STRENNA 2026 FINALE ITL


STRENNA 2026 FINALE ITL

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STRENNA 2026
“FATE QUELLO CHE VI DIRÀ”
Credenti, liberi per servire
Introduzione
a. Il primo segno di Gesù è un ‘portale d’ingresso’
b. L’irruzione definitiva di Dio nella storia
c. Gesù inaugura una relazione d'amore, un’alleanza di bontà e
abbondanza
1. GUARDARE – Accoglienza dei segni dei tempi
a. Maria non era un ospite “neutro”
b. Le sfide e le difficoltà vanno riconosciute e affrontate, non
accantonate
c. La storia è lo scrigno rivelatore dell’azione di Dio
d. Invito alla riflessione
2. ASCOLTARE – Radicati nella fede in Cristo
a. Gli eventi vanno letti e vissuti alla luce di Cristo
b. La volontà di Dio emerge dagli eventi che viviamo
c. Un processo nutrito e illuminato dalla Parola
d. Invito alla riflessione
3. SCEGLIERE – Vivere la chiamata con libertà
a. Ascolto libero insieme a una fiducia completa
b. Ogni azione ha senso – logos – soltanto nella e dalla Parola – Logos
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c. Pericolo di una fede che si adegua alla cultura dominante
d. Invito alla riflessione
4. AGIRE – Servire con totale generosità
a. Servire in maniera libera perché radicati in Cristo
b. Cooperatori nel progetto di Dio per i giovani
c. L’audacia della fede
d. Invito alla riflessione
5. 150 anni – Salesiani Cooperatori: il sogno profetico di don Bosco
continua
6. Alcune proposte pastorali
1. "Fate quello che vi dirà": verso una pedagogia dell’ascolto personale
2. Maria a Cana: educatrice della libertà autentica
3. L’arte di leggere i segni dei tempi con i giovani
4. Scegliere: la libertà cristiana come risposta vocazionale
5. I 150 anni dei Salesiani Cooperatori: un modello per oggi
Conclusione
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STRENNA 2026
“FATE QUELLO CHE VI DIRÀ”
Credenti, liberi per servire
Commento alla Strenna 2026
Carissimi Confratelli,
Figlie di Maria Ausiliatrice,
Membri tutti della Famiglia Salesiana,
Giovani,
Ogni anno l’appuntamento con la STRENNA offre l’opportunità per tutti
i Gruppi della Famiglia Salesiana di convenire attorno ad un tema particolare,
per condividere e vivere momenti forti di preghiera e di riflessione, di ascolto
e di fraternità. È un augurio e una speranza che ogni Gruppo – e le singole
persone all’interno di esso – possa trovare cibo per il cammino, sostegno per
il proprio vissuto educativo pastorale e personale.
Introduzione
La STRENNA che ci ha accompagnato l’anno scorso, costruita attorno
al tema giubilare della speranza, ha offerto a tutti noi l’opportunità di
guardare al mistero di Cristo come fonte di luce che ci aiuta a contemplare le
meraviglie di Dio nel momento presente. Abbiamo vissuto momenti che ci
hanno rafforzato nella fede in quello che il Signore ha ancora da rivelarci, e
abbiamo percepito la speranza come forza del “già” e come coraggio del “non
ancora”. Abbiamo anche contemplato come per don Bosco la forza della
speranza lo abbia aiutato e sostenuto nel suo cammino di scoperta e di messa
in pratica del progetto di Dio.
150 anni fa la speranza è stata il motore del cuore pastorale di don
Bosco, un cuore capace di leggere i segni dei tempi e di guardare al mondo
sostenuto dalla fede in Dio. La commemorazione del centocinquantesimo
anniversario della prima spedizione missionaria salesiana non vuole
essere una celebrazione circoscritta ad un momento cronologico. Ricordando
questo momento storico noi abbiamo contemplato come lo spirito di Dio in
don Bosco abbia trovato un cuore aperto e disponibile. Quella di don Bosco è
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stata una risposta che ha saputo superare una visione ristretta e
autoreferenziale della vita.
Don Bosco viveva a Torino, ma il suo cuore e la sua mente abitavano il
mondo intero. La sua era una speranza fondata sulla certezza che – una volta
scoperto il progetto di Dio – altra via non c’è se non seguire la sua volontà fino
in fondo. Contemplando la virtù teologale della speranza che animava la sua
vita, noi possiamo intravedere quello che già i primi suoi discepoli sentivano
e più tardi commentarono: don Bosco uomo di fede, don Bosco credente, “don
Bosco con Dio”.
Vorrei quest’anno proporre come strenna il tema della fede. Esso è
emerso in maniera graduale ma chiara quando all’inizio del mese di giugno
2025 i vari Gruppi della Famiglia Salesiana si sono incontrati per la Consulta
Mondiale. Le riflessioni condivise indicavano il tema della fede: non solo come
naturale proseguimento della speranza ma come “fondamento” della stessa.
Se la forza della speranza si fonda sulla fede, una vita davvero piena di
speranza riporta ad una più profonda e autentica relazione di fede con Gesù,
il Figlio del Padre, fatto uomo per noi e che continua a essere presente in
mezzo a noi con la forza dello Spirito. Sarà dunque come un pellegrinaggio
nella fede di tutta la Famiglia Salesiana: insieme per rinnovarci, insieme per
vivere nel mondo come cristiani (e salesiani).
Nella sua prima Lettera Enciclica Lumen fidei,1 Papa Francesco offre
al riguardo alcuni spunti molto pertinenti. Innanzitutto, come introduzione
generale al tema della fede, Papa Francesco ci invita a una correzione di
sguardo: la fede non come qualcosa di teologicamente lontano ma come “una
luce da scoprire”. Credere, vivere di fede significa voler camminare nella luce.
Fede, allora, è quel fondamento che abbiamo e quel cammino che
intraprendiamo perché davvero vogliamo vivere la vita in maniera bella e sana.
Abbracciare la fede esprime quel desiderio profondo di vivere nella luce,
rifiutando di vivere nel buio, nel vuoto, nel non-senso. Scrive Papa Francesco
che questa chiamata a “recuperare il suo carattere di luce” la vogliamo
percorrere “perché quando la sua fiamma si spegne anche tutte le altre luci
finiscono per perdere il loro vigore. La luce della fede possiede, infatti, un
carattere singolare, essendo capace di illuminare tutta l’esistenza dell’uomo”
(n.4).
Questo primo invito ci interpella direttamente quando riconosciamo che
la nostra missione è di educare alla fede e nella fede. La sfida che
immediatamente emerge è molto evidente: come possiamo farlo se questa
fonte di luce in me si va spegnendo? Come possiamo rimanere tranquilli
quando ci rendiamo conto che lo spegnimento di luce nel nostro cuore
1 Papa Francesco, Lettera Enciclica Lumen fidei. (2013).
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significa alla lunga lasciare i giovani e tutti coloro che accompagniamo nelle
tenebre più fitte?
In più, questa luce ha alcune caratteristiche che vanno nominate.
Sono caratteristiche che si presentano come degli appigli necessari nei
momenti duri e difficili nel cammino della fede.
Prima di tutto per la sua potenza la luce della fede “non può procedere
da noi stessi, (ma) deve venire da una fonte più originaria, deve venire, in
definitiva, da Dio” (n.4). Non si tratta in effetti di offrire cose umane,
intelligenti e professionali, ma molto di più. E allora questa luce non è nostra,
ma è a noi concessa.
C’è un secondo aspetto, frutto di questa straordinaria gratuità divina, e
Papa Francesco lo descrive in termini insieme profondi e teneri: “la fede nasce
nell’incontro con il Dio vivente, che ci chiama e ci svela il suo amore, un
amore che ci precede e su cui possiamo poggiare per essere saldi e costruire
la vita”. La fede non è un prodotto. Nasce non tanto “dall’incontro con Dio”,
ma “nell’incontro con Dio”. Un incontro che va vissuto come espressione di
piena libertà e come fonte continua che ci alimenta con la sua luce.
Questa breve introduzione già mette le basi necessarie per collocare il
tema della fede all’interno di una dinamica relazionale. Una dinamica che è
tipica del nostro carisma salesiano. Il vissuto della fede nell’incontro con
Gesù, Figlio di Dio, emerge come la spina dorsale delle nostre azioni per la
forza del suo Spirito. Attraverso questa energia trinitaria noi siamo i primi
beneficiari di quel dono che dà forma e significato a tutto ciò che siamo, e di
conseguenza a tutto ciò che facciamo e proponiamo per la salvezza dei giovani.
“FATE QUELLO CHE VI DIRÀ”
Credenti, liberi per servire
Lasciamoci questo anno guidare da una frase dal Vangelo di Giovanni
pronunciata da Maria proprio all’inizio dello stesso Vangelo. In quella che
doveva essere una bella festa di nozze, emerge una difficoltà: manca il vino.
Di fronte alla possibilità che una festa si tramuti in un fallimento, troviamo la
reazione che esce dal cuore di Maria: bisogna intervenire. E ciò che Maria fa
è semplicemente presentare a Gesù la reale situazione. Ma la sua ora, quella
di Gesù, non è ancora venuta. Maria, la madre premurosa, con grande
serenità, invita i servi unicamente a prestare ascolto a quanto Gesù dirà loro
al momento della “sua ora”.
Quest’anno vi propongo di assumere l’invito di Maria, con lo stesso
atteggiamento di disponibilità e libertà che vediamo nei servi. Anche noi,
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membri dei vari Gruppi della Famiglia Salesiana, dobbiamo ricordarci la verità
della nostra scelta e identità: siamo dei servi, soltanto dei servi. E anche a noi
Maria oggi dice: “Fate quello che vi dirà”. Qualsiasi cosa Gesù ci dica, bisogna
semplicemente accoglierla, assumerla e viverla, senza se e senza ma.
Invito tutti, carissimi sorelle e fratelli, dopo aver vissuto la forza della
speranza, quella “speranza che non delude”, a permettere che al nostro cuore
giungano le parole di Maria, e a prestare il nostro sguardo e il nostro ascolto
a Gesù, a quello che ci dirà, nella consapevolezza e nella gioia di essere servi.
Vogliamo essere sorretti dalla stessa fede nel riempire fino all’orlo le
giare, nel portare l’acqua cambiata in vino alle realtà quotidiane che abitiamo
e che condividiamo con tutti. Trovandosi molti di noi in prima linea in
situazioni difficili e in luoghi critici, riconosciamo il rischio di una fede debole,
qualche volta anche assente, con le drammatiche conseguenze che poi
constatiamo, di una mancata condivisione del “vino” della bontà, dell’empatia
e dell’amore.
Vangelo di Giovanni 2, 1-11
1Il terzo giorno vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre
di Gesù. 2Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. 3Venuto
a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». 4E Gesù
le rispose: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora». 5Sua
madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela».
6Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei,
contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. 7E Gesù disse loro:
«Riempite d’acqua le anfore»; e le riempirono fino all’orlo. 8Disse loro di
nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed
essi gliene portarono. 9Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino,
colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma
lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo 10e
gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già
bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino
buono finora».
11Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli
manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.
Entriamo nel vivo del brano che ha ispirato il titolo della STRENNA, con
la meditazione del primo “segno” che Gesù compie a Cana di Galilea, come lo
racconta Giovanni (2,1-11).
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Tre brevi riflessioni introduttive ci offrono la chiave “ermeneutica” che
rende il brano significativo per la nostra esperienza personale e comunitaria.
a. Il primo segno di Gesù è un ‘portale d’ingresso’
In una delle sue udienze, Papa Francesco commenta questo brano con
un’immagine molto concreta. Dice che il primo segno di Gesù è “una sorta di
‘portale d’ingresso’, in cui sono scolpite parole ed espressioni che illuminano
l’intero mistero di Cristo e aprono il cuore dei discepoli alla fede”.2 Il primo
segno di Gesù non è uno spettacolo da ammirare, è piuttosto un invito rivolto
al cuore di ogni credente. In esso abbiamo il richiamo a quegli atteggiamenti
che assicurano l’assunzione della proposta della fede in lui, come evocato
alla fine del brano: “i suoi discepoli credettero in lui” (v.11). Questo primo
segno a Cana va immediatamente al cuore del messaggio di Gesù: l’invito a
scommettere la nostra esistenza sulla sua parola. “Cana” è – oggi – la casa
dove abitiamo, l’opera dove viviamo la nostra missione, il gruppo di giovani,
di docenti, di genitori che accompagniamo. Noi siamo i servi e i discepoli
delle varie esperienze concrete e quotidiane.
E come a Cana, anche oggi Maria continua ad avere una missione
fondamentale e fondante in questo processo. È lei che, camminando con noi,
ci invita a fare il passo della fede, una fede liberamente assunta per poter
essere servi autentici. E questo stesso processo, fatto di fede, libertà e servizio,
è lo stesso che ha sperimentato don Bosco durante tutta la sua vita. Anche
don Bosco, fin dal sogno di 9 anni, riconosce Maria come Madre e Maestra
che lo sosteneva nella sua fede, che gli ha dato coraggio per essere un libero
servo per i giovani nel campo da lei indicato.
b. L’irruzione definitiva di Dio nella storia
Un secondo spunto di riflessione lo offre Papa Benedetto XVI partendo
dalle parole che introducono questo primo segno: “Il terzo giorno vi fu una festa
di nozze a Cana di Galilea.” (v.1)
Nel suo libro Gesù di Nazaret, Papa Benedetto dice che qui ci troviamo
nel cuore del mistero di Dio che si manifesta. L’indicazione temporale è un
simbolo di tutto l’agire di Dio nella storia. Il “terzo giorno” comunica
l’anticipazione del compimento della storia di salvezza che avviene nella
risurrezione di Cristo, il terzo giorno. Abbiamo in questo preciso momento,
dice il Papa, “l’irruzione definitiva di Dio sulla terra”.3 Cana è un luogo che
contiene in maniera umile e nascosta il compimento del progetto dell’amore
2 Papa Francesco, Udienza Generale, 8 giugno 2016:
https://www.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2016/documents/pap
a-francesco_20160608_udienza-generale.html
3 Joseph Ratzinger-Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, Libreria Editrice Vaticana,
Città del Vaticano, 2007, p.292.
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di Dio per l’umanità. Cana è ogni luogo dove siamo mandati, in quanto spazio
dove Dio continua a rendersi presente attraverso coloro che ascoltano la sua
parola, la credono e la vivono.
Questa riflessione ha una portata davvero significativa per noi. Se
“Cana” è ogni luogo che abitiamo, allora siamo noi coloro che il Signore
chiama per essere segni e portatori del suo amore per i giovani, per l’umanità.
Certamente non dipende da noi “l’irruzione di Dio sulla terra”, ma a noi è data
l’opportunità di facilitarla come dono gratuitamente ricevuto e liberamente
accolto. Ogni nostra azione vissuta in maniera generosa partecipa a questo
disegno di Dio… ma anche ogni nostra resistenza o rifiuto rischiano di negare
quel “vino buono” agli altri.
c. Gesù inaugura una relazione d'amore, un’alleanza di bontà e
abbondanza
Un terzo spunto introduttivo, attinto sempre da Papa Benedetto XVI:
l’ambiente della festa “nuziale” è la dimensione più appropriata che
caratterizza la relazione di Dio con tutta l’umanità, l’alleanza nuziale per
eccellenza.4
In verità, ci rendiamo conto che Gesù non viene semplicemente a
lasciarci un messaggio. Attraverso questo primo segno quanto Gesù sta per
inaugurare è una relazione d’amore, un’alleanza di bontà e abbondanza. Gesù
ci invita ad entrare in una relazione viva e vivificante. Con lui abitiamo uno
spazio sacro dove, prima di tutto, ci scopriamo amati. In questa relazione di
amore noi siamo positivamente sfidati e incoraggiati a seguirlo.
Riconoscendo che siamo sempre in cerca di quel “vino buono” che non
viene mai meno, la via da percorrere è una sola, quella indicata da Maria:
“Fate quello che vi dirà”. La festa nuziale da una parte inaugura una nuova
realtà e, dall’altra, conferisce un sigillo alla nuova ed eterna alleanza.
Possiamo dire che l’esperienza di Cana è un vero e proprio “grembo” nel
quale la fedeltà di Dio ci viene incontro, completando e portando a pienezza la
ricerca di amore da parte dell’uomo. Ciò vuol dire che quando viene l’ora, alla
proposta di Gesù si risponde obbedendo (ob-audire), con l’ascolto della fede,
vissuto fedelmente.
Il banchetto così diventa l’altare che distribuisce abbondantemente il vino
nuovo della Parola. Una distribuzione generosa, frutto delle fede vissuta con
libertà. Seguendo l’invito di Maria, questa vita illuminata dalla Parola di Gesù
è vissuta nella forma del servizio per il bene di tutti, con piena disponibilità
del cuore.
4 Idem.
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Alla luce del brano delle nozze di Cana, sono varie le sfide che la
STRENNA 2026 ci comunica. Sono convinto che la chiamata per ogni Gruppo
della Famiglia Salesiana a vivere meglio il proprio carisma, trovi in questo
brano di Vangelo ulteriori stimoli per essere vissuta a favore dei giovani e di
tutti coloro che condividono la missione salesiana. Non solo, ma anche per
servire tante persone in varie parti del mondo a cui il Signore chiede di portare
il vino della speranza, la gioia della comunione.
1. GUARDARE – Accoglienza dei segni dei tempi
Una prima chiamata che vi invito ad accogliere e su cui riflettere è circa
l’atteggiamento di Maria: la donna attenta a ciò che stava capitando
attorno a lei. Il vangelo ci dice semplicemente che “il terzo giorno vi fu una
festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù” (v.1). Il vangelo non
dà altre informazioni. Ma quando ascoltiamo queste poche parole e le
colleghiamo con la sua reazione, cominciamo ad intravedere alcuni elementi
significativi del cuore di Maria.
a. Maria non era un ospite “neutro”
La sua era una presenza attenta e viva a tutto ciò che stava capitando
attorno a lei. In termini figurati ma densi possiamo dire che Maria ha
abbracciato il tempo e la storia di coloro che l’hanno voluta come ospite
alla loro festa di nozze. Maria poteva tranquillamente sentirsi una persona
che non deve intromettersi, anche se intuiva la triste conseguenza della
mancanza di vino. Eppure ha scelto di non rimanere indifferente.
Ecco un primo aspetto su cui noi – come seguaci di Gesù – siamo
chiamati a interrogarci: in che misura ci sentiamo interpellati rispetto agli
eventi della storia che stiamo vivendo e nei luoghi che abitiamo? Quale
posizione prendiamo là dove possiamo anche scegliere di rimanere distanti
perché su alcune cose “non tocca a me”, “non sono mia responsabilità”?
Alla luce di ciò che Maria ha fatto, di fronte alle sfide che ci circondano, ci
sentiamo profondamente e personalmente interpellati. In una cultura
dell’anonimato e dell’indifferenza, riconosciamo che anche noi rischiamo di
vivere scelte all’insegna del “politicamente corretto”!
Abbracciare il tempo e la storia come atteggiamento esistenziale
implica alcune esigenze che solo alla luce della fede in Cristo possiamo
cogliere e assumere.
Nel campo educativo pastorale questa scelta di Maria è per noi un
richiamo insieme forte e gentile a non cadere in quell’indifferenza che non solo
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giustifica le cose, ma anche passivamente e indirettamente le favorisce.
Quante volte troviamo perfino gente cosiddetta ‘di chiesa’ che davanti al
dramma dei rifugiati, dei poveri, dei vulnerabili, si ritirano nel loro ben-vivere
considerandoli solo come disturbo e scarto?
b. Le sfide e le difficoltà vanno riconosciute e affrontate, non
accantonate
Così ha fatto Maria a Cana. Quante volte ci capita che – davanti a
situazioni impreviste di disagio – invece di affrontarle con la forza della
serenità e della passione apostolica ne prendiamo le distanze, giustificandoci
troppo facilmente! Il pericolo è che gradualmente tale inerzia pastorale possa
diventare “cultura” anche tra noi. Aspettiamo – e chiediamo con forza – che
gli altri facciano la loro parte, magari addossiamo loro le colpe, e così crediamo
di anestetizzare le nostre coscienze, fingendo di credere che noi non abbiamo
niente da offrire, o non siamo chiamati in causa.
Quando il povero bussa alla porta, non ci è lecito far finta di niente. Per
il nostro padre e maestro don Bosco la sua risposta non partiva dai calcoli dei
mezzi, ma dalla disponibilità del suo cuore, che era in sintonia con i giovani
del suo tempo. Egli fin da subito fu mosso dal desiderio di entrare in contatto
con loro, poveri e bisognosi come erano. Facciamo ben attenzione a non
lasciarci prendere dalla prospettiva di una vita consacrata e pastorale
fortemente condizionata da una mentalità borghese e selettiva. Il povero non
lo scegliamo noi, ma a noi è mandato dalla Provvidenza. Accogliere i giovani
poveri e fare tutto il possibile per loro è una chiamata che dobbiamo prendere
sul serio.
c. La storia è lo scrigno rivelatore dell’azione di Dio
Un terzo spunto che cogliamo dall’azione di Maria è la consapevolezza
che nei momenti piccoli e umili, quando vissuti con generosità, la storia
diventa scrigno che rivela l’azione di Dio. Una semplice attenzione materna,
un invito sollecito ai servi, preparano il terreno per l’ora di Gesù, per il suo
primo segno. Quanto ci sorprende il Signore quando siamo attenti ai dettagli
dell’umana esistenza, specialmente quando siamo con i poveri e i bisognosi!
Quante vite hanno sperimentato il balsamo della misericordia di Dio
attraverso gesti di attenzione da parte di educatori e educatrici che con
materna bontà hanno regalato un sorriso, una parola di incoraggiamento,
invece di sguardi di condanna o parole umilianti!
Tutta l’esperienza di don Bosco ci comunica che “il cortile”, quello fisico
come quello metaforico, è il luogo della rivelazione della bontà di Dio.
L’amorevolezza la comunichiamo vivendola in maniera serena quando siamo
presenti tra e per i giovani, che così si sentono riconosciuti, apprezzati e
amati. La condivisione la si costruisce nelle relazioni con i nostri collaboratori
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2.1 Page 11

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e collaboratrici quando ci chiedono quei “cinque minuti” di ascolto. La
sapienza pastorale e educativa passa per la quotidianità dei gesti, vissuti con
un cuore aperto, disponibile, attento e pieno di affetto.
Vale la pena richiamare qui una riflessione più che mai attuale offerta
dal salesiano Dominic Veliath sul contesto dell’Asia Sud.5 Egli scrive:
Il carisma salesiano è ancora in pellegrinaggio. Ogni pellegrinaggio
comporta una certa dose di rischio; a volte ci si trova di fronte alla sfida
di avventurarsi lungo un percorso che può sembrare ancora
inesplorato. È in questo contesto che ogni salesiano, compreso quello
del contesto sud asiatico, fiducioso nella presenza costante dello Spirito
di Dio, radicato nel carisma salesiano e in comunione fraterna con
l’intera Congregazione salesiana, è chiamato a continuare il suo
cammino con un po’ di quella fiducia che è stata così acutamente
descritta dal poeta Antonio Machado nella sua poesia: Caminante no
hay Camino: “Viandante, non esiste il sentiero, il sentiero si fa
camminando”.6
Maria, la donna attenta a ciò che stava capitando attorno a lei, ci
invita a non rimanere lontani, indifferenti ai bisogni di coloro che il Signore ci
chiede di accompagnare.
d. Invito alla riflessione
- Come comunità e gruppi chiediamoci se abbiamo spazi e momenti
dove insieme riflettiamo sulle povertà che ci circondano.
- Chiediamoci se il nostro stile di vita sia davvero una testimonianza
autentica per coloro che ci conoscono, per coloro che serviamo, a
volte veri poveri in anima e corpo.
- Chiediamoci se i poveri sono numeri e un oggetto di ideologia e
strategia pastorale, o se siamo per loro servi con i mezzi che
5 Dominic VELIATH, “Encounter of the Salesian Charism. South Asian Context”,
in, Journal of Salesian Studies, July–December 2015, Vol.16, n.2, pp.189-207;
cfr. https://www.salesian.online/wp-
content/uploads/2020/03/JSS_16_N_2_Encounter_of_the_Salesian_Charism_wi
th_the_Southern_Asian_Context-Dominic_Veliath1.pdf
6 Idem, p.207. L’originale in inglese: The Salesian charism is still on a pilgrimage.
Every pilgrimage involves a certain amount of risk; at times one is challenged to
venture along what may seem as yet an uncharted course. It is in this setting that
every Salesian, including the Salesian in the South Asian context, confident in the
abiding presence of the Spirit of God, rooted in the Salesian charism and in
fraternal communion with the Salesian congregation at large, is called to continue
his journey with a little of that trust which has so insightfully been described by
the poet Antonio Machado in his poem Antonio Machado in his poem Caminante
no hay Camino: “Wayfarer! There is no way. The way is made by walking”.
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2.2 Page 12

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abbiamo. Quanto generosi siamo con i nostri “cinque pani e due
pesci”?
2. ASCOLTARE – Radicati nella fede in Cristo
Maria, attenta a ciò che le capitava attorno, dice ai servi: “qualsiasi cosa
vi dica, fatela”. (v.5) L’invito è chiaro e semplice. Ma sappiamo bene che è
anche molto impegnativo. Si tratta non soltanto di riconoscere gli eventi con
le loro urgenze e necessità, ma di leggerli alla luce della fede in Cristo. Il più
delle volte la lettura degli eventi la facciamo bene, in maniera professionale e
competente, con analisi generalmente ben sviluppate e precise, a livello – per
così dire – “orizzontale”. Ma per noi che seguiamo Gesù questo livello – che
non deve mai mancare – va assolutamente accompagnato da quello
“verticale”. Quanto è facile che, per rispondere alle varie emergenze,
imbocchiamo la strada di una attività frenetica a favore dei poveri e dei
bisognosi, e alla lunga, molte volte, finiamo per essere risucchiati in una
voragine di attivismo che non ci lascia più tempo per guardare il volto di coloro
che vogliamo servire, e neanche il volto di Colui che ci ha chiamato per servirli
nel suo nome!
a. Gli eventi vanno letti e vissuti alla luce di Cristo
Maria invita ad una risposta che certamente viene incontro alla
difficoltà inaspettata, ma con una indicazione ben chiara: “qualsiasi cosa (egli)
vi dica, fatela”. L’accento primario non è su ciò che si deve fare, bensì su Colui
che dice ciò che si deve fare! Gli eventi vanno letti e affrontati alla luce di
Cristo. Questa è una indicazione irrinunciabile come anche una fonte di
energia vera per chi crede. Ci sono diverse maniere di rispondere alle povertà.
Il credente opta per questa: agire partendo dalla Parola di Gesù. Per il credente
in Cristo vale ciò che tanti santi della carità hanno trasmesso con la loro vita
e testimonianza. Lo stesso nostro padre don Bosco lo ha trasmesso in maniera
netta: agire nel nome di Gesù.
È di grande rilevanza per noi quanto i primi salesiani hanno conservato
nel loro ricordo della figura di don Bosco, soprattutto nei suoi aspetti più
profondamento spirituali e mistici. In un articolo delle Costituzioni salesiane,
l’articolo 10, che apre la sezione sullo spirito salesiano, troviamo la sintesi di
questa chiamata che don Bosco visse in maniera autentica:
Articolo 10:
Don Bosco ha vissuto e ci ha trasmesso, sotto l’ispirazione di Dio, uno
stile originale di vita e di azione: lo spirito salesiano.
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2.3 Page 13

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Il suo centro e la sua sintesi è la carità pastorale, caratterizzata da quel
dinamismo giovanile che si rivelava così forte nel nostro Fondatore e
alle origini della nostra Società: è uno slancio apostolico che ci fa
cercare le anime e servire solo Dio.
b. La volontà di Dio emerge dagli eventi che viviamo
In questa dinamica, radicata in Cristo, scatta un’esperienza che
progressivamente ci fa svelare il piano di Dio. La volontà di Dio emerge dal di
dentro della nostra collaborazione negli eventi che viviamo in Lui e per causa
sua. E quando in sincerità siamo e agiamo a partire dal suo sguardo, il
Signore della vita ci sorprende, sempre, nella maniera più inattesa. Credere
allora non è una scelta che assicura successi e trionfi; credere è affidarsi nelle
sue mani, è crescere nella sicura certezza che proviene da un cuore guidato
dalla divina provvidenza. Se al posto di questa scelta radicale subentra la
logica del calcolo, allora tutto prende un’altra direzione, di cui non
conosciamo la meta. Maria rimane la guida di una fiducia totale e affidante.
Così è stata, così continua a essere.
Nell’episodio evangelico che stiamo meditando, in effetti, non troviamo
nessuna parola di dubbio o di sfiducia, o anche solo di rassegnazione da parte
dei servi: solo gesti di fiducia, piena e totale:
Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela».
Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei,
contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. E Gesù disse loro:
«Riempite d’acqua le anfore»; e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di
nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed
essi gliene portarono. (vv.5-8)
Sono versetti che comunicano – nel silenzio totale dei protagonisti – una
disponibilità, una prontezza e una generosità che può anche lasciare un po’
perplessi. Invece no! È la reazione di chi sceglie di scommettere sulla Parola
ascoltata. È la posizione di chi veramente crede. È la scelta di chi non sta lì a
porre domande o, peggio ancora, condizioni. Ecco il servo fedele!
c. Un processo nutrito e illuminato dalla Parola
Infine, cogliamo un dato che noi credenti non possiamo smarrire:
questo è un processo che regge perché è continuamente nutrito e
illuminato dalla Parola. Interpretare tutto alla luce di Dio e contemplare la
sua volontà negli eventi che davanti a noi si svelano, non è un dato
automatico. Richiede un cuore in sintonia con la potenza della Parola. Questo
è un bisogno che in una cultura come la nostra – dove l’efficienza prende il
sopravvento sull’efficacia e dove il risultato è considerato più importante del
processo – noi rischiamo continuamente di sottostimare, procedendo
13

2.4 Page 14

▲torna in alto
direttamente al fare, anche con le migliori intenzioni. La conseguenza è che il
punto di riferimento – la Parola meditata e contemplata – diventa sempre più
debole e alla lunga viene considerato perfino come tempo perso.
Quante volte sentiamo dire, anche nelle nostre comunità religiose, che
non abbiamo tempo per la meditazione perché siamo molto presi da impegni
pastorali? E quanto più diventano grandi gli impegni, tanto più
abbandoniamo l’amicizia con la Parola. Il risultato purtroppo è una
autoreferenzialità pastorale che si rafforza nel nome dell’azione e degli impegni
pastorali. In corrispondenza a quello che una volta Papa Francesco definiva
come “mondanità spirituale”, noi corriamo un rischio molto simile, il vicolo
cieco della “mondanità pastorale”. Cioè, facciamo con grande impegno il lavoro
di Dio, però alla lunga dimentichiamo quel Dio che inizialmente ci ha chiamati
per servirlo. Che tragedia quando, credendo di servire Dio nei poveri, finiamo
per giustificare la sua stessa irrilevanza. Finiamo per elevare a idoli i nostri
stessi progetti pastorali!
Vorrei qui offrire una riflessione sulla forza e centralità della Parola di
una santa della carità che molti di noi hanno incontrato: Madre Teresa di
Calcutta. Scrive alle sue consorelle parole che valgono anche per noi oggi:
Mi preoccupa il pensiero che alcune di voi ancora non abbiano
incontrato Gesù a tu per tu, da sola a sola. Potete passare anche del
tempo in cappella, ma avete mai visto con gli occhi dell’anima l’amore
con cui Egli vi guarda? Conoscete davvero il Gesù vivo: non dai libri,
ma stando con lui nel vostro cuore? Avete mai udito le parole d’amore
che egli vi rivolge?... Non abbandonate mai questo contatto intimo e
quotidiano con Gesù come persona viva e reale e non come una pura
idea. Come potremmo passare un solo giorno senza sentirci dire da
Gesù: ti amo? È impossibile. La nostra anima ne ha bisogno tanto
quanto il nostro corpo ha bisogno di respirare. Altrimenti la preghiera
muore e la meditazione degenera in riflessione. Gesù vuole che ognuno
di noi lo ascolti e gli parli nel silenzio del cuore. Vigilate su tutto ciò che
potrebbe impedire questo contatto personale con Gesù vivo”.7
Il caldo invito di Santa Teresa di Calcutta è rivolto a chiunque voglia
fare della fede la fonte della sua identità e delle sue azioni. Essere credenti ci
pone nel cuore della storia affinché come protagonisti accogliamo e viviamo la
storia e nella storia alla luce di Cristo. Solo così – alimentati e nutriti con il
cibo della Parola – potremo con stupore constatare come la volontà di Dio
emerga più limpida davanti ai nostri occhi.
7 Dalla lettera che Madre Teresa scrisse a tutta la famiglia delle Missionarie della
Carità, durante la Settimana Santa del 1993 – 25 marzo, vedi: R. Cantalamessa,
La Terza predica d’Avvento, il 19 dicembre 2003: “Conoscete il Gesù vivo?”
14

2.5 Page 15

▲torna in alto
d. Invito alla riflessione
- Riconosciamo quanto è facile rispondere alle necessità dei poveri e
offrire processi educativi e pastorali senza una previa lettura umana
e insieme spirituale della situazione?
- Come comunità e Gruppi riconosciamo l’urgenza del coraggio di
“perdere” tempo a riflettere e pregare, prima di agire? Il valore delle
proposte risiede infatti nelle radici che alimentano l’albero perché
dia frutti buoni e duraturi.
- Abbiamo interiorizzato che servire i poveri è conseguenza del nostro
incontro con Cristo, perché sono essi stessi a riportarci a Lui per
servirli ancora di più?
- Ci rendiamo costantemente conto che il pericolo della “mondanità
pastorale” alla fine alimenta il nostro ego, con la conseguenza che
invece di servire i poveri, finiamo per servirci dei poveri?
3. SCEGLIERE – Vivere la chiamata con libertà
Il racconto del “segno” di Cana offre ulteriori spunti che gettano più luce
sulla nostra esperienza di fede vissuta, come guida e richiamo per i nostri
cammini educativo-pastorali. I servi ascoltano, accolgono e obbediscono,
come Maria aveva chiesto loro di fare. Il loro atteggiamento e le loro scelte
sono come la realizzazione di un’altra dichiarazione di Gesù, quando –
nell’episodio lucano della “donna dalla folla [che] alzò la voce e gli disse: «Beato
il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!»” – lui risponde «Beati
piuttosto coloro che ascoltano la Parola di Dio e la osservano! »” (Lc 11,27-28).
Ecco la chiave di svolta. È importante e decisivo sentirsi parte della
storia dell’umanità, accogliendo e “leggendo” i segni dei tempi; è
assolutamente necessario essere radicati nella fede in Cristo. Ma la verità di
questi due atteggiamenti si evidenzia al massimo grado nel momento in cui si
accoglie e si vive la Parola. Emerge allora il cammino di una fede autentica,
segnato da una crescita sana e solida.
a. Ascolto libero insieme a una fiducia completa
Il momento di svolta è segnato da quell’ascolto libero segnato da una
fiducia completa. Le frasi del vangelo hanno una carica molto forte e un
significato sempre attuale.
E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le anfore»; e le riempirono fino
all’orlo. Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige
il banchetto». Ed essi gliene portarono. (Gv 2,7-8)
15

2.6 Page 16

▲torna in alto
Quando uno si fida di Gesù, non c’è spazio per altro. Anzi, la
disponibilità umana diventa ancora più piena e gioiosa, più pronta e generosa.
L’autore del vangelo offre un dettaglio che, come educatori e pastori, non
possiamo non notare: “(le anfore) le riempirono fino all’orlo” (v.7). Fino all’orlo,
oltre la già grande quantità di litri delle giare. Vale la pena essere generosi,
sempre, di una generosità “debordante”. Quando Gesù chiama, si va avanti
così, obbedendo – ob-audire – con libertà e senza misura, ancora e ancora,
come accenna il seguito del Vangelo: “disse loro di nuovo: «Ora prendetene e
portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono”(v.8).
Credo che molti di noi, nella nostra vita, da ragazzi e da giovani, ma
credo anche da adulti, abbiamo avuto la gioia di incontrare persone che ci
ricordano la generosità di questi servi. Persone che ancora portiamo nel cuore
e nella mente, non tanto per le cose che hanno fatto, ma per l’atteggiamento
libero e generoso che ci hanno trasmesso. Esse ci hanno certamente segnato,
perché il loro cuore era abitato dalla presenza di Gesù, avevano un cuore
illuminato e guidato dalla Parola e nutrito dall’Eucaristia.
b. Ogni azione ha senso – logos – soltanto nella e dalla Parola –
Logos
Nei servi cogliamo quello che oggi a noi è chiesto, se davvero vogliamo
offrire un’esperienza di crescita integrale a coloro che siamo chiamati a
servire. Educatori e pastori autentici lo saremo soltanto quando ogni nostra
azione attinge senso (ragione, motivo, logos) nella e dalla Parola (Logos). Solo
in una pratica di vita intessuta di parole e azioni che si lasciano contagiare
dalla Parola, possiamo andare oltre il muro dell’indifferenza e dell’apatia, così
diffuse oggi. Quando vediamo che manca il vino della speranza e della vera
gioia, quando ci sentiamo impotenti davanti a tante sfide reali che
incontriamo ogni giorno, la tentazione è quella di difenderci prendendo le
distanze, e fare il minimo.
Ma c’è un’altra opzione, che è evangelica e salesiana: “abbandonarsi” e
“fidarsi” della sua parola… Come ci testimoniano i servi, come ci testimoniano
don Bosco e tanti Salesiani conosciuti, con le loro scelte concrete, sempre
precedute da una precisa e sistematica attenzione alle fonti della loro vita. Da
questo spazio sacro e profondo è emanato tutto. Sono stati discepoli e servi
che della loro vita per e con gli altri hanno fatto un’esperienza che prolungava
la loro relazione con Gesù, vissuta con la forza della sua Parola. Il loro non
era devozionismo astratto o pietismo emozionale, ma espressione e sintesi di
maturità umana e spirituale, di lungimiranza intelligente e sapiente, di
empatia umana e slancio mistico. Nel loro ob-audire vissuto con una
personalità forte e determinata non vediamo segni di debolezza, di
rassegnazione passiva. Possiamo dire che il loro protagonismo lo hanno
vissuto dentro un quadro relazionale segnato dalla grazia di unità, un quadro
16

2.7 Page 17

▲torna in alto
esistenziale profondamente umano e profondamento divino. Obbedendo non
hanno per niente rinunciato alla loro personalità, piuttosto la hanno plasmata
attraverso di essa. La loro fiducia nella parola di Gesù, come quella dei servi,
continua a offrirci vino nuovo che inaugura una vita nuova, per noi come per
i nostri giovani.
c. Pericolo di una fede che si adegua alla cultura dominante
E qui riconosciamo l’invito a non soccombere al pericolo di una fede che
si adegua alla cultura dominante. La dimensione profetica della nostra
missione deve fare i conti con un contesto come quello attuale che “tira verso
il basso”, l’immediato, l’utile e vantaggioso, quello che gratifica qui e ora,
quando non il più comodo. La parola di Gesù ai servi poteva essere “gestita”
e “trattata” in maniera solamente umana, con una diffidenza quanto mai
plausibile e “ragionevole”. Il risultato sarebbe stato molto diverso, possiamo
facilmente immaginare.
Quante volte anche a noi oggi capita che – davanti a sfide pastorali
urgenti – il ragionamento umano prende il sopravvento. Una lettura
solamente orizzontale, di per sé costruita ad arte, finisce per depotenziare fino
ad escludere una lettura di fede delle sfide che siamo chiamati ad affrontare.
Da una parte, siamo consapevoli che gli studi e le ricerche sui giovani ci
invitano all’ascolto della loro ricerca di senso, però dall’altra – a questa
consapevolezza che chiede una risposta profetica – noi ci limitiamo a dare o
una risposta solamente orizzontale, forse rispondendo solo a un bisogno
invece che alla domanda implicita di senso.
Si ha l’impressione che a volte proiettiamo sui giovani le nostre paure,
perché ci scomoda affrontarle e superarle, ci fa uscire dalle nostre zone di
comfort. Rimanendo sul versante puramente umano e razionale, o della
cultura dominante, ci sentiamo superficialmente giustificati, mentre i nostri
giovani rimangono a gridare nel deserto.
Leggendo la storia degli inizi a Valdocco, nella casa Pinardi dal 1847 in
poi, vediamo che don Bosco offre ai giovani esperienze forti e solide. Era alla
ricerca di giovani poveri e senza tetto per dar loro il minimo necessario: vitto,
alloggio, educazione. Ma già fin dall’inizio don Bosco era consapevole che
bisognava offrire proposte che oggi chiamiamo “integrali”. Pietro Braido scrive:
Umile alle origini, la prima istituzione di don Bosco cresceva
lentamente, ma con crescente vigoria e notorietà, come l’evangelico
granello di senapa. Ma essa era dovuta ad un operatore di tale forza
interiore, dalla fede umana e cristiana così solida, dalla capacità di
coinvolgimento e di irraggiamento tanto spiccata, che finiva col dare di
17

2.8 Page 18

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sé immagini molto più dilatate dell’effettiva realtà. Sarebbe avvenuto
altrettanto nel futuro.8
Non lavorava, però, solo per la pubblicità. Nell’azione di ricupero e di
potenziamento religioso, morale e, quindi, civile, della gioventù
soprattutto lavoratrice, i “poveri artigianelli”, egli sapeva ricorrere anche
a mezzi forti, quali gli esercizi spirituali. Già nel 1847 ne aveva fatto un
primo esperimento per gli oratoriani… Più sicuramente attestata da don
Bosco stesso era la ripetizione di analoga esperienza nel 1848. Essa
aveva comportato, per una buona aliquota dei cinquanta partecipanti,
la permanenza giorno e notte nei locali dell’Oratorio, resa possibile dalla
disponibilità dell’intera casa Pinardi.9
Affinché la nostra risposta sia piena di fede nella parola di Gesù, urge
che accogliamo questo invito con grande disponibilità, sia verso Colui che ci
chiama sia come risposta a coloro che stanno aspettando. La nostra
titubanza, il nostro esitare non devono avere l’ultima parola.
d. Invito alla riflessione
- Impegniamoci affinché la nostra vita di fede abbia la forma di una
relazione segnata dalla libertà e dall’abbandono fiducioso.
- Facciamo un esame di coscienza sulle nostre motivazioni, se sono
radicate e nutrite dalla Parola (Logos), libere da motivazioni
autoreferenziali.
- Sviluppiamo la nostra capacità intellettuale sempre alla luce della
sapienza di Dio. Che la nostra intelligenza non offuschi e non faccia
indebolire la voce profetica della Buona Notizia.
4. AGIRE – Servire con totale generosità
Le nozze di Cana sono state una “festa” arricchita per la fiduciosa e
generosa risposta dei servi all’invito di Maria di fare quello che Gesù ha detto
loro di fare. Quando il servire è segnato dalla generosa dedizione di sé, una
generosità radicata nella fede, i risultati sono un dono per tutti. Lo possiamo
constatare nei vari processi educativo-pastorali condotti da persone dedicate
alla missione, da collaboratori e collaboratrici che si sentono parte viva del
carisma e del progetto pastorale salesiano. Dedizione e appartenenza che sono
vera e reale assunzione della chiamata, realizzazione di essa, non una
semplice appendice. Alla fine, sono queste scelte di fondo che danno anima
8 Pietro BRAIDO, Don Bosco, prete dei giovani, nel secolo delle libertà, (LAS – Roma
2009), Vol. I, Cap. VII: La rivelazione di don Bosco educatore (1846-1850), p.216.
9 Idem., p.223.
18

2.9 Page 19

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ad ogni cammino di crescita integrale dei giovani. Sono opzioni che ne
condizionano positivamente l’esito.
a. Servire in maniera libera perché radicati in Cristo
Non c’è libertà più autentica e vera di quella che emana da questa
relazione con Lui. La gioia del servo libero emerge da un cuore che ha già
trovato il centro della propria identità. Il servo che si nutre della fonte che è
Cristo, non ha intenzioni o motivazioni alternative. Vive bene il suo servizio
senza bisogno di dipendere dalla ricerca di gratificazioni personali che
vengono dall’esterno. Il suo cuore è già pieno di Colui che lo ha chiamato e
inviato, e questo basta e avanza.
La sua donazione, quindi, è limpida, e per questo comunica
esternamente quel senso di libertà interiore. Da qui viene la vera gioia che
ogni autentico servo dei giovani porta con sé. Siamo portatori del vino buono,
siamo “segni e portatori dell’amore di Dio ai giovani, specialmente ai più
poveri” (Cost 2), non perché lo abbiamo prodotto noi, ma perché crediamo che
ci è stato donato gratuitamente. A noi è chiesto solamente di non tenerlo come
proprietà personale, ma di distribuirlo con generosità. La gioia che
comunichiamo quando siamo radicati in Cristo è una gioia che a noi è data
in abbondanza, ma con la promessa che questa gioia diventi piena nel
condividerla. La promessa di Gesù all’ultima cena continua a sostenerci in
questo servizio:
Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio
amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore,
come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo
amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra
gioia sia piena. (Gv 15,9-11)
In questi mesi scorsi del Giubileo dell’Anno Santo 2025 molti di noi
hanno vissuto o seguito da vicino l’esperienza del Giubileo dei Giovani, tra
fine luglio e inizi agosto. Fa effetto qui richiamare le parole che san Giovanni
Paolo II scrisse nella sua Lettera apostolica, Novo millennio ineunte, al termine
dell’Anno Santo 2000, dove troviamo un commento sul Giubileo dei Giovani
di quell’anno, 2000. Sono parole proprio all’insegna della gioia. Sembrano
scritte per noi oggi, alle prese con giovani nati attorno al millennio:
Non è forse Cristo il segreto della vera libertà e della gioia profonda del
cuore? Non è Cristo l’amico supremo e insieme l’educatore di ogni
autentica amicizia? Se ai giovani Cristo è presentato col suo vero volto,
essi lo sentono come una risposta convincente e sono capaci di
accoglierne il messaggio, anche se esigente e segnato dalla Croce. Per
questo, vibrando al loro entusiasmo, non ho esitato a chiedere loro una
scelta radicale di fede e di vita, additando un compito stupendo: quello
19

2.10 Page 20

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di farsi «sentinelle del mattino» (cfr Is 21,11-12) in questa aurora del
nuovo millennio. (NMI 9)10
Sì, i giovani sono ancora alla ricerca di chi ha il coraggio e la convinzione
della fede in Cristo. Non manca la ricerca da parte dei giovani. Abbiamo
bisogno di persone, adulte nella fede, pronte a presentare il volto di Gesù,
come servi e pellegrini. Abbiamo bisogno di educatori e pastori pronti ad
ascoltare e vivere la buona notizia.
b. Cooperatori nel progetto di Dio per i giovani
Attraverso questo servizio convinto e gioioso noi, educatori e pastori,
diventiamo cooperatori nel progetto di Dio per i giovani. Come Maria, anche
noi abbiamo fatto la scelta di non tenerci distanti da ciò che sta capitando
attorno a noi. Abbiamo scelto di fare parte della storia dei giovani. Perché
siamo convinti che questi giovani, oggi più che mai, portano nel loro cuore la
domanda “dove abiti il Signore”. Lo stanno cercando forse anche senza
saperlo. Non hanno il vocabolario per dirlo, ma hanno quella sete profonda
che non lascia il cuore in pace. Se manca il linguaggio giusto, sicuramente
non manca il cuore inquieto.
Quanto è grande la nostra responsabilità, di noi che Gesù lo abbiamo
incontrato, che con Gesù ci soffermiamo frequentemente, ogni giorno! Però
solo quando questo incontro lo viviamo con fedeltà e consistenza, riusciamo
a capire e comprendere la domanda silenziosa dei giovani. In questa logica di
un “silenzio che interpella in maniera assordante”, gli autentici educatori e
pastori comunicano con la loro testimonianza e la loro fedeltà quella scintilla
che sola sa accendere i cuori. A noi è stato consegnato il “talento” della buona
notizia. Guai a noi se lo trascuriamo, o peggio ancora se lo seppelliamo.
Nella sua breve ma intensa vita Simone Weil (1909-1943) –, filosofa,
attivista politica e mistica francese, donna disperatamente in ricerca – ha
lasciato un segno profondo nel pensiero filosofico francese del XX secolo. In
un certo periodo della sua vita fu in contatto con padre Joseph-Marie Perrin,
domenicano. Di questa esperienza lei scrive nel suo diario:
Non è dal modo in cui un uomo parla di Dio, ma dal modo in cui parla
delle cose terrestri che si può meglio discernere se la sua anima ha
soggiornato nel fuoco dell’amore di Dio.11
È una frase lapidaria che si adatta benissimo ai nostri contesti educativi
pastorali. Il più delle volte i nostri incontri coi giovani e con tutti coloro che il
10 San Giovanni Paolo II, Lettera Apostolica Novo Millennio Ineunte, 6 Gennaio
2001.
11 Simone Weil, Quaderno IV, pp. 182-183.
20

3 Pages 21-30

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3.1 Page 21

▲torna in alto
Signore ci fa incontrare sono fatti di un semplice contatto umano,
disponibilità generosa su bisogni e temi immediati. Eppure, quello spazio di
limpida umanità diventa luogo di rivelazione dell’amore di Dio: in quei
momenti occupiamo un «terreno sacro» che non bisogna calpestare. Nei cortili
del mondo, la nostra presenza non è solo fisica, ma porta quanto il nostro
cuore racchiude. Anche parlando di «cose terrestri», senza saperlo
comunichiamo “chi” oppure “cosa” nel nostro cuore abbiamo accolto e
ospitato. In questi momenti semplici, la nostra presenza, portatrice di un
cuore sano, facilita in maniera sorprendente lo svelamento del progetto di Dio
per ogni giovane che incrociamo. Beati noi se ne siamo continuamente
consapevoli. Beati i giovani che incontrano questi servi credenti, generosi e
pieni di gioia vera e autentica.
c. L’audacia della fede
Infine, non bisogna aver né paura né vergogna: favoriamo a livello
personale e comunitario l’audacia della fede. Non si tratta di un atteggiamento
che sfida il mondo, tantomeno un fondamentalismo senza senso. Si tratta,
piuttosto, di una opzione che ci radica in Cristo, e così andiamo incontro al
mondo. Non si tratta di contrastare, ma di favorire spazi di fraternità,
promuovere la cultura del dialogo, vivere relazioni segnate da compassione e
empatia.
In un passaggio dell’Enciclica Lumen fidei, Papa Francesco si sofferma
sulla potenzialità di una fede che non mira a conquistare ma a collaborare al
bene comune. Come portatori di un carisma che educa ed evangelizza, la
riflessione del Papa ci illumina e ci sollecita ad andare avanti.
La fede non allontana dal mondo e non risulta estranea all’impegno
concreto dei nostri contemporanei. Senza un amore affidabile nulla
potrebbe tenere veramente uniti gli uomini. L’unità tra loro sarebbe
concepibile solo come fondata sull’utilità, sulla composizione degli
interessi, sulla paura, ma non sulla bontà di vivere insieme, non sulla
gioia che la semplice presenza dell’altro può suscitare. (n.51)
Il Papa poi ricorda che questa presa di posizione diventa un dono
inestimabile per le sue conseguenze sociali. Questo richiamo per noi, Gruppi
della Famiglia Salesiana, è cruciale perché ci mette in guardia dal pericolo di
considerare “la fede” come una “proprietà privata”, che abbiamo in
contrapposizione agli altri. Non è questo il senso della chiamata. Ricordando
il contesto della festa di Cana, il vino è per tutti, anche per coloro che non
hanno fatto bene i calcoli, anche per chi è entrato di sbafo alla festa, e per i
mendicanti di passaggio. La fede in Cristo, come il vino nuovo, inaugura la
festa dell’alleanza. Ecco le parole di Papa Francesco:
21

3.2 Page 22

▲torna in alto
La fede fa comprendere l’architettura dei rapporti umani, perché ne
coglie il fondamento ultimo e il destino definitivo in Dio, nel suo amore,
e così illumina l’arte dell’edificazione, diventando un servizio al bene
comune. Sì, la fede è un bene per tutti, è un bene comune, la sua luce
non illumina solo l’interno della Chiesa, né serve unicamente a
costruire una città eterna nell’aldilà; essa ci aiuta a edificare le nostre
società, in modo che camminino verso un futuro di speranza. (n.51)
L’audacia della fede è una conferma che vogliamo prendere sul serio la
chiamata ad essere cooperatori nel progetto di Dio per i giovani. Questa
chiamata don Bosco l’ha vissuta con una straordinaria consapevolezza e l’ha
fatta diventare sistema, progetto, esperienza di famiglia. La sua era
un’audacia che gli ha fatto dire (e vivere): "Nelle cose che tornano a vantaggio
della pericolante gioventù o servono a guadagnare anime a Dio, io corro avanti
fino alla temerarietà.”12
L’audacia della fede la viviamo per favorire un futuro segnato dalla
speranza. L’audacia della fede che trova le sue radici nel cuore dell’educatore,
del pastore, che non smette mai di amare, di sperare, di voler bene al suo
gregge.
d. Invito alla riflessione
- Non abbiamo paura di interrogarci a livello intimo e sincero se
davvero stiamo servendo i giovani o se ci stiamo servendo di loro per
la nostra agenda e ragioni personali.
- Chiamati come Comunità a educare con il cuore del buon pastore,
ci sforziamo di trovare momenti che rafforzino dentro di noi la
consapevolezza che la nostra presenza e il nostro contributo sono
intesi a favorire la scoperta del progetto di Dio per ogni giovane.
- Richiamando la frase di Simone Weil, la mia anima sta soggiornando
nel fuoco dell’amore di Dio? Se non soggiorno in questa fornace
d’amore di Dio, poco importa dove è l’alternativa, dove decido di
abitare!
5. 150 anni – Salesiani Cooperatori: il sogno profetico di don
Bosco continua
12 Lettera al Signor Carlo Vespignani, 11 aprile 1877, in Francesco MOTTO (a cura
di), Giovanni BOSCO, Epistolario, Vol. V (1876-1877), LAS-Roma 2012, p.344.
22

3.3 Page 23

▲torna in alto
Vi invito a guardare la ricorrenza del 150° della fondazione del Salesiani
Cooperatori come una esperienza che prolunga la parola di Maria ai servi:
“Fate quello che vi dirà”.
Le riflessioni fin qui fatte le possiamo vedere attualizzate nel progetto
che don Bosco maturava sin dall’inizio della sua missione Valdocco.
i. Il cuore di don Bosco era un cuore aperto ad accogliere i segni dei
tempi, con le sue sfide e opportunità.
ii. Fin dall’inizio era un cammino radicato nella fede in Cristo, e questa
sua esperienza personale aveva unicamente in Cristo il suo punto di
partenza.
iii. La proposta che andava maturando aveva come mira quella di offrire
ai giovani e ai suoi primi collaboratori una chiamata a scoprire e vivere
il proprio progetto di vita con libertà.
iv. In un ambiente sano e santo, dove ragione (ragionevolezza) e fede
(religione) si alimentavano a vicenda in un contesto di amorevolezza,
tale cammino aveva il solo scopo di servire i giovani con completa
generosità e di amarli senza condizioni.
Negli ultimi decenni abbiamo avuto varie occasioni e momenti di
riflessione che ci stanno aiutando a contemplare l’esperienza dei Salesiani
Cooperatori alla luce del carisma salesiano. Mi riferisco a tre fonti che durante
questo anno possono nutrire altrettanti momenti di studio e di riflessione,
come anche di ricerca verso nuove e creative proposte pastorali.
Don Pietro Braido dedica diverse pagine ai Salesiani Cooperatori.13 Qui
voglio solo accennare ad alcune idee per una visione d’insieme che ci offre una
memoria proiettata al di là dell’immediatezza storica e temporale. Se facciamo
vera memoria delle scelte di don Bosco, ci accorgiamo che il tema della
STRENNA 2026 è in piena sintonia con la sua azione, essendo lui stato sempre
attento e obbediente alla direzione del soffio dello Spirito di Dio.
L’idea di don Bosco era quella di creare una vera e propria forza
missionaria organizzata, un “esercito potenzialmente illimitato di persone,
uomini e donne”. La caratteristica rivoluzionaria era che questi membri
avrebbero condiviso la missione salesiana pur rimanendo nel mondo, senza
l’obbligo dei voti religiosi (povertà, castità, obbedienza) né della vita
13 P. Braido, Don Bosco prete dei giovani nel secolo delle libertà. Vol. 2, LAS 2009.
Suggerisco la lettura del Capitolo ventiduesimo, Un progetto di solidarietà cattolica
nella missione tra i giovani (1873-1877), pp.173-205.
23

3.4 Page 24

▲torna in alto
comunitaria tipica dei religiosi. Erano chiamati a vivere una fede
“evangelizzatrice e civilizzatrice” nel loro contesto quotidiano.
Fin dagli inizi dell’Oratorio, don Bosco aveva sempre potuto contare
sulla collaborazione di preti e laici. La vera novità era nel dare a questa
collaborazione una forma ufficiale e strutturata: un’Associazione o Unione
ecclesiale. Questa entità sarebbe stata formalmente “aggregata” alla Società
Salesiana, creando un legame spirituale e giuridico riconosciuto.
L’idea non nacque all’improvviso. Già nelle bozze delle Costituzioni
Salesiane degli anni ’60, don Bosco aveva previsto un capitolo sui “Soci
Esterni”. Sebbene questa proposta fosse stata inizialmente respinta dalle
autorità vaticane, don Bosco non si arrese. Lui voleva trasformare una rete di
aiuti spontanei e informali in una famiglia spirituale riconosciuta, con
un’identità precisa e un ruolo attivo nella missione salesiana.
Nell’Introduzione del 1854 al Piano di regolamento per l’Oratorio
maschile di S. Francesco di Sales don Bosco esprimeva la speranza che
il regolamento potesse “servire di norma (…) ad amministrare questa
parte di sacro ministero, e di guida alle persone ecclesiastiche e secolari
che con caritatevole sollecitudine in buon numero ivi consacrano le loro
fatiche”. Effettivamente era stato folto lo stuolo dei collaboratori
ecclesiastici e laici, che amava ricordare. (Braido, 174)
L’originale visione di don Bosco ci interpella ancora, perché ci invita a
rinnovare oggi quello stesso spirito apostolico che lui sognava come base e
fondamento. Per don Bosco la figura del Salesiano Cooperatore era come una
figura poliedrica con un’identità e una missione ben precise.
La sua identità era quella di un salesiano nel mondo: cristiano (laico,
prete, uomo o donna) che vive lo spirito salesiano nella propria condizione di
vita, in famiglia e nella società. Non è un religioso, ma condivide con i religiosi
salesiani lo stesso cuore e la stessa passione per la salvezza dei giovani.
La sua missione aveva un duplice scopo: quello della santificazione
personale (“fare del bene a sé stessi”: cioè chiamato a vivere una vita cristiana
esemplare, con uno stile di vita semplice e virtuoso, quasi come se fosse “in
Congregazione”). Poi la salvezza degli altri, l’azione apostolica, con l’obiettivo
di un impegno attivo per il prossimo, con un focus speciale sulla “gioventù
pericolante”.
Don Bosco, con grande pragmatismo, stabilì che chi non poteva
compiere queste opere direttamente (“per sé”) poteva comunque contribuire
sostenendo chi le faceva (“per mezzo di altri”). Questo principio rendeva
l’esperienza accessibile a tutti, indipendentemente dall’età, dalla salute o dalle
risorse economiche.
24

3.5 Page 25

▲torna in alto
Don Egidio Viganò nella sua lettera L’Associazione dei Cooperatori
Salesiani,14 nell’occasione della promulgazione solenne dell’allora nuovo
Regolamento di vita apostolica dell’Associazione dei Cooperatori Salesiani, 1986,
scriveva che questo nuovo Regolamento non era un semplice aggiornamento
normativo, ma un evento di portata storica che completava il rinnovamento
postconciliare dell’intera Famiglia Salesiana. Scrive don Viganò che mentre “Don
Bosco non considerò conclusa la sua lunga e travagliata missione di
Fondatore finché non riuscì a dare una struttura valida e una propria Carta
d’identità a questa Associazione”, tale processo di rinnovamento sta in
continuità con l’esperienza fin lì vissuta che “era stata presente, in certo modo
e in germe, già agli inizi del suo progetto a favore dell’Opera degli Oratori.”
Aggiunge, inoltre, che il carisma salesiano ha in sé una “duttile vitalità”
che gli permette di adattarsi ai tempi senza perdere la propria essenza. Don
Bosco era partito dall’intuizione fondamentale della missione giovanile e
dall’urgenza di avere collaboratori permanenti. Solo dopo più di trent’anni di
discernimento, dal 1841 al 1876, era riuscito a dare forma definitiva al suo
progetto, passando da una dimensione diocesana a una vocazione universale.
Don Pascual Chávez, infine, in un intervento su Il Cooperatore nella
mente di don Bosco,15 commenta “Il Progetto di Vita Apostolica: via di fedeltà
al carisma di Don Bosco” sottolineando l’intuizione originale di Don Bosco
e richiamando la celebre frase: “Io ebbi sempre bisogno di tutti!”. In questa
espressione troviamo sintetizzata in maniera completa la sua visione, che non
è ridotta a vedere i Cooperatori come semplici aiutanti, ma come protagonisti
essenziali di una vasta rete di collaborazione che in effetti ha reso possibile la
diffusione mondiale dell’opera salesiana.
Don Chávez scrive che l’identità del Cooperatore, secondo don Bosco,
si articola in tre dimensioni fondamentali: prima, è un cristiano cattolico;
seconda, ha una vocazione secolare; terza, è salesiano nel mondo,
richiamando la stessa conferenza di don Bosco nel 1885. In quella conferenza
don Bosco disse:
Che cosa vuol dire essere Cooperatore salesiano? Essere Cooperatore
salesiano vuol dire concorrere insieme con altri in sostegno di un’opera
fondata sotto gli auspizi di San Francesco di Sales, la quale ha per
iscopo d’aiutare la S. Chiesa ne’ suoi più urgenti bisogni; vuol dire
concorrere a promuovere un’opera tanto raccomandata dal Santo
Padre, perché educa i giovanetti alla virtù, alla via del Santuario, perché
ha per fine principale d’istruire la gioventù che oggidì è divenuta il
14 E. Viganò, L’Associazione dei Cooperatori Salesiani, Lettera pubblicata in ACG n.
318, 1986.
15 https://www.donboscoland.it/it/page/il-cooperatore-nella-mente-di-don-bosco
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bersaglio dei cattivi, perché promuove in mezzo al mondo, nei collegi,
negli ospizi, negli oratorii festivi, nelle famiglie, promuove dico, l’amore
alla religione, il buon costume, le preghiere, la frequenza ai Sacramenti,
e via dicendo.16
Alla luce di questa visione di don Bosco, il Progetto di Vita Apostolica
(PVA) traccia la strada per diventare una testimonianza autentica del progetto
di Dio a favore della crescita integrale dei giovani. Tale strada diventa reale
quando i Salesiani Cooperatori si impegnano a:
a. assicurare l’identità dell’Associazione attraverso una fedeltà dinamica
al carisma originale. Lo studio e la riflessione del carisma sia fonte che
nutre continuamente la comprensione e il vissuto della chiamata;
b. rafforzare l’unità dei membri nella loro diversità. La ricchezza della
provenienza e la varietà dei doni che ogni membro ha e la situazione
personale di ciascuno, sia una opportunità per creare spazi di
convergenza, condivisione e abitare nuovi spazi di azione;
c. infine, promuovere la vitalità missionaria di ciascun Cooperatore. La
chiamata a sentirci come don Bosco vuol dire essere guidati da un cuore
pronto “ad uscire”, un cuore che si sente inviato, un cuore missionario.
Tale convinzione supera il pericolo di una chiusura che finisce per far
perdere il fuoco della chiamata.
Insieme a queste proposte di don Pascual Chávez, vale la pena ribadire
il suo invito affinché non perdiamo quella freschezza che don Bosco
comunicava e che oggi spetta a noi non smarrire, non indebolire. Il suo
progetto ancora oggi mostra il proprio valore nella misura in cui ogni
Salesiano Cooperatore cerca di essere, prima di tutto, una persona dedita al
bene comune in ambito politico, sociale e umanitario. In questa ottica, in
secondo luogo, l’attenzione privilegiata ai poveri e agli esclusi diventa la forza
che spinge l’azione pastorale. In terzo luogo, viene ribadito l’impegno per una
comunità credente, nel sostenere la vitalità alla Chiesa attraverso uno spirito
di servizio autentico, vero e senza interessi. Infine, l’invito a formarsi
continuamente perché la testimonianza nel suo insieme e ovunque sia nutrita
di quella spiritualità laicale che forma alla vita evangelica, una vita portatrice
della buona notizia, lievito nella società.
6. Alcune proposte pastorali
16 Bollettino Salesiano Luglio 1885, Anno IX. n. 7 vedi:
https://sdl.sdb.org:9343/greenstone3/library/collection/bolletin/document/HAS
Hf4b23f9c8aeedeefebb44e;jsessionid=5747EC043839057DDD329A721E7B8FAA
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In quest’ultima parte offro alcune proposte pastorali che possano essere
studiate e discusse all’interno dei vari Gruppi della Famiglia Salesiana. Sono
proposte che emergono dalle varie considerazioni fin qui esposte e che sono
intimamente legate con la Parola di Dio che ci ha accompagnati in questa
STRENNA 2026. L’augurio, per me e per ogni singolo membro della Famiglia
Salesiana, è di porre sempre davanti a noi la forza e la luce della Parola. Da
questa energia chiediamo allo Spirito di Dio che ci conceda coraggio e
determinazione per vivere con fede il messaggio di Gesù, e vivendolo di portare
il “vino della speranza” ai giovani.
1. "Fate quello che vi dirà": verso una pedagogia dell’ascolto
personale
Le parole di Maria ai servitori di Cana si offrono come un vero metodo
educativo. Maria invita a un ascolto personale che porta dall’individualismo
indifferente all’autonomia responsabile e solidale, dal conformismo esteriore
sterile alla conversione del cuore.
- Educhiamo i giovani all’ascolto personale della parola di Dio verso una
fede adulta e consapevole.
- Promuoviamo il discernimento a livello personale e comunitario, di gruppi
e di assemblee.
2. Maria a Cana: educatrice della libertà autentica
Maria non costringe i servitori, ma li orienta verso Colui che può
trasformare la loro vita. È il modello di ogni autentico educatore nella fede: non
imporre, ma proporre; non costringere, ma accompagnare; non sostituirsi, ma
rendere capaci.
- Cresciamo come educatori ed educatrici che aiutano i giovani a porsi le
domande giuste, evitando il pericolo di dare risposte preconfezionate.
- Diventiamo coscienti che l’autorevolezza nasce dalla testimonianza
coerente e autentica, non dall’autoritarismo soffocante.
- Accettiamo che educare alla libertà significa anche preventivare il rischio
del “no”, di una risposta negativa, di un rifiuto, e che in ogni caso occorre
sempre rispettare le scelte dei giovani all’interno di un cammino graduale
di crescita.
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3. L’arte di leggere i segni dei tempi con i giovani
Una pastorale incarnata sa leggere la realtà giovanile senza pregiudizi né
nostalgie del passato. I giovani vivono in un mondo complesso, attraversato da
sfide inedite: la rivoluzione digitale, l’incertezza del futuro, la crisi delle istituzioni
tradizionali, le nuove forme di povertà esistenziale.
- Ascoltiamo in maniera empatica: prima di giudicare, cerchiamo di
comprendere il mondo giovanile dall’interno.
- Facciamo una lettura sapienziale: vediamo nei cambiamenti culturali non
solo minacce, ma anche opportunità per l’annuncio.
- Promuoviamo la conversazione nello Spirito: la “sinodalità” la viviamo in
maniera evidente quando coinvolgiamo i giovani stessi nell’ascolto
reciproco, nell’analisi della loro realtà e nella formulazione di nuove
proposte.
- Con uno sguardo di fede, riconosciamo l’azione di Dio anche nelle
situazioni apparentemente più lontane dal Vangelo.
4. Scegliere: la libertà cristiana come risposta vocazionale
Uno dei punti più delicati della pastorale giovanile salesiana di oggi è il
rapporto tra fede e libertà. Solo “l’ascolto libero” permette di sperimentare la forza
liberante del Vangelo.
- Offriamo ai giovani spazi ed esperienze fatte di un cristianesimo
coraggioso, non timoroso, una proposta di vita cristiana semplice e
credibile.
- Orientiamo all’azione: ogni azione e proposta concreta siano vissute e
guidate dalla Parola perché diventino segni di una spiritualità integrale. Il
servizio emerge allora come naturale espressione di una fede matura e di
una libertà autentica.
5. I 150 anni dei Salesiani Cooperatori: un modello per oggi
La commemorazione dei 150 anni dei Salesiani Cooperatori offre alla
missione salesiana una opportunità unica: il sogno di don Bosco di un "grande
movimento di persone" impegnate per il bene della gioventù.
- Protagonismo giovanile: i giovani non sono solo destinatari dell’azione
pastorale, ma soggetti attivi. Come i primi Cooperatori fin dall’inizio, i
giovani hanno condiviso il sogno di don Bosco. Lo stesso deve valere per i
giovani di oggi: sono chiamati a essere protagonisti dell’evangelizzazione,
in modo più esplicito dei loro coetanei.
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- Alleanze educative: la missione salesiana non può essere opera di singoli,
ma richiede reti di collaborazione tra famiglie, comunità cristiane, scuole,
associazioni, mondo del lavoro. I Salesiani Cooperatori di ieri e di oggi
rappresentano questo spirito di alleanza pastorale.
- Dimensione missionaria: il carisma salesiano è intrinsecamente
missionario. Ogni scelta pastorale non può limitarsi alla conservazione
dell’esistente, ma deve aprirsi alle periferie, alle nuove povertà, ai giovani
più lontani.
- Laicità feconda: i Salesiani Cooperatori testimoniano la bellezza della
vocazione laicale nella Chiesa. Questo significa valorizzare e prendere sul
serio il ruolo specifico dei laici nell’educazione alla fede, rispettando e
promuovendo la loro competenza e autonomia.
Conclusione
La STRENNA 2026 consegna alla Famiglia Salesiana un programma
insieme impegnativo e affascinante. In un tempo in cui i giovani sono spesso
descritti solo in termini di problematicità o fragilità, la proposta salesiana li
guarda con gli occhi della fede: quando incontrano proposte credibili e testimoni
autorevoli, i giovani si mostrano sinceri portatori di doni specifici, realmente
capaci di ascolto autentico, pronti a fare scelte generose.
Come Maria a Cana, noi educatori ed educatrici nella fede siamo chiamati
a testimoniare Cristo ai giovani, non come “oggetto” ma come relazione
liberatrice, a proporre la vita cristiana non come regole da seguire, ma come
pienezza di vita gratuitamente offerta. “Fate quello che vi dirà” non è un invito
all’obbedienza cieca, ma alla libertà responsabile comunicata da chi ha già
incontrato e sperimenta l’Amore, e vuole condividerlo perché in lui c’è la vera
vita.
Chiudo con una riflessione di Romano Guardini17. Egli afferma che la
nostra fede è una “«fede contestata», che deve continuamente accertare il
proprio fondamento, e disfarsi magari del vario e del bello per attenersi
soltanto all’essenziale.” Ciò vuol dire che quando sorge il dubbio o lo
scoraggiamento, che spesso ci attaccano nella nostra missione, ci accorgiamo
che la vera fede è quella “che sempre di nuovo si rizza contro il dubbio. […]
Quella caratteristica forma di fede che (San Giovanni Henry) Newman ha ben
descritto quando affermò che «credere» significa «poter sostenere il dubbio»”.
17 R. Guardini, Sorge um dem Menschen, Bd. I, Werkbund, Würzburg 1962, tr. it. di
Albino Babolin, Ansia per l’uomo, vol. I, Morcelliana, Brescia 1970, p. 130.
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Il vino nuovo delle nozze di Cana, che simboleggia la novità promossa da
chi crede, noi lo portiamo con gioia e speranza anche e soprattutto in mezzo a
sfide e difficoltà, dubbi e incertezze. Sia nella Chiesa come nella società, i giovani
che accompagniamo sono portatori di una sete di vita autentica. Cercano di
incontrare credenti, che comunicano una proposta cristiana credibile e per
questo sono da loro creduti. È questa la sfida che la STRENNA 2026 affida a tutti
noi della Famiglia Salesiana che abbiamo a cuore le nuove generazioni.
Il sogno di don Bosco continua ogni volta che un giovane scopre negli
educatori e pastori che incontra non un limite alla sua libertà, ma la strada per
diventare pienamente sé stesso, un credente che vive la sua fede al servizio dei
fratelli. È questa la “buona notizia” che la missione salesiana è chiamata ad
annunciare: l’audacia della fede e la gioia della condivisione.
È questa la STRENNA che con gioia e commozione vi offro, e che mi
impegno a vivere io per primo.
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