rapi-
do da parte di un certo numero, il terzo, positivo, è lari-
chiesta addirittura di direzione spirituale da parte di un
gruppo, piccolo in numero, ma alla ricerca di qualità spi-
rituale.
La risposta a questa domanda diversificata consiste nel
ripercorrere il cammino educativo con i più, essere a di-
sposizione del secondo gruppo per appoggiare il loro
sforzo ancora imperfetto, e diventare capaci anche di gui-
dare i pochi che chiedono un'assistenza più accurata.
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L'espressione matura
della carità pastorale:
la paternità
1. Sacerdote educatore
Abbiamo visto l'immagine completa di Don Bosco.
Guardiamolo ora «in azione»: muovendo un progetto, go-
vernando una comunità.
Ci sono due tratti maestri, due lineamenti maggiori che
rimangono in tutte le immagini che di lui ci formiamo.
Uno è la vocazione sacerdotale: il cuore e il ministero sa-
cerdotale; l'altra è la genialità educativa, l'essere portato
verso i giovani, la facilità di comprenderli e trattarli. Lo
rappresenta bene l'iconografia più diffusa: un prete cir-
condato da ragazzi, rivolto affettuosamente verso di loro,
che li tiene per mano e li ascolta. Se ne venisse cancellato
o soltanto indebolito uno qualsiasi, la sua figura verrebbe
tradita.
L'originalità educativa ha avuto più fortuna nella sto-
ria: è stata, sin dall'inizio, più ampiamente presentata e
commentata fino, in alcuni casi, a far dimenticare e lascia-
re in ombra l'altra dimensione: quella sacerdotale. È stato
privilegiato anche nelle celebrazioni centenarie. Ripas-
sando i titoli delle conferenze, delle biografie e degli studi
monografici completi o settoriali, ci si accorge che il tema
di «Don Bosco educatore» viene più sovente ripreso: Don
Bosco e le scuole professionali, don Bosco e il tempo libe-
ro, Don Bosco e la cultura popolare, Don Bosco e la pro-
mozione della gioventù emarginata e povera.
Chi ha rivolto in forma particolarmente intensa lo
sguardo a «Don Bosco sacerdote», nell'anno centenario, è
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17.10 Page 170

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stato il cardinale di Torino, Ballestrero. Ha centrato gli
esercizi spirituali agli ispettori d'Italia sul tema «Un prete
per i giovani», calcando proprio su «un prete». Ha poi ri-
volto al proprio clero una lettera pastorale dal titolo «San
Giovanni Bosco sacerdote di Cristo e della Chiesa». E an-
che nell'omelia della Messa di apertura del centenario, ha
riportato all'ispirazione sacerdotale tutto lo sforzo educa-
tivo di Don Bosco.
A «Don Bosco sacerdote» i biografi hanno dedicato quasi
sempre qualche capitolo. Don Auffray, per esempio, nel
suo libro dal titolo «Don Bosco educatore» costruisce un
capitolo attorno alla sua figura di sacerdote, ma per mo-
strarlo subito come geniale educatore tra i giovani. Don
Ceria, nel libro «Don Bosco con Dio», si sofferma su Don
Bosco confessore, predicatore e alla fine sviluppa il capi-
tolo «Gemma sacerdotum» (perla dei sacerdoti), ma si
concentra sugli aspetti ministeriali: predicazione, confes-
sione, celebrazione dell'Eucaristia.
Sono scarsi invece gli studi completi e organici su
«Don Bosco sacerdote», che colleghino alla grazia sacer-
dotale la sua capacità educativa ed altri aspetti della sua
personalità e opera, come la fondazione della Congrega-
zione e di altre associazioni ecclesiali.
Ciò forse perché la scelta e la modalità educativa costi-
tuirono, sin dal tempo di Don Bosco, un'espressione inso-
lita del sacerdozio e nel sacerdozio. Di buoni sacerdoti ce
n'erano molti; al contrario, sacerdoti amici dei ragazzi
della strada, capaci di convivere con i giovani poveri e di
preparare programmi di ricupero e crescita adeguata alla
loro condizione, erano pochi. Avviene anche oggi che dei
bravi preti normali non se ne parli e vengano invece get-
tonati quelli che hanno un apostolato singolare. Il fatto si
deve pure ai salesiani e ad altri ammiratori di Don Bosco
che hanno voluto presentarlo in forma simpatica e at-
traente, non soltanto negli ambienti credenti, ma anche al
mondo: sensibilità questa che viene da Don Bosco stesso,
168

18 Pages 171-180

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18.1 Page 171

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che come ricordate, ha steso una versione «secolare» del
sistema preventivo.
Riguardo al sacerdozio, bisogna mettere in primo pia-
no nella riflessione la consistenza della sua identità sacer-
dotale, ossia la misura, la profondità con cui Don Bosco si
era consustanziato con questa sua condizione fino a non
sentirsi, non voler essere e non essere in realtà nient'altro
che sacerdote; di conseguenza cercare la propria realizza-
zione come uomo e come discepolo di Cristo sviluppan-
do la grazia sacerdotale.
C'è un dato che è di pura osservazione: il prete in lui
emergeva su tutti gli aspetti della persona e li riempiva.
Ce lo ricorda Giovani Paolo II nella Juvenum Patris quan-
do dice: «Don Bosco è stato innanzitutto e soprattutto un
vero prete. La nota dominante della sua vita e della sua
missione è stato il fortissimo senso della propria identità
sacerdotale: prete cattolico secondo il cuore di Dio».
Le sue parole sono un commento a quelle di Don Bo-
sco, familiari a noi salesiani, che vale però la spesa ricor-
dare e risentire: «Don Bosco è prete all'altare, prete in con-
fessionale, prete in mezzo a suoi giovani; come è prete a
Torino, così è prete a Firenze, prete nella casa del povero,
prete nel palazzo del Re e dei ministri» .1 Non pensava di
doverlo far dimenticare o nascondere o mettere in secon-
do piano quando trattava affari secolari o si presentava in
ambienti «di mondo»; anzi, il sacerdozio doveva dare ra-
gione di quanto faceva e come lo faceva e diventare un se-
gno del Vangelo e della Chiesa.
Questo dato biografico è stato considerato da tutti co-
me il primo e più importante per interpretare Don Bosco.
Don Albera lo riassumeva nell'espressione «Prete sempre
e in ogni istante». E Don Brocardo afferma: «Non è possi-
bile pensarlo se non come sacerdote».2
1 MB VIII, pag. 534.
2 Cf P. BROCARDO, Don Bosco, profondamente uomo - profondamente santo,
LAS, Roma 1985, pagg. 81-82.
169

18.2 Page 172

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Va ricordato da noi per due ragioni.
La prima è di attualità ecclesiale. Il Sinodo su la forma-
zione dei sacerdoti nelle circostanze attuali si trovò di fronte a
due possibili assi di discussione: uno accentuava «le at-
tuali condizioni in cui bisogna esprimere il sacerdozio»
dando come scontata l'accettazione della cosiddetta dot-
trina del ministero per soffermarsi sulle difficoltà e le si-
tuazioni in cui deve vivere il sacerdote; l'altro privilegia-
va invece l'approfondimento «dell'identità del sacerdo-
te», quale idea o immagine di sacerdote interiorizzare
conforme alla parola di Dio e alla tradizione della Chiesa.
Il Sinodo e la corrispondente Esortazione apostolica Pa-
stores dabo vobis hanno scelto il secondo. Il rischio maggio-
re non starebbe nella mancanza di adeguamento dei sa-
cerdoti ad alcune particolarità di oggi, ma nel non riusci-
re ad assumere, interiorizzare e identificarsi totalmente
con quello che la tradizione ecclesiale e la Parola di Dio
offrono sul prete.
La seconda ragione per cui meditare questo aspetto di-
venta urgente è che noi educatori (presidi, animatori di
polisportive e direttori di oratori) lavoriamo in mansioni
secolari e ci può riuscire difficile esprimere in ogni mo-
mento questa identità: essere preti prima di tutto e su tut-
to, come intenzionalità e come servizio. Lo esprimeva
Don Egidio Viganò quando diceva che ci potevano essere
in Congregazione simultaneamente molti sacerdoti e po-
co sacerdozio.
Questa caratteristica di Don Bosco: di sentirsi e appari-
re sempre soprattutto come sacerdote, può essere vista da
un'altra angolatura: quella soggettiva, cioè la soddisfazio-
ne, la gioia personale che sperimentava di essere prete.
Questa identità posseduta con gioia è frutto della gra-
zia, ma anche di un cammino personale di identificazio-
ne: quella identificazione che avviene con la meditazione,
con l'esercizio del ministero, con la partecipazione cor-
diale alle preoccupazioni della Chiesa. Ci domandiamo
allora con quale figura di prete si identificava Don Bosco.
170

18.3 Page 173

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A questo proposito c'è un altro commento del card.
Ballestrero. Don Bosco s'identifica con il prete della mi-
gliore tradizione ecclesiale, non legata rigidamente a nes-
suna delle figure che si vedevano allora: non a quella del
parroco, del prete che assume l'attenzione spirituale di
un settore di persone o la cappellania di una istituzione;
non quella del prete che svolge un ruolo diocesano, del
professore di seminario o di università. Meno dipendente
è ancora dalle collocazioni di tipo politico o culturale: il
prete integrista, il prete liberale, il prete «moderno», il
prete «sociale».
Tutte queste figure erano diffuse e rappresentate da
porzioni del clero. «San Giovanni Bosco si è sentito e ha
saputo essere in ogni momento semplicemente sacerdo-
te», con riferimento ai modelli che più sottolineavano il
lavoro e la carità pastorale tipo Don Cafasso, risalendo
però da questi modelli direttamente a Cristo sacerdote e
soprattutto al senso sacerdotale della Chiesa.
C'è però un secondo tratto, che fa maturare il suo tipo
particolare di paternità, che non è soltanto spirituale, sa-
cerdotale, ma quasi biologica, intrisa di umanità; quella
paternità che sa accompagnare la persona povera nella
crescita fin dai primi passi.
Sono la vocazione, il genio, la scelta «educativa» che
emergono già nei primi anni della sua vita. Si manifesta-
no nella predilezione per i giovani e nel gusto di aprirli
alla pienezza della vita nelle sue diverse espressioni: alla
coscienza della propria dignità, alla gioia, al lavoro, alle
amicizie: il tutto nella direzione e sotto la luce della sal-
vezza eterna. Questi gusti e attitudini se li portava dentro
anche prima di ricevere l'ordinazione sacerdotale, a tal
punto che qualcuno ha detto: come alcuni nascono artisti,
Don Bosco è nato «educatore».
Don Pietro Braido, nel suo studio monografico sul Si-
stema preventivo, riporta una discussione: in Don Bosco
si è manifestato prima il desiderio di radunare i ragazzi
171

18.4 Page 174

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per farli migliori e in funzione di questo è maturata l'idea
del sacerdozio, oppure il suo primo desiderio e vocazione
fu il sacerdozio, anche se immaginato vicino ai giovani?
Dopo aver riportato i diversi pareri, fa vedere che que-
ste due tensioni si intreccino continuamente, quasi senza
distinzione, nella esistenza di Don Bosco; ma che duran-
te, e soprattutto alla fine, del processo di maturazione la
vocazione sacerdotale fa da sorgente che genera atteggia-
menti e iniziative, mentre la gioventù e l'educazione di-
ventano il campo pastorale in cui esercitare il sacerdozio.
La scelta pastorale della gioventù e dell'educazione
non è stata facile. A Torino c'erano molti preti. Don Bosco
si lamenterà della scarsità di clero per la chiusura dei se-
minari. Ma a Torino nel 1838 c'era un prete per ogni 137
persone, cioè 851 sacerdoti per 117.000 abitanti.
C'era il prete che desiderava svolgere il ministero ordi-
nario delle parrocchie in modo cosciente e con buon spiri-
to. A Don Bosco è stato offerto un posto di vicario parroc-
chiale, un posto che comportava una rendita tre volte su-
periore a quella di un operaio, diciamo un posto econo-
micamente conveniente. C'era chi faceva il prete «di fa-
miglia», e a Don Bosco è stato offerto di fare l'istitutore, il
maestro di una famiglia ricca. C'erano i cappellani di isti-
tuti e anche a Don Bosco è stato offerto questo lavoro. Era-
no lavori degni dal punto di vista sociale e «sicuri» dal
punto di vista economico.
Intanto la città scoppiava per i nuovi fenomeni dell'im-
migrazione, povertà, lavoro minorile. La scelta di buttarsi
non in una parrocchia, non in una famiglia, non in unisti-
tuto, ma sulla strada, dunque senza una rendita fissa e un
lavoro riconosciuto, è stata una scelta pastorale coraggio-
sa e nuova. Don Bosco praticamente si è messo nelle nuo-
ve correnti pastorali che si stavano formando nella Chie-
sa di Torino. Così, più che nel «fare il prete» in un ruolo
istituzionale definito, ha preferito «essere prete» per la
gente e i giovani nella comunione ecclesiale; senza un'in-
quadratura di ruolo rigido, ma certamente in accordo con
172

18.5 Page 175

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il suo vescovo che in un determinato momento lo designò
«direttore» o incaricato dell'opera degli oratori.
In questo contatto con i giovani poveri ebbe alcune
esperienze tipiche. Una è l'esperienza folgorante del rap-
porto tra la fede che opera attraverso la carità e la vita dei
giovani, e quindi la comprensione della funzione di sal-
vezza totale che aveva il suo sacerdozio, diversa da quel-
la funzione più ridotta che consiste nell'iniziazione cri-
stiana, l'insegnamento del catechismo o l'attenzione reli-
giosa tipica del ministero parrocchiale. Egli doveva occu-
parsi della vita e della felicità dei ragazzi, compreso il sal-
varli dal carcere, dalla miseria, dall'ignoranza, dall'inco-
scienza della propria vocazione e destino.
L'altra esperienza è l'urgenza e l'efficacia di dare
espressione umana, sensibile, comprensibile alla carità
verso i giovani, in modo da supplire ali'affetto della fami-
glia ricuperando la dimensione affettiva e facendo loro
sentire, in forma sensibile, la paternità di Dio.
È chiaro che i doni di natura presenti in Don Bosco sin
dall'infanzia, cioè la sua innata capacità di avvicinare i
giovani e la sua profonda sensibilità umana per cui è sta-
to detto «un genio del cuore», sono stati assunti, poten-
ziati e trasformati dalla tensione sacerdotale.
2. La paternità tipica di Don Bosco
Dalla fusione di questi due tratti o, se si vuole, di que-
ste due energie della sua personalità, scaturisce e si svi-
luppa una caratteristica di Don Bosco educatore, fondato-
re e superiore, molto commentata e molto desiderata og-
gi: la paternità.
Il sacerdozio ne è la fonte di alimentazione continua,
da dove sgorga come un getto potente ed ininterrotto; la
scelta dei giovani e l'incontro con essi per una loro pie-
nezza di vita, è come lo stampo, l'orma in cui la paternità
riceve la sua forma tipica, il suo tono e le sue espressioni.
Risulta vero, riguardo alla paternità, quello che dice
173

18.6 Page 176

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l'articolo 20 delle nostre Costituzioni a proposito del Si-
stema preventivo: essa viene dallo Spirito Santo attraver-
so la vocazione, il carisma e il ministero sacerdotale. «Lo
Spirito formò in lui un cuore di padre capace di donazio-
ne totale»; ma plasma i gesti e le espressioni tipiche nel-
l'incontro e tratto con i giovani.
Semplificando e soltanto per spiegarci, si potrebbe di-
re: il sacerdozio ne dà la sostanza; la pedagogia la moda-
lità. Non si può dire nulla di centrato e specifico della pa-
ternità di Don Bosco se non si prendono in considerazio-
ne questi due aspetti. Mancando o diminuendo il primo,
viene meno il «Da mihi animas»; mancando il secondo ca-
de il Sistema preventivo.
Così va maturando in lui una paternità che è «spiritua-
le»: quella del prete che per il battesimo genera alla gra-
zia e attraverso il perdono riconduce misericordiosamen-
te al Padre. È quella paternità di cui parlava San Paolo ai
Corinzi quando diceva loro: «Potreste avere anche dieci-
mila pedagoghi in Cristo, ma non certo altri padri perché
sono io che vi ho generato in Cristo Gesù, mediante il
vangelo».3 Ma c'è anche una manifestazione quasi «biolo-
gica» della paternità, che si prende responsabilità di tutta
la vita, che raggiunge in forma sensibile i giovani fino a
provocare in loro un desiderio e un entusiasmo di cresci-
ta, una consapevolezza del proprio valore, una nuova ca-
pacità di capire la vita che essi devono ancora imparare a
sentire e a interpretare.
La paternità è una richiesta ricorrente. Sembra uno
degli aspetti maggiormente messi a rischio dalla «men-
talità progettuale» che a volte può risultare «imprendito-
riale o manageriale», dalla molteplicità delle occupazio-
ni e anche dal nuovo rapporto che intercorre tra singoli
e superiori, tra padri e figli. È messo a rischio il tratto
stesso della paternità; ma anche la sua interpretazione e
3 1 Cor 4,15.
174

18.7 Page 177

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attualizzazione in chiave salesiana. Non è soltanto una
richiesta di chi è desideroso di attenzioni ed affetto; è un
tratto carismatico che interessa la Famiglia salesiana,
perché costituisce la sua originalità nell'esercizio del-
1'autorità in consonanza con tutti gli altri lineamenti del-
la sua fisionomia.
Il ministero ordinato rappresenta la concentrazione e
l'espressione di una realtà diffusa nella Chiesa di cui tutti
partecipiamo: il sacerdozio di Cristo. Nella comunione
della comunità salesiana ed educativa, ciascuna delle fi-
gure accentua una dimensione senza negare l'altra. Al su-
periore si chiede che fondi il suo ministero nella forma in
cui lo ha fatto Don Bosco.
3. Espressione della paternità salesiana
Ammesso che siamo di fronte ad un sacerdote educa-
tore nel quale la paternità acquista una caratteristica par-
ticolare, possiamo domandarci quali sono le manifesta-
zioni che sgorgano da questa condizione, dando per scon-
tato che saranno analoghe, secondo che venga espressa
verso i ragazzi o verso gli adulti.
In generale, quando parliamo della paternità di Don
Bosco rileviamo e ci fermiamo sui suoi gesti di bontà ras-
sicurante e incoraggiante, l'affetto che faceva fiorire nei
ragazzi un atteggiamento di figli verso di lui: un affetto e
una bontà ispirati all'amore di Dio e alla mitezza di Cri-
sto. Questo è un aspetto molto reale, che caratterizza il
suo volto ed è molto presente nella nostra memoria e nel-
la nostra dottrina spirituale. L'ha inciso con chiarezza
Giovanni Paolo II nella lettera che ci ha inviato in occasio-
ne del centenario: Padre e maestro dei giovani.
Don Brocardo, nel suo libro Don Bosco: profondamente
uomo, profondamente santo, ha raccolto un insieme di aned-
doti inediti che ricamano questo tema con ricordi di per-
sone anziane nelle quali l'immagine paterna di Don Bosco
era rimasta scolpita per sempre. Erano stati accolti da una
175

18.8 Page 178

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persona che aveva assunto in pieno il posto dei loro geni-
tori.4
C'è poi l'antologia di racconti di salesiani in difficoltà,
provati o inesperti, o di altri vivaci e geniali, che hanno
lasciato disegnata la sua figura di responsabile di una fa-
miglia capace di dare pace e felicità all'insieme e di valo-
rizzare ogni suo componente, chiudendo un occhio, valo-
rizzando la spontaneità, proponendo traguardi, ispiran-
do ideali e attese.
C'è anche un florilegio di testi in cui Don Bosco espri-
me i suoi sentimenti di compassione, di commozione e di
tenerezza di fronte ai ragazzi bisognosi. Pensate a quelle
parole a commento delle sue visite alle carceri: «lo mi sen-
tivo profondamente commosso vedendo quei giovani,
oziosi, rosicchiati dagli insetti». Un uomo che non riesce a
passare indifferente di fronte a una situazione di infeli-
cità. Ma lo stesso sentimento esprime riguardo ai giovani
dell'oratorio che sono in una situazione più favorevole,
quando è lontano da loro. Abbiamo letto e riletto la lette-
ra del 1884: «Sento, miei cari, il peso della mia lontananza
da voi... e il non vedervi e non sentirvi mi cagiona pena
quale voi non potete immaginare».5 Le espressioni si ripe-
tono riguardo ai salesiani adulti, impegnati in ruoli im-
portanti ed in terre lontane: «Chiamatemi e considerate-
mi padre e sarò felice! ».6
Questa bontà che non è solo sentimento, ma desiderio
efficace della felicità dell'altro - «Voglio che siate felici » -
che è diffusa in tutta la vita e non solo in momenti speciali,
che viene applicata ai programmi e non soltanto ai rappor-
ti, produce quello che chiamiamo il «Sistema preventivo»,
dato come dono carismatico a tutte le generazioni salesia-
ne che seguiranno. Questa bontà viene protetta ed eviden-
4 P. BROCARDO, Don Bosco profondamente uomo - profondamente santo, LAS,
Roma 1985, pagg. 33-38.
5 MB XVII, pag. 107.
MB XVII, pag. 175.
176

18.9 Page 179

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ziata nell'ambiente attraverso una organizzazione di ruoli
che la liberano da interventi che la potrebbero compromet-
tere e sottolineata in una festa della gratitudine e della fi-
ducia: due atteggiamenti essenziali nel Sistema preventi-
vo. Nella tradizione ricordiamo coloro che hanno saputo ri-
prenderla. Per non fare ingiustizia a nessuno, ne ricordo
uno al quale la paternità, piena di bontà e comprensione,
viene riconosciuta alla liturgia: il Beato Filippo Rinaldi.
Il tratto della bontà, dell'affetto, della tenerezza, del-
1'accoglienza, da solo però non esplicita sufficientemente
la paternità educativa di Don Bosco. Questa appare in tut-
ta la sua chiarezza in altri due elementi. La paternità di
Don Bosco, come ogni altra, è una combinazione giusta di
affetto e responsabilità: è infatti tenera e comprensiva, ma
allo stesso tempo responsabile della «vita» dei suoi figli,
capace di chiarire, proporre ed esigere quello che reggerà
a lungo termine. Non è dunque solo «olio» che lenisce
momentaneamente, ma energia che orienta verso gli
aspetti ardui della vera vita. Una figura paterna e nello
stesso tempo affettuosa e autorevole. «Del padre - dirà
Don Caviglia '-- ebbe tutto: l'amore tenero e forte ai suoi
figli di adozione, la resistenza alla fatica ed al dolore, l'a-
cuto senso di responsabilità del capo famiglia e la dona-
zione senza limiti che ha un paragone nell'amore mater-
no». Don Bosco è un educatore che non soltanto accoglie,
ma propone; non soltanto perdona, ma guida allo sforzo.
Non è un «buonuomo»; ha della vita un'idea ricca e reali-
sta. Basta pensare a tutto il tema del lavoro, dello studio e
del dovere. Le conseguenze si estendono alla visione edu-
cativa, alla comunità e ai singoli.
È qui che si innesta il carattere sacerdotale della sua
paternità. Egli vuole aprire i giovani al mistero di Dio;
metterli a contatto con Lui; rivelare loro il piano meravi-
glioso di salvezza che Dio aveva per loro e aiutarli così a
essere felici in questo mondo e nell'eternità.
Questo modo di concepire e cercare la felicità del ra-
gazzo è l'espressione del suo sacerdozio. Se Don Bosco
177

18.10 Page 180

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fosse stato molto amico, ma preoccupato solo di comuni-
care ai giovani i valori nobili della vita naturale, non sa-
rebbe andato oltre un buon pedagogo. La sua amorevo-
lezza «pedagogica», il suo stile di bontà era invece colle-
gato alla «voglia», alla «brama» - direbbe San Paolo - di
generare i giovani alla vita di grazia che proviene dal sa-
cerdozio di Cristo, la cui funzione è la rivelazione del Pa-
dre. La sua, sostanza e metodo, è una pedagogia dell'ani-
ma. Don Bosco bada all'anima, alla grazia, alla vita in Dio
dei giovani e dei confratelli.
L'impostazione di tutta l'organizzazione educativa e di
ciascuno dei suoi momenti e fattori è salvifica. La finalità
di tutto (rapporti, attività, ambiente) tende a suscitare e
coltivare la fede.
È la conclusione di Don Braido: «Non ci meravigliamo
allora se il suo sistema educativo, per quanto permeato di
gioia, di allegria, di umanità, sia nel suo centro e nell'ispira-
zione fondamentale "devoto"». Qualcuno rimarrà forse de-
luso, perché la sua ammirazione per Don Bosco è legata ad
una prospettiva diversa. Pensa a lui come al sacerdote san-
to sì, ma di una santità nuova, umana, "moderna" mentre
tutto in lui è fortemente radicato nel religioso, nella fede.
Per questo, il senso religioso non occupa soltanto un
settore delle sue attività (per es., la catechesi o le funzioni
di chiesa), ma permea tutti i momenti e tutto l'intervento
educativo: La "buona educazione" ha radici religiose, il
dovere è ispirato alla fede, l'ubbidienza ai superiori e l'a-
micizia con i compagni prendono motivazione dal vange-
lo. Il "buon cittadino" è il buon cristiano.
Quella che piaceva a Don Egidio Vigano: "onesti citta-
dini, perché buoni cristiani", non è la formulazione più
frequente che si trova in Don Bosco, ma è certo quella che
rappresenta meglio la sua mentalità: dalla radice della fe-
de sgorgano le espressioni migliori della maturazione
personale.
Questi commenti provocano certamente un ripensa-
mento in noi sacerdoti educatori, in un'epoca nella quale
178

19 Pages 181-190

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19.1 Page 181

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la professionalità educativa sembra non ammettere facil-
mente una "forma" confessionale e sacerdotale.
È questo il primo e più importante aspetto del sacer-
dozio e della paternità sacerdotale. Che fa un padre? Ge-
nera alla vita e accompagna la crescita in essa. La vita a
cui fa riferimento il sacerdote è quella che viene da Cri-
sto: "Che conoscano te e colui che tu hai mandato"».
Il secondo aspetto che appartiene alla sua paternità sa-
cerdotale è la fiducia assoluta (sottolineo assoluta) nella for-
za trasformante della «religione» - così dice Don Bosco e io
prendo il suo termine - di cui il sacerdote è ministro e di-
spensatore. Oggi diciamo che una cosa è la religione e
un'altra è la fede, e va bene distinguere. Nel suo linguag-
gio la religione include la presenza di Dio, prima appena
percepita, e poi riconosciuta e accettata, l'illuminazione
della mente attraverso la parola, la formazione della co-
scienza e la purificazione del cuore mediante i sacramen-
ti, l'accoglienza della grazia, misteriosa forza interiore, la
vita nella Chiesa. Insomma tutto l'universo del mistero,
percepito e accolto in un primo momento, goduto poi, e
dunque desiderato sempre in maggiore misura.
Conseguenza di tutta questa impostazione è l'applica-
zione continua e fiduciosa dei ministeri sacerdotali nel
processo educativo e nella guida della comunità religiosa
ed educativa. Analogamente per i suoi collaboratori, la
paternità sacerdotale educativa si esprimeva nella capa-
cità di farli nascere alla vocazione carismatica, aiutarli a
crescere nel senso della consacrazione, renderli sempre
più aperti alla grazia fino alla santità.
.Ministero sacerdotale della parola
Il ministero sacerdotale della «parola» ha, come carat-
teristica paterna ed educativa, la capacità di parlare al
cuore ed in forma molto diretta sui punti che preoccupa-
no il ragazzo o il confratello, illuminandoli, in modo che
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19.2 Page 182

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essi abbiano da Cristo uno stimolo alla vita ed un inco-
raggiamento a crescere, proprio come fa un padre, che
estrae quello che dice non da un testo di teologia o di pe-
dagogia, ma dall'esperienza vissuta e dal rapporto di af-
fetto. Questa forse è la differenza con le altre forme rituali
di tale ministero. Don Bosco, sacerdote e uomo della pa-
rola, ha la capacità di parlare sulle cose che il ragazzo sen-
te come importanti e far risuonare nel cuore le parole del
Vangelo, tradotte in linguaggio comprensibile. E un mini-
stero che il sacerdote educatore esercita in ogni momento,
per il quale non ha bisogno di salire sul pulpito. La so-
stanza del ministero della parola non è l'inquadramento
rituale, ma il fatto che porta la luce di Cristo e rende pre-
sente la sua grazia.
Ministero della parola è la conversazione che si ha in un
incontro personale; è il consiglio che si dà anche di sfug-
gita. In Don Bosco era la «parola all'orecchio», messaggio
personalizzato, diretto ed affettuoso.
Manifestazione tipica del ministero della parola è la
«buona notte». Essa costituisce il modello «salesiano» del
parlare ai giovani: collocata in un contesto comunitario
«celebrativo» dal punto di vista familiare, in un momento
suggestivo al termine del giorno, si basa sulla relazione
padre - figlio e sul desiderio di comunicare. Il suo sche-
ma è quanto mai adeguato: prende una situazione di vita,
conosciuta o sofferta, cerca di illuminarla attraverso il
buon senso e la fede, infonde gioia ed incoraggia anche
per il tono facile e umoristico.
Sono le caratteristiche del parlare sacerdotale, paterno
ed educativo. La «buona notte» è al parlare salesiano
quello che l'omelia è alla predicazione: il prototipo, quel-
la che ne porta le caratteristiche fondamentali.
Ministero sacerdotale della santificazione
Don Bosco esprime la sua paternità sacerdotale educa-
tiva nel e con il ministero della santificazione. Esso mira a
180

19.3 Page 183

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mettere giovani e confratelli in contatto diretto con Dio
attraverso la propria coscienza e le mediazioni della gra-
zia. Una volta che si è riusciti a farlo, la funzione dell'e-
ducatore è secondaria e complementare. La grazia ha per-
corsi propri. Ma il rapporto e apertura bisogna rinnovarla
e farla crescere.
Il momento più tipico e personalizzato è il sacramento
della riconciliazione. Evidenziava il desiderio di cambia-
mento e il proposito di crescere da cristiani. Non era però
isolato né dagli altri atti religiosi né dalla vita. Si può dire
che Don Bosco era un mistagogo: iniziava e introduceva
nella celebrazione e ne assicurava le condizioni di effica-
cia attraverso la mediazione educativa. Non c'era però un
taglio netto di tematica o di stile tra la conversazione del
cortile e il momento in cui il giovane si inginocchiava per
riassumere la conversazione sulla sua vita in forma più
profonda e ricevere il perdono.
Sacramenti ed esortazioni alla santificazione della pro-
pria persona e del lavoro portavano alla reimpostazione
degli atteggiamenti e della condotta, a una illuminazione
della coscienza e alla conversione progressiva. Altrettan-
to avveniva con i confratelli. Don Bosco era attento e in-
coraggiava la loro fedeltà e spingeva verso la santità.
Ministero sacerdotale della guida
Il terzo ministero sacerdotale, quello del reggere, è il
potere, la grazia di radunare la comunità cristiana e orien-
tarla nella fede, nella speranza e nella carità, affinché
esprima la presenza di Dio tra gli uomini e diventi così
segno e strumento di salvezza.
La paternità sacerdotale educativa di Don Bosco si ma-
nifesta nello sforzo di fare di tutto il complesso educativo
una famiglia, dove la figura del padre (il direttore) e dei
fratelli maggiori (gli assistenti) fanno sì che tutti si senta-
a no «a casa», all'ombra dei segni della presenza di Dio Pa-
dre; per questo la cappella è portata di mano dei giova-
181

19.4 Page 184

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ni, si prega all'inizio di ogni attività, si finisce il giorno
con la preghiera, si celebra comunitariamente l'Eucaristia
e si risolvono, dalla prospettiva di Dio e delle anime, i
problemi di organizzazione e di lavoro.
C'è in tutto l'ambito educativo, una caratteristica dif-
fusa che è la familiarità. Non è solo un atteggiamento del
singolo educatore, ma è un tratto dell'organizzazione,
delle norme, del governo, dei rapporti e del linguaggio.
Si pensa proprio ad una struttura di famiglia e non di isti-
tuzione.
C'è anche un clima, che noi abbiamo sottolineato mol-
te volte, di allegria e di fiducia. Si crea così l'ambiente
educativo, inteso non soltanto come atmosfera, ma anche
come tessuto di rapporti.
Sarebbe interessante - io vi accenno soltanto - ripas-
sare l'antologia di testi salesiani, per rileggere la realtà di
questo insieme educativo, in tutti i suoi dettagli e sfuma-
ture. Ricordo solo che Don Braido, che lo studia dal pun-
to di vista dell'educazione, vi dedica due capitoli, il 4Qe
il SQdella seconda parte del suo libro sul Sistema preven-
tivo.
Tutto lo sforzo per creare un clima di famiglia provie-
ne non soltanto da una intuizione pedagogica di Don Bo-
sco: il giovane in un ambiente marcato dall'affettività è
più disponibile, assimila più facilmente atteggiamenti e
proposte; ma viene collegato alla sua grazia sacerdotale,
cioè al progetto di far assimilare e sentire la «bellezza »
della vita cristiana e della stessa santità che è pace interio-
re, gioia di vivere assieme, entusiasmo per realizzare ini-
ziative, speranza nel futuro.
Nelle sue diverse espressioni, la tradizione salesiana
ha conservato questi due tratti della personalità del supe-
riore: cura della vita spirituale e bontà. In alcuni essa si pre-
senta con una nitidezza che ci serve da esempio. Mi riferi-
sco al Beato Filippo Rinaldi del quale si è scritto: «Abi-
tualmente presentava Dio come padre, sicché nell'intimo
sperimentava il bisogno di sentirne e di farne sentire l'in-
182

19.5 Page 185

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finita paternità che ama in silenzio, accoglie e perdona»
(Don Ricaldone).
Le manifestazioni della paternità di Don Bosco hanno
avuto luogo in un contesto marcato dal «familiarismo »
cioè dal modello della famiglia patriarcale, considerata
come cellula e prototipo di tutte le altre forme sociali.
Il principio che l'educazione doveva assumere la for-
ma paterna era indiscusso.7 Il riferimento comporta oggi
valori da conservare e nuovi atteggiamenti da assumere.
La sorgente, lo stile sono invariati: l'amore responsabile
che apre alla vita e la cura. Le espressioni, in comunità di
adulti e dove si sottolinea la corresponsabilità, possono
variare.
' Cf P. STELLA, Don Bosco nella storia della religiosità cattolica, Vol. Il, Pas
Verla g, Zurigo 1969, pag. 46.
183

19.6 Page 186

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Buon servitore di Cristo
(1 Tm 4,6)
1. Unità tra persona e servizio
Non è infrequente trovarsi con persone che dicono di
non sentirsi bene nel posto o nel lavoro che è stato loro af-
fidato . Perciò lo considerano e lo svolgono come provvi-
sorio. Non solo; ma cercano il loro «riposo», un momento
di maggiore soddisfazione legittima in qualche altra atti-
vità.
A volte il superiore stesso, avvertendo la tensione, in-
dica loro «uscite» di sicurezza a modo di hobby.
La divisione tra lavoro e realizzazione personale è un fe-
nomeno della cultura e della situazione attuale. Molta
gente è obbligata a svolgere un lavoro che non gli si addi-
ce: allora si prende la rivincita della frustrazione in altri
momenti. Si lavora in una parte, ma «si vive», quello che
si chiama realmente vivere, in un'altra. Il lavoro è funzio-
nale al guadagno o all'adempimento di obblighi sociali e
istituzionali (nel caso nostro!); la gratificazione e i deside-
ri personali sono in un altro spazio.
Qualcuno crede che questa divisione sia naturale. E lo
è. Ma troppo naturale soprattutto quando il lavoro è
«missione» e quando c'è di mezzo qualche indicazione
della volontà di Dio. Ha intanto conseguenze, almeno li-
mitanti, sia nella propria crescita quanto nella prestazio-
ne del servizio. Riguardo alla prima il limite consiste nel
non poter capitalizzare l'esperienza, anche spirituale, che
la situazione comporta. Riguardo al servizio è vero quello
che si afferma: «Nessuno raggiunge la perfezione di un
lavoro a meno che ne senta il piacere». Il puro obbligo non
184

19.7 Page 187

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porta all'arte. La conseguenza più seria non è solo un'e-
ventuale limitazione nel tempo che si dedica al servizio.
Tante volte avviene, ma è soprattutto la lesina delle risor-
se personali: il non funzionare con tutta la potenza del
proprio motore; il non riuscire a donarsi totalmente.
Ciò può capitare, e capita di fatto, tra coloro che sono
chiamati a responsabilità di animazione e governo.
La divisione, o semplice separazione, comporta sem-
pre sofferenza e relativa inefficacia. Il segreto per la sere-
nità e anche per i buoni risultati sta nel costruire l'unità tra
persona e servizio. Quando diciamo persona diciamo cuore,
mente, desideri, gusti, occupazione, amicizie. Quando di-
ciamo servizio diciamo coordinamento e formazione, con-
fratelli gradevoli e difficili, iniziative incoraggianti e pra-
tiche fastidiose, animazione di comunità e accompagna-
mento di persone che ci sono affidate, vita fraterna e rap-
porti sociali e persino burocratici, progettazione e ridi-
mensionamento, stimolo e correzioni opportune.
L'esercizio dell'autorità ha aspetti difficili che la Sacra
Scrittura descrive in maniera incisiva nella parabola che
Iotam propose ai signori di Sichem:1 la vite, il fico e l'uli-
vo vengono invitati a prendersi il governo degli alberi,
ma rispondono che non trovano ragione per rinunciare
alle loro qualità originali (la dolcezza, la capacità dico-
municare gioia, la soavità e la pace) e mettersi a lottare
con coloro che dovranno dirigere. Risulta chiaro che
prendere responsabilità di governo comporta tante volte
rinunciare a coltivare e donare quello che uno considera
più consono alla propria natura. Viene allora invitato il
rovo che non soltanto accetta, ma promette che si farà ri-
spettare.•
L'esercizio dell'autorità comporta il decidere e pren-
dersi delle parti che molti hanno chiamato «odiose»: chia-
miamole semplicemente «ardue». E nell'esercizio del po-
tere si può deviare verso forme di egoismo e persino di
1 Cf Gdc 9,7-15.
185

19.8 Page 188

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violenza. D'altra parte il senso pieno dell'autorità viene
dato dalle parole di Gesù che invita al servizio, e nel ge-
sto di lavare i piedi ai discepoli ne rivela il senso.
' L'unità richiede di superare l'attaccamento della vite,
del fico e dell'ulivo ai propri legittimi gusti e progetti; di
moderare, nei giusti limiti, la prontezza del rovo nell'usa-
re del potere e di mettere tutto sotto il segno dell'amore
fraterno che ci viene indicato nella lavanda dei piedi.
Ci sono alcune riflessioni che possono aiutarci a co-
struire questa unità.
2. «La chiamata» alla responsabilità
La prima riflessione è la consapevolezza che l'invito o
l'ordine di assumere una carica è una «chiamata di Dio» a
partecipare più dal di dentro e con più responsabilità nel-
la costruzione del suo Regno in un tempo e in un luogo
determinato. Se così non fosse, la nostra designazione sa-
rebbe un puro «caso», frutto di amicizia o, nella migliore
delle ipotesi, solo risultato di una ricerca tecnica per sco-
prire i migliori talenti della comunità.
È invece una iniziativa di Dio collegata a tutte le prece-
denti che hanno segnato il sorgere e il maturare della no-
stra vocazione.
Nel congresso dei giovani religiosi, tenutosi a Roma
nel settembre del 1997, chi ha esposto il tema della «voca-
zione», faceva vedere che le chiamate o inviti di Dio si
succedono, si completano e si chiariscono nel corso della
vita di una persona.
Non riusciamo a sapere quali dovevamo essere, a che
cosa eravamo chiamati, finché non lo diventiamo per suc-
cessive risposte generose e fiduciose ad altrettante chia-
mate. Indicava, come passaggi, la chiamata alla Vita, la
chiamata alla fede o all'essere cristiano, la chiamata all'e-
sistenza consacrata, la chiamata a vivere in una certa
Chiesa e in un mondo determinato che è il nostro. Faceva
vedere anche che le chiamate non solo si succedono ma si
186

19.9 Page 189

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chiariscono e si arricchiscono a vicenda. La vocazione alla
fede non succede a quella alla vita, ma apre a questa nuo-
ve dimensioni e orizzonti. L'invito alla vita consacrata
non sostituisce le due precedenti, ma le assume, porta a
maggior senso e ne estrae nuove possibilità. Lo stesso va
detto della chiamata a vivere da persona, cristiano e con-
sacrato, nella Chiesa di cui ci tocca esserè parte viva, e nel
nostro mondo odierno con le sue sfide, vantaggi e diffi-
coltà.
Vorrei applicare la stessa traccia di riflessione alla chia-
mata a prendere responsabilità a servizio dei confratelli e
delle comunità. Questi, in quanto consacrati, sono pro-
prietà di Dio. Egli li cura e propone ad essi alcune perso-
ne secondo la sua provvidenza. Per chi vi è inviato, ciò
comporta un'iniziativa di Dio in linea con la prima e fon-
damentale chiamata vocazionale, la porta a compimento
nelle sue caratteristiche più vere e fondamentali: vivere
radicalmente il Vangelo e collaborare con Dio alla salvez-
za. Non giova alla maturità cristiana il sognarsi liberi da
responsabilità comunitarie.
E quello che è capitato ai seguaci di Gesù. Prima han-
no avuto la gioia dell'incontro e della conoscenza del Si-
gnore e il privilegio di essergli vicino in forma abituale,
poi è venuta la partecipazione parziale al suo ministero
di servizio, che non solo comportava muoversi e incontra-
re ogni tipo di persone, ma anche condividere la sofferen-
za e la morte. In questo i discepoli mostrarono limiti e in-
comprensioni che il Signore segnalò e corresse. Poi, con la
venuta dello Spirito, avvenne la consegna a loro dell'e-
vangelizzazione e della cura delle comunità costituite nel
nome di Gesù. Non solo dell'annuncio gioioso, ma della
vita e testimonianza comunitaria: non solo della parola,
ma anche delle persone e dell'organizzazione. Così, come
Gesù, impararono a morire a se stessi e a vivere per gli al-
tri. «Quando eri più giovane, ti mettevi da solo la cintura
e andavi dove volevi; ma io ti assicuro che quando sarai
vecchio, un altro ti legherà la cintura e ti porterà dove tu
187

19.10 Page 190

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non vuoi».2 Gesù intercala queste parole a Pietro, come
spiegazione, tra altre due: «Abbi cura delle mie pecore» e
«Seguimi» in un racconto evangelico che è tutto centrato
sulla cura pastorale della comunità.
Alla consapevolezza che si tratta di iniziative e volontà
di Dio, giova fare una lettura «spirituale» dei passi che ci
hanno portato alla situazione in cui ci troviamo. L'ispet-
tore deve pensare che la consulta comunitaria, nella quale
è stato indicato, è il risultato di un discernimento guidato
dallo Spirito. La decisione del Rettor Maggiore con il suo
Consiglio costituisce una di quelle mediazioni che noi ac-
cettiamo e quasi concordiamo con il Signore nella nostra
professione. Mi piace un commento di un autore: «L' ob-
bedienza non è professione di sofferenza o sopportazione,
ma di gioia per la certezza della volontà di Dio che ci in-
dica dove impegnare quello che ci ha gratuitamente do-
n a t o ».
Giova all'unità tra sentimenti, desideri e compiti il con-
siderare che il servizio di autorità costituisce per noi una
opportunità personale, del tutto singolare, per crescere in
ogni senso. Me lo ripetono gli ispettori nelle loro lettere.
Le visite alle comunità e l'incontro personale con i confra-
telli apre loro dei panorami sconosciuti sulla varietà e la
ricchezza umana. Il dover valutare situazioni ed illumi-
nare le comunità li porta ad approfondire tutte le dimen-
sioni della vocazione e della spiritualità salesiana. Il do-
ver partecipare a responsabilità di Chiesa locale o di con-
gregazione a livelli ampi li introduce in orizzonti più vasti
di valutazioni e di realizzazioni. Il dover risolvere casi do-
lorosi li apre alla comprensione, alla compassione, al ri-
spetto delle persone, al dialogo.
Sovente, quando si cerca una persona per una missio-
ne delicata si domanda se ha già svolto funzioni di ani-
mazione e governo. Ciò viene considerato palestra e pro-
va di alcune qualità: l'attitudine a valutare correttamente
' Gv 21,19.
188

20 Pages 191-200

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20.1 Page 191

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avvenimenti e persone, la capacità di stabilire rapporti
adeguati con un ampio ventaglio di «tipi», la tenuta di
fronte alle difficoltà, la capacità di mantenere chiare le fi-
nalità riguardo all'evangelizzazione e all'educazione, e di
concepire iniziative nuove in relazione ad esse.
Il Signore dunque «chiamandovi» a prendere respon-
sabilità, non vi chiede tanto un «sacrificio», quanto piut-
tosto vi offre una grazia.
A questo punto qualcuno potrebbe avanzare una diffi-
coltà: non sono capace, mi pesa il senso di inadeguatezza.
È un sentimento pertinente. Il tipo di lavoro è tale che nes-
suno può con~iderarsi totalmente all'altezza. Ci sentiamo
sicuri quando lavoriamo il ferro, contiamo o scambiamo
valute o operiamo sul computer. Quando si tratta di per-
sone, delle loro opzioni e del loro orientamento a Dio tut-
to si gioca sull'imprevedibile e sulle reazioni libere.
La dichiarazione di inadeguatezza è, d'altra parte, pre-
sente in tutte le narrazioni di «chiamata» a responsabilità
da parte di Dio. Lo disse Mosè, Gedeone, Geremia, Maria
Santissima e Paolo... per ricordarne solo alcuni. Chi è
spinto a profetare si sente esposto e debole; chi è chiama-
to a parlare si riconosce balbuziente e confuso; chi è chia-
mato ad operare per le persone e per Dio si dichiara po-
vero e inesperto.
C'è però sempre una risposta del Signore. Egli assicura
che concederà un aiuto non generale, ma singolare, pro-
porzionato a quello che Egli ci chiede, a quello che noi sia-
mo e alle situazioni in cui si trovano i destinatari del no-
stro servizio. Nella terminologia teologica tradizionale, e
per il nostro caso, lo si chiama grazia di stato. Essa opera in
noi svegliando energie e possibilità potenziali che prima
erano nascoste. Da superiori tante volte osiamo, e siamo
obbligati ad osare, al di sopra delle nostre capacità; dob-
biamo agire con un confratello o per un'iniziativa man-
cando di indicazioni sicure di buon risultato. E vediamo
che Dio ci viene in aiuto.
La grazia dello stato opera anche nei confratelli e de-
189

20.2 Page 192

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stinatari. Molti di loro coltivano attese sul nostro servizio,
lo valorizzano con spirito di fede al di sopra del valore
delle nostre prestazioni, ci accolgono come «rappresen-
tanti» di Dio. Così il Signore costruisce la comunità attra-
verso la loro fede e attraverso la nostra inadeguata me-
diazione. È il mio sentimento e la mia conclusione dopo
numerosi incontri con i confratelli e le comunità.
La grazia dello stato opera nelle comunità come insie-
me e agisce anche nell'istituzione intendendo per tale non
un insieme di freddi strumenti di governo, ma l'organiz-
zazione e il tessuto di ruoli, finalità e strumenti che le co-
munità si sono date in vista della genuinità e della conti-
nuazione del carisma. Esse danno a chi presiede un pri-
mo assegno, quasi in bianco, di fiducia e autorevolezza
che se non va disperso, ma fatto fruttificare, rappresenta
un'assicurazione totalmente affidabile. Quando sono sta-
to nominato direttore a 33 anni mi ha detto un anziano:
«Molti sanno più di te e sono più virtuosi di Te. Ma stai
tranquillo ciò giova alla tua autorità e la facilita. Essi ti ac-
cetteranno proprio perché sono saggi e virtuosi e vedono
nelle tue indicazioni segni della volontà di Dio. La tua
giovinezza ti fa ancora più accettabile perché vedono in
te il frutto del loro lavoro e la realizzazione della loro spe-
ranza».
Un ultimo commento: grazia e crescita provocate dalla
responsabilità di governo lasciano il segno e rimangono
per futta la vita. Non è necessario prolungarsi nella carica
per continuare a servire «da ispettore» cioè da persona che
ha imparato a vivere per gli altri, a discernere e valutare
situazioni. Afferma un proverbio popolare: chi, anche per
una volta sola, fu veramente re, non perde mai la maestà.
Il servizio, diciamo pure il ruolo vissuto integralmente,
plasma. Va dunque superato il sentimento di vivere qual-
che cosa di provvisorio dal quale vogliamo liberarci al più
presto possibile, perché la nostra vita, il nostro gusto e le
nostre possibilità di espressione sarebbero altrove.
190

20.3 Page 193

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3. Consapevolezza di essere «strumento»
È vero che gli obiettivi e i compiti dell'animazione e di
governo ci superano. Sono tante le cose a cui badare. Non
è soltanto però la molteplicità che fa problemi. Ci supera
anche la qualità che ciascuno di tali compiti richiede: si
devono accompagnare persone, consacrati, in una voca-
zione tutta fatta di decisioni personali, di dialogo e li-
bertà. Si mette a prova la nostra capacità di convincere, di
muovere e commuovere, di orientare verso la santità.
Lo diceva Don Bosco «Dio solo è padrone dei cuori». A
questo punto dobbiamo dirci ad alta voce che nessuno ci
ha invitati né chiamati a compiere questo lavoro da soli e
nemmeno come agenti principali, da protagonisti. Si può
essere molto responsabili, senza pensarsi né proporsi co-
me primo attore o personaggio.
In ogni singola persona opera lo Spirito Santo sin dal
momento del Battesimo. Egli intavola un dialogo persona-
le nella coscienza, nelle aspirazioni e nei propositi di cia-
scuno. Molte cose i confratelli non vengono a domandar-
cele; vengono a dircele o a raccontarcele e noi siamo come
spettatori, testimoni, amici dello Sposo. Siamo chiamati
ad ascoltare, a guardare, ad imparare, a «raccogliere».
Così pure lo Spirito abita nelle comunità. Seguendo le
ispettorie mi sono convinto che non poche soluzioni e ag-
giustamenti non sono dovute a misure di governo, ma ad
una conversione interiore avvenuta dopo una ricerca, da
parte dei confratelli, per superare una situazione: un cam-
biamento maturato nelle loro conversazioni o nel loro im-
pegno di preghiera.
Lo stesso Spirito opera negli ambiti più larghi dove
dobbiamo orientare la missione: la nostra comunità edu-
cante o il nostro quartiere, il territorio più grande dove
l'ispettoria svolge la propria azione e quello più vasto an-
cora del mondo dove partecipiamo ad un servizio senza
confini. I segni della presenza dello Spirito sono molto vi-
sibili nella Chiesa. A partire da essa impareremo ad indi-
viduare anche la sua presenza oltre la Chiesa.
191

20.4 Page 194

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Dovremo meditare. Con lo Spirito dovremo stabilire
quasi un dialogo. Le nostre valutazioni, le nostre opere, il
nostro rapporto con persone e realtà dovranno essere con-
cepiti nello Spirito Santo, discernendo la sua voce e se-
guendo i suoi indirizzi.
Dello Spirito Santo diciamo nel Credo: è Signore e dà la
vita. È l'espressione che Giovanni Paolo II ha voluto met-
tere come titolo alla sua lettera. Opera con magnanimità,
energia e sulla linea della vita, della felicità, del senso,
della dignità. Non è un povero diavolo... che non ci rie-
sce; o una vaga ispirazione tipo «New age» che fa girare la
gente attorno a sé stessa e consumarsi nella pura agitazio-
ne del sentimento. Non è fatto per intrattenere l'uomo o
per essere consumato.
Ci inserisce invece in un grande progetto, più grande
di noi, al quale siamo chiamati a dare una collaborazione.
Se parliamo delle cose salesiane, il progetto è il carisma e
la Famiglia salesiana, una forma di avvicinamento di Cri-
sto e una rivelazione dell'amore del Padre ai giovani at-
traverso quell'insieme di persone e iniziative che chia-
miamo «Missione salesiana», e quell'atteggiamento e
prassi che denominiamo «sistema preventivo».
Se parliamo della Chiesa, il grande progetto in cui ci
immette lo Spirito è la presenza cristiana nel mondo at-
tuata dalla Chiesa universale e, più in là di essa, dall' e-
sperienza religiosa. Oggi la si include con il movimento
della nuova evangelizzazione. Voi non agite soltanto su
un piccolo spazio: per il mistero della vite e dei tralci, coo-
perate a creare quel tessuto per cui la Chiesa risulta vera-
mente strumento di salvezza universale.
Se parliamo della storia, il progetto è il Regno. La Chie-
sa ne è il segno, non la totalità. Il Regno è quella imposta-
zione della vita personale e sociale che si ispira al nostro
essere figli di Dio, chiamati alla sua comunione.
Il progetto è più grande di noi. Anche se fossimo capa-
ci di gestire bene la nostra piccola barca che è la casa o l'i-
spettoria, non avremo esaurito le esigenze e le possibilità
192

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del progetto a cui partecipiamo. Ci sono sempre nuove
potenzialità da estrarre da esso e nuovi spazi da lavorare.
Dobbiamo averne il senso, farlo diventare criterio di va-
lutazione e decisione. A ciò ci chiama lo Spirito salesiano:
alla magnanimità di visione e di sentimenti.
Poiché il progetto è così grande, noi non siamo chia-
mati a lavorare da soli. Lo facciamo in un'ampia comu-
nione visibile e invisibile che non ha confini. Non ci aiuta-
no soltanto i confratelli che abbiamo vicino. Siamo soste-
nuti da tutti quelli che sono sulla stessa onda e ci colle-
ghiamo fino al cielo cioè ai santi, i dichiarati e non dichia-
rati, che si sono spesi o per il carisma, per il Regno, o per
il Bene. Siamo dunque in molti e in buona compagnia.
Tale visione si traduce nella certezza di avere ricevuto
dal Signore quello che può giovare alla comunità e alla
Congregazione in una fase concreta della loro vita. Nella
comunità molti hanno lavorato prima di noi e altri dopo
di noi compiranno passi forse più importanti di quelli che
noi siamo chiamati a fare; noi ricopriamo una fase che è
stata preceduta e verrà completata da altri. Di conseguen-
za dovrebbe esprimersi nella offerta gioiosa delle proprie
possibilità e nella tranquillità di umore di fronte ai nostri
limiti di temperamento o di capacità. Non abbiamo tutte
le conoscenze, risorse e capacità che una comunità richie-
de per la sua vita in Dio e per la sua missione, ma abbia-
mo quello che è sufficiente in questa fase se messo insie-
me con quello che posseggono altri confratelli che vivono
con noi.
Dalle stesse convinzioni: capo, progetto, rete di tecnici
e operai ne verrà l'atteggiamento di gratitudine verso i
confratelli e di ricerca della collaborazione. Si tratta di va-
lorizzare i doni della comunità, della piccola e della gran-
de: del gruppo che lavora con noi ma anche della Congre-
gazione, di quanto questa vi può dare di esperienza, di
stimolo, di senso del carisma.
I difetti che io ho visto vanno più su questo secondo
fronte che sul primo. La comunità grande la si pensa mol-
193

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te volte come anonima e vaga, un'istituzione di apparte-
nenza piuttosto che grande comunione di quei beni che il
piccolo gruppo non riuscirebbe ad elaborare e dunque
una riserva di energie, esperienze ed orientamenti. Dob-
biamo superare tutti i pregiudizi e tutte le ragioni che li-
mitano la sinergia con la comunità mondiale se vogliamo
entrare in una rete ampia di comunione ed usufruire dei
suoi benefici.
4. Consapevolezza di essere chiamati ad un «bel mestiere>1
Ci sono mestieri pesanti, ingrati, duri. Nel mondo del-
la malavita organizzata si parla di «lavori sporchi»: i man-
danti mantengono la faccia e le mani pulite, ma incarica-
no altri di eliminare persone e di compiere sabotaggi. An-
che nella vita civile ci sono i mestieri nobili e quelli che
soltanto gli immigrati prendono.
Che tipo di mestiere è quello di un superiore?
È un lavoro di alta qualità. Lo si vede nei destinatari
del proprio servizio. Non sono soltanto persone, ma per-
sone nelle quali lo Spirito ha fatto tutto un lavoro di san-
tificazione sin dal momento della prima risposta alla vo-
cazione, e continua a farlo. Noi diciamo che la formazio-
ne è permanente e che il primo agente è lo Spirito. Ab-
biamo dunque nelle nostre mani un materiale pregiato.
Ciò appare tanto più evidente quando si calcolano le pos-
sibilità umane e spirituali aperte ai nostri confratelli. Le
abbiamo constatate queste possibilità vedendoli crescere
sotto i nostri occhi, soprattutto se siamo stati in comunità
formative.
Mi viene in mente una scena che si ripete in quasi tutti
i film sui santi: superiori o superiore che li hanno nelle lo-
ro comunità e non se ne rendono conto. Relativamente già
«santificati» e in cammino di esserlo sempre di più per la
consacrazione, l'Eucaristia, per la presenza dello Spirito
sono tutti i confratelli e le consorelle e ad essi riguarda il
nostro compito di superiori.
194

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Il mestiere è pregiato non soltanto per i destinatari, ma
per il lavoro che siamo chiamati a fare e per i risultati a cui
si tende. Alcuni anni fa partecipavo a un corso di forma-
zione permanente per direttori. La casa dove abitavamo
era di fronte ad una caserma. Di buon mattino, mentre an-
davano all'Eucaristia; si sentiva il suono militare della leva-
ta e poco dopo gli ordini dei sottufficiali che comandava-
no: Riposo, fermi, marcia. Potevamo vedere persino i sol-
dati che, nel cortile, si sforzavano di eseguire tali ordini.
Tenere bene una truppa è anche un lavoro utile alla so-
cietà. Ma commentavamo con i direttori: «Che differenza
di contenuto e di finalità con quello che noi facciamo!
Nell'animazione noi operiamo sull'anima e sul cuore, sui
sentimenti e sulle convinzioni».
Tutto ciò ci deve portare ad operare con fiducia anche
in condizioni non ideali, iniziali, precarie. Si tratta di get-
tare semi. Di lavorare quella parte di campo che si può. A
volte si tratta di dissodare. Ci sono persone preoccupatis-
sime del loro successo in termini di realizzazioni control-
labili e appariscenti: a loro manca sempre personale, tem-
pi e mezzi, ma chi tende troppo alle realizzazioni finisce
per sacrificare le persone. Mentre le nostre realizzazioni
più desiderate debbono essere l'offerta a Dio di persone, i
nostri confratelli, come «ostie pure e immacolate».
Per operare così è necessaria la capacità di scorgere i
segni di salvezza, le ricchezze delle persone, le opportu-
nità che si presentano improvvisamente o, come formula
l'articolo 95 delle Costituzioni, «scoprire i frutti dello Spi-
rito nella vita degli uomini».
Impressiona sempre quella pagina del Vangelo in cui
Gesù, tra le tante persone che potevano attirare la sua at-
tenzione per la vistosità dell'offerta, scopre la vedova che
offre un centesimo.3 A volte siamo persi alla ricerca dei
grandi talenti e delle grandi opportunità e non scopriamo il
valore di quello che ci è messo a disposizione.
' Cf Le 21,2.
195

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C'è una ascesi da praticare: è quella dell'ottimismo che
consiste nello scommettere che i semi di bene si moltipli-
cheranno e produrranno nuove risorse, che il regno, non
solo al tempo di Gesù, ma oggi è come un piccolo seme
che diventerà albero, come un lievito che farà fermentare
una massa.
Siamo chiamati ad organizzare ambiti di speranza: do-
ve essa si senta non a parole, ma perché ci sono realtà che
attirano, convincono e fanno sognare.
Leggiamo nel vangelo: «Il Figlio dell'uomo non è ve-
nuto per farsi servire, ma per servire e dare la vita in ri-
scatto per la moltitudine».4
La parola «servizio» è una delle parole ricche di signi-
ficato, forti ed orientatrici del Vangelo perché riferita da
Gesù alla propria vita e morte quasi come la principale
definizione. Purtroppo è a rischio di diventare logora e
generica perché usata dappertutto: servizio del paese, di-
cono i politici; servizio dei clienti, dicono i venditori; ser-
vizio dell'altare...
L'autorità viene detta «un servizio» proprio nel senso
evangelico più forte, avvicinato alla vita e alla morte di
Gesù.
Questo «servizio» ci insegna, nella vita, che:
• servire è una dimensione dell'intera esistenza («So-
no venuto per...»), non un frammento del nostro tempo e
del nostro agire. Tocca non solo i compiti, ma il pensare e
il ragionare. Servire è un modo di esistere. A questa
profondità dobbiamo sempre interrogarci;
• lo stile di servizio si oppone nettamente alla logica
del farsi servire («Ma...»). È inutile voler comporre le due
logiche. Non si possono vivere alcuni sforzi come servi-
zio ed altri come ricerca di sé. Per il Vangelo chi è egoista
lo è dappertutto, nella vita privata e nella pubblica: è cen-
trato su di sé;
' Mc 10,45.
196

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• servire significa sentirsi responsabile degli altri. «Ri-
cupero» allude a solidarietà fra i parenti stretti. Quando
un fratello è in necessità, non si può fare finta di niente: ci
riguarda ed è così che siamo chiamati a vivere;
• il servizio non soltanto raggiunge i bisogni, ma acco-
glie la persona. Le «moltitudini» per cui Gesù si offre non
sono né «problemi», «funzioni »; sono persone, volti.
(La «pazienza del contadino»).
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Icone evangeliche mariane
della spiritualità salesiana
1. L'annunciazione: appello e risposta
Il racconto dell'annunciazione a Maria1 è tra i più belli
del Vangelo di San Luca. Riporta un fatto reale e allo stes-
so tempo ne propone il significato per noi e per la storia
dell'umanità. Non riguarda solo il passato, ma è una chia-
ve per leggere il presente. Il Vangelo infatti non è solo sto-
ria, ma è sempre annuncio.
La narrazione è costruita con accenni della Bibbia che
richiamano antiche speranze, esprimono attese attuali e
anticipano i sogni di salvezza dell'uomo. Maria, che im-
persona l'umanità, risente in sé tutto ciò ed è chiamata a
mettersi a disposizione di Dio per realizzarlo.
«Rallegrati»: è un saluto adoperato dai profeti quando
si rivolgono alla Figlia di Sion. Non è un convenevole per
introdursi, come il nostro ordinario «Buon giorno, salve».
Assicura invece l'attenzione particolare, lo sguardo di
amore, la volontà benevola di Dio per una persona e ne
porta una prova che si potrà poi verificare. Annuncia
un'elezione che costituisce una felicità senza pari. «Esul-
ta! Ti è toccata una stupenda fortuna ».
«Il Signore è con te»,2 appare sovente quando Dio chia-
ma a una missione; si ripete nelle narrazioni delle voca-
zioni che avranno un compito importante per la salvezza.
Indica che l'attenzione e lo sguardo di Dio si traducono in
presenza, assistenza, compagnia, alleanza.
I Le 1,26-38.
' Le 1,28.
198

21 Pages 201-210

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21.1 Page 201

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«Nulla è impossibile a Dio»,3 è l'espressione detta a Sara,
la moglie di Abramo, nel momento disperato della sua
sterilità, all'inizio della generazione dei credenti. Esprime
la decisione di Dio di intervenire nella vicenda umana in
favore dell'uomo, superando qualsiasi limite di natura o
di umana libertà. E di farlo attraverso alcune persone che
egli ha scelto. Dio può salvare, diceva Bonhoffer, con la
Sacra Scrittura o con un cane morto. Gli strumenti sono
secondari.
Siamo di fronte all'annuncio di un avvenimento di par-
ticolare importanza per l'umanità. Siamo davanti a una
«vocazione», una «chiamata», e alla risposta di colei che
di tale evento doveva essere strumento e mediazione
umana.
Era dunque invitata, in primo luogo, a credere che l'av-
venimento fosse possibile e a credere pure in sé stessa (ed
è la cosa più difficile!); poi ad accettare di impegnarsi e
poi ancora a mantenersi fedele nella collaborazione du-
rante la sua vita. Tutto ciò però come un affidamento in-
condizionato a Dio.
C'è, nell'Annunciazione, un'immagine di Dio. Un di-
scusso film ha cercato di esplorarla. È un Dio «personale»
che segue le vicende dell'uomo e lo salva con il suo amo-
re attraverso interventi riconoscibili. È interessante vede-
re se abbiamo qualche immagine di Dio anche noi, forma-
tasi attraverso il dialogo vocazionale e se coincide con
quella dell'annunciazione. O se non ne abbiamo proprio
nessuna!
Dio manda un angelo: cioè si comunica con noi e ci fa co-
noscere i suoi disegni, non solo, e forse non principalmen-
te, in momenti solenni o con modalità vistose, ma nella vi-
ta ordinaria: l'annunciazione avviene a Nazaret, in una
casa privata, a una giovane fidanzata, che fa l'esperienza
umana dell'amore, della famiglia e della responsabilità.
3 Le 1,37.
199

21.2 Page 202

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Sentiremo Dio in noi stessi nello scorrere della vita e
nello snodarsi degli impegni. Vedendo attorno a noi ra-
gazzi e ragazze, dovremo pensare che una comunicazio-
ne con Dio sta avvenendo nel loro cuore. Non solo Dio
si comunica, ma attende il nostro ascolto e la nostra ri-
sposta.
Dio ha la misteriosa potenza di rendere fecondo quello
che, ad occhio umano, è sterile, limitato o perduto. E si
tratta di una fecondità non comune, ma pregiata, da cui
hanno origine i figli di Dio.
È questo un invito a rivedere la nostra fede nell'azione
e nell'energia dello Spirito. Proprio come una vergine può
concepire un figlio, così il nostro mondo apparentemente
sterile, è fecondo per lo Spirito, di possibilità che non ose-
remmo sognare.
Gli artisti, soprattutto i pittori, ma non solo essi, hanno
mostrato una preferenza per questa scena dell'annuncia-
zione. La includono sempre quando presentano la storia
della salvezza. Molti ce l'hanno lasciata anche ingrandita
e separata. Davanti ai loro capolavori, come di fronte a
questa pagina, noi rimaniamo estatici e pensosi.
Ci piacerebbe scrutare l'anima di Maria attraverso quel
contegno e quei lineamenti del volto, così delicatamente
lavorati, per scorgere qualcosa oltre le parole e la scena
esterna: capiamo che la cosa più importante e misteriosa
avviene nel cuore e nella mente di Maria, una ragazza, in
età nubile, che all'epoca oscillava tra i tredici e quindici
anni.
La sua conversazione con l'Angelo, si tratti di unari-
velazione, visione, audizione o solo ispirazione interna, è
privata e nascosta. È certamente attenzione alla propria
vita, ascolto attento in forma di discernimento; è dialogo
fiducioso con Dio circa il suo destino; è disponibilità alla
proposta di Dio; è affidarsi a lui per la realizzazione di
quello che ora le chiede, per le tappe intermedie e per il
risultato finale.
200

21.3 Page 203

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In ogni vita c'è un'annunciazione, anzi parecchie e colle-
gate: propongono una novità, danno una luce per com-
prendere e invitano ad aprirsi ad una speranza.
Annunciazione è stata la nostra vocazione. Annuncia-
zione è stata l'ispirazione a fare la professione. Annuncia-
zione sono state le chiamate a responsabilità nelle quali
bisogna affidarsi a Dio e attendere con fiducia il futuro. Il
principio, la condizione ed il criterio di ogni cammino spi-
rituale è: accogliere, affidarsi, partire.
L'annunciazione ci ricorda che la nostra risposta a Dio,
docile, fiduciosa e continua, è personale. Niente l'uomo o
la donna producono che non sia stato concepito e matu-
rato interiormente. Pensieri, sentimenti, desideri, proget-
ti, avvenimenti vengono elaborati nel nostro cuore. lvi c'è
il santuario di Dio. Da quel santuario Maria confessa il
suo proposito di verginità, la sua disponibilità, il suo affi-
darsi.
operano la grazia e lo Spirito che rendono Maria in-
teriormente Madre del Verbo. Questo viene concepito nel-
1'anima prima che nel grembo. È bella quella rappresen-
tazione dell'annunciazione che presenta Maria con la
scrittura sulle ginocchia come in attenta lettura. Lei, sere-
namente concentrata, assorbe la parola. Si vede nel volto
che la accoglie e ne gode.
La nostra vita attiva, consacrata o laicale, si porta una
tensione: rapporto personale con Dio, vale a dire, atten-
zione, dialogo, accoglienza affettuosa e grata del Signore;
e, d'altra parte, preoccupazione per i risultati della nostra
attività. Quest'ultima ci sfida e sovente ci tenta. Vogliamo
fare sempre di più; e un po' alla volta mettiamo talmente
la nostra fiducia nei mezzi e nelle attività, che queste fini-
scono per svuotarci, a meno che li colleghiamo continua-
mente al punto dal quale prendono energia e significato:
l'invito di Dio a collaborare con lui.
Maria concepisce per opera dello Spirito Santo. Dà a Gesù
non solo il corpo, ma la natura umana. Se l'incarnazione
201

21.4 Page 204

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doveva essere reale, era inevitabile che Gesù ereditasse
da sua Madre i tratti fisici, il gesticolare, forse il tono del-
la voce e la cadenza nel parlare; ma anche la forma di pen-
sare e il modo di reagire di fronte alle persone, ai proble-
mi e alle cose. «Ti somiglia in tutto», dovevano dirle le sue
compagne, madri giovani, guardando Gesù.
Si sa che Gesù poi è cresciuto in età, sapienza e grazia.
Quando proclamò la sua missione affermò la sua libertà
di espressione e di azione anche di fronte a norme, tradi-
zioni e famiglia.
Perché Maria potesse trasmettere una natura umana
capace di accogliere ed esprimere la persona divina, lo
Spirito dovette lavorare nel suo pensiero, nella sua vo-
lontà, nei suoi sentimenti, nei suoi propositi, nei suoi rap-
porti, e renderli totalmente aperti a Dio e quasi riempiti
di Dio.
Non solo: lo Spirito rese umanamente pregevoli i tratti
e gli atteggiamenti di Maria, cioè capaci di manifestare il
meglio dell'umanità in rettitudine, bontà, energia, giusti-
zia, bellezza di parole e di gesti, sincerità. Infatti i disce-
poli e la gente arrivavano a riconoscere e confessare la di-
vinità di Cristo attraverso la sua umanità.
Così Maria divenne la Madre di Gesù come la si inten-
deva ieri e la si intende ancora oggi: non una incubatrice
o un seno imprestato, ma proprio la Madre, quella che
concepisce e dà alla luce comunicando la natura come es-
sa la possiede.
Lo Spirito non opera per forza né meccanicamente; ma
per suggerimento, dialogo interiore, ispirazione: si pren-
de tutto il tempo necessario per fare con calma, a ritmo
umano, un'opera completa e ben combinata.
È anche il nostro percorso e la nostra storia: sentire in-
teriormente la chiamata, lasciarci prima fecondare inte-
riormente dallo Spirito e poi plasmare durante la vita e
generare frutti apostolici.
202

21.5 Page 205

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2. La visitazione: un servizio generoso
La visita di Maria a Elisabetta4 sembra un'istantanea di
vita quotidiana: il gesto di solidarietà e finezza femminile
di tutti i tempi. Maria si mette in viaggio per offrire i ser-
vizi che una giovane donna può prestare ad una parente
anziana in attesa di un figlio.
La partenza pronta, il lungo viaggio, l'assistenza solle-
cita ed affettuosa, sono gesti che la Chiesa ha conservato
nella memoria e ha offerto come modello. San Francesco
di Sales ha messo la Visitazione come icona della sua fon-
dazione: una carità che va all'incontro, entra in casa e as-
siste con premurosa sollecitudine.
Era ed è poi comune che in questi incontri le future
mamme parlino delle loro attese, dei loro timori e dei loro
segreti. Maria ed Elisabetta ne avevano da raccontare!
L'una per via dell'esperienza singolare del suo concepi-
mento, l'altra per la lunga attesa di un figlio.
È un quadro delicato di intensa umanità che scrittori e
pittori ci hanno fatto gustare, completandolo, per nostro
diletto, con dettagli pittoreschi dell'ambiente domestico.
Tutto ciò non è marginale nell'esperienza di Maria e
nella nostra spiritualità. Questi tratti domestici e popo-
lari liberano l'immagine della Madre di Gesù da quegli
attributi extraumani e portentosi con cui la concepisce
la fantasia, ma che sono lontani dalla narrazione evan-
gelica.
Pure per noi è un'indicazione: la chiamata ci inserisce
nella vita della gente secondo i suoi bisogni e domande,
anche elementari e naturali, lette in una nuova chiave: l'a-
more, il servizio, la compassione.
..
Ma se ci limitassimo a questi rilievi, non raggiunge-
remmo il significato centrale di questo episodio. La visita
viene raccontata come una rivelazione, un intervento di
Dio che diffonde la notizia della sua presenza tra gli uo-
' Le 1,39-56.
203

21.6 Page 206

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mini e adempie la sua promessa di alleanza attraverso il
concepimento del Salvatore nel seno di Maria.
Quello che era un segreto di Maria, viene riconosciuto
da coloro che attendono questo segreto, impersonati da
Elisabetta, dal sacerdote Zaccaria e dal precursore Gio-
vanni. La notizia si diffonderà nella regione e sarà procla-
mata per tutto il mondo attraverso il messaggio degli an-
geli e la rivelazione ai magi. Tutto ha inizio e avviene con
e per la presenza di Maria, sempre e in ogni passaggio, im-
magine della Chiesa.
La carità e il servizio portano sempre all'uomo una
buona notizia, sia o no accompagnata da un discorso «re-
ligioso».
I fatti e i personaggi dell'Antico Testamento che si intrave-
dono nell'episodio guidano a questa lettura. Maria viene
rappresentata come l'Arca dell'Alleanza, quando Davide
la prende dalla terra dei Filistei per portarla solennemente
a Gerusalemme. L'espressione che Elisabetta rivolge a Ma-
ria riproduce quella di Davide: «Come potrebbe venire a
me l'Arca del Signore?».5 L'esultanza della casa di Zaccaria
ricorda la gioia del re che ballò, quasi fuori di sé, davanti
all'Arca e la festa del popolo all'arrivo del Signore.
Ora la presenza di Dio non è più attraverso segni, ma
di persona. Egli si è fatto uomo. Chi lo contiene e lo tra-
sporta non è un tabernacolo, una tenda o un tempio ma-
teriale: è l'umanità, in particolare quella che crede, la
Chiesa, nella persona di Maria. D'ora innanzi non sarà
più con l'oro, col legno o con le pietre che si edificherà l'a-
bitazione di Dio sulla terra, ma con la fede, la carità e la
speranza. La maternità che viene lodata non è quella fisi-
ca, ma quella che viene dalla fede: «Beata te, che hai cre-
duto!».6
Attorno a questo punto centrale di attenzione, che è la
5 2 Sam 6,9.
6 Le 1,45.
204

21.7 Page 207

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venuta di Dio salvatore tra gli uomini, si costruiscono gli
altri elementi del quadro. L'umanità esulta in colui che
sarà il testimone più prossimo della manifestazione di
Cristo, Giovanni il Battista. Quando un bambino si agita
nel seno, dicevano le comari, vuol dire che sogna, preve-
de, presagisce. Questa gioia di Giovanni nel seno della
madre è anteriore al manifestarsi della sua intelligenza. È
dunque la voce dello spirito nelle viscere dell'umanità
che brama la presenza di Dio.
Elisabetta anziana raffigura la fine di un'epoca in esau-
rimento: che non si conclude però con la morte. Le è dato
di vedere l'aurora del tempo nuovo.
Il Vangelo ci porta ancora verso una terza prospettiva:
come questo evento trasformerà la vita dell'uomo. Il «Magnifi-
cat» è il cantico con cui Maria raccoglie l'esperienza vis-
suta da lei e la rilancia verso tutte le generazioni. È tutt'al-
tro che una poesia di cornice per coronare l'episodio. Al
contrario, è un «credo», la professione personale di fede
di Maria che assume in sé l'intero popolo messianico; di
questo popolo Maria diventa voce e cuore. È l'inno del-
l'umanità credente di tutti i tempi.
Non dà una spiegazione razionale su Dio, ma contem-
pla le sue opere salvifiche nella storia degli uomini, ini-
ziando dalla sua concezione verginale e dall'annuncio
della venuta del Salvatore: «Ha fatto in me cose grandi».
Egli interviene oggi in forma inaspettatamente efficace
e fa sorgere un mondo nuovo dove sono sconvolti gli
schemi consueti della storia mondana: coloro che contano
per Dio, coloro che portano avanti il progetto di giustizia
non sono gli orgogliosi e i potenti, ma gli umili, gli affa-
mati, che coincidono con quanti sentono bisogno di Dio e
degli altri.
Questo è il mistero gaudioso della Visitazione.
La Chiesa lo rivive come un fatto che si attualizza oggi
nella comunità ecclesiale e in tutti coloro che attendono,
cercano o hanno accolto Cristo.
205

21.8 Page 208

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Maria parte, ignara dell'avvenimento che sarebbe
esploso nella casa di Elisabetta. In quella partenza, appa-
rentemente spontanea, c'era l'ispirazione di Dio che pre-
parava la sua manifestazione. La carità predispone alla
manifestazione di Dio, la esprime e la illumina: è prepa-
razione, via, segno ed effetto dell'annuncio. È diffusa nel
nostro cuore dallo Spirito Santo e si mette a disposizione
degli altri secondo le loro urgenze umane: come benefi-
cenza, assistenza, educazione, accompagnamento verso
Dio.
3. La nascita di Gesù
Siamo abituati ad ascoltare il racconto della nascita7 nel
clima del Natale. San Luca l'ha scritto quando ancora non
esistevano i presepi. E non avrebbe immaginato che le pe-
corelle, le casette, le luci, le stelle potessero diminuire l'at-
tenzione verso i tre personaggi - Gesù, Maria, i pastori -
attorno ai quali egli costruisce la sua meditazione.
Maria nel Vangelo, oltre ad essere la Madre di Gesù,
rappresenta sempre anche la Figlia di Sian, cioè il popo-
lo eletto che genera il Messia nella storia umana. È pure
figura della Chiesa che porta Gesù nel proprio seno, lo fa
nascere nei popoli, lo fa crescere fino a renderlo visibile
attraverso la vita e testimonianza delle comunità. È il
modello dell'essere cristiano proposto ai discepoli di
Gesù.
Il testo presenta il momento dell'incarnazione. Luca
vuole dare l'idea che si tratta di una nascita reale di un
uomo vero: per questo registra la data, l'epoca storica, il
luogo, le circostanze del parto, le cure della Madre.
È un avvenimento, in apparenza insignificante, che ac-
cade in una piccola nazione, nemmeno dentro ma nei din-
torni di una cittadina sconosciuta, fuori dagli ambiti dove
' Le 2,1-20.
206

21.9 Page 209

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avvengono le cose che contano e dove si prendono le de-
cisioni che influiscono sulla gente. Betlemme è l'opposto
di Roma, Gerusalemme o Babilonia. La grotta è l'antitesi
di una reggia, un tempio o un palazzo.
E così il fatto sarebbe rimasto per sempre nascosto e in-
significante. L'annuncio degli angeli, invece, lo fa diven-
tare «notizia» per i pastori che ascoltano non solo il rac-
conto dell'accaduto, ma la sua interpretazione salvifica: il
bambino nato non è un uomo qualunque; è l'atteso, il Sal-
vatore.
I pastori, simbolo di tutti coloro che attendono e sono
interiormente mossi da Dio, vengono alla grotta e rice-
vono la conferma dell'annuncio ricevuto dagli angeli. Poi
diffondono la notizia.
Luca riproduce così la natura dell'evangelizzazione.
Essa non è una teoria su Dio e sul mondo, né insegna sol-
tanto verità religiose o etiche, ma riferisce avvenimenti
veramente accaduti, evidenziandone il significato che
hanno per l'uomo e il messaggio che contengono. La luce
che si sprigiona dall'annuncio viene da Dio, ma è conte-
nuta e rivelata nei fatti della storia umana.
E qui Luca sottolinea la diversa conoscenza che i vari
personaggi hanno dell'incarnazione e del suo significato,
che sono come la chiave per vivere nella fede tutti gli altri
eventi della vita personale e sociale.
I pastori devono recarsi sul posto dove l'incarnazione
accade e dove se ne può avere una testimonianza diretta.
Si fermano un po' di tempo e ascoltano Maria. Poi ritor-
nano e riferiscono quanto è stato detto loro sul bambino.
Essi non hanno esperienza personale di fatti precedenti,
come l'annunciazione e la nascita verginale e non hanno
nemmeno assistito all'apparire di Gesù.
La gente che ascolta i pastori si stupisce di quello che
essi raccontano. Non esprime ancora la fede, ma soltanto
è preda di quell'interesse iniziale, di quella curiosità per il
meraviglioso in cui la fede può avere inizio.
207

21.10 Page 210

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«Maria, da parte sua, conserva tutte queste cose, medi-
tandole nel suo cuore».8 Maria non deve venire, come i
pastori, al luogo dove accade l'incarnazione. Essa è già lì,
è parte dell'avvenimento. Non deve sentire da altri come
sono andate le cose e quale significato hanno. Essa con-
serva memoria di tutte le promesse fatte all'umanità, co-
me dimostra il Magnificat, ed è consapevole che colui che
è cresciuto nel suo seno viene dallo Spirito Santo.
Una volta visto il bambino, Maria non si allontana co-
me i pastori, dal luogo dell'avvenimento. Rimane. Non
può allontanarsi. Dovunque Gesù si incarna, lei è indi-
spensabile. Non capisce ancora tutti i significati che si
sprigionano, né può enumerare tutte le energie che scatu-
riscono dall'incarnazione.
Significati ed energie si riveleranno lungo la vita di
Cristo e lungo tutti i secoli. Però Maria conserva nel cuore
il ricordo dell'avvenimento, lo tiene caro, lo medita, ne è
attenta e all'occasione lo sa ripensare per estrarne nuove
conseguenze.
È la figura della Chiesa e del suo rapporto col nascere e
crescere di Cristo nel mondo e in ciascun popolo. An-
ch'essa, la Chiesa, è parte dell'avvenimento dell'incarna-
zione e dimora ovunque Cristo viene introdotto e diventa
buona notizia. Anch'essa non sa ancora tutto quello che
su Cristo i tempi riveleranno. Ha però nel cuore e nella
memoria un avvenimento che la illumina: Gesù, Parola di
Dio che si è fatto uomo. Di esso qualche cosa vede e qual-
cos'altro intravede appena, qualche cosa capisce e qual-
che cosa le è oscuro, perché si deve ancora rivelare. Ciò le
serve per gioire internamente, per rimanere serena, per la-
vorare, per orientarsi. Intanto non si allontana da Cristo,
riferisce su di lui, lo testimonia, lo annuncia.
Questa è la meditazione di Luca. E anche a noi può
suggerire alcuni spunti di meditazione sulla nostra spiri-
tualità pastorale.
8 Le 2,51.
208

22 Pages 211-220

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22.1 Page 211

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Noi non possiamo essere solo visitatori, turisti della Parola
e del mistero di Cristo. Sant'Agostino, paragonando i tre
atteggiamenti di cui abbiamo parlato, domanda al cristia-
no: A chi assomigli? A coloro che sentono l'annuncio e sol-
tanto si stupiscono? Ai pastori che vengono alla grotta,
prendono qualche notizia e partono per annunciarla, o a
Maria che coglie tutta la verità di Cristo, la serba nella
mente e la medita continuamente? L'ammirazione dei pri-
mi si diluisce presto; l'informazione dei pastori, pur det-
tata dalla fede, è imperfetta e germinale. Soltanto chi ri-
contempla e interiorizza il mistero di Cristo può estrarne
nuova luce e significati per i tempi e per i popoli.
La storia della Chiesa annovera molte figure di evange-
lizzatori di primo piano. Sono tutti «meditatori» pazienti
della Parola. Quello che hanno approfondito nella pre-
ghiera e nello studio lo esprimono nella predicazione, ne-
gli scritti, nella guida della comunità cristiana, nell'orien-
tamento delle anime.
Comunicare l'avvenimento di Cristo è la nostra professio-
ne e la finalità della nostra vocazione. Dobbiamo esserne
specialisti non tanto per l'uso dei mezzi tecnici, ma perché
lo avviciniamo con calma e tempo, ne ricaviamo luce per
la nostra vita personale, lo confrontiamo comunitaria-
mente con quello che osserviamo nel nostro ambiente:
questo si chiama interiorità.
L'incarnazione, cioè la presenza salvifica di Dio nella vi-
ta degli uomini attraverso Gesù, oltre che oggetto di me-
ditazione, sarà per noi anche criterio pastorale.
Ciò comporta tre cose:
- la nostra disponibilità ad assumere con prontezza la
realtà che dobbiamo evangelizzare, inserendoci nel popo-
lo a cui siamo inviati e comprendendo nella fede la sua
cultura;
- la convinzione che in tutto quello che cresce dal pun-
to di vista umano c'è una misteriosa presenza e azione di
209

22.2 Page 212

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Dio e che ogni rivelazione di Dio produce una crescita in
umanità;
- lo sforzo di individuare le attese e le domande delle
persone e dei popoli, per noi soprattutto dei giovani, che
sospirano per l'avvento del Redentore.
4. Le nozze di Cana: Cristo, chiave della vita
«Gesù manifestò la sua gloria e i discepoli credettero
in Lui».9 Così si conclude il racconto delle nozze di Ca-
na.10Sia San Giovanni che la Liturgia collocano queste
nozze tra le principali manifestazioni di Gesù: prima ai Ma-
gi, poi il Battesimo, ora le nozze di Cana.
Questa manifestazione ha però una particolarità riguar-
do alle precedenti. Non avviene in un contesto miracoloso
o in una circostanza religiosa, come la nascita o il battesi-
mo. Non ci sono testimoni celesti: angeli, stelle, cantici
misteriosi o voci dal cielo. Non ci sono nemmeno predi-
catori o profeti.
Avviene in una festa di famiglia, nel contesto di una ce-
lebrazione popolare, nel cuore di un avvenimento gioio-
so: l'amore tra due giovani, il loro desiderio di felicità, la
loro promessa di fedeltà, la loro volontà o istinto di pro-
lungarsi attraverso i figli, la partecipazione gioiosa dei lo-
ro congiunti e compaesani: una mensa in cui si sono fatti
tutti gli sforzi per soddisfare i commensali.
Ciò ci suggerisce già un pensiero: Gesù, Dio, si manifesta
certamente nei momenti di culto e di preghiera, ma non
soltanto: è presente in ogni nostra esperienza autentica di
vita, gioiosa o dolorosa. Accanto alle nozze di Cana pos-
siamo mettere l'esperienza dell'amicizia, del lavoro, dello
sforzo di realizzare qualche cosa.
E ciò perché il Verbo si è fatto carne: è entrato nel cuore
Gv 2,11.
10 Gv2,l-ll .
210

22.3 Page 213

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delle nostre esperienze, assumendole e rendendosene
partecipe e solidale. Gesù è nelle nostre feste e nelle no-
stre tristezze. L'amore che viene presentato a Cana è la
principale delle esperienze umane e come il prototipo di
tutte le altre.
Abbiamo un'indicazione per la Chiesa e per ogni singo-
lo cristiano: essere solidali e compartecipi delle gioie e spe-
ranze dei propri simili; non staccarsi, ma assumere le loro
preoccupazioni e angosce; e non da «curiosi» o ricercatori;
ma «compatendo» e «gioendo con» loro, condividendo.
Nella festa però avviene un fatto: viene a mancare il vi-
no. La gioia è sul punto di esaurirsi; la compagnia sta per
sciogliersi. Quello che gli incaricati della festa hanno pre-
disposto, secondo tutti i calcoli e previdenze che il caso
richiedeva, non ha retto.
Anche questo passaggio del racconto ha il suo corri-
spondente nella nostra esperienza. Ogni gioia o impresa
umana consegnata soltanto al suo dinamismo naturale, al
calcolo e alle forze umane, è esposta all' esaurimento e so-
vente anche alla corruzione. In un certo momento sembra
arrivare al capolinea e non riesce a dare più niente di sé:
capita con l' amore. Pensate agli ardenti innamoramenti
che si svuotano, e alle coppie che, pur avendo incomin-
ciato il rapporto con sincerità e buona volontà, finiscono
per non trovare più né motivo né gusto per stare insieme.
Capita anche con i propositi generosi e con la solida-
rietà. Spesso noi mettiamo in guardia i giovani su questo
rischio quando li vediamo spontaneamente generosi, ma
inconsapevoli di quali siano le sorgenti perenni della ge-
nerosità.
C'è nel racconto un particolare interessante:Gesù c'è, con
suoi discepoli, ma «mescolato» quasi «sommerso»,
«ignorato», «anonimo».
Non emerge: non è stato presentato come l'invitato fa-
moso e non appare nemmeno come l'animatore della fe-
sta o il centro dei rapporti.
211

22.4 Page 214

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È uno dei tanti dunque: nessuno lo pensa come l'uomo
chiave, né gli chiederebbe la soluzione del problema. C'è
bisogno che qualcuno, che lo conosce già, lo tiri fuori dal-
1'anonimato, lo indichi come colui che può risolvere l'in-
crescioso incidente di una festa che si sta guastando.
A questo punto entra in scena la dolcissima figura di Ma-
ria, immagine della Chiesa e quindi di tutti noi. E che sia
tale lo indica il dettaglio, non solo narrativo, ma simbolico
ed allusivo, che Gesù era «con i suoi discepoli».
Essa avverte per prima la situazione, anche prima di Ge-
sù. Lei, le situazioni umane le sente quasi d'istinto. Non
le ha dovute assumere: è nata e vissuta dentro la condi-
zione umana proprio come noi. Lei non è un essere divi-
no incarnato; è una creatura umana, nata e vissuta nelle
condizioni comuni.
Maria non fa critiche, neanche materne, a coloro che
hanno fallito il calcolo; non fa commenti da «esperta» dei
pranzi e delle feste familiari, e non indica soluzioni tecni-
che su come e dove nei dintorni si possa trovare una solu-
zione.
Essa indica e ricorre a Gesù. Alla risposta di Gesù che di-
mostra di non voler essere dipendente dai legami di pa-
rentela, essa gioca un'altra carta: la sua fede: «Fate quello
che vi dirà ».11
Anche in questo caso c'è un'indicazione di quello che
la Chiesa e noi cristiani, in particolare i consacrati, portia-
mo di specifico e di risolutivo nella festa della vita: il sen-
so della presenza di Dio, l'esperienza di Cristo, la fiducia nel
suo cuore e nel suo potere.
Ed è anche un'indicazione per il nostro modo di agi-
re: non da critici della triste condizione umana, non
principalmente da «esperti» che dimostrano di avere
una lista di soluzioni, ma da persone solidali, disposte a
11 Gv2,5.
212

22.5 Page 215

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condividere quello che abbiamo di fede e di conoscenza
di Gesù.
Non sfuggirà certamente che il racconto è un intreccio
di simboli: ci sono le nozze, che una lunga e ininterrotta
tradizione biblica vede come l'immagine dell'amore di
Dio per l'umanità e dell'alleanza storica con il popolo
eletto; ci sono le giare per la purificazione secondo le abi-
tudini dei giudei, simbolo del giudaismo superato: sono
di pietra come le tavole della legge e pesanti, immobili;
sono anche vuote, non contengono niente; c'è una abbon-
danza favolosa di vino: 500 litri e non del comune, ma pre-
giato, da intenditori esigenti. Per sottolineare l'abbondan-
za, Giovanni ci dirà che i servi riempirono le giare «fino
all'orlo». C'è dunque aria di festa, di gioia, di abbondan-
za senza limiti; ci sono le parole di Gesù: «La mia ora».
Giovanni ha voluto mostrarci l'esaurirsi dell'esperien-
za religiosa ebraica e di tutte le altre esperienze simili, per
ciò che riguarda il senso della vita umana e il rapporto di
Dio e con Dio. In Cristo invece appare una possibilità ric-
chissima di comunicazione e di grazia, più di quello che
l'uomo possa attendersi.
In lui sono iniziate le nozze di Dio con l'umanità e queste
nozze hanno la Chiesa come loro Cana, il luogo della loro
festa: la comunità che si raduna attorno a Gesù, dove vi
sono Maria e i discepoli. Come Maria, la Chiesa svela il
mistero della sua presenza perché ne ha esperienza diret-
ta: i discepoli credono, cioè riescono a comprendere il si-
gnificato del «segno» perché hanno già incontrato il Si-
gnore e formano con lui una famiglia; gli altri, anche se
non sono consapevoli del miracolo, ne ricevono i benefici:
bevono il vino e continuano la celebrazione dell'amore e
della solidarietà.
All'inizio e in ogni momento del nostro cammino, al
centro della nostra attenzione c'è sempre Gesù. Lo conoscia-
213

22.6 Page 216

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mo, lo frequentiamo, lo prendiamo come chiave della
gioia, lo mostriamo ai giovani come salvezza, lo annun-
ciamo come colui che può apportare la soluzione alle do-
mande umane e oltre.
5. Ai piedi della Croce: la fecondità nello Spirito
Maria ai piedi della Croce12 è una icona pasquale. La
rappresentazione «lacrimosa» è prevalsa soltanto negli
ultimi secoli. Nel Vangelo invece non si fa cenno alle la-
crime o alla tristezza. Semplicemente «stava in piedi»,13
prendendo parte consapevolmente a questo avvenimento
supremo dell'umanità.
La croce, per San Giovanni, coincide con la glorifica-
zione di Gesù; è il momento culminante della sua rivela-
zione, il suo andare verso il Padre. «Quando sarò innalza-
to da terra attirerò tutti a me».14 Ed è anche il momento del
dono dello Spirito.
Dalla Croce nasce la comunità dei credenti, rappresen-
tata dal piccolo gruppo fedele che è radunato attorno ad
essa e simboleggiata dall'acqua del Battesimo e dal san-
gue dell'Eucaristia che emanano da Cristo. Sulla croce e
su questo gruppo si fonda la nuova unità del genere uma-
no, che Cristo deve realizzare secondo la promessa mes-
sianica.
In questa scena che rappresenta la Chiesa nascente si
trovano incastonate le parole rivolte a Maria, che suggeri-
scono più un simbolo da decifrare, un mistero da svelare,
che il racconto di un gesto filiale.
Il gesto è al centro di quegli atti ultimi e supremi che la
memoria cristiana della morte di Gesù si è preoccupata di
12 Gv 19,25-27.
" Gv 19,25.
1
'
Gv
12,32.
214

22.7 Page 217

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tramandare. Lo precede l'accenno alla tunica «senza cuci-
tura, tessuta tutta di un pezzo»15 che i soldati non divido-
no in parti, che è il simbolo dell'umanità ricomposta, del
popolo di Dio definitivamente riunito per la grazia di Cri-
sto. Ed è seguito dall'espressione con la quale Gesù di-
chiara il compimento del disegno del Padre. «Disse: "Tut-
to è compiuto". E, chinato il capo, spirò».16
Sotto questa luce Giovanni riporta il dialogo tra Ge,sù,
Maria e il discepolo.
Gesù si rivolge in primo luogo a Maria . Abbiamo l'im-
pressione, ed è proprio così, che non sia Maria ad essere
affidata a Giovanni, ma che questi venga dato a lei come
figlio.
Maria non viene chiamata col suo nome, ma sempre
coll'appellativo di «sua madre». Ciò ricorda da vicino l'e-
pisodio di Cana, del quale lo stesso Giovanni dice che in
esso «Gesù manifestò la sua gloria e i discepoli credettero
in Lui».17 Cana era la rivelazione iniziale della gloria del
Messia, che ha il suo punto più alto nella morte.
Fa pure pensare l'appellativo di «donna», che ci ripor-
ta allo stesso episodio, simbolo delle nuove nozze di Dio
con l'umanità. E, più indietro nella storia, fa pensare alla
donna della creazione, della tentazione e della sentenza di
Dio: Eva. Siamo ad un nuovo inizio dell'umanità.
Del discepolo, d'altra parte, non viene mai detto il no-
me. Rappresenta ogni seguace di Gesù, l'insieme dei di-
scepoli, la comunità dei suoi fedeli, che si caratterizzano
perché sono amici di Cristo, da lui amati, a lui fedeli.
Siamo dunque nel momento non di un provvedimento
di famiglia, ma di un affidamento solenne e sacro, di un
testamento, di un punto di partenza.
15 Gv 19,23.
1'Gv 19,30.
11 Gv 2,11.
215

22.8 Page 218

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Gesù chiama Maria a una nuova maternità che ha ori-
gine dalla croce e per la croce diventa feconda. È una nuo-
va capacità di far nascere uomini dallo Spirito. Maria sarà
Madre di Cristo, non solo per averlo accolto nel suo seno,
ma perché, identificandosi dappertutto e totalmente con
la comunità che nasce dalla croce, lo concepirà continua-
mente nella storia in milioni di persone lungo i secoli. È
un'altra annunciazione; per noi una rappresentazione
dell'Ausiliatrice.
Maria raffigura la Chiesa universale e anche le singole co-
munità locali. Tutte nascono ai piedi della croce, sono chia-
mate a goderne le ricchezze significate dall'acqua e dal
sangue e a renderne testimonianza con l'ardente fedeltà
di quel primo nucleo.
Per questo, la comunità dei discepoli prende Maria con
sé. Da allora è presente dovunque ci sia la comunità cri-
stiana: visibilmente per la venerazione e i segni di devo-
zione dei credenti; più profondamente per la sua interces-
sione che dà sempre segni nuovi e imprevedibili. È la
compagnia che anche noi sentiamo nelle nostre comunità
e nelle nostre imprese.
La croce ci ricorda il valore dell'offerta di sé a Dio nel-
la carità pastorale. Gli atteggiamenti e i gesti di Cristo, che
sovente ricordiamo come esemplari (accoglienza, ascolto,
appoggio, illuminazione, misericordia), hanno nella croce
il loro coronamento, la loro spiegazione, il loro prezzo.
Il Pastore, che Giovanni presenta nel capitolo 10, è
quello che dà la vita. Se ciò venisse ignorato, la carità pa-
storale diventerebbe tecnica di approccio, pubbliche rela-
zioni, forma di beneficenza piuttosto che di salvezza.
Maria, incorporata interiormente per le parole di Ge-
sù a questa offerta, ci educa al senso della misteriosa fe-
condità dell'amore. Anche per lei tutto ha compimento e
tutto si rivela in questo momento. La sua preoccupazio-
ne di far crescere il Figlio di Dio prende un'altra dimen-
216

22.9 Page 219

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sione rispetto a quella che aveva a Nazaret e durante la
vita terrestre del suo Figlio: passa da Gesù alla Chiesa,
quella storica e concreta, fatta di uomini e vicende: dalla
fecondità umana a quella della grazia. Accettarlo fu una
prova per la sua fede, quasi un salto di qualità. Lo è an-
che per noi.
Maria, ai piedi della croce, ci ricorda la salvezza di cui vo-
gliamo essere segni e portatori: è quella che proviene dalla
Redenzione di Cristo, che apre a Dio per ricevere da lui il
compimento della propria esistenza. Molte iniziative
mettiamo in atto in favore dei giovani e degli adulti. Tut-
te orientate verso quell'una e principale, tutte lievitate
da quell'una espressa nel nostro motto «Da mihi ani-
mas»: la salvezza in Dio, quella che è al centro dell'opera
di Gesù.
·
Con Maria, accanto alla croce, scopriamo quali sono le
energie per la trasformazione che Dio vuole operare in
noi e nelle nostre comunità: l'acqua e il sangue; la Ricon-
ciliazione e l'Eucaristia. La liturgia che viviamo è tutta
improntata alla pedagogia sacramentale. Le pagine evan-
geliche e gli itinerari liturgici propongono in mille modi
questa pedagogia.
Maria, ai piedi della croce, ci rivela il valore della comu-
nità, nella quale si realizzerà il nostro servizio, di quella
comunità che è presente al sacrificio di Cristo in forma
singolare e diversa dagli altri spettatori. È portatrice della
memoria e sola ne capisce il senso. È più che un «grup-
po». È lo spazio dove Dio rivela la salvezza.
Lo pensiamo delle comunità educative che animiamo,
della Famiglia, del Movimento Salesiano, delle Chiese.
Ne curiamo il riferimento a Cristo, l'unità nell'amore e
nell'azione.
Con esse invochiamo e attendiamo lo Spirito, ci rendia-
mo attenti ai suoi segni e «partiamo» verso l'oltre.
217

22.10 Page 220

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6. Nel Cenacolo: la comunità con la forza dello Spirito
Il gruppetto che raffigurava la Chiesa accanto alla Cro-
ce viene presentato negli Atti, capitolo 1, a Gerusalemme,
al ritorno dal luogo dell' Ascensione.18
Gerusalemme è il luogo degli avvenimenti della salvez-
za, il luogo dove ha il suo compimento la missione terre-
na di Gesù,19 il punto di partenza della missione universa-
le degli Apostoli.20
La comunità del Risorto si raduna al completo nel Ce-
nacolo, il luogo dove è stata proclamata e sigillata la nuova
alleanza, dove l'antica Cena Pasquale è stata riempita del
suo significato definitivo, dove è stata istituita l'Eucari-
stia, dove Gesù è apparso diverse volte ai dodici insieme.
È tutta un'immagine della Chiesa!
C'è nel testo una successione stringata e rapida di ac-
cenni agli avvenimenti principali della vita di Gesù: la
passione, le apparizioni, i discorsi sul Regno, la promessa
dello Spirito, l'ascensione, l'annuncio dell'ultima venuta:
ricordati dai discepoli, ma non ancora totalmente compre-
si nella loro portata storica.
In questo contesto, di una comunità radunata al com-
pleto, con un patrimonio di verità e con una missione af-
fidata, Luca annota: «Tutti questi erano assidui e concordi
nella preghiera, insieme con alcune donne e con Maria la Ma-
dre di Gesù e con i fratelli di lui».21
È l'unica volta che Maria viene nominata nel «periodo
postpasquale». Ed è pure l'ultima di tutto il Nuovo Testa-
mento. Si tratta di un accenno brevissimo e fugace.
Maria non sembra protagonista della scena! Prima di
lei vengono elencate «alcune donne». Sono quelle mede-
sime che Luca ha nominato nel racconto della crocifissio-
" At 1,14.
1
'
Cf Le
24,33.
20 Cf At 1,8-12.
21 A t 1,14.
218

23 Pages 221-230

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23.1 Page 221

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ne, la sepoltura, la scoperta della tomba vuota, le appari-
zioni.
Tra queste donne però, Maria la Madre di Gesù, non
viene mai inclusa ne nominata. Impressiona che ora, pre-
sentando ordinatamente e in forma completa la comunità
del Risorto, metta nella lista solo col nome e il titolo la
Madre di Gesù.
Abbiamo qui uno di quei passaggi che servono per fa-
re un rapido riassunto sulla vita della comunità. Infatti
c'è qui, come negli altri brani simili, l'accenno alla con-
cordia, al radunarsi, alla preghiera. Non si tratta dunque
soltanto di una notiziola storica, congeniale alla narrazio-
ne, ma di una riflessione teologica.
Le donne insieme agli Apostoli nel Cenacolo sono il se-
gno di una novità inaudita nel contesto giudeo e rappre-
sentano il capovolgimento che il passaggio di Gesù ave-
va già operato: una comunità senza discriminazioni né
separazioni per genere, condizione o razza. Quello che
sostanzialmente conta e unisce è l'essere stati oggetto
della predilezione di Gesù e testimoni confessanti della
sua vita.
La menzione delle donne sottolinea il fatto e l'impor-
tanza della presenza nella comunità di testimoni diretti e
appassionati della morte, sepoltura e Risurrezione di Ge-
sù, dei quali proprio queste donne erano state prime mes-
saggere.
Maria
Concentriamo adesso lo sguardo su Maria, che è collo-
cata dopo le donne, come in una categoria diversa, tutta
sua. Il testo esprime in primo luogo una convinzione di
fede: dove c'è la Chiesa, la comunità di Cristo, c'è sempre
Maria e viceversa, come nella concezione e nella nascita
del Messia, come nelle prime rivelazioni (ai pastori e ai
magi, a Zaccaria e Simeone, nel tempio e a Cana), come
nel momento dell'offerta totale.
219

23.2 Page 222

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È un'indicazione per la nostra vita personale, che ha
influsso determinante sul nostro agire pastorale. Nelle
Chiese e comunità che noi formiamo e animiamo ci de-
v'essere Lei, con un posto distinto, come compagnia, me-
moria, specchio e ispirazione.
La menzione di Maria poi è collocata sulla linea della
testimonianza diretta. Lei conosce, è stata parte attiva nei
fatti più nascosti e misteriosi, meno conosciuti, che sono
alla radice storica di quelli più visibili e meravigliosi che il
gruppo ha visto: l'incarnazione, la nascita, la crescita a
Nazaret, l'inizio della vita pubblica. Lei è stata con Gesù
«per tutto il tempo in cui egli è vissuto in mezzo a noi»,22
come si esigerà da Mattia, scelto come sostituto di Giuda.
L'immagine di Maria che Luca sviluppa qui è la mede-
sima che aveva tracciato nel suo Vangelo. Lei non faceva
parte visibile del gruppo formatosi attorno al Messia,
neppure era tra le donne che lo seguivano. Eppure era la
perfetta discepola spirituale, unica nella sua categoria,
nella quale emergono la disponibilità totale alla volontà
di Dio e la fiducia negli interventi di Dio per adempiere
quello che ha promesso.
In tal senso Maria è come una roccia, un ancoraggio di
speranza nel tempo di attesa. I discepoli si sentono orfani
della presenza visibile di Gesù. Sono inviati ad una mis-
sione nel mondo della quale hanno un'idea vaga: non
sanno in che cosa consiste, quali siano le vie più adegua-
te; non hanno esperienza della sua forza nascosta.
Questa non è la condizione soltanto della prima comu-
nità cristiana. Tutte le comunità, fino alle nostre e la stessa
Chiesa universale sperimentano queste impressioni ed
esitazioni. La presenza di Maria dà senso all'attesa, la
riempie di fiducia, ne fa una serena esperienza spirituale
che è stata proprio la sua: attendere il tempo della matu-
razione senza decadimenti né cedimenti.
22 At 1,21 .
220

23.3 Page 223

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Ma intanto, nell'attesa, la comunità dei discepoli, gui-
data dall'autorità che Gesù aveva designato; si completa
e si dispone per la missione, scegliendo il membro man-
cante, alla luce della volontà di Dio. Fa discernimento, si
purifica da interessi personali e spirito di parte. Si apre
sinceramente ai segni.
Inoltre persevera nella preghiera insieme. Le due pa-
role sono importanti: preghiera, insieme. Quest'ultima
esprime il proposito di mantenere l'unione, spirituale e
visibile, della comunità in momenti di attesa, di dubbio,
di incertezza. Se i nostri tempi di attesa fossero come que-
sti sarebbero sempre fecondi. E noi siamo permanente-
mente in attesa!
Da ultimo la comunità con Maria si dispone a ricevere
lo Spirito e di fatto lo riceve. Diventa così feconda e capa-
ce di generare Gesù nei popoli. Maria aveva l'esperienza
dello Spirito e della sua fecondità perché era stata la pri-
ma ad essere riempita da esso e a dare alla luce il Figlio di
Dio nella storia umana. Ella è garanzia e salvaguardia per
riconoscere e interpretare autenticamente l'azione dello
Spirito nell'umanità. Con la forza dello Spirito la Chiesa è
chiamata a continuare l'incarnazione di Cristo, a rendere
concreto il suo amore per l'uomo in molteplici forme, a
rinnovare la sua capacità di servizio.
Il senso femminile e materno di Maria non consentirà
che le verità della fede diventino formulazioni astratte,
ma le tradurrà in gesti concreti di salvezza, di trasforma-
zione delle condizioni di vita, di amore a Dio, di riforma
dei costumi.
Così pure lei, senza status particolare, ricorda agli apo-
stoli che il «privilegio» di ricevere lo Spirito non è per col-
locarsi «sopra» gli altri o «fuori» della comune condizio-
ne, ma per mescolarsi, condividere, lievitare, servire.
Don Bosco ci ha insegnato a sentire questa presenza.
L'ha avvertita prima lui stesso e l'ha confessata nella sua
vita e opera. Ma l'ha data anche come ricordo ai missio-
221

23.4 Page 224

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nari: «Fate conoscere Maria e vedrete dei miracoli».23 È la
consegna anche per noi, nel nostro cammino spirituale,
nel nostro impegno pastorale, nel nostro compito di ani-
mazione comunitaria.
23 Cf MB Xl, pag. 395.
222

23.5 Page 225

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Due titoli: una sintesi
Nella preghiera di affidamento invochiamo Maria con
due titoli: Immacolata, Ausiliatrice. Gli stessi titoli appaio-
no nelle Costituzioni con un brevissimo commento per
ciascuno: Immacolata, modello della nostra consacrazione
totale al Signore e del nostro desiderio di santità; Ausilia-
trice, segno e ispiratrice del nostro impegno pastorale nel
popolo di Dio, particolarmente tra i giovani.1
I due titoli non sono stati scelti e giustapposti a caso e
nemmeno per pura simpatia o devozione. Riflettono inve-
ce la storia salesiana e sintetizzano le caratteristiche della
spiritualità delle nostre congregazioni. Molti altri appel-
lativi della Madonna appaiono nella biografia dei fonda-
tori: Addolorata, Madonna del Rosario, Consolata, Ma-
donna delle grazie. È vero dunque che, al di sopra delle
diverse rappresentazioni, essi guardarono sempre alla
persona di Maria, Madre di Gesù, della Chiesa, di ciascu-
no di noi.
È altrettanto vero però che le due immagini che più ri-
corrono e che diedero la fisionomia alla nostra Madonna
sono senza paragone Immacolata e Ausiliatrice. Infatti l'e-
sperienza spirituale e apostolica di Don Bosco e di Madre
Mazzarello ha come tre tappe.
1. L'esperienza oratoriana
La prima è l'esperienza oratoriana. Don Bosco la porta
avanti con i ragazzi di Torino. Maria Mazzarello con le ra-
gazze del suo paese. La preoccupazione dominante è edu-
' Cf Costituzioni SDB 92; Costituzioni FMA 44.
223

23.6 Page 226

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care i giovani del proprio contesto. Tutto lo sforzo è rivol-
to a dare loro dignità umana e aprirli alla fede. Ci sono
poche strutture e mezzi e, in compenso, molta donazione
e creatività. Il ragazzo/ a prende coscienza di sé e della vi-
ta di grazia. L' educatore-educatrice ha per lui una cura
paterno-materna. È il momento in cui nasce e si plasma il
sistema preventivo.
In questo ambiente c'è un fatto evidente: Maria è senti-
ta da educatori e giovani come una presenza viva, mater-
na, potente. I titoli che le si danno è cosa di seconda im-
portanza. Ma è vero che nel periodo oratoriano domina
su tutto la figura dell'Immacolata.
La preferenza di Don Bosco per questa immagine pro-
viene dal suo periodo giovanile. A Chieri l'Immacolata
era onorata: la cappella del seminario, dove egli aveva
studiato, aveva sull'altare maggiore una immagine del-
l'Immacolata, davanti alla quale pregava tutti i giorni. Il
culto all'Immacolato Cuore di Maria, dalla Francia si era
diffuso in Piemonte. Si rafforzerà con la dichiarazione del
dogma dell' Immacolata concezione nel 1854 e con le ap-
parizioni di Lourdes nel 1858.
·
Alcune coincidenze provvidenziali portarono poi Don
Bosco ad attribuire all'Immacolata un'intercessione parti-
colare negli inizi della sua opera: «Tutte le nostre grandi
iniziative - dirà - hanno avuto inizio il giorno dell'Imma-
colata» (MB XVII, pag. 510). Il modello era l'oratorio, 8 di-
cembre 1841.
L'immagine inoltre rappresenta Maria come vincitrice
del male, col serpente sotto i piedi. Ciò gli ricordava il
trionfo della grazia sulle passioni della persona e la vit-
toria della fede sull'empietà e l'eresia nella storia del
mondo.
Madre Mazzarello ha un percorso simile con le Figlie
dell'Immacolata, espresso più in devozione vissuta che in
formulazioni esplicite.
Questa presenza così sentita lasciò il segno nella peda-
gogia dell'Oratorio. La celebrazione della solennità del-
224

23.7 Page 227

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l'Immacolata, con la relativa preparazione spirituale, di-
venne centrale.2 E continua ad esserlo ancora ai nostri
giorni, dove esistono oratori-centri giovanili.
Nell'oratorio poi nacque la Compagnia dell'Immacolata,
che corrisponde a quello che oggi chiamiamo il gruppo di
giovani collaboratori. Fu il seme e la prova della futura
congregazione salesiana. Nove su sedici membri della
congregazione salesiana che il 18 dicembre 1869 si radu-
narono con Don Bosco e Don Alasonatti (18 in totale) era-
no membri della Compagnia dell'Immacolata.3
In questa atmosfera mariana maturarono i temi più im-
portanti dell'educazione dei giovani: la grazia, la purez-
za, la familiarità col soprannaturale, l'amore a Gesù. Per i
salesiani e le salesiane si configurò il sistema preventivo,
come assistenza materna e cammino verso la santità, con
una esigenza di generosa donazione a Dio e ai giovani. Il
frutto di questo ambiente è Domenico Savio.
Si sviluppò anche un insieme di intuizioni sul valore
pedagogico della devozione a Maria. Dobbiamo contare
sulla presenza materna e invisibile di Maria nel nostro la-
voro. Ella ama ciascuno, ma specialmente i giovani per-
ché aiuta loro a crescere come ha fatto con Gesù. È una
verità di fede cristiana, ma vissuta in una maniera non co-
mune e trasferita all'esperienza educativa.
La presenza materna di Maria poi, sentita interiormen-
te dai giovani, infonde in loro sicurezza e speranze per co-
struirsi come persone in un momento difficile e delicato
della loro vita, a causa dell'instabilità, dello sviluppo cor-
porale, della discussione della fede. Maria Immacolata co-
me ideale di purezza esercita un'attrazione sui giovani e
dà loro il gusto e la voglia di impegnarsi in progetti nobi-
li. La pedagogia di Don Bosco ha una certa componente
estetica. Sin dall'inizio egli parlò della bellezza della
virtù, della religione e della bruttezza del peccato.
2 Cf MB VII, pag. 334.
' Cf MB VI, pagg. 632 e 887.
225

23.8 Page 228

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Inoltre la devozione a Maria aiuta a familiarizzarsi con
le realtà soprannaturali e a sentire Dio un po' più vicino
ed incarnato. Lo si pensa in rapporto con una donna che
viene presentata sempre come Madre e come Aiuto nostro.
È lo stimolo spirituale.
La catechesi oratoriana tendeva dunque a far accoglie-
re e interiorizzare questa immagine fino a penetrare nella
vita dei giovani come una garanzia per la perseveranza
futura. A questo tendevano tridui, novene, fioretti, ad-
dobbi, pellegrinaggi, gite a luoghi mariani. La tappa «ora-
toriana» per Don Bosco si estende fino all'organizzazione
di Valdocco; per Madre Mazzarello a tutto il tempo delle
Figlie dell'Immacolata fino alla fondazione dell'Istituto di
vita consacrata.
2. Il santuario di Maria Ausiliatrice
Verso il 1862 Don Bosco sente la necessità di avere una
chiesa più grande. Quella di cui dispone è troppo piccola
per i giovani e i salesiani che ormai si sono moltiplicati a
Valdocco. «Un sabato del mese di dicembre - riferisce
Don Albera - forse il giorno 6, Don Bosco avendo finito di
confessare i giovani verso le 11 di notte, scese a cena nel
refettorio vicino alla cucina. Don Bosco era soprappensie-
ro. Il chierico Albera era solo con Lui quando Don Bosco,
ad un tratto, prese a dirgli: "Io ho confessato tanto e per
verità quasi non so che cosa abbia detto o fatto, tanto mi
preoccupa un'idea che distraendomi mi traeva irresistibil-
mente fuori di me. Io pensavo: la nostra chiesa è troppo
piccola: non capisce tutti i giovani oppure vi stanno ad-
dossati l'uno all'altro. Quindi ne fabbricheremo una più
bella, più grande, che sia magnifica. Le daremo il titolo:
Chiesa di Maria Ausiliatricell».4
Vede inoltre la convenienza di dare un luogo di culto
' Cf MB VII, pag. 334.
226

23.9 Page 229

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alla gente dei dintorni perché Valdocco, da periferia quasi
rurale, è diventata un quartiere urbano. È lo stesso anno
dell'incontro di Don Bosco con Maria Mazzarello, il lon-
tano inizio dell'Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice.
Allo stesso tempo Don Bosco intuisce, ma ancor vaga-
mente, qualche cosa che va un po' più lontano. È il mo-
mento del consolidamento dell'opera a Valdocco. La Con-
gregazione, fondata quattro anni prima, ha già un primo
nucleo e Don Bosco comincia a vederla come una realtà
in espansione. Pensa dunque a un «centro» reale e simbo-
lico di questa nuova congregazione. «"Sai un'altra ragio-
ne per fare una nuova chiesa?". Domanda a un altro dei
suoi chierici, Don Cagliero. "Penso, rispose lui, che sarà
la chiesa madre della nostra futura congregazione, ed il
centro dal quale emaneranno tutte le opere nostre a favo-
re della gioventù". "Hai indovinato, mi disse. Maria è la
fondatrice e sarà la sostenitrice delle opere nostre"».5
Intanto in Italia si commentano le apparizioni che eb-
bero luogo a Spoleto (una piccola città dell'Umbria), in un
momento particolarmente delicato per la Chiesa e il Pa-
pa. Si diffonde l'idea di costruire un tempio nel luogo del-
le apparizioni e si raccolgono contributi dappertutto, an-
che a Torino.
Sotto queste tre impressioni: la presenza manifesta di
Maria nel popolo cristiano, i pericoli della chiesa, la diffi-
coltà dei tempi, Don Bosco sceglie il titolo per la sua chie-
sa e ne dà le ragioni: «Finora abbiamo celebrato con so-
lennità e pompa la festa dell'Immacolata ed in questo
giorno sono incominciate le prime nostre opere degli ora-
tori festivi. Ma la Madonna vuole che la veneriamo sotto
il titolo di Maria Ausiliatrice. I tempi corrono così tristi
che abbiamo proprio bisogno che la Vergine Santissima ci
aiuti a difendere la fede cristiana...».6
' MB VII, pag. 334.
6 GIOVANNI Bosco, Meraviglie della Madre di Dio invocata sotto il titolo di
Maria Ausiliatrice, Torino 1868, pagg. 5-7.
227

23.10 Page 230

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Così Don Bosco diventa risolutamente l'apostolo della
devozione a Maria Auxilium Christianorum.7
La costruzione del tempio è più che un lavoro tecnico,
che una preoccupazione per i piani, i materiali e i finan-
ziamenti. Rappresenta per Don Bosco un'esperienza spi-
rituale e una maturazione della sua mentalità pastorale.
Don Bosco si trova attorno ai 45-50 anni, gli anni della sua
maturità sacerdotale e della sua assodata proiezione so-
ciale, con alcune opere già organizzate e altre appena ini-
ziate. Alla fine della costruzione qualche cosa si è trasfor-
mato in Lui. Per quali ragioni?
In primo luogo perché la realizzazione supera l'idea
iniziale: da una chiesa per la sua casa, il suo quartiere e la
sua congregazione, si sta profilando l'idea di un santua-
rio, meta di pellegrinaggi, centro di culto e punto di rife-
rimento per una famiglia spirituale. La realtà gli è cresciu-
ta tra le mani.
I problemi economici poi si sono risolti con grazie e mi-
racoli che stimolarono una generosità non calcolata del
popolo. Tutto ciò radicò in Don Bosco la convinzione che
«Maria si era edificata la sua casa», «che ogni mattone
corrispondesse a una grazia».8 La costruzione viene por-
tata a termine in soli tre anni e le spese si accumulano su
quelle necessarie a mantenere tanti ragazzi.
All'origine del santuario di Valdocco non c'è, come in
altri luoghi mariani, un'apparizione o un miracolo. Ma il
tempio stesso finisce per essere un luogo e un complesso
«taumaturgico».9 Affermò un sacerdote di quel tempo,
un certo teologo Margotti: «Dicono che Don Bosco fa mi-
racoli. Io non ci credo. Ma qui ne ebbe luogo uno che non
posso negare: è questo sontuoso tempio che costa un mi-
7 Cf P. STELLA, Don Bosco nella storia della religiosità cattolica, Pas Verlag,
Zurigo 1969, Vol. II, pag. 169.
' Cf MB IX, pag. 247; XVIII, pag. 338.
' Cf P. STELLA, Don Bosco nella storia della religiosità cattolica, Pas Verlag,
Zurigo 1969, Vol. Il, pag. 174.
228

24 Pages 231-240

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24.1 Page 231

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lione e è stato costruito in soli tre anni con le offerte dei
fedeli ».10
Durante la costruzione nasce e cresce la fama di Don
Bosco operatore di miracoli e il suo nome comincia a
diffondersi oltre il Piemonte: da un sacerdote conosciuto
soltanto nella sua terra, passa ad essere un personaggio
simbolo della novità pastorale nella Chiesa. Egli sente la
responsabilità di questa fama di «operatore di miracoli» e
consulta un teologo, Mons. Bertagna, se deve continuare a
dare la benedizione di Maria Ausiliatrice! La risposta è af-
fermativa.
La costruzione coincide ed è seguita dalla fondazione
dell'Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice. Esse rap-
presentano l'allargamento del carisma al mondo femmi-
nile, col conseguente arricchimento; così come un'altra
fondazione, l'arciconfratenita di Maria Ausiliatrice è, in-
sieme ai Cooperatori, l'estensione verso il mondo laico.
Comincia allora l'espansione delle congregazioni. Avrà la
sua manifestazione vistosa nelle .spedizioni missionarie,
che fino a pochi anni fa partirono tutte dal santuario.
Ne venne come conseguenza l'apertura apostolica:
dall'istituto educativo ad una pastorale popolare con ele-
menti tipici: la predicazione, i sacramenti, la pratica della
carità attraverso offerte materiali e partecipazione alle at-
tività caritative. Seguì anche lo sforzo sistematico per le
vocazioni adulte chiamato «opera di Maria Ausiliatrice».
Senza assolutizzare l'affermazione, si può dire che Don
Bosco incominciò la costruzione come direttore di un'ope-
ra e la finì come capo carismatico di un grande movimen-
to ancora in germe, ma già definito nelle finalità e tratti
distintivi; la cominciò come sacerdote originale di Torino
e la finì come apostolo della Chiesa, passò dalla città al
mondo.
Se l'esperienza dell'oratorio aveva dato come risultato
10 Processo ordinario, I, pag. Sllss; La Madonna dei tempi difficili, pag.
118.
229

24.2 Page 232

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positivo la prassi pedagogica, l'opera del santuario fece
emergere nel lavoro salesiano una visione di Chiesa, co-
me popolo di Dio sparso su tutta la terra, in lotta con le po-
tenze del male: una prospettiva che presenterà in un'altra
forma nel sogno ·delle due colonne (1862), rappresentato
oggi in una pittura sulla parete di fondo del santuario.
Forgiò uno stile pastorale fatto di audacia e fiducia: saper
cominciare con poco, osare molto quando si tratta del be-
ne, andare avanti affidandosi al Signore. Scolpì una con-
vinzione nel cuore della congregazione: «Propagate le de-
vozione a Maria Ausiliatrice e vedrete che cosa sono i mi-
racoli» ...11 in tutti i campi, economici, sociali, pastorali,
educativi.
3. La fondazione delle congregazioni
Contemporaneamente a questi avvenimenti nascono,
crescono e prendono corpo le due congregazioni. È stata
la fatica più grande di Don Bosco. A Madre Mazzarello
toccarono le difficoltà domestiche. Don Bosco oltre a que-
ste dovette far fronte a pratiche amministrative, ottenere
beneplaciti di vescovi e della santa Sede. «Se dall'inizio
avessi saputo tutto quello che richiedeva, forse non avrei
cominciato».12
Le Figlie dell'Immacolata diventano Figlie di Maria Ausi-
liatrice, non senza qualche piccola resistenza e perdita co-
me riferisce la Cronistoria.13 Lo dimostra il solo cambio di
immagine. Sull'altare maggiore della Chiesa della casa di
Mornese c'era il quadro dell'Addolorata. La prima effigie
dell'Ausiliatrice fu sistemata, alcuni anni dopo la fonda-
zione, ma su un piedistallo accanto alla balaustra (1875).
11 Cf MB IX, pag. 359.
12 Cf MB X, pagg. 416.662; XVII, pag. 143
" Cf C. COLLI, Patto della nostra alleanza con Dio, Istituto FMA, Roma 1984,
pag. 446.
230

24.3 Page 233

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Nell'anno seguente si collocò una statua nel giardino e si
celebrò la festa di Maria Ausiliatrice. La prima spedizione
missionaria portò però solo un'immagine di Maria Ausi-
liatrice comperata da Don Cagliero.
Il cambio non si dovette a entusiasmo del momento.
Fu invece una presa di posizione sullo stile spirituale e
apostolico dell'Istituto. Non era lo stesso essere Figlie del-
1'Addolorata che di Maria Ausiliatrice. Don Bosco, e do-
po di lui i suoi successori e le superiore, parlarono di «un
tempio vivo e spirituale», di un «monumento di gratitu-
dine» a Maria Ausiliatrice. È interessante vedere cosa in-
tendevano. «È la denominazione di una congregazione
educativa, catechista e missionaria» ha detto Madre An-
gela Vespa.14 È la denominazione di un Istituto «che ha co-
me finalità di formare nella pietà e nella virtù le giovani e
diffondere la devozione a Maria in tutto il mondo»,15 «la
denominazione di un Istituto nel quale Maria deve rivi-
vere nelle sue Figlie in modo che la facciano presente in
tutto il mondo»16 e che ciascuna di loro sia una copia viva
di Maria.17
Anche nel ramo femminile dunque il nome di Maria
Ausiliatrice sottolinea il tratto apostolico, l'uscita dal vil-
laggio e il servizio alla Chiesa e al mondo.
La fondazione delle congregazioni lasciò come risulta-
to in Don Bosco il sentimento di essere strumento di un
progetto ispirato e realizzato con una particolare media-
zione di Maria: «La Madonna vuole che incominciamo
una società... ci chiameremo salesiani», dice il 26 gennaio
" Circolare del 24-10-1965; cf C. COLLI, Patto della nostra alleanza con Dio,
Istituto FMA, Roma 1984, pagg. 455-456.
15 Cf C. COLLI, Patto della nostra alleanza con Dio, Istituto FMA, Roma 1984,
pag. 453.
16 Cf C. COLLI, Patto della nostra alleanza con Dio, Istituto FMA, Roma 1984,
pagg. 454-455; cf E. CERIA, Vita del servo di Dio sac. Filippo Rinaldi, SEI, Torino
1946, pagg. 294-295.
17 MADRE LUISAVASCHETII, Circolare del 24-4-1942; cf c. COLLI, Patto della
nostra alleanza con Dio, Istituto FMA, Roma 1984, pag. 445.
231

24.4 Page 234

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1854. Lo ribadirà spesso. Quando, di ritorno dalla Spagna
commenta sul treno: «Tutto è opera della Madonna. Tutto
ha inizio in quell'avemaria recitata insieme ad un ragaz-
zo con fede e speranza». O ancora di più, quando durante
la messa nella chiesa del Sacro Cuore a Roma, interrotta
quindici volte dal pianto, ripensava alla sua vicenda eri-
cordava le parole del primo sogno: «A suo tempo tutto
comprenderai».18
Collegato a questo c'è la convinzione di una speciale
assistenza e relazione tra Maria e la Famiglia Salesiana ol-
tre qualsiasi titolo: «Ve lo dico davanti a Dio. Basta che un
giovane entri in una casa salesiana perché Maria lo pren-
da sotto la sua protezione».19
Da Madre Mazzarello d'altronde ascoltiamo ripetere
che l'istituto non è altro che la famiglia della Madonna, il
«focolare » che Lei si è formato. Che Lei è la superiora e ha
una vicaria che ogni notte mette le chiavi della casa ai
suoi piedi.
4. Icona e testo della nostra spiritualità
Rileggendo nella fede la storia dei nostri Istituti e della
Famiglia Salesiana vediamo che Maria è stata l'ispiratrice
dell'impresa e anche la Madre della nostra vocazione comuni-
taria e la Maestra della nostra spiritualità.20
La nostra vocazione personale e la nostra formazione
ha in Lei un modello, una guida e un'educatrice. «In Lei
troviamo una presenza viva e l'aiuto per orientare decisa-
mente la nostra vita a Cristo e rendere sempre più auten-
tico il nostro rapporto con Lui».21
Perciò le riserviamo un luogo privilegiato nella nostra
preghiera: «Ricorreremo a Lei con semplicità e fiducia ce-
1
MB
XVII,
pag.
340.
1
Lettera
del
1884;
cf
anche
MB
XVII,
pag.
144.
20 Cf Costituzioni FMA 4; cf Costituzioni SDB 1.
21 Cf Costituzioni FMA 79; cf Costituzioni SDB 98.
232

24.5 Page 235

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lebrando le sue feste liturgiche e onorandola con le forme
di preghiera proprie della chiesa e della tradizione sale-
siana» .22
Tutto ciò ci porta a farla sentire presente nella educazio-
ne dei giovani e nella pastorale in mezzo al popolo.
La fisionomia spirituale di Maria è stata rappresentata
nel quadro dell'altare maggiore della Basilica.
La sua storia è conosciuta. Don Bosco voleva una rap-
presentazione artistica completa del suo pensiero sulla
Chiesa, su Maria come Madre della Chiesa, della Congre-
gazione a servizio della Chiesa. Presenta la sua idea al pit-
tore Tommaso Lorenzone. Vuole raffigurare Maria Assun-
ta in cielo e coronata come regina. Attorno, gli angeli... ma
poi in altri cerchi e gruppi i grandi personaggi e i momen-
ti importanti del cammino della Chiesa: gli apostoli, i mar-
tiri, i profeti, le vergini, i confessori. Si dovevano riprodur-
re anche avvenimenti nei quali l'intervento di Maria era
apparso evidente... e anche i popoli che la invocano.
La risposta del pittore fu: per creare una simile opera
ci vorrebbe una superficie grande come Piazza Castello.
Il quadro finì per essere una tela di sette metri di altezza
per quattro di larghezza. In quello spazio il pittore cercò
di mettere l'essenziale dell'idea di Don Bosco. Quando
l'ebbe finito, «si inginocchiò piangendo e dicendo che il
risultato aveva superato le sue capacità».23
La composizione comprende tre piani. La figura di Ma-
ria in cielo con il Bambino Gesù in braccia occupa l'asse
verticale e la metà superiore del piano orizzontale. Viene
ritratta come Madre di Gesù (incarnazione) e della Chie-
sa. Lo scettro e la corona, piuttosto che segni di potere, so-
no simboli di intercessione efficace e di vittoria sul male,
prima in se stessa e poi nella storia umana.
Nel piano superiore si scorge il Padre raffigurato median-
22 Cf Costituzioni FMA 71; cf Costituzioni SDB 34.
23 MB VII, pag. 4.
233

24.6 Page 236

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te un occhio e lo Spirito Santo in forma di colomba: dal Pa-
dre, attraverso lo Spirito, si diffonde su Maria un fascio di
luce: è l'elezione di Dio e l'azione dello Spirito Santo che
la fanno Madre di Cristo e della Chiesa. Il coro degli ange-
li ricorda il cielo: l'Assunzione, la sua pasqua, l'inizio del
suo ruolo di Ausiliatrice. Il tutto indica anche l'origine del-
la Chiesa e la sua relazione al mistero di Dio Trino: dal Pa-
dre, per il Figlio incarnato, nello Spirito Santo.
Il piano medio mostra la Chiesa nella storia: i dodici apo-
stoli, più i due evangelisti che non sono apostoli, più San
Paolo. È il fondamento della Chiesa (gli apostoli), il suo
dinamismo nella evangelizzazione (San Paolo), la guida
della Chiesa (Pietro con le chiavi) e la maternità di Maria.
Tutti portano il simbolo del loro martirio, segno di dona-
zione completa. È l'humus in cui nasce il carisma salesia-
no: la Chiesa, la missione apostolica, l'ardore spirituale.
Il terzo piano si sviluppa in basso e sullo sfondo. Ac-
cenna al mondo di oggi, alla basilica e a quello che attor-
no ad essa è avvenuto come centro di un movimento di
evangelizzazione e di un servizio alla Chiesa, che si ispi-
ra alla maternità di Maria e si affida alla sua intercessio-
ne potente.
Della nostra spiritualità il quadro comunica bene l'u-
nità fra il senso dell'iniziativa di Dio e la nostra intrapren-
denza pastorale. La nostra vocazione viene dal Padre e
per Lui noi ci dedichiamo al lavoro educativo. Comunica
bene anche il senso ecclesiale, di servizio: partecipiamo
alla missione della Chiesa e lavoriamo in essa, attenti alle
sue urgenze ed orientamenti. Raffigura bene pure l'impe-
gno missionario di evangelizzazione. E anche la modalità
della nostra presenza educativa: materna, protettrice, pre-
ventiva.
234

24.7 Page 237

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Indice
Introduzione ........;......................... .. ....................... pag. 5
La vita nello Spirito ............ ...... .. .... ............ ... .... »
9
1. Una moda o un segno? ........................ .......... »
9
2. Cosa fa lo Spirito Santo ........ ....... .. ... ....... ...... » 11
3. Gesù, evento dello Spirito ............................. » 13
4. Spiritualità: vivere secondo lo Spirito ......... » 17
5. Per la nostra riflessione ....... ................. ......... » 21
Don Bosco: tipo e modello della nostra spiri-
tualità ............................................................... » 22
1. Un'attenzione necessaria .............................. » 23
2. Il nostro rapporto con Don Bosco ....... ...... ... » 25
3. La fisionomia spirituale di Don Bosco ........ » 28
4. Il progetto di vita............................................ » 35
5. Conclusione ......................................... ........... » 36
Il Signore ci consacra col dono del suo Spi-
rito ............................... ....... .............................. » 37
1. Alla base della nostr.a spiritualità: la consa-
crazione .......................................................... . » 37
2. La nostra consacrazione ............................... . » 38
3. La consacrazione, dono di Dio ed esperien-
za personale .................................................... » 42
4. Una scelta e un progetto di vita ................... » 45
5. Alcune conseguenze importanti .... .............. » 48
La carità pastorale ............................ ... ....... ........ » 53
1. La carità ..................... .......................... ........... . » 54
2. La carità pastorale ............................ .............. » 57
3. Linee di riflessione ......................................... » 63
235

24.8 Page 238

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La comunità: luogo, segno e scuola della spi-
ritualità salesiana ................... .. .......... ........... pag. 64
1. Urgenza di una vita «fraterna » ...... ... ...... ..... » 64
2. La comunità fraterna oggi ..... ..... .. ........ .. ...... » 67
3. Rapporti e comunicazione per crescere ...... » 82
La spiritualità salesiana nel quotidiano ... .... . » 86
1. Contemplativi nell'azione ...... ............ .... .... ... » 86
2. Il lavoro ... .... .... ......... .. ... .. ................. ... .... ......... » 100
3. Temperanza ... .. ... ...... .... .... ........ ..... ...... ....... .... . » 103
La spiritualità salesiana nella prassi pasto-
rale: il Sistema Preventivo .................. .. ...... . » 107
I. C ARITÀ PASTORALE E CARITÀ PEDAGOGICA .. ... . » 107
1. Una forma originale di carità pastorale ..... . » 107
2. Gli atteggiamenti della carità pedagogica .. » 109
Il. CARITÀ PASTORALE NEL LAVORO EDUCATIVO ... . » 116
1. L'incontro con il giovane ...................... ....... .. » 117
2. L'accoglienza .......... ................................ ......... » 119
3. La creazione di un ambiente .... ............... .. .. . » 120
4. Rapporto educativo personale ................... .. » 122
5. Conclusione ... .. .... .... ............. ................ .... ...... » 124
Educatori .... .. ..... ... .............................. ... ... .... ..... ... » 125
1. I salesiani sono educatori .... .... ............... ..... .. » 125
2. Educazione ed esperienza di Dio ............... . » 128
3. Educazione e spiritualità ........ ........ .. .... .... .. ... » 134
Evangelizzatori ......... ......... .......... ..... ................. . » 137
1. La carità pastorale spinge ad evangelizzare » 137
2. L'evangelizzazione plasma la nostra spiri-
tualità .............. ... ........... .. ........ ..... .................... » 144
3. Alcuni atteggiamenti e pratiche dell'evan-
gelizzazione ......... .. .. .. ....... .... ..... ...... .. ............. » 148
Riconciliazione ... .... .... .. .......... ....... ..... ................ » 152
1. Educatori col senso della realtà ................... . » 153
236

24.9 Page 239

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2. Profondamente riconciliati ........... ................ pag. 157
3. Penitenti .......................................... ........ ..... .... » 161
4. Educatori e ministri della penitenza ........... » 164
L'espressione matura della carità pastorale:
la paternità ..... .............................. .................. . » 167
1. Sacerdote educatore ................... ................... . » 167
2. La paternità tipica di Don Bosco ................. . » 173
3. Espressione della paternità salesiana ... ...... . » 175
Buon servitore di Cristo (1 Tm 4,6) ................ .. » 184
1. Unità tra persona e servizio ..... ... ........... ... ... . » 184
2. «La chiamata» alla responsabilità .... ........... . » 186
3. Consapevolezza di essere «strumento» ..... . » 191
4. Consapevolezza di essere chiamati ad un
«bel mestiere» ............................ ... ................. . » 194
Icone evangeliche mariane della spiritualità
salesiana .......................................................... » 198
1. L'annunciazione: appello e risposta .......... .. » 198
2. La visitazione: un servizio generoso ....... ... . » 203
3. La nascita di Gesù .......................................... » 206
4. Le nozze di Cana: Cristo, chiave della vita » 210
5. Ai piedi della croce: la fecondità nello Spi-
rito ........ ..................................................... ..... .. » 214
6. Nel Cenacolo: la comunità con la forza del-
lo Spirito ....... ................... ............ .. .................. » 218
Due titoli: una sintesi .. ....... ... ........ .... ... ..... .... .. .. » 223
1. L'esperienza oratoriana .... ....... .. .................... » 223
2. Il santuario di Maria Ausiliatrice .... ........ ... .. » 226
3. La fondazione delle congregazioni .. .... .... ... » 230
4. Icona e testo della nostra spiritualità ......... » 232
237

24.10 Page 240

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25 Pages 241-250

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25.1 Page 241

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25.2 Page 242

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~ Stampa:
Colte Don Bosco