Ratio-lettura-nello-spirito


Ratio-lettura-nello-spirito

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PADRI DI PADRI
Lettura nello Spirito della nuova Ratio
La magnanimità del Signore nostro consideratela come salvezza
(2Pt 3,15)
Premessa
Mi è stato chiesto di offrire una Lettura nello Spirito della nuova Ratio. Il tema mi permette di
andare al di là di una presentazione didattica o di una lettura didascalica. Sono letture importanti,
ma qui cercherò di cogliere alcuni snodi, alcuni movimenti chiave, quelle intenzioni insite tra le
righe del testo e che si possono cogliere grazie all’esperienza. L’intenzione è di suscitare uno
sguardo altro per arricchire il nostro afflato formativo.
La Parola di Dio con cui attraverserò i vari passaggi è il Vangelo di Emmaus, testo che
troviamo commentato in una delle lectio.1
Farò riferimento ad alcuni scrittori in questa Lettura nello Spirito della nuova Ratio. Con la Lettera
sul ruolo della letteratura nella formazione (17 luglio 2024) papa Francesco ha voluto offrire una
indicazione precisa circa la grande attenzione che, nel contesto della formazione dei candidati al
sacerdozio, e similmente alla vita religiosa, si deve prestare alla letteratura.
Evidentemente la presentazione non è esaustiva. Il quadro completo lo dà solo lo studio (e
non semplicemente la lettura) di tutta la Ratio.
Sommario
1. Ardere come il fuoco
Lo scopo della formazione
2. Fraternizzare
Sulla pedagogia d’ambiente
3. Renditi
Formazione, trasformazione e responsabilità
4. L’inquietudine
Anche Dio non è tranquillo…
5. La fatica e il sacrificio
Amare la fatica
6. Lectio Vitae
Questioni di sguardo
7. Tensioni formative
Polarità nella Ratio
8. È l’ora del jazz
Dall’orchestra alla jam session
1 Società Salesiana di San Giovanni Bosco, La formazione dei Salesiani di Don Bosco. Ratio Fundamentalis Institutionis et Studiorum. Principi e norme (quinta edizione),
Roma Sacro Cuore - Sede Centrale Salesiana, 26 Gennaio 2026, p.136-137. In seguito citerò il documento con Ratio.
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1. ARDERE COME IL FUOCO
Lo scopo della formazione
Don Bosco - L’amore dunque verso Dio e verso il prossimo deve sempre essere come un fuoco acceso
nel nostro cuore.2 Scrisse al giovane Giovanni Garino: Avrei bisogno di farti cacciatore di anime.3
Lc 24,32 - «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci
spiegava le Scritture?».
Lasciarsi avvicinare da Cristo, camminare con Lui, ascoltarlo lungo le vie della vita, in una
lectio divina che è una lectio vitae, accende il cuore, lo fa ardere. Urge essere accesi, avere il fuoco
dentro, ardere se vogliano avere ardore missionario e ardire una vita consacrata capace di superare
le stagnazioni, talvolta evidenti altre volte latenti. Teniamo lo sguardo ampio e rendiamoci conto
che parlare di formazione oggi è parlare della vita consacrata di domani. Chiederci che formazione
vogliamo per i nostri giovani salesiani e per tutti noi significa chiederci quale tipo di vita
consacrata oggi possiamo osare. Solo un cammino formativo che fa ardere può ardire una vita
consacrata credibile. L’accompagnamento deve portare ad ardere, ad essere accesi e non
solamente a scavare dentro di sé per trovare le radici delle proprie ceneri. Pur essendo questo
importante, Don Bosco è stato un grande formatore, capace di infiammare i suoi figli spirituali con entusiasmo
e gioia.4
I discepoli di Emmaus son tornati senza indugio a Gerusalemme perché, accesi da Cristo,
avevano un fuoco da portare. Così scrive Cormac McCarthy (1933-2023) nel libro La strada
(2007):
Durante la notte si svegliò e tese l’orecchio. Non si ricordava più dov’era. Il pensiero gli strappò un sorriso.
Dove siamo?, disse.
Cosa c’è, papà?
Niente. E tutto a posto. Dormi.
Ce la caveremo, vero, papà? Sì. Ce la caveremo.
E non ci succederà niente di male.
Esatto.
Perché noi portiamo il fuoco.
Sì. Perché noi portiamo il fuoco.5
***
Cercò di mettere a fuoco il sogno ma non ci riuscì. Ne conservava solo la sensazione. Forse quelle creature
erano venute a metterlo in guardia. Su cosa? Sul fatto che non poteva riaccendere nel cuore del bambino ciò che era
ormai cenere nel suo. 6
La nostra formazione – tutta, iniziale e permanente – porta il fuoco? Accende? È acceso in
noi formatori il fuoco di Dio, per Dio, per i giovani, per i poveri? Le domande non sono retoriche
dato che è da tempo che la formazione sembra non incidere sulla vita di quanti hanno fatto una scelta di sequela.
2 Cf. Giovanni Bosco, Il cattolico provveduto per le pratiche di pietà con analoghe istruzioni secondo il bisogno dei tempi. Torino, Tip. dell’Oratorio di S. Franc. di Sales 1868,
pp. 87-91.
3 Giovanni Bosco, Lettera a Giovanni Garino, Calliano, 10 ottobre 1860 in Fonti Salesiane, p.676.
4 Ratio n.44.
5Cormac McCarthy, La strada (The Road), Einaudi 2007, p.64.
6Cormac McCarthy, La strada (The Road), Einaudi 2007, p.117.
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Oggi assistiamo ad un’offerta vorticosa di incontri e progetti ma la loro incidenza nella cura della vita interiore
sembra essere scarsissima. Riflettiamo sulla formazione, perché sentiamo interiormente che questa debba essere
rifondata non solo ripensata.7 Sono parole che fan pensare perché scritte da un confratello che ha
esperienza sul tema. Abbiamo bisogno di un fuoco capace di trasformarci interiormente ovvero
che ci porti a interiorizzare quanto viviamo. L’alternativa è rimanere in superficie, è l’apparenza
del perfezionismo, è il freddo dell’inferno. Questo è un luogo dove manca il fuoco, senza nessun
calore, senza nessuna passione.8 Non il molto sapere scalda, sazia e soddisfa l’anima, ma il sentire
e gustare ogni frammento di vita interiormente
Il tema del fuoco ricorre in alcuni punti strategici della Ratio come l’unione con Dio, la
missione tra i giovani e la castità consacrata. È una immagine sintetica e chiara di quello che il
documento vorrebbe e dovrebbe ottenere dai cammini formativi: accendere i salesiani, renderli
capaci di custodire il fuoco e di portarlo a tutti e in tutte le situazioni fino alla fine (Gv 13,1). Un
vero padre è acceso e un padre si può dire compiuto quando ha acceso un altro padre.
Ecco alcuni passaggi che ci fanno intuire che la formazione tocca il cuore quando accende
non limitandosi a modificare comportamenti esterni o a sviluppare competenze, seppur
preziose.9
§ Il fuoco interiore del Da mihi animas10
Don Bosco voleva che in noi “l’ardore della carità facesse ‘andare di pari passo… la vita attiva e
contemplativa” (CG22 20). “Abbiamo bisogno di raggiungere, quasi toccare, il fuoco interiore del Da mihi
animas, in cui preghiera e lavoro si unificano nella partecipazione alla carità pastorale del Risorto” (CG29 17).11
La stessa incandescente citazione del CG29 la ritroviamo completa al n.28: Abbiamo bisogno di
raggiungere, quasi toccare, il fuoco interiore del Da mihi animas, in cui preghiera e lavoro si unificano nella
partecipazione alla carità pastorale del Risorto. Questo è essere appassionati del Signore!” (CG29 17). 12 È
significativa la ripetizione di questa citazione nel giro di pochi numeri! Sta a dire quanto il tema
del fuoco interiore ci stia a cuore. Non è una metafora decorativa: è il punto preciso dove
contemplazione e azione si toccano fisicamente. L’espressione quasi toccare è straordinaria:
suggerisce che il Da mihi animas non è un motto ma una brace interiore da cercare, a cui avvicinarsi,
da cui lasciarsi bruciare. E l’esito di questo tocco è dichiarato senza mezzi termini: essere appassionati
del Signore. È questo lo scopo di ogni cammino formativo.
Il fuoco interiore del Da mihi animas è un’inquietudine mistica ed apostolica insieme, una forma
di carità contemplativa autenticamente salesiana che nella Ratio troviamo sintetizzata con
l’espressione ardore apostolico.13 Non è dunque un optional spirituale, bensì un indicatore del
discernimento vocazionale. L’inquietudine apostolica è il frutto della contemplazione, ne è la
misura. Più il salesiano è autenticamente contemplativo, più è apostolicamente ardente. E
viceversa. L’ardore apostolico è la misura dell’autenticità e profondità della contemplazione.14
§ Il fuoco si accende col fuoco
La formazione avviene per contagio, come narra l’esperienza di don Bosco con don Cafasso:
Come il giovane don Bosco imparò alla scuola di don Cafasso, il fuoco si accende col fuoco.15 È un principio
7 Don Mario Guariento, Riflessione sulla formazione in tempo di cambiamento.
8 Cf. Luigi Epicoco, Per custodire il fuoco. Vademecum dopo l’apocalisse, Einaudi 2023, p.61.
9 Cf. Ratio n.7.
10 Ratio n.22.28.
11 Ratio n.22.
12 Ratio n.28.
13 Ratio n.27 e n.846.
14 Ratio n.27.
15 Ratio n.64.
3

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formativo: non si trasmette per dottrina ma per prossimità ardente, attraverso la propria
testimonianza. Un formatore (e tutti lo siamo) spento non accende nessuno ed è una
controtestimonianza. Il fuoco si accende col fuoco è un principio che attraversa la Ratio e, più in
generale, tutta la nostra pastorale. Occorre ricordare che ogni insegnamento della dottrina deve situarsi
nell’atteggiamento evangelizzatore che risvegli l’adesione del cuore con la vicinanza, l’amore e la testimonianza.16
§ La piccola fiamma smunta
Citando la Christus Vivit, la Ratio offre un bellissimo passaggio sullo sguardo del formatore
verso chi è fragile (cf. Isaia 42,3): Lo sguardo attento di chi è stato chiamato ad essere padre, pastore e guida
dei giovani consiste nell’individuare la piccola fiamma che continua ad ardere, la canna che sembra spezzarsi ma
non si è ancora rotta.17 È un fuoco da custodire più che da accendere. L’arte del formatore sta nel
cogliere quale indicazione vocazionale – in particolare nella formazione iniziale – restituisce una
fiamma che si affievolisce. I motivi possono esser vari e diversi, e richiedono un sapiente e onesto
discernimento. A volte manca semplicemente quell’ossigeno che permette al legno di bruciare,
altre volte è il legno che non brucia nonostante tutto. È una immagine che invita ad avere grande
delicatezza e che richiede un accompagnamento orante.
§ Riaccendere il dono18
Il versetto posto all’inizio del capitolo 9, Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te (2Tim
1,6), ci ricorda che il fuoco si può anche spegnere. Fedeltà e perseveranza sono state al centro
dell’intervento di Papa Francesco il 28 gennaio 2017 nel suo Discorso alla Plenaria della
Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di vita apostolica. Ne riporto uno
stralcio. Possiamo ben dire che in questo momento la fedeltà è messa alla prova […]. Siamo di fronte ad una
“emorragia” che indebolisce la vita consacrata e la vita stessa della Chiesa. Gli abbandoni nella vita consacrata ci
preoccupano. È vero che alcuni lasciano per un atto di coerenza, perché riconoscono, dopo un discernimento serio,
di non avere mai avuto la vocazione; però altri con il passare del tempo vengono meno alla fedeltà, molte volte solo
pochi anni dopo la professione perpetua. Che cosa è accaduto? Negli abbandoni vi è molte volte sia una
responsabilità personale che istituzionale. In alcuni casi il fuoco non c’era proprio, in altri il legno
era verde e avrebbe avuto bisogno di stare più tempo in legnaia per maturare, in altri ancora non
è stato alimentato a sufficienza. Vi sono poi situazioni in cui si è spento a causa di una formazione
debole, di una vita consacrata che ha tradito sé stessa, di una promessa non mantenuta o di una
formazione che non sa intercettare i cuori. E attenzione: si può abbandonare rimanendo dentro
la vita consacrata.
La Ratio ci ricorda che la vocazione salesiana, come ogni vocazione cristiana, non è una realtà statica: è
un dono che accompagna tutta l’esistenza e che va continuamente accolto e rinnovato.19 Le stagioni della vita
attestano che la vocazione è un processo continuo: il Signore ci chiama giorno dopo giorno. Di conseguenza,
anche la nostra risposta alla chiamata è permanente e ininterrotta.20 Riaccendere il dono significa lasciarsi formare
dal Signore nella vita ordinaria della missione, nella fraternità della comunità e nell’incontro con i giovani.21
16 Papa Francesco, Evangelii gaudium, n.42.
17 Ratio n. 107
18 Ratio p.340-341.
19 Ratio p.341.
20 Ratio n.642.
21 Ratio p.341.
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§ Fuochi che consumano invece che custodire
Questo passaggio mette in guardia dall’idea che il fuoco sia solo entusiasmo apostolico. È,
invece, anche ciò che custodisce dalla fragilità affettiva: la solitudine, infatti, può essere fatale per
un’anima che non arde di una grande passione.22 Ardere non è retorica missionaria e essere infiammati
non è solo passione per le anime. È anche la condizione di tenuta psico-spirituale: chi non arde
per qualcosa di grande resta esposto al vuoto che la solitudine consacrata può aprire, condizione
che diventa più pesante quando la comunità è affettivamente povera. Se la nostra identità è
relazionale, la formazione non può che essere relazionale e sinodale,23 e per questo le comunità per i giovani
confratelli, sia religiose sia più ampiamente educativo pastorali, vanno scelte con cura. Non è
facile perché il contesto in cui siamo e il tipo di organizzazione che abbiamo (cf. ad esempio il
ruolo del direttore nelle grandi opere) rischia di polverizzare la stessa comunità salesiana. E molte
volte, come ha scritto papa Francesco, il problema non sempre è l’eccesso di attività, ma soprattutto sono le
attività vissute male, senza le motivazioni adeguate, senza una spiritualità che permei l’azione e la renda
desiderabile.24
Il freddo porta a cercare situazioni ed esperienze con cui colmarlo, fuochi che consumano
invece che custodire e lanciare nella missione. Siamo consapevoli che, senza un cuore colmo dell’amore di
Dio (ndr: e quindi acceso), non possiamo seguire Gesù nel suo vivere casto25 e non possiamo vivere con
radicalità la vita consacrata. In tal senso consacrazione e missione, discepolato e testimonianza
sono due respiri di un unico cuore custodito da una vita che non si trascura.
2. FRATERNIZZARE
Sulla pedagogia d’ambiente
Don Bosco - Per operai che lavorano nella vigna del Signore s’intendono tutti coloro che in qualche modo
concorrono alla salvezza delle anime. E, notate bene, che operai qui non s’intendono solo, come alcuno può credere,
i sacerdoti, predicatori e confessori, che certo più di proposito son posti a lavorare e più direttamente s’affaticano a
raccoglier la messe, ma essi non son soli, né essi basterebbero.26
Lc 24,33-36 - Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e
gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi
narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane. Mentre essi
parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro.
Il Vangelo di Emmaus inizia con la descrizione di due discepoli soli che, delusi e tristi, se ne
vanno da Gerusalemme. E termina con una scena comunitaria in cui Gesù in persona stette in mezzo
a loro. Il racconto della esperienza di fede ha bisogno del contesto comunitario. È lì che mi
racconto ed è lì che ascolto il racconto del fratello. È gratuito il fatto che Gesù si avvicini, è una
grazia riconoscerlo ma è poi determinante avere un contesto che conferma nella fede, un luogo
nel quale Gesù sta in mezzo e che per questo forma. Diventa decisivo il noi nella formazione con
Gesù che sta in mezzo. Pur riconoscendo ad ogni soggetto la sua responsabilità, al formatore come
al formando, è il noi il grembo formativo per eccellenza. La Ratio lo afferma in modo lapidario:
22 Ratio n.113.
23 Ratio n. 60.
24 Papa Francesco, Evangelii Gaudium, n.82.
25 Ratio n.113.
26 Giovanni Bosco, Tutti sono chiamati a lavorare nella vigna del Signore in Fonti salesiane 1, LAS, Roma 2014, p.716-717. Stralcio di una conferenza pronunciata
dinanzi a 203 giovani 19 marzo 1876.
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la Chiesa, “generatrice ed educatrice di vocazioni” (PDV 35), è il grembo in cui si sviluppa ogni vocazione e
cammino formativo.27 Anche il formatore più illuminato può poco se l’ambiente ha una marcia, un
ritmo o addirittura una direzione diversa.
Credo che il verbo fraternizzare possa coagulare tutti i movimenti formativi che avvengono
grazie ai vari soggetti perché ogni relazione formativa è in sintesi una relazione di fraternità. Per
questo San Giovanni Paolo II scrisse: Tutta la fecondità della vita religiosa dipende dalla qualità della vita
fraterna in comune. Più ancora, il rinnovamento attuale nella Chiesa e nella vita religiosa è caratterizzato da una
ricerca di comunione e di comunità.28
La fraternità oggi non si esaurisce nella comunità religiosa, ma coinvolge tutta la comunità
educativo pastorale in modo esplicito. A conferma di ciò, CG25 (nn. 78–81) ha ampliato il nucleo
animatore [ndr: in Reg.5 prima era la comunità salesiana] per dire che la comunità religiosa, come punto di
riferimento carismatico, è una delle sue parti integranti.29 Alla luce di ciò, la CEP rappresenta il contesto ideale
per favorire la formazione nella missione condivisa, soprattutto per chi è in formazione iniziale.30 Questa non
riguarda primariamente i programmi e le strutture, ma le persone e necessita di relazioni vive31
Reclutiamo allora nella formazione – dei consacrati così come dei laici – persone accese, persone
appassionate, gente innamorata di Dio, dei giovani, dei poveri, della missione. Assoldiamo uomini
e donne capaci di lasciarsi ferire dalla realtà e che non sono preoccupate dello schema da
osservare. Occorrono persone “distratte” perché attratte da ciò che conta e che scalda il cuore.
E questo perché Dio è il formatore per eccellenza, “ma in quest’opera Egli si serve della mediazione umana,
ponendo a fianco di colui che Egli chiama alcuni fratelli e sorelle maggiori” (VC 66).32
È pericoloso ridurre la formazione unicamente all’approccio formale e, ad esempio,
accontentarsi dell’adempimento delle regole. Queste sono poste al servizio della “pedagogia della grazia”33
e, pur riconoscendone il valore, non necessariamente sono il metro di misura della fedeltà. Occorre
riconoscere all’approccio regolare e strutturato maggiori probabilità di essere trasformativo e fruttuoso, ma è
altrettanto vero che senza i vari interventi informali e l’ambiente comunitario verrebbe meno l’efficacia dei momenti
formali. […] La prassi educativa dell’Oratorio teneva insieme in equilibrio l’approccio formale con quello informale
(vedi “la parolina all’orecchio”), l’accompagnamento del gruppo con quello che si gioca nella relazione personale.34
Alla luce di questo, esserci o non esserci nella informalità non è la stessa cosa. Non solo. Se
questo è vero, ci sono “attività informali” o, se vogliamo, faccende quotidiane, che non sono
secondarie. Appartenere alla casa al punto da prendersene cura insieme, farsi da mangiare insieme,
giocare, pulire una stanza, fare la spesa, tutte attività che nella vita religiosa, comprese le case di
formazione, rischiamo di appaltare a terzi, non sono secondarie. Tutt’altro. E quando sono
appaltate, rischiamo di inventarci delle attività informali per stare insieme (la gita, la pizza…)
quando la vita già di per sé ce le dona. Questo non è un problema solo della formazione, ma della
vita consacrata nel suo insieme che rischia di essere disincarnata, di perdere il contatto con la
realtà e di essere disancorata da quella benedetta quotidianità che tiene con i piedi per terra.
Lontani dalla realtà, la fraternità rischia di diventare effimera e, alla lunga, comoda e pretenziosa.
Il problema non è inventarci delle attività da condividere, ma nell’agire quotidiano vivere la
fraternità e abitare quello che il popolo vive.
27 Ratio 216.
28 Giovanni Paolo II, Ai partecipanti alla plenaria della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e Società di Vita Apostolica, 20 novembre 1992.
29 Ratio p.585.
30 Ratio n.71.
31 Cf. Ratio n.184.
32 Ratio n.60.
33 Ratio n.8.
34 Ratio n.184.
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Nella convinzione che tutto educa e che tutti educano, la Ratio allarga lo spettro dei soggetti
formativi pur non piallandoli. Afferma che don Bosco ha curato le relazioni personali, ma era soprattutto
il formatore di un ambiente ricco di rapporti e di figure educative esemplari, di proposte e di stimoli.35 Se questo
è vero, è l’ambiente nel suo insieme che è formativo, che scolpisce la persona, che la modella.
Molto significativa a tal proposito la testimonianza di papa Francesco sulla sua esperienza dai
salesiani.
La vita di Collegio era un “tutto”. Ci si immergeva in una trama di vita, preparata in modo che
non ci fosse tempo ozioso. Il giorno passava come una freccia senza che uno avesse il tempo di annoiarsi. Io
mi sentivo sommerso in un mondo che, sebbene preparato “artificialmente” (con risorse pedagogiche), non
aveva nulla di artificiale. La cosa più naturale era andare a Messa la mattina, come fare colazione, studiare,
andare a lezione, giocare durante la ricreazione, ascoltare la “Buonanotte” del P. Direttore. A ognuno si
facevano vivere diversi aspetti assemblati della vita, e questo creò in me una coscienza: coscienza non solo
morale ma anche una specie di coscienza umana (sociale, ludica, artistica, ecc.). Detto in modo diverso: il
Collegio creava, attraverso il risvegliarsi della coscienza nella verità delle cose, una cultura cattolica che non
era per nulla “bigotta” o “disorientata”. Lo studio, i valori sociali di convivenza, i riferimenti sociali ai più
bisognosi (ricordo di aver imparato lì a privarmi di alcune cose per darle a persone più povere di me), lo
sport, la competenza, la pietà... tutto era reale, e tutto formava abitudini che, nel loro insieme, plasmavano
un modo di essere culturale. Tutte le cose si facevano con un senso. Non c’era nulla “senza senso”.36
Ogni frammento concorre al processo formativo. L’alternativa è la diabolica separazione dei
settori, degli ambiti, degli spazi, dei ruoli, delle persone che portano avanti il loro lavoro in modo
parallelo e schizofrenico senza incontrarsi (e, ahimè, accade!). Una parte del corpo muore se non
è unita al tutto: il cuore è prezioso ma fuori dal corpo muore, il cervello è l’organo più affascinante
ma staccato dal corpo diviene nulla. Ogni gesto, ogni parola, ogni sguardo e anche ogni assenza
e ogni silenzio sono capaci di rendere un’azione educativa o di renderla vana se non, talvolta,
malevola. Tutto educa per questo nulla può essere lasciato al caso o appaltato all’improvvisazione
o delegato a terzi anonimi. Non è forse vero che nella nostra storia c’è stata una parola o un gesto
che ha illuminato la nostra vita? E non è forse vero che è bastato uno sguardo intimidatorio a
renderci tristi e paurosi? Il frammento “pesa” quanto il tutto, perché nel frammento vi è il tutto.
La formazione viene forgiata dai dettagli. Gli occhi di una persona sono capaci di trasmettere la
totalità di una vita. Tutta la comunità educativo pastorale educa così come ogni persona e per
questo chi c’è – anche nelle mansioni apparentemente secondarie – fa la differenza.
Dobbiamo quindi ricordarci sempre, con le scelte concrete e non solo con le parole, che
educa l’insieme, il noi. La Ratio lo dice in vari passaggi (anche citando Costituzioni e Regolamenti).
Qualche esempio.
§ Il naturale ambiente di crescita vocazionale è la comunità, dove il confratello s’inserisce con fiducia e
collabora con responsabilità (C 99).37
§ L’assimilazione dello spirito salesiano è fondamentalmente un fatto di comunicazione di vita (R 86), il
cui contesto naturale è la comunità, locale e ispettoriale. […] La comunità di Valdocco, ispirata al Sistema
Preventivo, era un ambiente che accoglieva, orientava, accompagnava, stimolava ed esigeva. La formazione non è
mai a senso unico: per sua natura, è sempre relazionale.38
35 Ratio n.219.
36 Papa Francesco, Ricordi Salesiani, in Osservatore Romano 29 gennaio 2014.
37 Ratio n.219.
38 Ratio n.219.
7

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§ Come la famiglia è l’ambiente naturale per la formazione dell’essere umano, così la comunità e la CEP
sono gli ambienti più idonei per la formazione salesiana (CG29 48).39
§ Un buon discernimento presuppone un clima di comunione e di fiducia all’interno dell’équipe formativa,
nel pieno rispetto della differenza dei ruoli e nella grande capacità di accoglienza reciproca.40
La Ratio, assumendo i movimenti della recente storia salesiana, si spinge oltre riguardo ai laici
con indicazioni concrete:
§ È particolarmente utile che nell’équipe formativa in senso lato siano presenti laici, sia uomini che donne
con esperienza e competenza, specialmente quando sono corresponsabili della missione o membri della Famiglia
salesiana (CG29 49; cfr. FSDB 249–251).41
§ (nelle pagine riguardanti il noviziato) È consigliabile che alcuni laici partecipino occasionalmente ai
processi di formazione. Si tratta di persone con un serio cammino spirituale e che si identificano con il carisma
salesiano, in particolare membri della Famiglia salesiana e del nucleo animatore della CEP, in contatto diretto
con i novizi. È altresì importante garantire la presenza di una o più figure femminili, consacrate o laiche (CG29
39e, 49).42
Il coinvolgimento dei laici è tale da prevedere che siano adeguatamente interpellati in vista
delle ammissioni:
§ Nelle modalità di ammissione si osservino i seguenti passaggi, tenendo conto della diversità di situazioni
colloquio con il direttore, confessore e guida spirituale e la presentazione della domanda (FSDB 802–803); parere
dei laici e delle famiglie con cui il candidato condivide la sua vita e le sue attività pastorali, soprattutto se membri
del nucleo animatore della CEP, acquisito dal direttore in modo adeguato.43
§ Ammissione alla professione perpetua. Il direttore della comunità formativa raccoglie in modo appropriato
il parere dei laici e delle famiglie con cui il candidato condivide la vita e le attività pastorali. Si chiede anche il
parere della comunità religiosa salesiana a cui il candidato appartiene.44
Queste ultime direttive, ad es. i laici dentro l’equipe formativa, sono molto chiare e ci invitano
a trovare le strade per renderle concrete, senza scadere nella scelta delle “quote rosa” ovvero di
concedere qualche ora di presenza allo psicologo o al laico di turno solo per soddisfare
l’indicazione. La presenza dei laici dovrebbe essere pensata non come occasionale bensì come
sistematica e sistemica, come fraternità allargata, come soggetti essenziali per fraternizzare. È
proprio impossibile pensare a famiglie che vivono la fraternità con noi? È un tema che tocca la
stessa vita religiosa. Perché non sognare una fraternità salesiana allargata che non si limiti la ritiro
mensile o poco più?
Anche il ruolo dei giovani è centrale nella formazione. Recita la Ratio: Se la missione è con e per
i giovani, e se è comunitaria — condivisa tra salesiani e laici — allora formarsi alla missione significa entrare in
un circolo di reciprocità formativa. È una dinamica viva, in cui salesiani e laici formano i giovani, i giovani e i
salesiani formano i laici, e i giovani e i laici formano noi salesiani.45 È molto stimolante questa visione,
vera anche quando non è tematizzata perché è quello che avviene concretamente nella realtà.
Volenti o nolenti, nel bene e nel male, vi è sempre reciprocità formativa, e vi è anche con i giovani.
Formarsi alla missione, dunque, è lasciarsi plasmare dalla missione stessa, là dove prende corpo: nella comunità,
tra i giovani, nella Parola, nella vita.46 Questa reciprocità formativa, che inevitabilmente c’è, richiede che
39 Ratio n.97.
40 Ratio n.693.
41 Ratio n.232.
42 Ratio n.407.
43 Ratio n.811.
44 Ratio n.849.
45 Ratio n.891.
46 Ratio n.891.
8

1.9 Page 9

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abbiamo coscienza nel peso formativo di ciascuno degli attori e del fatto che mai nessuno è
neutrale. Questa forza ha bisogno di una forma che non può ridursi ad un francobollo da affrancare
e che non può essere realizzata a tavolino, quanto appresa dall’umile e paziente ascolto della
realtà.
L’intuizione del tutto educa47 è preziosa e vera. Dobbiamo lavorare per tradurla in scelte e
prassi formative adeguate e, probabilmente, diverse dalle attuali. In particolare, in punta di piedi
e sapendo che camminiamo insieme, proprio perché tutto educa, mi permetto di dire che è
necessario recuperare maggiore adesione al quotidiano stando umilmente alla cattedra della realtà.
In questo il tema del lavoro e del mantenimento delle nostre comunità, anche formative, possono
essere di grande aiuto, ma fatichiamo a trovare strumenti idonei a giudicare il nostro impegno e
il nostro tenore di vita per poi agire di conseguenza.
Un’ultima annotazione. Nella formazione – sia nelle case di formazione sia nelle opere
apostoliche – la Ratio conferma il ruolo del direttore come elemento chiave.48 Riconosciamo tutti
la complessità di questa figura nelle opere apostoliche, in particolari in quelle con più settori.
Quando è così ne risente proprio il suo compito di animatore spirituale e, quindi, di formatore.
È un nervo che rimane scoperto.
3. RENDITI
Formazione, trasformazione e responsabilità
Don Bosco - renditi umile, forte e robusto…
Lc 24,28-31 - Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più
lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per
rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora
si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero.
L’obiettivo dell’offerta di sé a Dio nella consacrazione religiosa non è semplicemente un ideale di perfezione,
né la disponibilità a un’opera particolare, ma la formazione dei sentimenti del Figlio nel cuore della persona
consacrata, condividendo la sua totale oblazione al Padre e ai fratelli.49
Tutto serve questo unico obiettivo: nel cuore del salesiano possano prendere forma i
sentimenti del Figlio. Non la perfezione morale, non l’efficienza apostolica, non la conformità
istituzionale. I sentimenti del Figlio, quei sentimenti capaci di penetrare e abitare la vita, tutta la
vita, capaci di interiorizzare ovvero di “portare dentro” motivazioni e convinzioni. La formazione
non è un recinto in cui stare ma una strada su cui camminare e vivere, una strada in molti casi da
dissodare e spianare con fatica ma con altrettanta esuberanza. I sentimenti del Figlio preferiscono
l’inedito della strada, salire da Gerico a Gerusalemme, alla sicurezza del recinto.
Questo obiettivo va letto alla luce di quanto scritto in Natura e scopo, contenuti, destinatari: La
Ratio è una guida autorevole e vincolante per la formazione, con una sua intrinseca normatività. È fondamentale
comprendere che tale carattere normativo mira al superamento di un approccio puramente legale o prescrittivo.
L’intenzione non è affatto l’abbandono delle regole, quanto piuttosto un loro riposizionamento essenziale: le norme
contenute in questo documento sono poste al servizio della “pedagogia della grazia”, che costituisce la vera e profonda
47 Ratio n.249.
48 La parola ricorre 226 volte nel documento.
49 Ratio n.58.
9

1.10 Page 10

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norma carismatica della nostra missione. 50 È innanzitutto la Grazia che lavora, che scava, che crea le
condizioni, che trasforma, che spiazza. Scrive San Paolo: E noi tutti… veniamo trasformati in quella
medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore (2Cor 3,18)51
Affinché l’aratro formativo possa rovesciare la terra e creare un solco in cui seminare i
sentimenti che furono in Cristo Gesù (Fil 2,5), servono varie forze.
La prima è lo Spirito e per questo il documento afferma che la formazione […] è un’azione divina,
non semplicemente umana, quindi un’azione in cui l’agricoltore è Dio stesso. Tuttavia, -afferma - questa
azione divina richiede la nostra libera risposta e continua collaborazione.52 Questa trasformazione, questa
trasfigurazione non è solo uno sforzo umano: è un’opera divina compiuta dallo Spirito Santo, che dimora in noi e
rende possibile questa trasformazione.53
Allo stesso tempo nella formazione-trasformazione non vi possono essere anime spettatrici,
tantomeno cammini in cui si è portati continuamente in braccio e in cui l’agognata meta è
presentata su un piatto d’argento. L’azione dello Spirito non attenua in alcun modo la responsabilità della
persona consacrata.54 Nella frase Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù (Fil 2,5), il
soggetto è voi. La trasformazione domanda la responsabilità personale. Traduciamo tutto questo
nel vocabolario salesiano: otteniamo la parola Renditi. È un chiaro invito a fare in modo che
l’opera della nostra esistenza si compia. È un laboratorio di speranza, è un appello alla
responsabilità personale, un compito non delegabile a terzi, è la richiesta a lavorare sulle proprie
fragilità. Quel Renditi sembra dirci: Sei meglio di così,55 puoi essere meglio di come sei ora, puoi/devi
contribuire alla tua trasformazione.
I formandi (e lo siamo tutti!) sono i primi agricoltori del terreno della propria vocazione e
allo stesso tempo devono essere grati per l’arduo lavoro compiuto da altri. Vocazione e
formazione sono chiamata e risposta,56 riconoscimento della Parola e adesione alla Parola,
stupore e intraprendenza. E tutto questo nella libertà. Il cuore non può essere forzato, ma può essere
attratto. I responsabili della formazione devono mostrare “la bellezza della sequela del Signore ed il valore del
carisma in cui essa si compie” (VC 66; cfr. EG 167). È con la bellezza della propria vita che i formatori
irradiano la loro influenza e comunicano la gioia del Vangelo (EG 15.167). Questa è la dinamica dell’esempio
e della testimonianza. Come il giovane don Bosco imparò alla scuola di don Cafasso, il fuoco si accende col fuoco.57
Contestualmente il formatore con discrezione e delicatezza cammina al fianco del fratello e lo aiuta a
leggere la sua intera vita e la sua esperienza religiosa attraverso le chiavi della fede. Al momento opportuno, inoltre,
sa fare un passo indietro e, come il Risorto, scomparire. In questo modo aiuta il fratello a spiccare il volo e ad agire
con piena responsabilità e libertà.58
La Ratio, pur affermando l’inderogabile compito dell’accompagnamento, a più riprese
ricorda che i giovani confratelli sono protagonisti nei propri processi di formazione.59 Il tema è ribadito in
più passaggi, ad esempio riguardo la formazione intellettuale: Il confratello in formazione è il primo
responsabile della propria preparazione intellettuale.60 L’espressione primo responsabile ricompare anche in
altri contesti e indica che il primato soggettivo non è del formatore, dell’ispettore o della struttura,
ma del confratello stesso.
50 Ratio n.8.
51 Cf. Lectio di 2Cor 3,18 in Ratio, p.84-86.
52 Ratio n.58.
53 Cf. Lectio di 2Cor 3,18 in Ratio, p.86.
54 Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, il dono della fedeltà la gioia della perseveranza. Manete in dilectione mea (Gv
15,9). Orientamenti, LEV 2020, n.39.
55 Enrico Galiano, Dormi stanotte sul mio cuore. Ricordati di fare ciò che ti fa sentire vivo, Garzanti 2020, p.193.
56 Ratio n.58.
57 Ratio n.64 ove è citato: G. CAFASSO, Esercizi spirituali al clero, I: Meditazioni 641–642.
58 Miguel Ángel Moreno Nuño in Ratio, cap.5: Camminare insieme: accompagnamento e discernimento.
59 Ratio n.219.
60 Ratio n.173.
10

2 Pages 11-20

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2.1 Page 11

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Allo stesso tempo la formazione non è concepita come solitaria. Nella sezione delle chiavi di
lettura del documento, la Ratio definisce un principio strutturale: Tale formazione deve essere
partecipativa e sinodale: i giovani salesiani in formazione iniziale sono protagonisti attivi, non semplici destinatari
passivi del loro processo formativo.61 L’aggettivo attivi non è pleonastico: indica che la partecipazione
non è formale o consultiva, ma costitutiva del processo. L’antitesi con destinatari passivi rivela una
critica implicita a modelli formativi non partecipativi. Questo richiede un cambio di stile, passando da un
approccio “verticale”, basato sul controllo e sulle regole, a uno stile sinodale che privilegia l’ascolto, il dialogo, la
pazienza e le decisioni condivise (CG28 23; CG29 39g). 62
La Ratio introduce il concetto di docibilitas (ripreso da Novo Millennio Ineunte) e lo definisce
così: La docibilitas è il modo in cui rispondiamo alla grazia, ci apriamo allo Spirito e ci lasciamo toccare e educare
dalla vita, dalle persone, dalle situazioni esistenziali. È la nostra capacità di imparare dalla vita. Non è una
semplice accettazione docile, obbediente e passiva ma un coinvolgimento pieno, attivo e responsabile della persona,
un atteggiamento essenzialmente positivo nei confronti della realtà, e la libertà interiore di lasciarsi istruire da
qualsiasi frammento di verità e bellezza che ci circonda.63 Essere docili non significa essere passivi:
significa essere attivamente aperti. Il protagonismo del formando non è autosufficienza, ma
disponibilità consapevole e libera alla grazia, la quale non sopprime la libertà del formando: la
esige.
È importante giungere a creare prassi concrete che facciano crescere nell’assunzione di
responsabilità, pena la deresponsabilizzazione e la regressione ad atteggiamenti infanti. Riguardo
le case di formazione, la vita di tanti giovani della medesima età che devono lavorare, studiare e
farsi da mangiare, credo possa offrire degli stimoli di riflessione. Questo nodo e snodo –
protagonismo, libertà, grazia, docibilitas, assunzione di responsabilità – è un tema fecondo, ma che
richiede convergenza. Stiamo maturando un’idea comune sul significato di assunzione di
responsabilità e responsabilizzazione? Concordiamo su prassi condivise per portare i confratelli
ad essere protagonisti nei processi di formazione? Ricordiamoci che la formazione è
trasformazione non se crea persone che non daranno problemi o che saranno congruenti con il
sistema, ma se plasma uomini e donne di Dio, persone con una statura interiore attraente. Se il
consacrato profuma di Dio, la gente lo percepisce subito. Se non profuma, il vuoto si avverte
immediatamente.
Questo tema dei modelli formativi partecipativi temo non trovi la medesima interpretazione
e declinazione nella formazione. Più in generale, ho l’impressione che un lavoro non più
derogabile sia quello di intendersi su alcune parole, sul peso e significato di alcune prassi
formative, su alcune espressioni che vengono comprese in modo diverso a seconda degli ambienti
e delle persone creando di fatto una varietà di modelli formativi. Lo stesso carisma che un tempo
aveva una interpretazione comune, oggi rischia di essere compreso in modo molto diverso a
seconda dei contesti. Questo è un tema che emerge con forza nelle comunità internazionali e che
richiederà un continuo lavorio per non cadere nella tentazione di accontentarsi di un carisma di
compromesso.
61 Ratio n.7.
62 Ratio n.65.
63 Ratio n.106.
11

2.2 Page 12

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4. L’INQUIETUDINE
Anche Dio non è tranquillo…
Don Bosco - In vista di tanti bisogni, di tanta mancanza di operai evangelici, notando che tutti voi chi in
un modo chi in un altro potete lavorare nella vigna del Signore, potrei io stare quieto e non manifestarvi il
secreto desiderio del mio cuore? Oh sì che desidererei di vedervi tutti slanciati a lavorare come altrettanti apostoli!
A questo tendono tutti i miei pensieri, tutte le mie cure, tutte le mie fatiche.64
Lc 24,15-15.25-27 - Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava
con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state
facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo
tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». […] Disse loro: «Stolti e lenti
di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per
entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si
riferiva a lui.
L’inquietudine, che abita nel cuore di ogni uomo e in particolare nei santi, traspare in modo
particolare sia nella ricerca di Dio sia nel desiderio di un apostolato scandito da notti insonni
perché il cuore non va mai a dormire. In Pär Lagerkvist il tema emerge in modo chiaro nelle sue
poesie, testi che rivelano un travaglio interiore in cui facilmente ci riconosciamo e che è l’humus
di ogni cammino formativo.
Tu che prima dei monti
e delle nubi esistevi,
del mare e dei venti.
Tu il cui principio
è prima del principio d’ogni cosa
E la cui gioia e sofferenza
antiche son più delle stelle.
Tu che giovane
hai eternamente errato oltre le galassie
e nel grande buio tra di esse.
Tu ch’eri solo prima della solitudine
e il cui cuore d’inquietudine era colmo
ben prima d’un umano cuore
non dimenticarmi.
Ma come potresti ricordarti di me.
Come potrebbe il mare
ricordarsi della conchiglia
traverso cui una volta ha sussurrato. 65
****
Che l’inquietudine del cuore
mai venga meno.
Ch’io non abbia pace mai.
Che mai mi riconcili con la vita,
con la morte tanto meno.
Che infinita possa esser la strada mia,
con una meta sconosciuta.66
In Pär Lagerkvist l’inquietudine emerge come ciò che colma il cuore di Colui che è Infinito,
come una forza capace di muoverci verso ciò a cui aneliamo con tutto il cuore e che nemmeno
conosciamo. La seconda poesia è una sintesi poetica fantastica di quello che dovrebbe essere un
processo formativo ovvero un cammino di anime inquiete, mai appagate da nulla, sempre alla
ricerca di una strada nuova da percorrere come se la meta fosse percorrere la strada e non
64 Giovanni Bosco, Tutti sono chiamati a lavorare nella vigna del Signore in Fonti salesiane 1, LAS, Roma 2014, p.720.
65 Pär Lagerkvist, La Terra della Sera, Bari 2007, p.57.
66 Pär Lagerkvist, La Terra della Sera, Bari 2007, p.83.
12

2.3 Page 13

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giungere alla sua destinazione. Sentirsi arrivati porta a perdere la strada, a soffocare l’anelito del
cuore, a presumere di avere già maturato gli stessi sentimenti che furono di Cristo Gesù (Fil 2,5).
Papa Francesco, intervenendo al Capitolo Generale dell’ordine di Sant’Agostino, propose tre
inquietudini: l’inquietudine della ricerca spirituale, l’inquietudine dell’incontro con Dio,
l’inquietudine dell’amore.
§ L’inquietudine della ricerca spirituale. Agostino è un uomo “arrivato”, ha tutto, ma nel suo cuore
rimane l’inquietudine della ricerca del senso profondo della vita; il suo cuore non è addormentato, direi non è
anestetizzato dal successo, dalle cose, dal potere. Agostino non si chiude in se stesso, non si adagia, continua a
cercare la verità, il senso della vita, continua a cercare il volto di Dio. Certo commette errori, prende anche vie
sbagliate, pecca, è un peccatore; ma non perde l’inquietudine della ricerca spirituale. E in questo modo scopre che
Dio lo aspettava, anzi, che non aveva mai smesso di cercarlo per primo.
§ L’inquietudine dell’incontro con Dio. L’inquietudine della ricerca della verità, della ricerca di Dio,
diventa l’inquietudine di conoscerlo sempre di più e di uscire da se stesso per farlo conoscere agli altri. […] E
Agostino si lascia inquietare da Dio, non si stanca di annunciarlo, di evangelizzare con coraggio, senza timore,
cerca di essere l’immagine di Gesù Buon Pastore che conosce le sue pecore (cfr Gv 10,14). […] Sempre inquieto!
E questa è la pace dell’inquietudine. Possiamo domandarci: sono inquieto per Dio, per annunciarlo, per farlo
conoscere?
§ L’inquietudine dell’amore. Agostino è erede di Monica, da lei riceve il seme dell’inquietudine. Ecco,
allora, l’inquietudine dell’amore: cercare sempre, senza sosta, il bene dell’altro, della persona amata, con quella
intensità che porta anche alle lacrime. […] Come siamo con l’inquietudine dell’amore? Crediamo nell’amore a
Dio e agli altri? O siamo nominalisti su questo? Non in modo astratto, non solo le parole, ma il fratello concreto
che incontriamo, il fratello che ci sta accanto! Ci lasciamo inquietare dalle loro necessità o rimaniamo chiusi in noi
stessi, nelle nostre comunità, che molte volte è per noi “comunità-comodità”? A volte si può vivere in un condominio
senza conoscere chi ci vive accanto; oppure si può essere in comunità, senza conoscere veramente il proprio confratello:
con dolore penso ai consacrati che non sono fecondi, che sono “zitelloni”. […] L’inquietudine dell’amore ci regala
il dono della fecondità pastorale, e noi dobbiamo domandarci, ognuno di noi: come va la mia fecondità spirituale,
la mia fecondità pastorale?
La Ratio non usa mai direttamente la parola inquietudine preferendo un lessico più formale
proprio di un documento come questo. Ciononostante, presentando il salesiano, traccia un
profilo che deve restare permanentemente in tensione dinamica: tra grazia e libertà, tra identità e
missione, tra contemplazione e azione, tra il dono ricevuto e il fuoco da ravvivare (cf. 2Tim 1,6),
in un equilibrio faticoso che è salvezza e che non deve essere risolto.
Il n.22 della Ratio, dal titolo La nostra consacrazione apostolica, riepiloga in termini salesiani
quanto fin qui detto usando espressioni come ardore della carità e fuoco interiore. Il n.138 ci ricorda
che l’ardore nella missione proviene dal mistero di Dio. È l’inquietudine per Dio che plasma l’apostolo,
e allo stesso tempo è l’azione apostolica […] il luogo privilegiato per l’incontro con Dio […] tanto che
possiamo affermare di essere chiamati a santificarci educando (ACG 337 38). A conferma di ciò il n.107
afferma che considerare i giovani un luogo in cui vivere l’incontro con Dio è una delle grandi caratteristiche della
spiritualità salesiana, e i giovani non sono quieti ma in ricerca.
La formazione non è allora il luogo in cui placare le nostre inquietudini e nemmeno un iter
in cui far scendere dalle barricate i nostri moti interiori scadendo in una vita consacrata light,
accomodata e accomodante (significherebbe autosabotarsi!), quanto un campo di battaglia in cui
l’inquietudine interiore sa farsi perseverante e mai sazia ricerca di Dio e desiderio di portare il
13

2.4 Page 14

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fuoco. La nostra è una spiritualità di vita attiva67 in cui ardere, ardore e ardire sono parole chiave sia
del rapporto con Dio sia della vita apostolica. San Benedetto, il tenace cercatore di Dio, assicura che il
monaco non è colui che ha trovato Dio: è colui che lo cerca per tutta la vita. Nella Regola (58,7) chiede di esaminare
le motivazioni del giovane monaco al fine di accertare in primo luogo «si revera Deum quaerit», se veramente cerca
Dio.68Allo stesso tempo se qualcosa deve santamente inquietarci e preoccupare la nostra coscienza è che tanti
nostri fratelli vivono senza la forza, la luce e la consolazione dell’amicizia con Gesù Cristo, senza una comunità
di fede che li accolga, senza un orizzonte di senso e di vita.69
Alcune espressioni particolarmente nostre – che troviamo nella Ratio – come interiorità
apostolica, spiritualità apostolica, consacrazione apostolica, grazia di unità sono il luogo in cui si fondono
questi due amori70, queste due inquietudini, questi due movimenti di sistole e diastole che per
essere e rimanere tali hanno bisogno di essere alimentati da quel desiderio di andare oltre che abita
chi ama e chi sa che l’amore non è mai abbastanza.
L’inquietudine del discepolo cristiano si radica nel cuore di Dio, sempre preoccupato per il
destino dell’uomo. Il cuore inquieto è il cuore che, in fin dei conti, non si accontenta di niente che sia meno di
Dio e, proprio così, diventa un cuore che ama. […] Il cuore di Dio è inquieto in relazione all’uomo. Dio attende
noi. È in ricerca di noi. Anche Lui non è tranquillo, finché non ci abbia trovato. Il cuore di Dio è inquieto. […]
Dio è inquieto verso di noi, è in ricerca di persone che si lasciano contagiare dalla sua inquietudine, dalla sua
passione per noi. Persone che portano in sé la ricerca che è nel loro cuore e, al contempo, si lasciano toccare nel cuore
dalla ricerca di Dio verso noi. Cari amici, questo era il compito degli Apostoli: accogliere l’inquietudine di Dio
verso l’uomo e portare Dio stesso agli uomini. E questo è il vostro compito sulle orme degli Apostoli: lasciatevi
colpire dall’inquietudine di Dio, affinché il desiderio di Dio verso l’uomo possa essere soddisfatto71.
Una parola che nella Ratio traduce questa prospettiva è urgenza (cf. anche Cost. 11):
§ al termine del noviziato, il neoprofesso […] ha compreso l’urgenza, insita nel Da mihi animas, di lavorare
per l’evangelizzazione e la salvezza dei giovani, e apprezza la collaborazione con i membri della CEP72;
§ il sacerdozio vissuto da salesiani si contraddistingue per un vivo senso di Chiesa, della sua presenza e della
sua missione nel mondo d’oggi, di cui alcuni segni sono […] l’ardore apostolico, l’interesse per le urgenze del Regno,
l’apertura alla fraternità umana73.
Nella vita consacrata ci salverà l’inquietudine74 e nella formazione ci salverà la capacità di
intercettare, dare un nome e ascoltare le inquietudini del cuore. Lascio la sintesi a Emmanuel
Mounier (1905–1950) che in una lettera alla madre, 12 gennaio 1928, scrisse: Più si vive, più ci si
accosta a Pascal: l’unica cosa che conta è l’inquietudine divina delle anime inappagate.
67 Ratio n.138.
68 Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, Contemplate. Ai consacrati e alle consacrate sulle tracce della Bellezza, n.12.
69 Papa Francesco, Evangelii gaudium, n.49
70 Ratio n.27
71 Benedetto XVI, Omelia, 6 gennaio 2012.
72 Ratio n.404.
73 Ratio n.846.
74 Cf. Giorgio Vittadini, Ci salverà l’inquietudine, in Avvenire del 14 giugno 2026.
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2.5 Page 15

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5. LA FATICA e IL SACRIFICIO
Amare la fatica
Don Bosco – Quando mi sono dato a questa parte di sacro ministero intesi di consacrare ogni mia fatica
alla maggior gloria di Dio ed a vantaggio delle anime.75
Lc, 24, 30-31 – Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro.
Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero.
Nostro padre era un esempio mirabile di una vita dedicata al lavoro e voleva che i membri della Società
Salesiana si caratterizzassero per lo spirito di intraprendenza e laboriosità. Valdocco divenne scuola di intensa
dedizione, dove si sviluppava una pedagogia del dovere, che non rifugge dalla fatica, ma diventa cammino di ascesi
e modo concreto di vivere la spiritualità.76
Il cammino formativo, quello iniziale così come quello che accompagna tutta la vita, non può
prescindere dalla fatica del parto. È un atteggiamento da mettere in conto quando si vuole salire
una montagna e la presenza della fatica non è necessariamente un giudizio negativo sulla realtà
che si sta vivendo, sebbene la fatica debba avere diritto di parola nei discernimenti e possa rivelarsi
talvolta un elemento dirimente. Allo stesso modo la fatica formativa non va neanche derubricata
come una tassa da pagare dimenticando la dinamica della croce.
Colgo, in una lettura trasversale della Ratio, l’implicita richiesta di non temere di affrontare
la fatica e di non temere di far fare fatica. La disponibilità alla fatica, carburata dalla passione del
cuore innamorato, è risposta a quell’appello che chiede di rischiare la vita. Noi vorremmo vivere
una intensità senza rischio77, ma non funziona così. E oggi più che mai. Il discepolo deve rischiare
sempre perché il rischio è la cifra dell’amore. La passione esige il passaggio all’infinito, un’iperbole.78 Il
Rettor Maggiore parla di audacia della fede79 invitandoci a non desiderare il confort di una pastorale
vissuta in prima classe. La vita consacrata deve mettere al bando tutto ciò che è comodità e deve
imparare ad osare, a coltivare desideri di follia. Se la vita consacrata non spicca per nulla in più, se non
desta sentimenti più profondi e risorse meno comuni, perché diventare religiosi? Se i voti non hanno niente di
straordinario, d’insolito, di “pazzesco”, non sarà forse perché sono stati ridotti a nostra misura? Se la vita
consacrata si è installata nella normalità, vuol dire che ha perso tutta la sua forza profetica; se fa di tutto, ma
niente di speciale, se non anticipa nulla di meglio, né annuncia né denuncia qualcosa, a cosa serve?80
Il libro Alzarsi all’alba ci consegna una preziosa frase di Veronica Yoko Plebani, sportiva
paralimpica italiana, la cui storia di resilienza e dedizione - dopo aver affrontato una grave
meningite da giovane - l’ha resa ispirazione per il testo di Mario Calabresi. Avevamo appena finito
una lunga chiacchierata e lei doveva allenarsi. Ha indossato la muta, ha raccolto i lunghi capelli sotto la cuffia e
prima di cominciare a camminare faticosamente sulla spiaggia, verso l’acqua gelata, mi ha raccontato un’ultima
cosa. Quella che ha messo in moto questo libro. Veronica ha entrambi i piedi amputati a metà, la sabbia è un
ostacolo, ma lei sorridendo si è messa in cammino. L’ho seguita con lo sguardo finché non l’ho vista tuffarsi e
nuotare verso il largo. L’ho invidiata, ho invidiato quella forza appassionata, e trovato straordinariamente audace
la sua ultima frase: «La fatica la devi adorare».81
Quando non c’è gusto per la fatica non c’è vocazione, quando non consideriamo la lotta
come un file di sistema annacquiamo la vocazione. Sul tema lascio la parola a René Voillaume:
75 Giovanni Bosco, Piano di Regolamento per l’Oratorio maschile di san Francesco di Sales in Torino nella regione Valdocco, in Fonti Salesiane, p.26.
76 Ratio n.88.
77 Anne Dufourmantelle, Elogio del rischio, Vita e pensiero 2020, p.33.
78 Anne Dufourmantelle, Elogio del rischio, Vita e pensiero 2020, p.33.
79 Cf. Fabio Attard, Fate quello che vi dirà. Strenna 2026, p. 55-57.
80 Pascual Chávez, «Sei tu il mio Dio, fuori di Te non ho altro bene» (Sal 16,2), in Lettere circolari ai Salesiani, p.93-112, da ACG 382 (2003).
81 Mario Calabresi, Alzarsi all’alba, Mondadori 2025, p.12.
15

2.6 Page 16

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Come vorrei in primo luogo arrivare a convincervi tutti ed ognuno in particolare, che lo stato di lotta interiore è uno
stato normale! E l’assenza di lotta che è anormale ed è spesso segno di rinuncia allo sforzo di superamento di sé
ed al progresso nell’amore. In ogni caso, il riposo e la calma non possono essere che passeggeri. La pace di cui parla
Gesù non è l’assenza di lotta, ma è nel sentimento dell’ordine che suppone precisamente uno sforzo pesante e penoso
di correzione. Gesù non ha avuto paura di parlare di violenza, di amputazione, di guerra, di contraddizione. È
importante l’aver ben capito questo ed aver accettato, come principio, la lotta come nostro stato normale sino alla
morte.82 Da queste parole emerge con evidenza che la vita spirituale non è benessere spirituale e
che di Gesù dobbiamo prendere tutto. Tutto. Colgo il rischio di far nostri solo alcuni suoi aspetti,
quelli che ci fanno star bene, quelli che ci mettono al riparo dalle fatiche dell’amore dimenticando
che la forma dell’amore cristiano è la croce. Oggi, anche nella nostra vita consacrata, sembra che
ciò che conta è star bene e non aver problemi. Questo pensiero porta con sé il rischio di archiviare
il mistero pasquale e di far diventare la croce un ostacolo o, nel migliore dei casi, un optional, un
ornamento, un semplice argomento teologico. La formazione non può non contemplare il
rischio, la fatica, il sudore, la temerarietà. Gesù è passato anche attraverso questi tornanti.
La parola che nella Ratio meglio compendia tutto questo è sacrificio. Afferma che il salesiano
è consapevole che lo scopo principale della sua vita ministeriale non è la propria realizzazione, né il buon esito delle
sue imprese, bensì spendere la sua vita per gli altri con tutto l’amore e il sacrificio che questo comporta, sapendo che
così lavora per Colui, senza il quale non possiamo far nulla.83 L’essere uomini di Dio scaturisce dalla
croce, non da altro.
L’esperienza della prova è formativa perché, se accolta e non subita, ti viene donata una
consapevolezza che può essere trasformata in forza, in potenza interiore, in coraggio. Similmente
le fragilità non devono mai diventare l’occasione per volare basso. Sono invece luoghi in cui Dio
parla e ti svela a te stesso. Richiedono un esigente e faticoso lavoro su di sé perché sei tu che
decidi cosa fare di quello che la vita ti ha fatto sapendo che il discernimento mette la struttura personale
e l’esperienza di vita dell’interessato a confronto con il progetto di vita dei Salesiani di Don Bosco. 84 Riguardo
l’ambiente familiare non si tratta di assicurarsi che un candidato provenga da una famiglia perfetta, che non
esiste, ma che sia in grado di elaborare positivamente le sue esperienze.85 È bene ricordare, infine, che i
formatori devono saper riconoscere se le fragilità che emergono sono Controindicazioni assolute86 o
Controindicazioni che possono essere assolute o relative87 e avere il coraggio di agire di conseguenza.
6. LECTIO VITAE
Questioni di sguardo
Don Bosco - Per prima cosa don Cafasso prese a condurmi nelle carceri, dove imparai tosto a conoscere
quanto sia grande la malizia e la miseria degli uomini. Vedere turbe di giovanetti, sull’età dei 12 ai 18 anni;
tutti sani, robusti, d’ingegno svegliato; ma vederli lì inoperosi, rosicchiati dagli insetti, stentar di pane spirituale e
temporale, fu cosa che mi fece inorridire.88
Lc 24,27 - E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva
a lui.
82 René Voillaume, Come loro nel cuore delle masse. Vita e spiritualità dei Piccoli Fratelli di Gesù, San Paolo 1987 (1a ed. 1950), p.221.
83 Ratio n.572.
84 Ratio n.758.
85 Ratio 93.
86 Ratio n.754.
87 Ratio n.755.
88 Giovanni Bosco, Memorie dell’Oratorio, in Fonti salesiane, p.1234.
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2.7 Page 17

▲torna in alto
Una delle espressioni che ritorna nella Ratio è “fare esperienza”. Sgomberiamo subito il
campo dicendo che non è sinonimo di fare esperienze. La differenza è sottile ma fondamentale.
Il testo è chiaro: Quando parliamo di esperienza, possiamo distinguere tra l’evento in sé e il suo impatto sulla
persona. In questo senso, possiamo parlare di “esperienze” da un lato e di “esperienza” dall’altro, intendendo con
quest’ultimo ciò che si impara dalle esperienze.89 Nella formazione non si vuole armare il proprio
curriculum formativo con mille esperienze diverse, ma di diventare capaci di interpretare e
discernere quanto la vita mette sul piatto: “fare esperienza”, si traduce come l’atteggiamento permanente di
discernimento, ovvero la capacità di ascoltare lo Spirito nelle esperienze quotidiane e vivere “con impegno formativo
qualunque situazione” (C 98.119).90
In campo formativo spesso si usa l’espressione fare formazione. Questa più che essere fatta è
un modo di vivere, di abitare l’umanità, è Lectio di quanto si vive. Ogni processo formativo trova
il suo completamento quando mi lascio trasformare interiormente da ciò che intuisco e capisco
come importante per me.
Don Bosco seppe ascoltare la voce di Dio di cui erano pregni i suoi sogni e le voci dei giovani,
luogo teologico per eccellenza. Anche noi siamo chiamati ad ascoltare la storia91, a vedere cosa
sta succedendo, a leggere e interpretare quei movimenti che sembrano portarci lontano in mari
aperti in cui gettare l’ancora non serve a nulla. Con l’aiuto dello Spirito Santo, siamo chiamati a
compiere una lettura teologica della storia convinti che la volontà di Dio emerge dagli eventi che
viviamo92.
Tutto questo è Lectio Vitae, espressione che sintetizza l’imparare dalla vita: leggere-ascoltare-
interpretare il quotidiano. Trasformare la vita in uno spazio formativo non significa accumulare tante
esperienze, ma piuttosto “diventare esperti”, cioè, crescere nell’arte di imparare da ciò che si vive.93 Ecco è lo
spessore formativo a cui siamo invitati: Durante la formazione iniziale, conta più la qualità che la quantità:
ciò che importa è imparare dall’esperienza, piuttosto che accumulare esperienze. […] Abbiamo bisogno di “sguardo
pastorale” e “serena attenzione” (EG 51; LS 225–226).94 Riguardo il tirocinio: La riflessione sull’esperienza
rappresenta il percorso principale di crescita intellettuale per il tirocinante.95 L’esame quotidiano della propria
esperienza educativa e pastorale riveste un ruolo cruciale nell’apprendere e interiorizzare il Sistema Preventivo come
un’esperienza spirituale.96
Una conseguenza pratica di questo postulato è che la peregrinazione formativa non è
necessariamente virtuosa. Talvolta è preferibile una certa stabilitas formativa – non solo di luogo
ma anche di personale formativo e soprattutto di impostazione formativa – che aiuta a penetrare
la propria quotidianità, a scavarla, a familiarizzare con ciò che si è. È un tema molto complesso
ma altrettanto cogente che non risolviamo con i Curatorium, per quanto siano importanti.
La Lectio Vitae ci offre un apprendimento vivo, un ascolto della voce di Dio tra le pieghe e le
piaghe della storia: è quello che fece Gesù con i due discepoli di Emmaus. È una occasione per
stare arpionati alla realtà lasciando che la realtà faccia da maestra. La Lectio Vitae porta benefici
quando la formazione non ti evita la vita. La possibilità di esser lieti nella vita non nasce dall’assenza di
dolore, ma dalla consapevolezza che tutte le vicende della vita, quelle felici, come quelle tristi, hanno un senso, un
significato, sono tutte passi di un cammino abbracciato da un amore più grande.97 Le persone che ti amano
non si limitano a sollevarti nelle inevitabili cadute, ma ti danno la forza per carpirne il valore.
89 Ratio n.73.
90 Ratio n.7.
91 Cfr. Fabio Attard in Evangelii Gaudium con Don Bosco, a cura di Antonio Carriero, Elledici 2018, p.192.
92 Fabio Attard, Fate quello che vi dirà. Strenna 2026, p. 32.
93 Ratio n.73.
94 Ratio n.78.
95 Ratio n.498.
96 Ratio n.503.
97 Oscar V. Milosz, Miguel Mañara commentato da Franco Nembrini, Centocanti Edizioni 2014, p.47.
17

2.8 Page 18

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Paradisi formativi artificiali, parentesi formative che anestetizzano rispetto alla propria storia,
percorsi pensati più con la testa che con il cuore, son vie che impediscono l’apprendimento
suggerito dal documento che stiamo affrontando.
Lascio alla Ratio riassumere questo punto: Cresciamo come educatori e pastori riflettendo sulle
esperienze pastorali in uno spirito di fede. Diventiamo attenti a ciò che Dio sta compiendo nella vita dei giovani e
nella nostra stessa vita, e impariamo ad avere un atteggiamento contemplativo di fronte alla realtà, ricco di lode,
stupore, gratitudine, affidando tutti e ciascuno nella preghiera.98
7. TENSIONI FORMATIVE
Polarità nella Ratio
Don Bosco – Noi abbiamo bisogno che ciascheduno sia disposto a fare grandi sacrifizii di volontà: non di
sanità, non di danaro, non di macerazioni e penitenza, non di astinenze straordinarie dal cibo, ma di volontà.
Perciò uno adesso deve essere pronto ora a salire in pulpito ed ora ad andar in cucina; ora a far scuola ed
ora a scopare; ora a fare il catechismo o pregare in chiesa ed ora assistere nelle ricreazioni; ora a studiare tranquillo
nella sua cella ed ora ad accompagnare i giovani nelle passeggiate; ora a comandare ed ora ad obbedire.99
Lc 24,13.33 - Ed ecco, in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio di nome
Èmmaus. […] Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme.
Mi soffermo su alcune polarità feconde da tenere insieme che aiutano a non compiere scelte
unilaterali. La Ratio sottolinea: Dobbiamo imparare a valorizzare la polarità tensionale tra il particolare e
l’universale, tra l’uno e il multiplo, tra il semplice e il complesso; annichilire questa tensione “va contro la vita dello
Spirito”.100 La fonte è papa Francesco (cf. Veritatis Gaudium), e il contesto è la formazione
intellettuale, ma il principio ha una portata ermeneutica generale. Queste tensioni non sono difetti
del documento: sono piuttosto il segno della sua maturità, della sua concretezza e della
complessità della vita. Un documento che le eliminasse sarebbe ideologico. Un documento che
le ignorasse sarebbe superficiale.
a) Norma e grazia: la tensione fondante
È una delle tensioni più profonde che regge tutto il documento. La Ratio è un documento
normativo — lo dichiara apertamente al n. 8 — eppure contestualmente afferma che il suo
carattere normativo mira al superamento di un approccio puramente legale o prescrittivo101 e che le norme
contenute in questo documento sono poste al servizio della “pedagogia della grazia”, che costituisce la vera e profonda
norma carismatica. 102
Il documento non rinuncia alle norme, ma non si fida di esse come strumento primario. Il
n.64 è lapidario: la formazione è una pedagogia della grazia, essa non potrà mai essere prima di tutto una
questione di regole e di norme. Eppure non mancano le prescrizioni, specie nella parte III (Criteri e
norme per il discernimento e le ammissioni)
Questa tensione è strutturale e consapevole, ma chi legge il documento senza coglierla rischia
di applicarlo o in modo libertario o in modo legalistico. Va conservata la tensione nella coscienza
che la legge è al servizio della Grazia. A tal proposito ci sono dei passaggi istituzionali che vanno
98 Ratio n.890.
99 Memorie Biografiche, vol.VII, p.47. Don Bosco disse queste parole ai salesiani all’interno di un discorso sui voti.
100 Ratio n.123.
101 Ratio n.8.
102 Ratio n.8.
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2.9 Page 19

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rispettati e che la Chiesa e la Congregazione, grazie alla loro esperienza, ci indicano. Allo stesso
tempo la storia è dinamica per cui ci muoviamo in ascolto dello Spirito.
b) Unità e diversità: la tensione istituzionale
Il n.9 afferma: la formazione è nello stesso tempo unitaria nei contenuti essenziali e diversificata nelle
espressioni concrete. Il n.7 dedica una delle cinque chiavi di lettura proprio a questo binomio.
La tensione emerge in modo acuto quando si considera che la Ratio vale per oltre 13.500
salesiani in 138 paesi, con contesti culturali, religiosi, sociopolitici radicalmente diversi. Il
documento risponde istituendo una gerarchia di strumenti — Ratio → Direttorio ispettoriale →
Progetto ispettoriale → Progetto locale → Progetto personale — ma la domanda rimane aperta:
fino a che punto la diversità è legittima prima di diventare disgregazione del carisma?
Il n. 13 dice che il pluralismo nell’attuare la formazione salesiana secondo le esigenze del contesto culturale
presuppone che il carisma sia il principio di unità. Ma il carisma non è un concetto matematico, non si
misura facilmente. Chi decide se una scelta formativa locale è inculturazione fedele o deriva
carismatica? Il tema è pregnante anche alla luce delle varie esperienze formative internazionali in
cui i formandi arrivano da esperienze salesiane declinate non sempre in modo sinfonico. Il tema
è delicato e affrontabile solo affrontando di volta in volta, caso per caso, il delicato e mai risolto
rapporto tra unità e diversità. Il costante e fedele riferimento all’esperienza di don Bosco e alla
tradizione salesiana rappresenta una importante bussola.
c) Formazione iniziale e formazione permanente: la tensione temporale
La Ratio capovolge la percezione comune e dichiara: la formazione iniziale trae la sua identità
dalla formazione che dura tutta la vita. […] La formazione permanente è l’idea madre e il principio che organizza
tutto ciò che le nostre Costituzioni affermano sulla formazione.103 Non è la formazione permanente a
dipendere da quella iniziale: è il contrario. Eppure la struttura del documento (e la prassi concreta
della Congregazione) dedica la maggior parte delle risorse, degli strumenti, delle norme e
dell’attenzione istituzionale alla formazione iniziale. La Parte II ne descrive minuziosamente ogni
fase; la formazione permanente occupa il capitolo 9, più breve.
C’è dunque una tensione tra la dichiarazione fondativa (la formazione permanente è il punto
di riferimento) e l’architettura documentale ove la formazione iniziale è il centro di gravità pratico.
Non è una contraddizione, ma è una asimmetria da riconoscere che ci invita a maturare un’idea
di formazione che attraversa tutta la vita.
Temo che l’espressione formazione permanente sia usurata e che abbia perso la sua forza
propulsiva, pur mantenendo intatto il suo peso specifico.
Una parola che la Ratio usa per comprendere la formazione permanente è la parola
conversione: Per formazione permanente o continua si intende un itinerario di tutta la vita sia personale sia
comunitario [...] È quindi un processo di continua conversione del cuore, ‘esigenza intrinseca della consacrazione
religiosa’ (VC 69).104 Da notare che il quindi non dice che la formazione permanente comporta
anche la conversione, ma che, per definizione, essere-in-formazione-permanente è essere-in-
conversione-continua. Dar forza alla parola conversione credo aiuti a comprendere meglio la
formazione permanente, tanto più se usiamo l’espressione conversione del cuore, contenuta nella
Ratio.105 È importante comprendere che la formazione, sia iniziale che permanente, non è un
103 Ratio n.74.
104 Ratio n.73.
105 Ratio n.73.
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2.10 Page 20

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cammino di “auto-miglioramento”, ma una relazione che per sua natura resta sempre aperta. La
formazione è toccare il cuore. Formare il cuore è un compito difficile. Quando terminano le fasi
iniziali della formazione il cuore del salesiano non è ancora formato per il resto della vita. Quando
pigrizia e superficialità formativa si insediano, lasciano in noi un sedimento di mediocrità.
La formazione intesa come permanente non si riferisce a un insieme di attività organizzate da un’istituzione
per l’aggiornamento o la qualificazione dei suoi membri106 e non è neanche una fase che comincia dopo la
formazione iniziale, quasi un “secondo tempo”. È invece la forma abituale di vivere la nostra
vocazione.107 A tal proposito la Ratio parla di stagioni della vita108 unificate dalla conversione
permanente.
Un’altra parola che possiamo prendere dal documento per custodire la tensione temporale
tra formazione iniziale e formazione permanente è docibilitas definita esplicitamente nel
Glossario109: Un atteggiamento attento alla grazia, un’apertura allo Spirito, la libertà di lasciarsi toccare ed
educare dalla vita, dalle persone, dalle situazioni esistenziali (e più ampiamente al n. 106).
La docibilitas della Ratio è una disposizione del cuore a lasciarsi formare dagli eventi, dalle
relazioni, dalla storia quotidiana. Il testo lo dice esplicitamente: lo scopo non è formare alla
docilità generica, ma rendere la persona realmente docibilis, capace di imparare dalla storia di ogni giorno
per tutta la vita.110
La docibilitas non sostituisce il rapporto formazione-conversione di cui parlavamo: lo
completa. Se la formazione permanente è il che cosa (l’itinerario che dura tutta la vita) e la
conversione è il verso dove (la trasformazione del cuore), la docibilitas è il come: l’atteggiamento
concreto, la disposizione interiore che rende possibile che la formazione sia davvero conversione
e non solo accumulo di esperienze.
Confrontandoci con la tradizione monastica che parla di studiositas, potremmo dire che la
Ratio trasfigura lo studium contemplativo monastico in chiave esperienziale e apostolica. La
docibilitas è, in altri termini uno studium vitae più che uno studium litterarum, di cui abbiamo
comunque bisogno e che non può esaurirsi nei corsi di aggiornamento.
Queste ultime vie indicate – conversione e docibilitas – ci aiutano ad avere uno sguardo più
unificato riguardo la formazione iniziale e la formazione permanente. Il tema terminologico, l’uso
della espressione formazione permanente, a mio avviso rimane aperto.
d) Protagonismo del formando e ruolo del formatore: la tensione pedagogica
La Ratio dichiara che il formando è protagonista necessario e insostituibile della sua formazione111 E
che i giovani salesiani sono protagonisti attivi, non semplici destinatari passivi112. La Ratio insiste sul tema
ricordando anche che i valori vocazionali si trasmettono meglio attraverso il coinvolgimento attivo dei confratelli
più giovani, responsabilizzandoli nelle scelte formative.113 E riguardo la formazione intellettuale i formandi
son indicati come i primi responsabili.114 La sfida è quella di rafforzare ‘l’uomo interiore’, cioè l’attitudine alla
conversione continua, evitando un formalismo sterile che non aiuta a maturare” (CG29 31).115
106 Ratio n.73.
107 Ratio n.73.
108 Cf Ratio n.644 e n.930.
109 Ratio p.584.
110 Ratio n.74.
111 Ratio n.60. Cita Giovanni Paolo II, Pastores dabo vobis (1992), n.69.
112 Ratio n.80.
113 Ratio n.1003.
114 Ratio n.173.
115 Ratio n.65.
20

3 Pages 21-30

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3.1 Page 21

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Riconoscendo il protagonismo del formando, la tensione emerge perché il formatore è
chiamato, specie nelle sedi istituzionali, ad esprimersi riguardo il cammino del formando. Son
passaggi delicati che richiedono verità, preghiera, onestà, parresia, capacità di cogliere i segni di
un vero cammino di conformazione a Cristo e l’assenza di controindicazioni assolute, specie nelle fasi
iniziali. Nelle apposite sedi si tratta di verificare – nelle varie ammissioni ed in altri momenti del discernimento
– se il candidato ha raggiunto la maturità necessaria per assumere gli impegni corrispondenti nel cammino della
vita consacrata salesiana.
e) Identità carismatica e missione condivisa: la tensione ecclesiologica
Il decreto di promulgazione lo dice chiaramente: proprio per questa prossimità crescente con un
numero grande di laici e membri della Famiglia salesiana nel mondo, a noi Salesiani è chiesta una sempre maggiore
fedeltà e trasparenza carismatica. La Ratio al n.48 afferma che la formazione congiunta con i laici costituisce
una priorità e al n.71 dice che la comunione carismatica tra le vocazioni non implica un livellamento o
l’abbandono delle identità specifiche.
La tensione è questa: più la missione viene condivisa con i laici, più il salesiano consacrato
deve essere carismaticamente identificato, facendo attenzione che questo non significa creare
separazione e/o clericalismo. Teniamo presente che il CG29 denuncia la mancanza di capacità di
vivere la missione condivisa, e parla di salesiani non adeguatamente preparati alla collaborazione con i
laici.116 È un tema che richiede innanzitutto interiorità.
La via che la Ratio presenta per custodire questa tensione è la formazione vissuta nella missione
condivisa, secondo lo stile del primo Oratorio: un’esperienza tipica di una Chiesa in uscita, in cui la missione stessa
diventa luogo formativo.117 Il tema è stato rilanciato dagli ultimi Capitoli Generali ed è, quindi, in fieri
dato che stati di vita diversi hanno cammini formativi e tempi necessariamente diversi e
diversificati. La Ratio è comunque precisa e decisa: Poiché siamo nati come comunione di vocazioni e
condivisione di doni, non siamo formati solo nella missione, ma in una missione condivisa (cfr. Carta 10). Per
questo, abbiamo bisogno anche di una formazione congiunta.118 Credo che il tema abbia bisogno di essere
preceduto da una riflessione concreta sulla vita congiunta per poter germogliare veramente.
f) Formazione per la missione e formazione nella missione: la tensione formativa
Questa è la novità più caratteristica della quinta edizione della Ratio, raccolta dall’invito di
papa Francesco al CG28: È importante sostenere che non veniamo formati per la missione, ma che veniamo
formati nella missione, a partire dalla quale ruota tutta la nostra vita, con le sue scelte e le sue priorità.119 È una
svolta reale già anticipata della Evangelii Gaudium: L’autentico accompagnamento spirituale si inizia
sempre e si porta avanti nell’ambito del servizio alla missione evangelizzatrice. […] I discepoli missionari
accompagnano i discepoli missionari.120 Eppure la struttura formativa che la Ratio descrive —
prenoviziato, noviziato, postnoviziato, tirocinio, teologia — è ancora, nella sua logica profonda,
una sequenza temporale in cui prima ci si forma e poi si va in missione. Il tirocinio è l’unica fase
esplicitamente vissuta nella missione.
La tensione è tra due poli che portati agli estremi sono ambedue devianti. Se la formazione
è solo nella missione, il rischio è quello di una pastorale priva di spina dorsale e di spessore,
mentre se la formazione è solo spirituale-intellettuale il rischio è quello di offrire una preparazione
116 Ratio n.71.
117 Ratio n.66.
118 Ratio n.71.
119 La citazione di trova nel Decreto di promulgazione della Ratio.
120 Papa Francesco, Evangelii Gaudium, n.173.
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3.2 Page 22

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spirituale e accademica disincarnata, dove la comunità salesiana è vissuta come un collegio. Scrive
la Ratio: Siamo chiamati e inviati ai giovani poveri e a rischio. Come Don Bosco e i primi salesiani, li accogliamo,
li formiamo e siamo a nostra volta formati da loro: senza i giovani poveri, non possiamo diventare i salesiani che
siamo chiamati a essere.121 Il tema è aperto e anche dibattuto.
Espressioni che aiutano a trovare il giusto equilibrio sono fare esperienza122 e apprendimento
dall’esperienza.123 Scrive la Ratio: La formazione avviene principalmente nella vita quotidiana (CG24 43).
L’apprendimento dall’esperienza e il discernimento comunitario, che la CEP vive al suo interno, costituiscono un
luogo naturale di formazione congiunta. Questo non esclude la necessità di momenti specifici di formazione.124 E
continuando in ambito pastorale: Si comprende come al cuore dell’accompagnamento pastorale ci sia il “fare
esperienza” dei valori della vocazione salesiana, ovvero discernere e rispondere alla voce dello Spirito nell’esperienza
del ministero (C 98.119). Cresciamo come educatori e pastori riflettendo sulle esperienze pastorali in uno spirito
di fede.125
Una prospettiva per sparigliare le carte di questa polarità ci è offerta dal CG29: Riconosciamo
con gratitudine che negli ultimi anni la Congregazione ha intrapreso un cammino significativo verso la
personalizzazione dell’accompagnamento, sottolineando che la formazione non riguarda primariamente i
programmi e le strutture, ma le persone: è un processo che mira alla crescita dei confratelli nella loro passione per
Cristo e per i giovani. Non schemi rigidi, ma relazioni vive (CG29 29).126 Questo testo è molto significativo
sia perché presenta il tipo di formazione che la Congregazione Salesiana desidera127 sia perché,
con la prospettiva della personalizzazione, può offrire nuove strade alla formazione nella
missione.
8. È L’ORA DEL JAZZ
Dall’orchestra alla jam session
Don Bosco - Il mio metodo si vuole che io esponga. Mah!... Non lo so neppure io. Sono sempre andato
avanti come il Signore m’ispirava e le circostanze esigevano. L’autore delle Memorie Biografiche così
commenta: Queste parole nella loro semplicità vogliono dire molto. Esse non significano già che fosse suo costume
andare senza saper dove, ma che non si era irrigidito in un sistema stereotipato, il quale gli bloccasse la
libertà dei movimenti di fronte a nuove iniziative o nuove esigenze.128
Lc 24, 15-16 – Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con
loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo.
Nell’orchestra della missione salesiana gli strumenti chiamati a suonare sono tanti, diversi e
tutti preziosi e proprio per questo solo insieme potremo creare una musica bella, contagiosa,
amabile, incisiva. L’importante è che il motivo musicale sia lo stesso, che gli strumenti siano
accordati e che le varianti sul tema scaturiscano dalla medesima passione per i giovani. Ho sempre
pensato che le nostre comunità salesiane e le nostre comunità educativo pastorali devono suonare
un unico spartito sotto l’umile regia di un maestro, anche lui parte dell’orchestra, capace di
valorizzare tutti.
121 Ratio n.7.
122 Cf. Ratio, n.121, 441, 457, 498
123 Ratio, p.592.
124 Ratio n.71.
125 Ratio n.890.
126 Ratio n.184.
127 Cf. Koldo Gutiérrez, Una introduzione al Capitolo 1 della Ratio nella sezione “Aspetti generali della nostra formazione”.
128 Memorie Biografiche, vol. XVIII, p.126-127.
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3.3 Page 23

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Nel lavoro fin qui redatto emerge, però, un respiro un po’ diverso. Le Costituzioni, riprese
dalla Ratio, descrivono il salesiano come colui che, vivendo in mezzo ai giovani e in costante rapporto con
gli ambienti popolari, si sforza di discernere negli eventi la voce dello Spirito, acquistando così la capacità d’imparare
dalla vita (C 119).129 Non si tratta di un’indicazione marginale. Nella sezione dedicata alle stagioni
della vita, la Ratio arriva a dirlo quasi in forma di tesi: la formazione permanente non è semplicemente una
serie di iniziative o programmi, ma un atteggiamento di apertura alla grazia che opera nella storia personale e
comunitaria.130 La fedeltà, qui, non è misurata da quanto viene attuato di un percorso prestabilito,
ma da quanto la persona resta capace di ascolto attivo dell’imprevisto e dell’inedito contenuto nel
grembo del quotidiano: è nella vita quotidiana che impariamo a discernere la voce dello Spirito negli eventi,
nelle gioie e nelle fragilità che incontriamo lungo il cammino.131 Non sono inviti a diffidare dei programmi
in quanto tali, dato che la stessa Ratio riconosce che un approccio regolare e strutturato ha
maggiori probabilità di essere fruttuoso132, ma a non collocare in essi il luogo primario della
formazione. Il programma resta un’impalcatura utile, ma la costruzione non può prescindere dalla
trama ordinaria degli incontri, delle fatiche, delle piccole sorprese di ogni giorno, dei pregi e sfregi
della propria storia personale dove lo Spirito parla con un linguaggio che nessun progetto può
anticipare del tutto. È un’indicazione che chiede al formatore e al formando la stessa virtù: la
libertà interiore di lasciarsi sorprendere e stupire da ciò che accade, senza la pretesa di possederne
già la regia.
Alla luce di questo, mi sembra che l’immagine dell’orchestra che esegue uno spartito non sia
più adeguata. Prevale in me un’altra immagine: quella della jam session di un concerto jazz.
Si tratta di una performance in cui i musicisti non hanno già deciso prima cosa suonare, ma
tutti improvvisano su griglie di accordi e temi assegnati o conosciuti. Si crea così una situazione
in cui il singolo si esprime musicalmente dimostrando al massimo le sue potenzialità, ma al tempo
stesso intrecciandosi con gli altri fino a creare un’unica espressione musicale. I ruoli degli
strumenti saltano a favore di un lavoro di interscambio attraverso il quale ogni esecutore influenza
l’altro. Nella jam session è determinante essere capaci di interazione musicale e di ascolto reciproco
per rispondere a quello che propongono i vari musicisti. Si tratta di cogliere al volo una ispirazione
musicale che nasce dall’improvvisazione degli altri. In questo modo lo spunto di un musicista
diventa l’idea geniale di un altro, e note ormai stanche possono essere rilanciate perché rimodulate
in modo nuovo. In questo contesto gli stessi errori possono diventare risorse. Risulta invece
dannoso e fastidioso il solipsismo degli improvvisatori quando, procedendo indipendenti,
ignorano gli spunti altrui. Anche il pubblico mal sopporta questi personalismi eccessivi.
La sfida è saper riconoscere che anche gli altri possono suonare qualcosa di bello, seppur
diverso. La jam session è un esempio evidente di come libertà e disciplina possano convivere: la
libertà dell’improvvisazione nasce proprio dalla conoscenza condivisa delle regole armoniche e
ritmiche. L’unico spartito che serve è la fiducia: è questa che dà agli altri la gioia di esistere e
quindi di agire. È lo Spirito Santo che origina la jam session della Chiesa, il ritmo della sua giovinezza. Ecco,
non si deve immaginare la Chiesa [ndr:. la formazione] come una costruzione di mattoncini Lego diversi che si
incastrano tutti al punto giusto, secondo debite proporzioni. Sarebbe, questa, un’immagine meccanica della
comunione ecclesiale. Potremmo meglio pensarla appunto come una relazione sinfonica, di note diverse che insieme
danno vita a una composizione. Non si tratta di una sinfonia dove le parti sono già scritte e assegnate, ma di un
concerto jazz, dove si suona seguendo l’ispirazione condivisa nel momento. Questo è il ritmo del futuro: il jazz.133
129 Ratio n.76.
130 Ratio, Meditatio, p.341.
131 Ratio, Meditatio, p.341.
132 Ratio n.184.
133 Antonio Spadaro, Crisi e futuro della Chiesa, in La Civiltà Cattolica - Quaderno 4140, p.521-536, 17 dicembre 2022.
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3.4 Page 24

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La formazione, luogo di ascolto per eccellenza, non può prescindere da questo ascolto in cui
lo Spirito – che è sempre profetico – ricama la storia in modo sorprendente, inedito e non
programmato. Così è la vita. Nel jazz è dall’ascolto impregnato di fiducia, stupore e meraviglia
che nasce un nuovo pezzo musicale. È questa la riposta a una delle tentazioni più serie che oggi vive la
Chiesa: […] schemi rigidi di formazione (papa Francesco).134
Il direttore di una Jam Session Jazz, sebbene non abbia un ruolo formale come il direttore
d’orchestra, ha alcune caratteristiche specifiche. Tra le qualità di un direttore di jam session vi è
la conoscenza di un ampio repertorio di standard jazz e pezzi comunemente suonati, la
comprensione, della teoria musicale e delle strutture tipiche del jazz, come le progressioni di
accordi, vi è la capacità di coordinare i musicisti presenti, decidere l’ordine degli assoli e garantire
che tutti abbiano l’opportunità di suonare. Soprattutto il direttore di una jam session jazz deve
essere capace di flessibilità, non essendoci una partitura scritta, e deve essere capace di gestire
una leadership condivisa tra i musicisti. Il direttore può emergere come leader informale, ma ogni
musicista ha l’opportunità di influenzare la direzione della sessione. In questo caso il direttore
deve essere abile a cogliere la peculiarità e l’estro di ciascun musicista per portarlo in un contesto
comunitario, collaborativo, di session. In sintesi il direttore di una Jam Session Jazz deve combinare
conoscenza musicale, capacità di improvvisazione, abilità comunicative per creare un ambiente
di apprendimento e creatività, mantenendo al contempo la sessione organizzata e piacevole. Non
sono forse queste le caratteristiche che auspichiamo per un formatore?
È una via per lasciar la regia formativa allo Spirito che geme in noi, nelle nostre opere, nei
giovani (cf. Rom 8,26-27).
A cura di don Igino Biffi
Roma, 28 giugno 2026
134 Papa Francesco, Discorso ai partecipanti al corso per rettori e formatori di seminari dell'America Latina, 10 novembre 2022.
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