11-Dicembre-2025

1 Pages 1-10

▲torna in alto

1.1 Page 1

▲torna in alto
Nell’attesa
che si compia
la BEATA
SPERANZA
e venga
il nostro
SALVATORE
Rivista fondata da
S. Giovanni Bosco
nel 1877
DICEMBRE
2025

1.2 Page 2

▲torna in alto
I FIORETTI DI DON BOSCO
B.F.
Il sogno dei
QUATTRO
TUONI
E rano tempi di grande
trepidazione per don Bosco:
attendeva da Roma
l’importante Decreto dei Privilegi,
che garantiva la tranquillità giuridica
della neonata Congregazione
salesiana.
Una notte don Bosco sognò:
«Mentre parlava di cose riguardanti
la Pia Società, si accorse che il cielo
si rannuvolava, finché incominciò
una tempesta con fulmini, lampi e
tuoni che facevano spavento.
Ed ecco scoppiare un tuono più
fragoroso da far tremare la casa!
Don Bonetti si alzò e andò sulla bal-
conata attigua e, dopo un po’, si mise
a gridare: «Una pioggia di spine!» e
le spine cadevano fitte come le gocce
d’acqua in una pioggia a dirotto.
Poi, un altro tuono fragorosissimo!
E il tempo parve si rischiarasse
alquanto e don Bonetti gridò dalla
balconata: «Oh bella! una pioggia di
boccioli!» Infatti, per l’aria si vede-
vano cadere fitti boccioli di fiori,
sicché tutto il suolo sembrava un
tappeto ricamato.
Un terzo veementissimo rumoreggiar
di tuono!
E in cielo si aper-
se un po’ di se-
reno, che lasciò
intravedere qualche
raggio di sole, e
don Bonetti dalla
finestra gridò: «Una
pioggia di fiori!» e
l’aria era carica di
fiori di ogni colore, forma e qualità,
che in un istante coprirono la terra
e le case, con una mirabile varietà di
tinte.
Un quarto tuono fortissimo risuonò
per l’aria!
Il cielo era diventato tersissimo:
brillava un limpido sole. E don Bo-
netti dalla finestra: «Venite a vedere:
piovono rose!»
Infatti dal cielo cadeva una quantità
immensa di rose profumate e di ogni
colore.
«Oh finalmente!» esclamò don Bosco!
All’indomani radunò apposta il
Capitolo per raccontare questo sogno
che era una stupenda notizia per lui.
Il «tuono» nel linguaggio biblico
è simbolo della «voce di Dio» e la
«voce» è una metafora per esprimere
la forza manifestatrice della Divinità.
Così lo Spirito Santo, «che ha
parlato per bocca dei profeti», voleva
dare un segno di conforto al buon
don Bosco.
Dopo quattro anni, il 9 luglio 1884,
in mezzo ad una terribile tempesta,
che gettò nello sgomento tutti gli
abitanti di Valdocco, «verso le sei
pomeridiane» scoppiarono «improv-
visamente e a brevissimo intervallo
l’uno dall’altro quattro fulmini, con
tuoni così spaventosi da far traballare
tutto l’Oratorio, come se lo volessero
abbattere», don Bosco e i suoi diletti
figlioli che tanto avevano soffer-
to, poterono leggere, commossi, il
«Decreto della comunicazione dei
Privilegi».
Allora si ricordarono «del sogno
dei quattro tuoni, e della pioggia di
spine, di boccioli, di fiori e di rose.
2
DICEMBRE 2025

1.3 Page 3

▲torna in alto
Colombia
Nell’attesa
che si compia
la BEATA
SPERANZA
e venga
il nostro
SALVATORE
Rivista fondata da
S. Giovanni Bosco
nel 1877
DICEMBRE 2025
ANNO CXLIX
NUMERO 11
Mensile di informazione e cultura
religiosa edito dalla Congregazione
Salesiana di San Giovanni Bosco
La copertina: Attesa e speranza sono i segni di questo
DICEMBRE
2025
tempo (Foto gpointstudio/Shutterstock).
2 I FIORETTI DI DON BOSCO
4 IL MESSAGGIO DEL RETTOR MAGGIORE
6 DON BOSCO NEL MONDO
Illumina il futuro in Ciad
10 LE CASE DI DON BOSCO
Marsala
13 INCONTRI
14 TEMPO DELLO SPIRITO
16 SALESIANI
Don Jorge Mario Crisafulli
20 FMA
22 I RAGAZZI DI DON BOSCO
I magnifici tre
26 MISSIONARI
Don Gaetano Nicosia
30 EVENTI
Il Concerto di Natale
32 LE NOSTRE MEMORIE
33 I NOSTRI LIBRI
34 COME DON BOSCO
Pregare con i figli
36 LA LINEA D’OMBRA
38 LA STORIA SCONOSCIUTA DI DON BOSCO
40 I NOSTRI SANTI
41 IL LORO RICORDO È BENEDIZIONE
42 IL CRUCIPUZZLE
43 LA BUONANOTTE
6
16
22
Il BOLLETTINO SALESIANO
si stampa nel mondo in 64
edizioni, 31 lingue diverse
e raggiunge 132 Nazioni.
Direttore Responsabile: Bruno Ferrero
Condirettore: Andrei Munteanu
Segreteria: Fabiana Di Bello
Redazione:
Il Bollettino Salesiano
Via Marsala, 40 - 00185 Roma
Tel./Fax 06.65612643
e-mail: biesse@sdb.org
web: http://bollettinosalesiano.it
Hanno collaborato a questo numero:
Agenzia Ans, Don Fabio Attard, Marco
Borraccino, Pierluigi Cameroni, Roberto
Desiderati, Emilia Di Massimo, Antonio
Labanca, Cesare Lo Monaco, Natale
Maffioli, Alessandra Mastrodonato, Andrei
Munteanu, Francesco Motto, Vincenzo
Nicosiano, Pino Pellegrino, Don Silvio
Roggia, Ana María Valle, Fabrizio Zubani.
Diffusione e Amministrazione:
Alberto Rodriguez M.
Fondazione
DON BOSCO NEL MONDO ONLUS
Via Marsala, 40 - 00185 Roma
Tel. 06.656121 - 06.65612663
e-mail: donbosconelmondo@sdb.org
web: www.donbosconelmondo.org
CF 97210180580
Banca Intesa Sanpaolo
IBAN: IT84 Y030 6909 6061 0000 0122 971
BIC: BCITITMM
Ccp 36885028
SDD - https://www.donbosconelmondo.org/
sostienici/
Progetto grafico e impaginazione:
Puntografica s.r.l. - Torino
Stampa: Mediagraf s.p.a. - Padova
Registrazione: Tribunale di Torino
n. 403 del 16.2.1949
La certificazione
PEFC™ garantisce
che la materia
prima per la
produzione della
carta deriva da
foreste gestite in
maniera sostenibile
secondo standard rigorosi riconosciuti a livello
internazionale che tutelano le foreste, l’ambiente e
i lavoratori.

1.4 Page 4

▲torna in alto
IL MESSAGGIO DEL RETTOR MAGGIORE
Don Fabio Attard
LA GROTTA DEL NATALE
Dove il Cielo incontra la Terra
Il mistero del Natale inizia con uno scandalo d’amore:
il Grande che si fa piccolo. Non è un’immagine poetica,
ma la realtà più dirompente della storia umana.
Dio, l’Infinito, sceglie di farsi finito;
l’Onnipotente sceglie la fragilità di
un neonato che non sa ancora parlare,
camminare, difendersi. È la gratuità
pura che si manifesta, un dono che non chiede nul-
la in cambio, che non pone condizioni d’accesso.
stesso spesso diventa condizionato, il Natale ci ri-
corda che esiste un dono completamente gratuito.
Riconoscere questa gratuità significa accettare di
essere amati senza meriti, di essere cercati quando
siamo ancora lontani, di essere desiderati quando ci
sentiamo indegni.
1. RICONOSCERE LA GRATUITÀ:
Dio viene senza condizioni
La grotta di Betlemme è l’incrocio umano più umi-
le che si possa immaginare. Non un palazzo, non
un tempio maestoso, nemmeno una casa dignitosa.
Una grotta, un rifugio per animali, dove il freddo
penetra e l’odore è quello della terra e della paglia.
Qui non ci sono barriere d’ingresso, non serve un
invito, non occorre un abito particolare. La porta è
aperta a tutti: ai pastori con i loro mantelli logori,
ai poveri, agli esclusi, a chi non ha nulla da offrire
se non la propria umanità ferita.
San Paolo ci ricorda con parole che attraversano i
secoli: Gesù, assumendo la condizione di servo (Fil
2,7). Il Creatore dell’universo si spoglia della sua
gloria, rinuncia alle sue prerogative divine, per ve-
stire i panni del servo. Non viene come conquista-
tore, non come giudice severo che esige rendiconti.
Viene come chi serve, come chi si mette all’ultimo
posto, come chi lava i piedi prima ancora di inse-
gnare a camminare.
Questa gratuità ci interpella profondamente. In un
mondo dove tutto ha un prezzo, dove ogni rela-
zione sembra basarsi su uno scambio, dove l’amore
2. INTERPRETARE LA VICINANZA:
Dio entra nella nostra storia
Il secondo movimento del Natale è quello della vi-
cinanza radicale. Dio non osserva la storia umana
da lontano, come uno spettatore distaccato. Entra
dentro la storia, con i suoi protagonisti così come
sono: imperfetti, contraddittori, fragili. Giuseppe
con i suoi dubbi, Maria con le sue paure, i pastori
con la loro emarginazione sociale, i Magi con la
loro ricerca inquieta.
La nostra storia personale, con tutte le sue pieghe
oscure e le sue zone d’ombra, fa parte della Sua sto-
ria. Non siamo estranei, non siamo ospiti indeside-
rati. Siamo figli e figlie, parte di una famiglia che
Dio non rinnega mai. Il Natale ci dice che Dio non
disprezza il suo creato, non guarda le sue creature
con disgusto o delusione. Al contrario, le abbraccia
proprio nella loro concretezza, nella loro umanità
autentica.
Ognuno di noi ha una personalità unica, una storia
irripetibile. C’è chi è esuberante e chi è riservato,
chi è forte e chi è fragile, chi ha ferite aperte e chi
cicatrici nascoste. Dio ci incontra esattamente dove
siamo, non dove vorremmo essere o dove pensiamo
4
DICEMBRE 2025

1.5 Page 5

▲torna in alto
di dover essere. Incontra l’alcolista nel suo bar, il
carcerato nella sua cella, la madre esausta nella sua
cucina, lo studente nella sua solitudine, l’anziano
nel suo silenzio.
Ma questa vicinanza non è statica, non è rasse-
gnazione. Dio ci incontra dove siamo per condurci
dove meritiamo di essere. Non meritiamo per i no-
stri sforzi o le nostre virtù, ma meritiamo in quanto
figli amati. Meritiamo la pienezza di vita, la gioia
profonda, la dignità recuperata, le relazioni sana-
te. La vicinanza di Dio è dinamica: è una mano
tesa che ci invita a rialzarci, è una voce che sussurra
“vieni più avanti”, è una presenza che cammina ac-
canto a noi verso orizzonti più luminosi.
3. SCEGLIERE L’ACCOGLIENZA:
La Verità bussa alla porta
della Libertà
Ed ecco il terzo movimento, forse il più delicato: l’ac-
coglienza. Nella grotta si gioca la partita della nostra
vita. Non è un’esagerazione retorica, ma la verità più
profonda del nostro esistere. Quella grotta è l’imma-
gine di ogni nostra grotta interiore, di quegli spazi
nascosti del cuore dove si decide chi vogliamo essere.
La Verità – che non è un’idea astratta ma una Per-
sona, è quel Bambino nella mangiatoia – bussa alla
porta della nostra libertà. È un bussare discreto,
gentile, mai violento. Dio potrebbe sfondare la por-
ta, potrebbe imporsi con la forza della sua onnipo-
tenza. Ma sceglie di mendicare. Il Divino diventa
mendicante dell’umanità. Che paradosso stupefa-
cente! Colui che ha creato tutto chiede a noi, sue
creature, di fargli spazio.
La Verità chiama, aspettando che la Libertà rispon-
da. Non c’è coercizione, non c’è manipolazione. C’è
solo un invito, rinnovato ogni giorno, ogni istante:
“Mi vuoi accogliere?”. È la libertà umana, fragile e
potente insieme, che deve decidere. Possiamo chiu-
dere la porta, possiamo far finta di non sentire, pos-
siamo rimandare a domani. Oppure possiamo aprire.
Scegliere l’accoglienza significa riconoscere la no-
stra indigenza. Come quella grotta era spazio vuoto
pronto ad essere riempito, così anche noi dobbiamo
svuotarci delle nostre presunzioni, delle nostre au-
tosufficienze, dei nostri idoli. L’accoglienza richie-
de spazio interiore. Non possiamo accogliere Dio se
siamo già pieni di noi stessi.
Ma quando scegliamo di aprire quella porta, quan-
do diciamo il nostro sì, accade il miracolo. La grot-
ta povera diventa cattedrale di luce. La nostra vita
ordinaria diventa luogo di Presenza. Le nostre fra-
gilità diventano spazi dove la grazia può operare.
L’accoglienza trasforma: non siamo più gli stessi
dopo aver accolto quella Vita che viene a visitarci.
Il Natale, dunque, è questo triplice movimento che
ci coinvolge interamente: riconoscere la gratuità
scandalosa di un Dio che si fa piccolo; interpretare
la vicinanza di Chi entra nella nostra storia concre-
ta; scegliere l’accoglienza, aprendo la porta del cuo-
re alla Verità che bussa. Nella grotta di Betlemme,
come nella grotta del nostro cuore, si decide tutto.
Ogni Natale è l’opportunità di rispondere nuova-
mente a quella domanda antica e sempre nuova:
“C’è posto per Lui?”
Betlemme,
grotta della
Natività.
DICEMBRE 2025
5

1.6 Page 6

▲torna in alto
DON BOSCO NEL MONDO
Marco Borraccino (Responsabile Comunicazione Fondazione DON BOSCO NEL MONDO)
Dona energia
ILLUMINA il FUTURO
in CIAD
Il Centro Salesiano di Sahr può cambiare il futuro
di migliaia di giovani, ma deve dotarsi di una fonte
Inquadra con
il tuo telefono e
scopri la pagina
di donazione
energetica sicura e sostenibile. La Fondazione
Don Bosco nel Mondo lancia una raccolta fondi per
installare pannelli solari e accendere nuove opportunità.
6
DICEMBRE 2025

1.7 Page 7

▲torna in alto
“Sono uno studente e vengo spesso qui
al Centro Salesiano. Per me significa
poter leggere e studiare, perché qui
c’è la Nouvelle-Élysée, una biblioteca
fornita, che contiene libri che a casa non abbiamo.
E poi, qui c’è anche un laboratorio informatico,
quindi posso lavorare anche al computer. Pur-
troppo, però, anche qui come nel resto della città,
manca spesso la corrente elettrica. Non c’è luce… e
questo blocca tutto”.
Yannick Bari ha 15 anni e vive a Sahr, in Ciad. Le
sue parole, così ineluttabili, quasi rassegnate, colpi-
scono al cuore. Ma in effetti essere nati in una delle
zone più “fortunate” del pianeta può portare tutti
noi a dimenticare quanto siano preziose, altrove,
cose che qui sembrano normali.
Eppure dovremmo ricordarcene ogni giorno. Specie
in questa stagione, è la luce elettrica ad allungare le
nostre giornate. Qualsiasi sia il meteo, l’elettricità
illumina ogni ambiente. Le nostre interruzioni di
corrente sono sporadiche, legate a circostanze ecce-
zionali. La luce elettrica ci consente di lavorare, di
studiare, di stare in compagnia. In tanti luoghi del
mondo, tutto questo è un lusso.
“Stiamo soffrendo e chiediamo ai salesiani di aiu-
tarci e di trovare qualche soluzione per quanto
riguarda l’elettricità”, continua Yannick “così da
poter venire a studiare in biblioteca anche di sera
o a lavorare al computer, o a svolgere altre attività
al centro anche durante le ore serali, visto che ora
purtroppo tutto è fermo”.
La mancanza di elettricità
significa precarietà
L’angoscia di questo ragazzo trova conferma nel-
le parole del confratello Pierre Claver Agbetiafan,
salesiano del centro Don Bosco della città di Sahr.
“Al centro giovanile Don Bosco organizziamo at-
tività culturali e sportive che coinvolgono molti ra-
gazzi”, ci racconta “ma spesso dobbiamo annullare
tutto perché ci manca l’elettricità. Spesso capita an-
che che la biblioteca e il laboratorio informatico non
possano aprire al pubblico perché non c’è corrente”.
Quello che può sembrare un banale problema logi-
stico ha in realtà un impatto profondo sulla vita di
migliaia di persone. Il centro non riesce ad acco-
gliere tutti e ad avviare le tante attività didattiche
di cui c’è richiesta. Senza energia, tutto è incerto.
Tutto si ferma.
“Considerando quante sono le richieste di iscrizio-
ne che ci arrivano” continua il confratello Pierre
“dovremmo avere un sistema energetico che ci per-
metta di lavorare senza interruzioni”.
Il suo allarme è più che giustificato. La fornitura di
energia nella zona del Centro Salesiano Don Bosco
è di due o tre volte alla settimana, per poco tempo
al giorno, mai per più di cinque o sei ore. Ogni
volta che l’elettricità manca, il centro è costretto ad
avviare un gruppo elettrogeno.
A Sahr, la situazione del Centro giovanile Don Bo-
sco non è certo un’eccezione: l’intera regione soffre
la stessa precarietà. Il Ciad è uno dei paesi con il più
basso tasso di accesso all’elettricità al mondo e sono
molte le zone extraurbane a essere ancora escluse
dalla rete elettrica nazionale.
A peggiorare le cose, ci sono i costi elevati di car-
burante e manutenzione dei generatori, che rendono
insostenibile ogni soluzione temporanea. A Sahr, i
blackout non sono un imprevisto. Sono la normalità.
DICEMBRE 2025
7

1.8 Page 8

▲torna in alto
DON BOSCO NEL MONDO
Il paradosso del quarto Paese
più soleggiato al mondo
Sembra una beffa, ma in realtà il Ciad avrebbe
un’enorme opportunità: l’energia solare. È il quar-
to paese più soleggiato al mondo. Ogni giorno, per
molte ore, il sole batte con una forza che altrove
sarebbe fonte di ricchezza e sviluppo: grazie alla
tecnologia, questa energia naturale, pulita e inesau-
ribile potrebbe trasformarsi in una risorsa concreta
per migliaia di persone.
Installare un impianto di pannelli solari renderebbe
il Centro Salesiano di Sahr in grado di soddisfare
il fabbisogno energetico della scuola materna, della
scuola elementare e del centro giovanile. Una scelta
sostenibile, lungimirante e risolutiva.
Il potenziale del Centro Salesiano
di Sahr
Molto spesso, la scuola in Ciad si fa ancora sotto gli
alberi. Ed è stagionale: il che significa che duran-
te la stagione delle piogge i bambini sono costretti
a rimanere a casa. In questo, il Centro Salesiano
Don Bosco ha già il potenziale per diventare un’i-
sola felice: se ci fosse illuminazione, nelle sue aule
il bambino potrebbe trovare uno spazio coperto e
aerato in ogni stagione.
Per i bambini e gli adolescenti del territorio, questo
centro è già un punto di riferimento.
Nell’ultimo anno sono stati circa 5000 i giovani a
frequentare stabilmente il cortile ricreativo del cen-
tro giovanile, un luogo che è anche uno spazio di
formazione professionale per i giovani che hanno
completato il ciclo elementare.
8
DICEMBRE 2025

1.9 Page 9

▲torna in alto
L’APPELLO DEL
CONFRATELLO PIERRE
“Quando siamo costretti a fermarci, i nostri giovani perdono l’en-
tusiasmo. E anche le persone che ci aiutano si sentono deluse,
perché non possono lavorare e dare il loro contributo” racconta
il confratello Pierre. “Quando non abbiamo elettricità a volte ac-
cendiamo il generatore elettrico, ma è eccessivamente costoso.
Il gasolio è difficile da trovare. L’energia solare ci permetterebbe
di lavorare senza interruzioni, offrire continuità ai ragazzi e co-
struire legami più forti con il centro. Abbiamo un sogno: creare
qui una vera comunità educativa. Se qualcuno potesse darci una
mano, sarebbe un dono immenso. Non solo per noi salesiani, ma
per tutti i giovani di Sarh. Grazie di cuore”
La scuola materna ed elementare accoglie 500
alunni: un’enorme opportunità per un’area povera e
con un tasso di scolarizzazione molto basso.
Nonostante le difficoltà, il centro giovanile conti-
nua ad alimentare le proprie ambizioni in ambito
educativo, ad esempio formando in media 50 gio-
vani all’anno nel campo dell’informatica, che poi
trovano lavori con mansioni di segreteria. In più,
la struttura offre ai giovani anche attività sportive,
culturali, ricreative e di insegnamento della musica,
offrendo spazio ai talenti e a passioni sane.
Ma molto di più si vorrebbe fare: per il nuovo anno
sarebbero in programma nuovi settori di formazio-
ne professionale, come cucito e serigrafia. Questo è
uno dei fronti più urgenti: i bambini che sono riu-
sciti a completare il ciclo primario poi rimangono
spesso a casa o vanno a lavorare, pochissimi conti-
nuano il ciclo secondario.
I salesiani vogliono offrire a questi ragazzi una
nuova possibilità: percorsi di formazione che li
tengano lontani dal disagio, dall’alcolismo o dalla
microcriminalità. E tutto questo viene concepito in
una logica di accoglienza che esclude ogni distin-
zione di sesso, cultura o religione.
Programmi ambiziosi e necessari che rischiano di
restare sulla carta se non si interviene subito sul
problema energetico.
Educare, tra blackout
e scarsa illuminazione
Gli educatori e gli allievi della scuola primaria di
Sahr lamentano costantemente problemi alla vista,
perché la scarsa illuminazione dell’aula costringe i
bambini a sforzare gli occhi per vedere la lavagna,
leggere o scrivere. E alla lunga la vista si indeboli-
sce.
Al centro giovanile, i corsi di formazione spesso
non riescono a concludersi. A causa della mancanza
di energia, spesso gli studenti si scoraggiano e per-
dono la motivazione ad apprendere. E non è solo
la scuola a soffrire. I continui blackout rendono
complesso anche portare avanti attività di musica,
danza, teatro e cinema. Sono state annullate atti-
vità che erano già state pianificate e questo genera
un aggravio di costi. Ogni blackout è un freno alla
crescita e alla speranza.
Per illuminare il futuro del Centro Salesiano di Sahr:
https://dona.donbosconelmondo.org/natale/
DICEMBRE 2025
9

1.10 Page 10

▲torna in alto
LE CASE DI DON BOSCO
Vincenzo Nicosiano
MARSALA
La casa disegnata da don Bosco.
La casa di
Marsala ha
una struttura
suggerita da
don Bosco
stesso.
Gli inizi
Il canonico Salvatore Piazza, abbonato sin dal 1877
alle “Letture cattoliche” e al “Bollettino salesiano”
era in relazione con don Bosco, che il 9 gennaio
1878 lo annoverò tra i suoi cooperatori. Il canonico
marsalese passava le letture cattoliche e il Bollet-
tino Salesiano al canonico Ignazio De Maria, al
canonico Sebastiano Alagna e al barone Antonio
Spanò, i quali, vinti dall’esempio di don Bosco, sta-
bilirono di venire in aiuto agli orfanelli della Cit-
tà. Essi decisero allora di radunare alcuni ragazzi
orfani e bisognosi nella chiesa del Purgatorio e di
intrattenerli, con il metodo di don Bosco.
Il 1° maggio 1880 essi diedero vita ad un primo
«ricovero» con i primi orfanelli.
Per il crescente numero degli orfani si scrisse a don
Bosco, chiedendogli un “disegno” per la nuova casa.
Don Bosco, che allora aveva in costruzione la casa
di Mogliano Veneto, mandò una copia della pianta
usata per quella e suggerì che la casa degli amici
di Marsala prendesse la denominazione di «Casa
Divina Provvidenza». Il 9 agosto del 1882, monsi-
gnor Alagna vi si stabilì con gli orfanelli.
Morto intanto don Bosco, monsignor Alagna ed i
suoi collaboratori si rivolsero al suo successore don
Michele Rua che il 2 febbraio 1891 venne a Mar-
sala.
Egli fu accolto nella chiesa Salesiana dedicata a
Maria Ausiliatrice deliberando l’apertura di un
convitto per gli studenti. L’opera ufficialmente
ebbe inizio nell’ottobre 1892, quando vennero, a
Marsala, i primi salesiani.
La chiusura temporanea
Dal 1898 al 1900 (per due anni) la Casa rimase
chiusa e monsignor Alagna non intendeva accettare
di provvedere alla donazione promessa «se non a
condizione che fosse, sempre, conservata la sezione
dell’internato per gli orfanelli». Solo dopo la stipula
della convenzione con il beato don Rua, i salesiani
fecero ritorno a Marsala. Il nuovo Direttore fu don
Barraco, a cui seguirono don Salini e don Pastori-
no, il quale istituì anche una sezione per studenti
esterni non convittori e ricostruì la Scuola profes-
sionale per gli artigiani, creò la banda musicale che
ebbe come direttori anche don Chiesa, Francesco
Parlavecchio e Gianni Galfano. La Casa tornò a
essere chiusa dopo il terremoto del 1908 di Mes-
sina. E ancora dal 1916 al 1919 per mancanza di
10
DICEMBRE 2025

2 Pages 11-20

▲torna in alto

2.1 Page 11

▲torna in alto
mezzi; in quel periodo la Casa venne ceduta al
Governo per il ricovero dei profughi della I guerra
mondiale. Nel dicembre 1919 i sacerdoti salesiani
tornarono a Marsala.
Il nuovo direttore don Corrado Pepe si trovò ad
affrontare una situazione veramente disastrosa, pe-
raltro costretto ad operare osteggiato sistematica-
mente dalla consistente e diffusa realtà massonica.
Don Pepe superò al meglio i diversi ostacoli e die-
de notevole impulso alla ripresa attività. Nel 1923
venne a Marsala il Beato don Filippo Rinaldi, ter-
zo successore di don Bosco. Nel 1925 fu direttore
don Di Francesco e gli orfanelli assistiti erano ben
106. Il successivo direttore, nel 1928, istituì il labo-
ratorio artigianale di sartoria e, con l’aiuto dell’arci-
prete Chiaramonte, organizzò i festeggiamenti per
la beatificazione di don Bosco; fu in tale occasione
(marzo 1930) che al canonico monsignor Alagna
(morto nel 1932) fu consegnata la nomina a came-
riere segreto di Sua Santità e l’Amministrazione
Comunale del tempo dedicò a don Bosco una via.
Il bombardamento
degli americani
Dal 1931 al 1945 furono direttori della Casa don
Scravaglieri, don Scelsi, don Giacomarra e di nuo-
vo don Pepe. La Casa subì il bombardamento degli
americani in occasione dell’ultima guerra, nel qua-
le morirono tre salesiani e due orfanelli. Finita la
guerra fu direttore don Francesco Papa, che diede
inizio alla ricostruzione richiamando gli orfanelli.
Dal 1948 al 1953, sotto la direzione di don Paolo
Puglisi, l’iniziata ricostruzione ebbe notevole im-
pulso e fiorirono sempre più: l’internato, l’oratorio,
l’Unione degli Exallievi e dei cooperatori. Dal 1953
al 1959 direttore fu don Antonino Fallica e si ebbe,
allora, l’istituzione della parrocchia Maria Ausilia-
trice, il cui primo parroco fu don Giorgio Spitaleri.
L’accoglienza dei ragazzi “difficili”
Dal 1959 al 1965 è stato direttore don Domenico
La Porta: durante questo periodo fu stipulata una
convenzione con il Ministero di Grazia e Giustizia
per accogliere e seguire i ragazzi difficili, che pro-
venivano dall’Istituto di rieducazione minorile del
Malaspina di Palermo.
Il 1964 è stato l’anno più triste della Casa salesiana
di Marsala. Durante una gita in barca nella laguna
dello Stagnone morirono 16 ragazzi e un chierico e
un sacerdote salesiano fu addirittura arrestato.
I giorni nostri
Nell’ultimo decennio, è doveroso evidenziare par-
ticolarmente, la data del 19 novembre 2013 in cui
l’urna contenente le reliquie di don Bosco ha fatto
sosta nella Casa Divina Provvidenza di Marsala,
facendo registrare una grandissima partecipazione
anche di cittadini marsalesi. L’Unione Exallievi
don Bosco della Casa di Marsala ha rappresenta-
to e rappresenta una realtà associativa e sociale nel
contesto dell’Ispettoria in Sicilia e della Città di
Marsala, ammirata e rispettata. Oggi buona parte
dell’Istituto è destinata a finalità scolastiche ester-
Magnifico è il
crescere della
presenza di
tante famiglie
e ragazzi
che, per via
delle attività
proposte dalla
comunità,
scoprono quel
“sentirsi a
casa”, come
voleva don
Bosco.
DICEMBRE 2025
11

2.2 Page 12

▲torna in alto
LE CASE DI DON BOSCO
ne. Tutti siamo ben consapevoli che, pur nel positi-
vo e utile attuale progresso (forse troppo), viviamo
un periodo storico difficile e contraddittorio. La
vera solidarietà, l’amore fraterno, l’aiuto reciproco
sono espressioni usate frequentemente, forse abusa-
te e poco praticate.
A molti, e particolarmente ai giovani, manca un
lavoro adeguato, mentre sono pieni oltremisura gli
istituti di pena e i riformatori. La droga nella nostra
realtà giovanile, la fa da padrona; ancora oggi vi
sono ragazzi poveri, non solo in senso economico
perché privi anche di una giusta istruzione, abban-
donati, disadattati, dediti a delinquere in quanto
privi degli affetti familiari e, purtroppo, vi sono
anche ragazzi che, di fatto, sono in parte sostan-
zialmente orfani pur avendo i genitori viventi, a
causa del contesto familiare disgregato in cui sono
costretti a vivere. La nostra parrocchia, il nostro
oratorio siano sempre, come don Bosco ha voluto,
luoghi ove incontrandosi in un’atmosfera di gioiosa
spensieratezza, possano continuare a formarsi buo-
ni cristiani e onesti cittadini.
TRE DOMANDE
AL DIRETTORE
Quali sono le sue più belle
soddisfazioni?
Mi trovo in questa casa dall’ottobre 2021 e quello
che ho potuto notare sono due cose: la prima è la
presenza di tanti laici ben formati secondo il cuo-
re di don Bosco e che sono realmente i pilastri che
sostengono corresponsabilmente la missione di
questa casa. La seconda è il crescere della presenza
di tante famiglie e ragazzi che, per via delle attivi-
tà proposte dalla nostra comunità, scoprono quel
“sentirsi a casa”, così come voleva don Bosco.
Come sono i giovani marsalesi?
La realtà giovanile è molto complessa e per certi
tratti comune a tutta l’Italia: le nuove generazioni
sono multietniche, presentano diverse realtà di po-
vertà, ma in genere sono caratterizzate da disponi-
bilità al confronto e simpatia per l’opera educativa
salesiana, specialmente nel contesto oratoriano.
Come vede il futuro dell’opera?
C’è davvero tanto potenziale umano e cristiano,
che necessita sempre di costante purificazione ed
evangelizzazione: questa è la sfida che riguarda
ogni comunità cristiana che vuole crescere intorno
a Gesù Eucaristia e Maria Ausiliatrice.
Giovani,
salesiani
e vescovo
in festa.
12
DICEMBRE 2025

2.3 Page 13

▲torna in alto
INCONTRI
Fede, storia e management al
VII MEETING di ARCINAZZO
Si è tenuto nella casa salesiana di Arcinazzo
Romano il 27 settembre scorso il VII meet-
ing per professionisti interessati a tematiche
di fede con ricadute nella vita quotidiana
dei singoli, delle famiglie, del mondo del lavoro,
della società in genere.
Dopo un saluto del “padrone di casa, prof. Francesco
Motto, che ha fatto notare come don Bosco non ha
avuto paura del progresso – scriveva infatti “quando
si tratta di qualche cosa che riguarda la grande causa
del bene, don Bosco vuole essere all’avanguardia del
progresso” sulla base di una lettura critica di docu-
menti ecclesiali di grande rilevanza quali l’encicli-
ca Rerum Novarum di papa Leone XIII (in attesa
dell’annunciata enciclica di papa Leone XIV), delle
encicliche Fratelli tutti e Dilexit nos di papa Fran-
cesco e della nota Antiqua et Nova (rapporto tra in-
telligenza artificiale e intelligenza umana) di due
dicasteri pontifici (Dottrina della fede, Cultura ed
educazione), si è sviluppata in due sessioni una pro-
fonda e partecipata riflessione tra passato, presente
e futuro sull’eredità spirituale e propositiva di papa
Francesco e sulle questioni di assoluta e stringente
attualità legate all’intelligenza artificiale in tutti i
settori dell’attività umana.
Ad introdurre le riflessioni sono stati due specia-
listi: il prof. Aimable Musoni, docente di ecclesio-
logia all’Università Pontificia salesiana, e il prof.
Alessandro Mantini, docente di Etica all’Univer-
sità del Sacro Cuore di Roma. Ad ogni relazione
è seguito un partecipatissimo dialogo dei presenti,
sulla base delle proprie competenze ed esperienze
manageriali, giuridiche, mediche, culturali, sa-
lesiane. Al centro del dibattitto, come negli anni
precedenti, è sempre stata la persona umana, con
la sua dignità da promuovere ovunque in tutte le
dimensioni, evitando il degrado ambientale dovuto
anche all’incombente degrado etico e morale. Nel
moderare il meeting l’ingegnere Nicola Barone,
presidente di Tim San Marino, ambasciatore della
Repubblica del Titano e Grande ufficiale della Re-
pubblica italiana, ha messo in evidenza soprattut-
to l’impegno di ognuno a costruire
ponti contro la cultura dei muri e
degli scarti con il motto: “allargare
lo spazio delle tende”. Per il nutrito
numero dei partecipanti al meeting
è stata una giornata arricchente dal
punto di vista culturale, spirituale
e umano. L’inappuntabile assisten-
za tecnica offerta dai collaboratori
dell’ingegnere Barone ha facilitato
lo scambio delle idee, delle esperien-
ze, delle aspirazioni. Non è mancata
una celebrazione in suffragio di al-
cuni partecipanti ai meeting degli
anni precedenti e ora scomparsi.
DICEMBRE 2025
13

2.4 Page 14

▲torna in alto
TEMPO DELLO SPIRITO
Don Silvio Roggia
GUADALUPE
La Virgen del rinascere
Carissimi tutti,
sono in partenza dall’aeroporto di Cit-
tà del Messico, dove ho avuto la gioia
di poter incontrare giovani che si stan
formando alla vita e missione salesiana in diverse
comunità di questo grande paese, e con loro tanti
ragazzi e ragazze, in particolare nelle zone rurali
del sud est.
Ma tra tutti, il volto giovane che più mi è rimasto
impresso è quello di una giovane donna, incinta, la
più amata tra tutte in questa
terra. È un volto su cui si po-
sano ogni anno 12 milioni di
sguardi: tanti sono quelli che
vengono a trovarla là dove è
venuta a incontrarli tra il 9 e
il 12 dicembre del 1531.
Non è un’esagerazione per
far colpo: la Virgen de Gua-
dalupe è davvero una giova-
ne donna incinta che così si
presenta e così viene amata e
“vissuta” da questa sua gente,
sempre ugualmente giovane,
sempre niña e sempre madre.
Quando si entra nella grande
spianata della nuova Basilica,
a forma di tenda circolare, da
ogni parte, sia fuori sia den-
tro, si può già contemplare la
sua presenza, impressa sulla
tilma di Juan Diego da quel
12 dicembre in poi.
I paralleli e i meridiani del
nostro pianeta e il rosario dei
secoli sono costellati di santuari mariani nati dallo
stare di Maria tra di noi e dall’affetto di chi in varia
forma è stato toccato dalla sua vicinanza materna.
Guadalupe ha un dono di permanenza che non si
può non cogliere, anche se si passa di lì solo per
qualche ora, come ho avuto la grazia di fare arri-
vando a Città del Messico dal nord del paese.
Le prime navi spagnole avevano raggiunto il porto
naturale di Veracruz il Venerdì Santo del 1519 (da
qui il nome Veracruz). Erano tempi tumultuosi.
Nelle convulsioni della nostra storia, con gli in-
contri-scontri di popoli e civiltà, è successo qual-
cosa di silenzioso e insieme capace di segnare i
secoli da lì in poi. Siamo sull’altopiano a 2200 mt,
là dove in seguito sorgerà la capitale di questo
grande paese.
Sabato 9 dicembre 1531 Juan Diego incontra per la
prima volta vicino alla collina di Totontepec questa
giovane donna, mentre si recava alla chiesa france-
scana per la catechesi. Lei gli lascia come compito
di andare dal vescovo per chiedere che si costruisca
in quel luogo un “templo para en el mostrar y dar
todo my amor, auxilio, compasion y defenza…”.
Queste parole in spagnolo traducono il dialogo che
Juan Diego intrattiene nella sua lingua materna
con questa giovane così bella e insieme così vicina,
vestita secondo il loro costume. Il nastro nero e il
fiocco attorno al ventre sono, tra la sua gente, il
simbolo della maternità in divenire.
Al primo racconto di Juan Diego il vescovo non
crede. Chiede un segno. Il giorno dopo Juan Diego
deve ripercorrere lo stesso tragitto in cerca di un
aiuto per lo zio molto malato. Vuole evitare il luogo
dell’incontro perché si sente incapace di compiere
quanto gli era stato richiesto da lei. Ma ecco che
14
DICEMBRE 2025

2.5 Page 15

▲torna in alto
lei lo aspetta dall’altra parte della collina, dove lui
aveva scelto di passare per evitarla. Lo conforta con
queste parole che ora in spagnolo si trovano scritte
a grandi caratteri sotto la sua tilma: “¿No estoy yo
aqui que soy tu madre?” Non sono forse io qui con
te, che sono tua madre?
Lo rassicura sulla salute dello zio e gli chiede di
salire in cima alla collina per raccogliere dei fiori
(del tutto fuori stagione) e portarli al vescovo. Juan
Diego va e riempie di fiori la sua tilma, la tipica tu-
nica/mantello dei contadini di quel tempo, tessuta
con fibre di agave. Nel lasciar cadere i lembi della
tilma e i fiori davanti al vescovo francescano, ecco
che su quel rozzo tessuto c’è l’immagine che ho
potuto finalmente anch’io contemplare, unendomi
per qualche ora al flusso ininterrotto di pellegrini
del santuario mariano più visitato al mondo.
Ho osservato a lungo chi è passato in silenzio sotto
quel mantello, con quella immagine con cui ciascu-
no si incontrava: un incontro tra vivi, non la visita
a un museo. La fede di quel pueblo di figli e fi-
glie non ha bisogno di altro. Ma altro, tuttavia, c’è:
quella tilma mantiene la temperatura corporea di
37°, le stelle impresse nel manto riflettono le costel-
lazioni del cielo di Totontepec del dicembre 1531,
nelle pupille della Virgen, con gli ingrandimenti
possibili oggi con la nostra tecnologia, si vede la
scena del vescovo e di chi era vicino a lui quando
quel 12 dicembre Juan Diego gli porta i fiori rac-
colti dentro quel tessuto.
In internet si trovano tante altre informazioni, in-
clusi i tentativi lungo la storia di distruggere quella
immagine, troppo influente e inarrestabile.
Che la Virgen sia viva e che non desideri altro che
“dar todo my amor, auxilio, compasion y defenza”
lo dice il dialogo ininterrotto con lei lungo i secoli
di milioni di figli e figlie, fratelli e sorelle suoi. Tra
loro san Giovanni Paolo II, che per ben 5 volte da
Papa è venuto a incontrarla a Guadalupe.
Non tutti possono fare lo stesso e andare a Città
del Messico. Però tutti possiamo lasciarci incontra-
re da lei, che già porta dentro di sé l’autore della
vita. “Non sono forse io qui con te, che sono tua
madre?”.
La giovinezza del nostro cuore rinasce ad ogni
Natale se torniamo a lasciarci incontrare, amare,
difendere da questa sorella e madre che sempre ci
dona suo Figlio, l’autore della nostra vita.
Insieme alle tante cose che riempiono il calendario
che ci avvicina al 25 dicembre e poi passa oltre…
fino a lasciarci le feste dietro le spalle, mettiamo
in conto uno spazio riservato per lasciarci da lei
incontrare, guardare, guarire, sorprendere. Ogni
anno che passa è un numero che si aggiunge alla
nostra anagrafe, ma ogni ritorno a questa Madre,
che è per noi sempre Virgen, ci fa diventare sem-
pre più giovani, fino ad essere come bambini, come
quel Figlio che lei continua a donarci, giovinezza e
novità assoluta in questo universo.
Buon Natale!
DICEMBRE 2025
15

2.6 Page 16

▲torna in alto
SALESIANI
Andrei Munteanu
«Ho sempre cercato
di ABBRACCIARE
IL DOLORE»
Incontro don Jorge Mario Crisafulli,
Consigliere per le Missioni.
«“Voglio
essere come
don Bosco”
mi dissi.
A 17 anni,
con il sogno
di essere
salesiano e
missionario,
partii per il
noviziato,
anche contro
la volontà
dei miei
genitori».
Potresti presentarti brevemente?
Sono nato a Bahía Blanca, Argentina, il 19 marzo
1961, che è come la “porta della Patagonia”, la terra
dei sogni missionari di don Bosco. I miei genitori
non mi hanno chiamato José, ma Jorge Mario, sen-
za sapere che un giorno avremmo avuto un Papa
argentino con lo stesso nome. Ho fatto la mia pri-
ma professione nel 1980, quella perpetua nel 1986 e
sono stato ordinato sacerdote nel 1990, proprio nel
centenario del Collegio Don Bosco, dove avevo fre-
quentato le scuole superiori. Nel 1995 sono partito
per le missioni, per la mia nuova “terra promessa”,
in Africa Occidentale (Ghana, Nigeria, Niger, Li-
beria e Sierra Leone), dove avrei trascorso 30 anni
della mia vita servendo in diverse responsabilità: ho
servito come missionario in Ghana, Sierra Leone
e Nigeria. Sono stato responsabile delle Ispettorie
afw e ann fino a quando, nell’ultimo Capitolo
Generale 29, sono stato eletto Consigliere per le
Missioni.
Come hai scoperto la tua vocazione
salesiana?
È stato un processo graduale. Dio si manifesta
attraverso i tuoi talenti, i tuoi interessi, gli eventi e
le persone. Ogni vocazione è un intreccio d’amore.
Basta leggere tutto con occhi di fede e allora si sco-
pre un bellissimo arazzo che rivela quanto Dio ti ha
amato e guidato nella vita. Ho conosciuto don Bo-
sco grazie alle Figlie di Maria Ausiliatrice che mi
hanno preparato per la Prima Comunione, quando
avevo appena otto anni. A nove anni sono entrato
negli Esploratori di Don Bosco, dove ho imparato
una delle verità più belle della vita: “chi non vive
per servire, non serve per vivere”. A 15 anni ho vis-
suto la mia prima esperienza missionaria nella Li-
nea Sud di Río Negro, a Sierra Colorada, in mezzo
al popolo mapuche. È stato il mio primo bagno
di realtà: una cosa era vedere la povertà nei docu-
mentari o nelle riviste; un’altra, molto diversa, era
sentirne l’odore, toccarla, ascoltarla. Lì ho sentito
la chiamata alla vita missionaria: lasciare tutto per
dare tutto per i più poveri, senza calcoli né limiti.
In quel tempo leggevo san Paolo e diverse vite dei
santi. Tutti mi sembravano geniali, ma molto gran-
16
DICEMBRE 2025

2.7 Page 17

▲torna in alto
di e inimitabili; leggendo don Bosco mi si rivelava
vicino, simpatico, accessibile. “Voglio essere come
lui”, mi dissi. A 17 anni, con il sogno di essere sa-
lesiano e missionario, partii per il noviziato, anche
contro la volontà dei miei genitori. All’inizio han-
no faticato molto ad accettarlo, soprattutto quando
sono partito definitivamente per le missioni. Credo
che in quel momento abbiano pensato che fossi un
po’ pazzo. Ma con il tempo hanno scoperto che era
una “follia” diversa, che non aveva senso opporsi,
che Dio stesso era dietro a tutto, ispirando, chia-
mando e accompagnando.
Quali persone ti hanno ispirato
nella sua scelta vocazionale?
Un’autentica pletora di testimoni ha segnato il mio
cammino: i miei genitori, che mi hanno lasciato
“volare” dal nido così giovane; il primo salesiano
che ho conosciuto, padre Renato Razza, cappella-
no degli Esploratori, vera incarnazione della Lette-
ra di Roma del 1884, sempre “assistendo” i ragazzi
in cortile e organizzando “biciclettate”; il fratello
coadiutore Juan Spinardi, sempre sorridente, di-
sponibile e orante. Grandi missionari pionieri della
prima ora nella Patagonia di ieri: Cagliero, Costa-
magna, Fagnano, Milanesio (sono cresciuto leggen-
do le loro biografie!). E i missionari più recenti che
ho conosciuto durante la mia formazione iniziale: i
padri Francisco Calendino, Lucio Sabatti, Hermes
Grasso e Antonio Mateos. Erano vangelo vivente.
Parlavano poco, testimoniavano molto. Non si te-
nevano nulla: davano tutto. Il loro esempio di vita
era come una calamita, un invito a seguirli.
e i poveri con passione. Un vescovo salesiano e mis-
sionario che ha percorso a cavallo tutta la provincia
del Neuquén per visitare i contadini, i mapuche e
le famiglie. Che sguardo trasparente. Trasmetteva
pace e coraggio. Che modello missionario!
Quali sono state le maggiori difficoltà
nella tua vocazione e nella tua vita
missionaria?
Le difficoltà fanno parte della vita e di ogni vo-
cazione. All’inizio c’è stata l’opposizione dei miei
genitori. È difficile mettere la mano all’aratro e
non guardare indietro; amare meno papà, mamma
e tutta la famiglia che Dio e la sua Volontà ci hanno
donato. Ha significato lasciare affetti e sicurezze
per lanciarmi nell’avventura di Dio: firmare una
pagina bianca a Dio affinché Lui la riempia come
più gli piace. Anche le mie paure, i dubbi e le ribel-
lioni. Con l’aiuto di un buon direttore spirituale si
sono trasformate in opportunità per crescere e ma-
turare nella chiamata.
Nella missione, la sfida più grande sono stati i sal-
ti culturali che a volte possono essere “scioccanti”.
Essere missionario è farsi uno con il tuo nuovo po-
polo. Devi rinunciare alla tua visione del mondo,
ai gusti personali e ai modi di pensare e persino di
sentire. Ma l’amore è sempre più forte: lo Spirito
Santo ti fa rinascere più umile, più povero, più libe-
«Ho servito
come
missionario
in Ghana,
Sierra Leone
e Nigeria».
Ricordi qualche educatore o formatore
in particolare?
Sì, monsignor Jaime Francisco de Nevares, vescovo
salesiano di Neuquén, che mi ha ordinato sacerdo-
te. Educava con la sua vita e la sua parola. Vero pro-
feta che annunciava e denunciava. Uno dei pochi
che ha affrontato la dittatura militare e i suoi abusi;
ha difeso i diritti umani e salvato vite. Amava Dio
DICEMBRE 2025
17

2.8 Page 18

▲torna in alto
SALESIANI
le persone e le situazioni di ingiustizia che il mondo
soffre. Il sentirsi profondamente amato da Dio è alla
radice di ogni chiamata missionaria, e quell’amore ti
spinge a uscire, a partire, a intraprendere un esodo
diverso nella tua vita. “Guai a me se non evangeliz-
zo!”, disse san Paolo. Come non annunciare Colui
che ti ama e l’Amato! Soprattutto a coloro che non
l’hanno ancora sperimentato nella loro vita!
«Nulla e
nessuno deve
rubarci la
gioia di essere
missionari.
Non c’è nulla
da temere.
La missione
continua
perché è lo
Spirito Santo
che continua
a spingere la
sua Chiesa.
In tempi
difficili, Maria
Ausiliatrice
e l’Eucaristia
siano il nostro
porto sicuro.
E ricordiamo
sempre:
appassionati
per Gesù Cristo,
portiamo ai
giovani la gioia
del Vangelo».
ro. E ti lanci in mare e impari a nuotare, nuotando!
Forse la difficoltà più grande è pensare di andare
a trasformare, educare ed evangelizzare gli altri…
quando, alla fine, dopo molti colpi, ti rendi conto
che sono i giovani, i ragazzi, la gente che ti trasfor-
mano, ti educano e ti evangelizzano.
Quale aspetto del carisma salesiano
senti di aver incarnato di più?
Forse questa risposta dovrebbero darla i giovani e
le comunità che ho accompagnato e che mi hanno
accompagnato. Ma se devo dire qualcosa, direi: la
missione per i giovani più poveri e vulnerabili. Mi
ha sempre addolorato il loro dolore, la sofferenza
che è frutto del male e dell’ingiustizia. Ho sem-
pre cercato di abbracciare il loro dolore e portarlo a
Gesù nell’Eucaristia per chiedergli di trasformarlo
in sorriso e speranza. Non tutto è stato rose e fiori.
Ci sono state spine, molte. Mi è capitato di piange-
re, letteralmente piangere in alcuni casi. E, d’altra
parte, ho visto veri miracoli: cuori spezzati guariti,
vite ricostruite. Assorbiamo dolore e restituiamo
amore, servizio e dedizione. E molte vite si trasfor-
mano perché abbiamo qualcosa che altre ong non
hanno: la Grazia! Per Dio nulla è impossibile.
Perché hai scelto di essere missionario?
Non saprei dirlo! In realtà, credo che non scegliamo.
Dio ci sceglie e ci chiama. È una chiamata interiore,
profonda, “metafisica”, una forza che ti attrae. E Lui
stesso ti guida, chiamando attraverso la sua Parola,
Potresti condividere un’esperienza
significativa con i giovani?
Ci sono tante storie e aneddoti. Potremmo scrive-
re un libro. Te ne racconto una. Una notte, per le
strade di Freetown, dissi a un gruppo di ragazzi di
strada – durante una buona notte – che ogni mat-
tina si guardassero in uno specchio e ripetessero tre
verità: “Dio mi ha creato. Se mi ha creato, mi ama.
E se mi ama, si prende cura di me.”
Un bambino di otto anni si avvicinò poi e mi rin-
graziò: era la prima volta che qualcuno gli diceva
che Dio lo amava. Lui credeva di essere in strada
perché Dio lo aveva maledetto. Quella notte arri-
vai a capire che cosa significa essere salesiano. La
missione non sono le attività. Io sono una missione,
come diceva papa Francesco. Sono salesiano e sono
missione: essere segni e portatori dell’amore di Dio
per i giovani più poveri. Solo così trasformiamo il
dolore in speranza.
Hai lavorato con altri gruppi
della Famiglia Salesiana in missione?
Sì, ed è stata una ricchezza immensa. Laici, fma,
Cooperatori Salesiani, animatori del mgs, volonta-
ri... Grazie a loro il carisma di don Bosco si è espanso
e incarnato in Africa e in tutto il mondo. Se oggi
siamo presenti in 137 paesi, è grazie a questo lavo-
ro congiunto di salesiani, laici, giovani e Famiglia
Salesiana. Noi – soprattutto i salesiani – dobbiamo
convincerci di questo. Non si torna indietro. Insieme
possiamo fare di più e meglio in tutto ciò che riguar-
da la missione salesiana. Lavorare in modo isolato è
oggi una condanna a morte a lungo termine.
18
DICEMBRE 2025

2.9 Page 19

▲torna in alto
Come aiutare altri salesiani a scoprire
la vocazione missionaria?
La vocazione missionaria non è frutto di un sem-
plice desiderio di avventura. È un dono di Dio,
una chiamata a uscire da se stessi per annunciare la
gioia del Vangelo. Si scopre nella preghiera, nell’a-
scolto della Parola, nel discernimento accompagna-
to dal confessore e dal direttore spirituale, e nella
lettura dei segni dei tempi, nel servizio, in una vita
sacrificata, semplice e povera. L’ho sempre detto:
Dio non gioca a nascondino. È diretto. Se posa i
suoi occhi su di te, si manifesta. “Chi mi ama, io
mi manifesterò a lui” (Gv 14,21). Tutto è questione
d’amore con la maiuscola, un amore sincero e vero.
Bisogna semplicemente avere gli occhi ben aperti e
il cuore inquieto per non lasciarlo passare! “Ecco,
io sto alla porta e busso; se qualcuno ascolta la mia
voce e apre la porta, io entrerò da lui e cenerò con
lui ed egli con me” (Ap 3,20).
Che messaggio daresti oggi ai missionari
salesiani?
Stiamo celebrando 150 anni dal primo invio mis-
sionario. È tempo di ringraziare, ripensare e rilan-
ciare. Fissiamo il nostro sguardo su don Bosco e
imitiamolo in tutto, soprattutto nella sua fede, nel-
la sua pazienza e nel suo ardore apostolico. Nulla
e nessuno deve rubarci la gioia di essere missiona-
ri. Non c’è nulla da temere. La missione continua
perché è lo Spirito Santo che continua a spingere la
sua Chiesa. In tempi difficili, Maria Ausiliatrice e
l’Eucaristia siano il nostro porto sicuro. E ricordia-
mo sempre: appassionati per Gesù Cristo, portia-
mo ai giovani la gioia del Vangelo.
DICEMBRE 2025
19

2.10 Page 20

▲torna in alto
FMA
Emilia Di Massimo
Quando si può solo
PEGGIORARE…
Il mal d’Africa si prende all’improvviso, è inspiegabile,
oltretutto si attacca al cuore interamente e non si
guarisce, eventualmente si può solo peggiorare,
come testimonia suor Carmelina Dolo che ci parla
della sua Africa.
“Una famiglia cattolica, non prati-
cante ma molto sensibile all’altro,
infatti la mia casa era un porto di
mare dove chi aveva bisogno po-
teva chiedere sebbene fosse solo filantropia eppure
tutto questo mi ha aiutato molto a vedere l’altro con
uno sguardo diverso.
Da adolescente ho frequentato l’oratorio di via
Marghera, a Roma, ero una sportiva entusiasta che
osservava le Figlie di Maria Ausiliatrice dedite alle
giovani, sorridenti ed impegnate, forse sarà stato
questo che ha interrogato la mia vita? Ho deciso
di essere come loro. Dopo la professione religio-
sa sono stata in diverse case come insegnante ma
tutto questo non mi bastava, in me c’era un forte
desiderio missionario che non mi lasciava tranquil-
la anche se non ero più giovanissima. Sognavo di
svolgere la missione in America Latina, immagina-
vo la foresta amazzonica invece, partendo due mesi
per Abidjan, la mia vita divenne l’Africa. La mia
prima missione fu il Congo Brazza, attualmente mi
trovo in Gabon”.
Sappiamo che il famoso mal d’Africa si prende
all’improvviso, è inspiegabile, oltretutto si attacca
al cuore interamente e non si guarisce, eventual-
20
DICEMBRE 2025

3 Pages 21-30

▲torna in alto

3.1 Page 21

▲torna in alto
mente si può solo peggiorare, come testimonia
quanto affermato da suor Carmelina Dolo alla
quale chiediamo di parlarci della sua terra africana.
“Ho potuto immediatamente constatare, durante
gli anni vissuti in alcuni paesi dell’Africa, quanto
la situazione giovanile, particolarmente quella fem-
minile, sia precaria. Spesso la cultura locale relega
la donna al ruolo di “guardiana della famiglia”, non
necessariamente istruita, sottomessa al compagno
da tutti i punti di vista. Diverse giovani vedono in-
franti i loro sogni molto presto, non raggiungono
la soglia della scuola media e si ritrovano ad avere
un figlio giovanissime poiché la donna è anzitutto
madre e procreatrice. Tale situazione di maternità
precoce spesso interrompe il futuro a cui pensava-
no: essere madre significa occuparsi di un figlio e
quindi dover lavorare per sopperire alle sue neces-
sità. In molte delle nostre missioni quindi si sono
creati Centri di promozione della donna, Centri di
Alfabetizzazione (per le meno fortunate negli studi
primari) con lo scopo di offrire alle giovanissime
madri l’opportunità di guadagnare onestamente il
necessario senza essere alla mercé del compagno
o di altri eventuali profittatori. Fortunatamente
la situazione evolve in diverse nazioni e le giova-
ni riescono ad arrivare a livelli culturalmente più
alti, a creare associazioni femminili a favore della
protezione e dell’evoluzione della donna: le donne
per le donne. I giovani subiscono l’influenza delle
reti sociali e purtroppo sono molto spesso vittime
della droga, della violenza, in risposta alla povertà
dilagante, al fenomeno delle famiglie “ricostituite”
o monogamiche; la loro insoddisfazione degene-
ra in svariati fenomeni di violenza. La scuola e i
Centri Giovanili sono una grande risposta salesia-
na a quanto espresso, in essi i giovani trovano ac-
coglienza, amicizia, ascolto, possono sviluppare le
loro capacità. Abbiamo licei con 1200 alunni, scuo-
le professionali e tecniche, desideriamo arrivare al
singolo, proporre rispettando la libertà di ciascuno,
offrire la bellezza del Vangelo nel quotidiano, ac-
compagnare per un vero impegno nella società”.
«Ho imparato a benedire»
Chiediamo a suor Carmelina che cosa abbia impa-
rato in questi anni.
“Tante cose, ma credo che tre siano fondamentali:
ho imparato a sorridere, qui il sorriso è contagioso,
non si può non sorridere, la gente è sorridente no-
nostante tutti i grandi problemi che ha, il sorriso
apre all’altro, apre alla confidenza. Ho imparato a
benedire; benedire qualcuno è un grande dono che
si può fare, è la paterna mano di Dio che accarezza,
è riconoscere l’altro come amato da Lui. Ho impa-
rato a fidarmi della Provvidenza, vivendo nella pre-
carietà: precarietà di acqua, di abitazioni, di lavoro,
eppure si esclama sempre: “se Dio vuole!”
La mia Africa è una meravigliosa avventura, gior-
no dopo giorno, può esserlo di tutti, basta mettersi
in gioco, perché il missionario non è un eroe, è
qualcuno che vuole imparare, camminare insieme,
che vuole sorridere, benedire e fidarsi della Prov-
videnza”.
Affermava papa Francesco: “Dal punto di vista
dell’evangelizzazione non servono né le proposte
mistiche senza un forte impegno sociale e missio-
nario, né i discorsi e le prassi sociali e pastorali sen-
za una spiritualità che trasformi il cuore.”
Se qualcuno volesse vedere come si declinano le sue
parole, potrebbe contattare suor Carmelina e rag-
giungerla per farsi contagiare dal mal d’Africa.
«Ho imparato
a fidarmi della
Provvidenza,
vivendo nella
precarietà:
precarietà
di acqua, di
abitazioni, di
lavoro, eppure
esclamo
sempre: “Se
Dio vuole!”».
DICEMBRE 2025
21

3.2 Page 22

▲torna in alto
MEMORIE
Ana María Valle (dal Boletín Salesiano CAM)
Immagini di Luis “TP”González
I magnifici tre
DOMENICO, MICHELE
e FRANCESCO OGGI POTREBBERO
ESSERE COSÌ
Sono i primissimi frutti
del Sistema Preventivo, quelli
coltivati da don Bosco stesso.
Gli sono riusciti così bene che
ne ha voluto stendere il profilo
per donarlo ai suoi figli e a tutti
i giovani del mondo.
22
DICEMBRE 2025
Nel cuore della spiritualità salesiana,
don Bosco trasmise ai suoi ragazzi un
messaggio che andava oltre le aule e i
cortili dell’oratorio: vivere con gioia e
santità ogni momento, in modo che la morte non
fosse una fine temuta, ma l’incontro più atteso con
Gesù. Tre dei suoi discepoli più ricordati, Dome-
nico Savio, Michele Magone e Francesco Besucco,
morirono in adolescenza, lasciando una testimo-
nianza di fede e di amore che continua a ispirare
giovani di tutto il mondo.

3.3 Page 23

▲torna in alto
La Compagnia
dell’Immacolata
Domenico Savio (1842-1857) fu uno degli alunni
più vicini a don Bosco. A soli 15 anni, la sua vita fu
segnata da un amore intenso per l’Eucaristia e per
la Vergine Maria. All’Oratorio si mise a cammina-
re veloce sulla strada che don Bosco gli tracciò per
farsi santo: allegria, impegno nella preghiera e nello
studio, far del bene agli altri, devozione a Maria. L’8
dicembre di quel 1854, mentre il Papa definiva il
dogma dell’Immacolata, Domenico si consacrò a
lei leggendo alcune righe che aveva buttato giù su
un foglietto: “Maria, vi dono il mio cuore. Fate che
sia sempre vostro. Gesù e Maria, siate voi sempre
gli amici miei, ma per pietà fatemi morire prima
che mi accada la disgrazia di commettere un solo
peccato”. Per quasi cent’anni, quelle parole sareb-
bero diventate la preghiera degli aspiranti salesia-
ni. Il capolavoro lo compì l’8 giugno 1856 quan-
do radunò Rua, Cagliero, Cerruti, Bongioanni e
un’altra decina di splendidi giovani e fondò con
loro la Compagnia dell’Immacolata. S’impegnarono
a diventare apostoli tra i compagni, a star vicino
a chi si sentiva solo, a diffondere gioia e serenità.
Negli ultimi giorni, indebolito dalla tubercolosi,
Domenico conservò serenità e speranza. Sua madre
fu testimone delle sue ultime parole: “Che cosa me-
ravigliosa sto vedendo!” (Memorie dell’Oratorio, San
Giovanni Bosco). Morì il 9 marzo 1857, con un sor-
riso sul volto, convinto di andare incontro a Gesù.
DICEMBRE 2025
23

3.4 Page 24

▲torna in alto
MEMORIE
Un cuore trasformato
Michele Magone (1845-1859) don Bosco lo sco-
vò tra le nebbie di Carmagnola. Mentre aspettava
il treno per Torino, sentiva le grida festose di un
gruppo di ragazzi che giocavano: Si sentiva distinta
una voce che dominava tutte le altre. Era come la voce
di un capitano. A rischio di perdere il treno, cercò
questo capitano, lo incontrò e con poche domande
scherzose (un vero test!) venne a sapere che ave-
va 13 anni, era orfano di padre, cacciato da scuola
perché disturbatore universale e, come mestiere, fa-
ceva il fannullone. Uno splendido giovane avviato al
fallimento. Riuscì a farlo arrivare all’Oratorio. In
quel cortile sembrava che uscisse dalla bocca di un
cannone: volava in tutti gli angoli, metteva tutto in
movimento… Gridare, correre, saltare, far chiasso di-
venne la sua vita. Ma dopo un mese, mentre gli al-
beri intristivano, anche Michele intristì. Non gio-
cava più; la malinconia gli si era dipinta in faccia. Io
tenevo dietro a quanto accadeva scrive don Bosco che
non era un collezionista di ragazzi, ma un sapien-
te educatore cristiano – e gli parlai. Dopo qualche
silenzio difensivo e uno scoppio di pianto liberato-
re, Michele disse: “Ho la coscienza imbrogliata”, e
si arrese al suggerimento tranquillo di una buona
confessione. Con la pace nel cuore tornò l’allegria
scatenata… Ma Dio aveva altri disegni.
A 14 anni si ammalò gravemente. Durante la ma-
lattia non smise di incoraggiare chi lo visitava, chie-
dendo loro di pregare e prepararsi per la vita eterna.
Secondo don Bosco, Michele partì con spirito sere-
no, ringraziando Dio per averlo incontrato e cambia-
to. Morì il 21 gennaio 1859, lasciando un messaggio
di conversione e fiducia nell’amore divino.
Purezza e dono di sé
Francesco Besucco (1850-1864) crebbe nella luce
folgorante delle grandi montagne, tra neve e sole.
24
DICEMBRE 2025

3.5 Page 25

▲torna in alto
Lo accolse il calore di una famiglia cristianissima e
poverissima. Cinque figli. Il parroco del borgo (Ar-
gentera, a 1684 m slm) lo adottò come figlioccio,
dandogli pane, vestiti e amor di Dio. Gli fece anche
scuola per portarlo dalla terza elementare (ultima
classe esistente in paese) alla quinta, necessaria per
continuare gli studi. Faceva il capo dei chierichetti, e
pregava come un angelo. Tra i libri che don Peppino
gli mise in mano c’era la Vita del giovinetto Savio Do-
menico, scritta da don Bosco, e Francesco cominciò
a sognare l’Oratorio. Il 2 agosto 1863 poté arrivarci.
Don Bosco scrisse: Vidi un ragazzo vestito a foggia
di montanaro, di mediocre corporatura, d’aspetto rozzo,
col volto lentigginoso. Egli stava con gli occhi spalancati
rimirando i suoi compagni a trastullarsi. Francesco gli
manifestò subito i motivi per cui era venuto: farsi
santo come Savio e diventare sacerdote. Don Bo-
sco scoprì un’anima delicata e piena di riconoscenza
per chi gli aveva fatto del bene. Malato di pleurite
ULTIME PAROLE DI DON BOSCO
La mattina del 31 gennaio 1888, nei suoi momenti finali, don Bo-
sco fu accompagnato da alcuni dei suoi collaboratori più cari, tra
cui don Michele Rua, suo successore, e il sacerdote e missionario
Luigi Cagliero. Anche amici intimi e giovani dell’opera lo circon-
darono con affetto e preghiere, offrendogli sostegno spirituale
ed emotivo fino all’ultimo istante.
Le sue commoventi parole finali, Amatevi come fratelli… Fate
del bene a tutti, del male a nessuno… Dite ai miei ragazzi che li
aspetto tutti in Paradiso, riflettono il suo amore infinito per i
giovani, la sua profonda fede nella comunione eterna e la fiducia
nell’incontro definitivo con ciascuno in cielo.
(infiammazione del rivestimento dei polmoni e del
torace), affrontò il dolore con pazienza e fede. Negli
ultimi momenti chiese la Comunione ed espresse il
desiderio di andare in cielo.
Morì il 9 gennaio 1864, a 14 anni, lasciando come
eredità l’importanza della purezza del cuore e della
fedeltà a Dio.
DICEMBRE 2025
25

3.6 Page 26

▲torna in alto
MISSIONARI
Autobiografia
Negli anni Sessanta a Macao, in una zona della remota isola
di Coloane, esisteva un lebbrosario abbandonato a se stesso.
La disperazione era tale che molti si uccidevano, lanciandosi
da un dirupo. Nell’agosto del 1963, don Gaetano Nicosia,
missionario salesiano si offrì di trasferirsi in quel luogo.
In poco tempo avvenne una trasformazione prodigiosa.
langelo dei lebbrosi
Don Gaetano
NICOSIA
«Brevi note sulla mia vita»
È la santa
avventura di
un grande
missionario
salesiano.
Mio padre, dicono, era muratore o con-
tadino, o l’uno e l’altro, pur di poter
mantenere la piccola famiglia, alme-
no discretamente. Mio padre dopo un
mese che io ero nato, 3 aprile 1915, fu chiamato al
fronte. L’Italia aveva dichiarato guerra all’Austria
proprio il 24 maggio. La mamma rimase sola, con
mio fratello di 2 anni e io di un mese. Io non ricor-
do mio padre, l’avrò visto qualche rara volta quando
tornava dal fronte per qualche giorno di licenza. Da
una foto fatta a Torino, che ho ancora, mi sono ac-
corto che era bersagliere. Il 4 novembre del 1918,
tutte le campane del paese suonavano a festa, si era
firmato l’armistizio, la guerra era finita. I soldati
tornavano a casa tra il giubilo dei loro cari. Mia
madre disse a mio fratello e a me: «Vostro padre
non torna più».
Una delle più grandi grazie che il Signore mi ha
fatto da bambino: l’aver potuto frequentare sin dai
5 anni l’Oratorio che i chierici della vicina Casa di
Formazione ci facevano ogni domenica. A sei anni
cominciai ad andare a scuola, quella comunale, una
mezz’ora di strada. La mamma mi dava una fetta
di pane, era la colazione, molte volte una metà era
per il primo povero che incontravo per strada, aveva
più fame di me. A quei tempi, dopo la guerra, tanti
mendicanti sulle strade, alle porte delle chiese.
Il 4 ottobre 1926, lasciai la mamma, fui accettato in
collegio dai salesiani. Piansi molto, il direttore mi
consolava, ma così lontano, freddo, neve, nostalgia.
Una esperienza in più per comprendere il dolore di
tanti giovani. Ne avrei avuti migliaia che si sareb-
bero trovati nelle mie stesse circostanze.
A poco a poco mi abituai, scrivevo alla mamma che
stavo bene, che ero contento, per non farla stare in
pensiero. I superiori, tutti salesiani, mi misero in
terza elementare, avevo 11 anni.
Piccoli come eravamo, nelle lunghe ore di studio,
l’assistente ci dava delle riviste da vedere per occu-
pare il tempo. A me capitò una rivista, una annata
intera di «Gioventù Missionaria». Come è natura-
le, guardavo solo le figure. Per caso mi incontrai
26
DICEMBRE 2025

3.7 Page 27

▲torna in alto
in una figura di un hanseniano
per non dire lebbroso. Nelle rivi-
ste mettono sempre le immagini
più terrificanti. Guardai quella
figura, ne ebbi paura, voltai la
pagina per non vederlo, ma subi-
to dopo ne ebbi rimorso, rivoltai
la pagina e cominciai a guardar-
lo con compassione, con amore,
«perché aver paura, è un tuo fratello, se è così non
è colpa sua...», lo continuai a guardare, mi faceva
pena, mi commosse poi lo baciai e gli dissi: «In av-
venire ti servirò». Rimasi contento, avevo trovato
un fratello. Quella figura, quel fratello, quella pro-
messa mi accompagnarono tutta la vita.
Aspirante Salesiano Missionario
a Gaeta
Verso la fine dell’anno, leggendo «Gioventù Mis-
sionaria» seppi che in Piemonte, a Ivrea, c’era l’I-
stituto Missionario cardinale Cagliero per giova-
ni che volevano andare nelle Missioni. Senza dire
niente a nessuno, scrissi una lettera al direttore di
detto Istituto pregandolo di accettarmi. Fu molto
gentile, mi incoraggiò e poi: «essendosi aperto a
Gaeta un simile Istituto per l’Italia meridionale e
isole, la indirizziamo a quello Istituto sperando che
la sua domanda sia accettata».
Il 7 luglio dell’anno 1935 ci fu la vestizione religio-
sa. In quella occasione era venuta anche la mamma
col fratello. Manco a dirlo, mamma rimase com-
mossa, certo, pensava che fra un due settimane l’a-
vrei lasciata per terre lontane, piangeva, delle lacri-
me ne avrebbe versate ancora, era molto delicata; le
lacrime non le lasciava vedere. Le nascondeva col
fazzoletto, poveretta. Ma non potevo risparmiar-
gliele. Quando Gesù chiama, tutto il resto diventa
secondario.
Dopo la vestizione ci diedero le ubbidienze per le
varie missioni. Tre fummo destinati per la Cina ma
solo io partii. Uno rimase in Italia, uno non tornò
più.
Eravamo 4, dopo 4 anni fummo
ordinati a Macau, Chiesa del Se-
minario, il 25 marzo, Annunzia-
zione, del 1946.
L’anno seguente anno 1949 ven-
ne a Hong Kong monsignor Ar-
duino dalla missione... Io gli dis-
si che mi sarebbe piaciuto andare
in missione, con lui.
Un giorno mi decisi e scrissi una lettera al sig. don
Massimino manifestandogli il desiderio di andare in
Colombia, Agua de Dios, avevo già scritto a quel di-
rettore: mi rispose che mi avrebbe ricevuto a braccia
aperte tanto più che in quel periodo avevano bisogno
di personale. Don Massimino fu molto gentile, «pre-
ga e vediamo...» e poi, «perché andare così lontano,
a Macau c’è un lebbrosario, Vescovo e Governatore
sono in pensiero per quello che capita dentro specie
dacché nel ’50 hanno trasportato là anche gli uomini
che fuggivano dal vicino lebbrosario, di fronte a Co-
loane». Don Massimino scrisse al Rettor Maggiore,
che rispose: «se vuole andare lascialo ma che dipenda
da una comunità di Macau».
Coloane, Macau
Il 12 agosto del ’63, primo giorno della festa
dell’Assunta, accompagnato dal brother Maurizio,
nel pomeriggio, arrivai all’isola di Coloane, villag-
gio di Ka-Ho, a un chilometro c’è il celebre lebbro-
In alto:
Incontro
con il Papa.
In basso:
La prima casa
a Coloane.
DICEMBRE 2025
27

3.8 Page 28

▲torna in alto
MISSIONARI
«Leggendo
“Gioventù
Missionaria”
seppi che in
Piemonte, a
Ivrea, c’era
l’Istituto
Missionario
Card. Cagliero
per giovani
che volevano
andare nelle
Missioni.
Senza dire
niente a
nessuno,
scrissi una
lettera al
direttore di
detto Istituto
pregandolo di
accettarmi».
sario di Coloane, isolato, si arrivava là solo per un
viottolo, la roba, i viveri, li portavano colla barca.
Celebrammo la festa dell’Assunta, «magna cum
solemnita[te]», c’era un bel gruppo di cristiani anco-
ra praticanti per il resto bisognava aspettare un poco.
La sera dell’Assunta, dopo la Benedizione, la Mes-
sa c’era stata la mattina, grande pranzo assieme, per
fraternizzare. Si meravigliavano che mangiavo con
loro, che non avevo paura, cosa insolita per loro. «Mi
ha stretto la mano», gli avessi dato 100 $ non sarebbe
stato così contento. Poveretti, non sai chi è stato più
onorato nello stringere loro la mano, loro o io, certo
io, delle mani, fuori, nel mondo ce ne sono molte,
qui, in mezzo a loro, si possono contare.
Nella riunione si sono stabiliti dei principi e si è
risposto alle loro domande: 1°. Abolire il nome di
lebbrosario, sostituendolo col nome di «Our Lady’s
Village» che rimane tuttora. 2°. Abolire il nome di-
sprezzante di lebbroso sostituendolo con «brother,
sister». 3°. [S]iamo tutti uguali, figli del medesimo
Padre, Iddio, colla gente di fuori, nessuna differen-
za, quello che hanno gli altri nel possibile lo dobbia-
mo avere anche noi. 4°. Chi è dichiarato guarito, se
vuole può tornare in società, lo aiuteremo.
«Qualche domanda?». Una giovane, ex maestrina a
Macau: «E se vogliamo farci suore, ci accettano?»
«Ti risponderò più tardi».
Fu battezzata l’anno seguente. La battezzò padre
Allegra. Fu la prima vdb di tutta l’Asia, assieme
ad altre cinque.
Escola D. Luís Versiglia
Nella Casa di Ka-Ho, una volta, tre giovanetti, che
nessuno voleva... rifiutati dalle scuole, senza soldi...
allora don Massimino, l’ispettore mi disse: «pren-
dili tu...» aumentarono, andavano a scuola dalle
suore a Coloane... diventarono una ventina, poi 70,
era una specie di Boy’s Town... tutti interni. Si fab-
bricò il nuovo building, tutto il personale assisten-
te, vdb e altre giovani da loro conosciute... spirito
di famiglia senza tante regole... regnava lo spirito
di famiglia, tutte le pratiche salesiane, compresa la
Buona Notte. Erano già un 200, scuola da noi, le
professoresse venivano da Macau...
Più tardi, non essendoci a Macau un’opera per le
bambine povere, orfane, di famiglie divise... si fab-
bricò un nuovo building per loro... 12 Volontarie
di Don Bosco (v.d.b.) e Hermanas de la Caridad
de Santa Ana (h.c.s.a.), Lar de Nossa Senhora da
Penhae Centro de Santa Lúcia Ká-Hó.
Intanto nel Villaggio dell’Addolorata si andava
avanti benino, le autorità, il Governatore, il Ve-
scovo erano molto contenti, e a Natale facevano il
Natale con noi con recite, canti e certo col pacco
natalizio. I nostri stavano meglio, quelli guariti po-
tevano uscire, ritornare in società, formare delle fa-
miglie, i figli, ottima riuscita, alcuni dopo la scuola
entrarono nell’università, qualcuno professore in
scuole cattoliche o altre. I figli dei figli, loro nipoti,
scuole ottime non esclusa la Salesian School. An-
che quelli che sono a Hong Kong, ottima riuscita...
Ormai il Villaggio dell’Addolorata è diventato una
Casa per la terza età. In tutti quelli che sono usciti,
figli, discendenti, nessun seg[n]o di malattia.
Al servizio di hanseniani
nel continente
Nel 1980, avevo saputo che in Cina, Kwang Tung
Province, vi erano tanti centri di hanseniani, alcuni
dei nostri venivano di là, erano fuggiti... Con tante
difficoltà ho ottenuto il Visa, con la v.d.b. Josephi-
ne Cheung, siamo riusciti a visitare il lebbrosario di
Ngai Sai, fondato dai Maryknoll Fathers, nel di-
28
DICEMBRE 2025

3.9 Page 29

▲torna in alto
stretto di San Wui, dopo tanti permessi delle auto-
rità civili, mediche ecc. Portammo molte medicine.
I medici contenti perché portavamo le medicine, i
malati ancora più felici, specie i cristiani che da
30 anni non vedevano un prete. Il viaggio riuscì as-
sai bene, promettendo di ritornare. Cosa che stiamo
facendo anche oggi con molta più libertà e senza [bi-
sogno di] permessi delle autorità quando vi andiamo,
benvenuti. L’altro lebbrosario, fu
Tai Kam, una isoletta, un’ora di
barca a motore, poverissimo,
anche questo fondato dai Ma-
ryknoll Fathers, un 200 malati,
oggi sono un po’ più di cento.
Anche qui tutti felici. Anche
qui portammo medicine. Que-
sto centro, il più misero che
esisteva, oggi è il migliore. Pa-
dre Ruiz, S.J., lo ha rinnovato,
ha speso dei milioni, da alcuni
anni è riuscito a fare entrare là
le suore di S. Anna, almeno 4,
hanno là la loro residenza, il
centro ha cambiato aspetto. Molti cristiani vecchi e
nuovi. Dopo questa esperienza si univa a noi Sophia,
un’infermiera di Hong Kong.
Il Salesian Centre di Shitan
per bambini di hanseniani
E ora a noi. Visitando i diversi centri in Cina si è
scoperto che in alcuni di essi c’erano dei bambini,
ancora sani. Quando questi piccoli nascono, sono
sanissimi. La malattia non è ereditaria, ma rima-
nendo in quel luogo in mezzo ai genitori e altri
malati, presto o tardi prenderanno la stessa malat-
tia, un disastro irreparabile, una creatura infelice
nel mondo, un peso per la società. Col beneplacito
delle autorità civili e col consenso del sig. Ispetto-
re, con un forte aiuto, 150,000 US$ delle Manos
Unidas di Spagna si sono costruiti nella città di Sek
Tan tre bei blocchi capaci di dare ospitalità almeno
a 120 bambini. È nato così il Salesian Centre, inau-
gurato nel 1992 alla presenza
delle autorità di Canton e locali.
Il centro è ben visto da tutti.
Quest’anno dopo 8 anni dal-
la sua esistenza, se ne vedono i
frutti, alcuni del primo gruppo
del 1992 [1993], hanno finito
gli studi, possono tornare in
società, sani e salvi, ben educa-
ti, onesti cittadini e se domani,
come hanno manifestato, han-
no il Battesimo di desiderio,
buoni cristiani: è il più bel re-
galo che possiamo offrire alla
nostra grande Cina. Ai bambini che per varie ra-
gioni, dopo qualche tempo non possono continuare
a stare nel centro, continuiamo a prestare la nostra
assistenza procurando loro una scuola o un lavoro
sono sempre dei nostri, nostra famiglia.
Dopo di noi che con tanta fatica entrammo in
Cina, Tai Kam, Ngai Sai ecc., nell’85 altri reli-
giosi cominciarono a visitare questi centri e nello
stesso tempo le loro missioni, le loro diocesi, i loro
cristiani. A noi il dovere che è anche e specie pia-
cere di esortare, incoraggiare, aiutare anche tutti
quelli che consacrano le loro migliori energie a pro
di questi nostri fratelli, specie prima, tanto alienati
dagli uomini, ma sempre tanto vicini al Signore,
a Gesù in cui vedono uno di loro, e per questo lo
accettano, non appena ne vengono a conoscenza. Il
Regno dei cieli è per tutti, ma specie di loro. Con
Lui in Croce, con Lui nella Gloria. Post hoc: «mi-
serere mei Deus qui nihil sum».
Già nel 1970 i
risultati erano
ottimi: tra le
112 persone
del villaggio,
40 vennero
dimesse. Don
Nicosia si
dava da fare
per trovare
un lavoro e
sostenere
finanziaria­
mente coloro
che lasciavano
il villaggio,
spesso vittime
di stigma
sociale.
DICEMBRE 2025
29

3.10 Page 30

▲torna in alto
EVENTI
Antonio Labanca di Missioni don Bosco
Il Concerto di Natale
per POINTE-NOIRE
Missioni Don Bosco dedica
il Concerto di Natale in
Vaticano 2025 alla raccolta
di aiuti per i bambini di
Pointe-Noire. Questa sarà
la 32ª edizione, la prima
con la partecipazione
di papa Leone XIV.
C’ è una penisola in Africa che, vista
dall’alto, è come il dito che indica
il continente dirimpettaio, l’Ameri-
ca. E proprio seguendo la linea dei
paralleli troviamo la “punta” arrotondata del Nord-
Est del Brasile. Una condizione geografica che fu
sfruttata purtroppo per il traffico di schiavi da par-
te degli europei dall’una all’altra parte dell’Oceano
atlantico. Con la “fantasia” che spesso diede nuovi
nomi a terre altrui, quella penisola prese il nome di
“punta nera” quando i Francesi che la colonizzarono
nell’Ottocento fondarono la città di Pointe-Noire.
Ancora adesso questa area metropolitana risente
del lungo sfruttamento. Dopo la capitale Brazaville,
Pointe-Noire è la città più estesa della Repubblica
del Congo. Il suo milione e mezzo circa di abitanti
presenta condizioni di miseria diffusa, nonostante
il suo dinamismo legato in gran parte allo sfrutta-
mento delle risorse naturali e all’attività portuale.
Pur essendo la “capitale economica”, è un luogo di
profonde diseguaglianze sociali, con le zone perife-
riche in rapida espansione ma prive delle infrastrut-
ture di base. I missionari salesiani intervengono nel
quartiere Côte-Mateve, dove si registra un’alta den-
sità abitativa, una crescita demografica accelerata e
una grave carenza di servizi fondamentali: acqua
potabile, elettricità, strutture educative, centri sani-
tari, sistemi di trasporto pubblico.
Proprio lì hanno in programma di costruire a breve
un nuovo plesso scolastico. I bambini e gli adole-
scenti rappresentano la fetta più grande della po-
polazione: il 58% degli abitanti di Pointe-Noire ha
meno di 24 anni, e il 43% è costituito da minoren-
ni. Essere scolari per molti di loro è un privilegio
30
DICEMBRE 2025

4 Pages 31-40

▲torna in alto

4.1 Page 31

▲torna in alto
inaccessibile, e non è il solo diritto negato. L’attuale sistema formativo non è in
grado di rispondere alla domanda crescente: pochi edifici, insegnanti insuffi-
cienti, ambienti inadeguati.
Il progetto prevede un costo equivalente a 238 878 euro: ogni aspetto è stato
considerato nel rispetto degli standard tecnici richiesti e con particolare atten-
zione alla durabilità dei materiali e alla sicurezza degli ambienti. L’investimento
richiede pertanto un’iniziativa straordinaria per essere presentato e per racco-
gliere i fondi necessari. Missioni Don Bosco dedica pertanto il Concerto di
Natale in Vaticano 2025 alla raccolta di aiuti per la realizzazione di questo pro-
getto, destinato a rispondere al bisogno di 350 bambini vulnerabili, di età com-
presa tra i 6 e i 12 anni. Provenienti da contesti difficili, caratterizzati da disagio
familiare, marginalità sociale ed esclusione, si intende offrire a loro l’opportuni-
tà che dà una svolta alla loro vita: l’accesso a una struttura educativa adeguata,
a contrasto dei rischi dell’abbandono scolastico, dell’isolamento, della strada.
Il Concerto in Vaticano ha il patrocinio della Fondazione Cultura per l’Educa-
zione e del Dicastero vaticano per la Cultura e l’Educazione. Quest’anno sarà
la 32ª edizione, la prima alla quale darà la sua benedizione papa Leone XIV.
I numerosi artisti, di prestigio nazionale e internazionale, che si esibiranno sul
palco dell’Auditorium della Conciliazione, lo incontreranno in udienza privata
per sottolineare la necessità che lo “spirito” del Natale si tramuti anche in opere
rivolte a chi vive nelle periferie del mondo.
Il Concerto di Natale in Vaticano verrà trasmesso da Canale 5
nei giorni della Festa: il pubblico presente e i telespettatori
potranno dare il loro contributo attraverso un SMS solidale
e donazioni direttamente a Missioni Don Bosco attraverso
la pagina dedicata nel sito www.missionidonbosco.org
DICEMBRE 2025
31

4.2 Page 32

▲torna in alto
LE NOSTRE MEMORIE
Natale Maffioli
L’ultimo vestigio della
casa dove nacque
SAN GIOVANNI
BOSCO
Il trave del soffitto della casa dov’è nato
san Giovanni Bosco è diventato una statua
di Maria.
Negli anni cinquanta del 1900, quando si iniziò a costrui­
re ai Becchi il tempio di don Bosco, si demolirono tutti
gli edifici che occupavano lo spazio destinato all’edifi-
cio sacro, e si demolì anche quello che era denominato il
Rustico”, il suo nome al catasto era quello di “Cascina Biglione”. Suc-
cessivamente, uno studioso di don Bosco (era il sindaco di Chieri)
scoprì che quella cascina era la casa dove era nato il nostro santo pri-
ma che la famigliola si trasferisse in quella che era la stalla e le stanze
da letto al primo piano. Iniziate le demolizioni, tutto il materiale
ligneo che si recuperava fu radunato in un mucchio che sarebbe stato
utilizzato per il forno (che allora era collocato alla cascina “Scaiota”).
Un salesiano, il signor Schiappacasse, che aveva un po’ di propen-
sione per la scultura, ricavò dalla trave che si era recuperata dai tetti
della cascina Biglione la statua della Madonna con Bambino.
La statua avrebbe dovuto essere utilizzata in una recita che si sareb-
be allestita nella casa del Colle don Bosco.
Il legno della trave è di abete, legno tipico dell’utilizzo che si faceva
per le travature del tetto.
L’immagine era un po’ informe, eccettuato il panneggio della Ma-
donna, che era di buona mano.
Finita la recita si lasciò la scultura nel magazzino che era il depo-
sito del signor Severino Fabbris, un salesiano grande disegnatore,
lui conservò questa scultura fino a quando non lasciò la Elledici e
32
DICEMBRE 2025

4.3 Page 33

▲torna in alto
I NOSTRI LIBRI
gli fu mandata dietro anche la scultura della Ma-
donna. Era sul punto che il tutto fosse buttato via
quando colpì la fantasia di un salesiano, anche se
il viso della Madonna era poco bello e il bambino
sembrava un fagottino di stracci. Comunque fu re-
cuperata e appena si seppe la storia della scultura si
pensò di destinarla ad una situazione più onorevole.
La scultura fu affidata ad un valente intagliatore di
Foglizzo, il signor Piero Pane che conferì un sem-
biante meglio dettagliato alle figure, la verniciò per
proteggerla dall’assalto degli insetti xilofagi, poi fu
offerta ai salesiani i quali dissero che non interes-
sava a nessuno, allora fu portata nella cappella di
San Rocco a Malatrait, dove restò fino a quando
fu portata in un ambiente della casa di Torino dei
Conti di Rebaudengo.
Alla base della statua si conservano ancora i resti
della trave da cui è stata ricavata.
Quello che segue è quanto scrisse il salesiano che
ebbe la ventura di entrare in possesso della scultu-
ra: “Io Severino Fabbris, salesiano, affermo quanto se-
gue: questa statua della Madonna con Bambino è stata
fatta per comparire nella scena di un teatro, allestito al
Colle don Bosco negli anni ’60 ed è stata scolpita dal sig.
Schiappacasse Luigi o Angelo Mazzarolo. Il tronco nel
quale è stata scolpita l’immagine faceva parte di un pez-
zo di trave proveniente dal tetto di quella che fu la casci-
na Biglione in cui certamente nacque don Bosco e che fu
demolita per costruire il tempio dedicato a San Giovanni
Bosco. Dopo la demolizione, per qualche tempo le travi e
il legname vario furono conservati in catasta prima di
essere portati via e consumati per il fuoco alla Scaiota o
per altre necessità. In fede Severino Fabbris”.
Bruno Ferrero
50 storie per
parlare di pace
elledici
Piccole storie utili per accendere
un incontro in modo gentile
e accattivante, per suscitare
interesse e magari ravvivare un
discorso, un’omelia, una lezione.
Bruno Ferrero
I giorni delle stelle
nuove storie di natale
elledici
Una volta gli animali fecero una
riunione.
La volpe chiese allo scoiattolo:
«Che cos’è per te Natale?»
Lo scoiattolo rispose: «Per me
è un bell’albero con tante luci
e tanti dolci da sgranocchiare
appesi ai rami».
La volpe continuò: «Per me
naturalmente è un fragrante
arrosto d’oca. Se non c’è un
bell’arrosto d’oca non c’è Natale».
L’orso l’interruppe: «Panettone! Per me Natale è un enorme
profumato panettone!»
La gazza intervenne: «Io direi gioielli sfavillanti e gingilli
luccicanti. Il Natale è una cosa brillante!»
Anche il bue volle dire la sua: «È lo spumante che fa il Natale!
Me ne scolerei anche un paio di bottiglie».
L’asino prese la parola con foga: «Bue, sei impazzito?
È il Bambino Gesù la cosa più importante del Natale.
Te lo sei dimenticato?»
Vergognandosi, il bue abbassò la grossa testa e disse:
«Ma questo gli uomini lo sanno?»
La civetta, antica e saggia, sentenziò: «Forse basta
raccontarglielo».
Proprio quello che cerca di fare questo libro.
DICEMBRE 2025
33

4.4 Page 34

▲torna in alto
COME DON BOSCO
Pino Pellegrino
I VERBI DELL’EDUCAZIONE 21
PREGARE con i figli
La preghiera è un gesto d’amore
per gli altri, per Dio e soprattutto
per se stessi. Pregare è il modo più
incantevole per entrare gentilmente
nella notte. Insegnare a pregare
è il dono più grande che i genitori
possono fare ai figli e a se stessi.
La genitorialità gentile
Gli psicologi e gli operatori sanitari pediatrici con-
cordano sul fatto che un approccio genitoriale gen-
tile o positivo all’educazione dei bambini è una del-
le strategie genitoriali più vantaggiose. Non solo ha
un impatto positivo sulla salute mentale ed emotiva
dei figli, ma potrebbe anche avere effetti duraturi e
a lungo termine sulla relazione che si vuole costrui­
re con loro.
La genitorialità gentile non è una maggiore ten-
denza a essere dolci e “coccoloni”, ma è un metodo
educativo improntato su empatia, rispetto, com-
prensione e limiti. L’obiettivo è promuovere le qua-
lità del bambino senza però lasciarsi sopraffare dal
piccolo e crescerlo in modo che sviluppi sicurezza,
indipendenza e serenità.
La prima cosa da ricordare è che pregare non è un
dovere, ma un piacere, un vero profondo piacere
delle creature umane, perciò non deve essere an-
nunciato come una condanna ai lavori forzati, ma
come un momento di gioia condivisa. È un mo-
mento di quiete, di armonia. La famiglia che prega
insieme è inevitabilmente una famiglia unita.
Come per tutte le cose importanti, il modo più
semplice di insegnare ai bambini a pregare consi-
ste nel fare in modo che vi vedano pregare. Se i
bambini vedono i genitori pregare con entusiasmo
e fiducia, capiranno che Dio è importante per loro,
che merita dare del tempo a Gesù, magari il mo-
mento più intimo della giornata. Se i bambini ve-
dono che i genitori sono appagati quando pregano,
intuiranno che Dio è una persona ben viva per loro
e che ascolta coloro che gli parlano.
Poi pregate con loro. È importante essere semplici e
sinceri, usare le parole e i sentimenti che i bambini
sono in grado di comprendere. Abbracciateli e co-
minciate con frasi come: «Gesù, benedici il nostro
piccolo Enrico che diventa un ometto». I gesti han-
no la loro importanza: un segno di croce sul bam-
bino seguito da un bacio pieno di calore inserisce
la preghiera nella cornice appropriata. I bambini
devono soprattutto rendersi conto che non si tratta
di un gioco.
Il libro da usare di più è naturalmente la Bibbia.
I bambini imparano in fretta che è il “Libro di
Dio”. Esistono edizioni di “Bibbie per bambini”
che selezionano i brani più adatti ai piccoli. Sto-
rie, personaggi, parole tratte dalla Sacra Scrittura
sono indispensabili per nutrire la preghiera e la vita
spirituale. Le frasi dei salmi, le parole di Gesù ai
discepoli, le parabole si possono trasformare in sor-
genti di stupenda preghiera. È uno spettacolo im-
pagabile vedere un bambino di otto anni che dice
convinto, con gli occhi chiusi e le mani giunte: «Si-
gnore, guardami, proteggimi! La mia vita è nelle
tue mani: sei la cosa più bella che ho. Tu, Dio, sei
la mia guida, anche di notte il mio cuore ti ricorda.
Ti ho sempre davanti agli occhi, con te vicino non
cadrò mai» (Salmo 15).
34
DICEMBRE 2025

4.5 Page 35

▲torna in alto
I genitori devono ricordarsi di “fare le presentazio-
ni”: di Dio ai bambini e dei loro bambini a Dio.
Alcune tra le domande più comuni che i bambini
pongono su Dio sono: Chi ha creato Dio? Da dove
viene Dio? Com’è Dio? Ha amici o è tutto solo?
Perché non lo vediamo? È vitale soddisfare la loro
curiosità, soprattutto partendo da quello che Gesù
ci dice di Dio.
Non dimenticate che la preghiera è relazione e co-
municazione. Aiutate i bambini a comprendere che
Dio vuole diventare il loro migliore amico. I bam-
bini sono contenti di avere amici, e Dio desidera
stare vicino a loro. Parlate di Dio usando le parole
di Gesù. Insegnate che pregare è anche ascoltare.
La voce di Dio è diversa da quelle umane, ma è
reale. È come un segreto, una confidenza. Arriva
attraverso il silenzio che si fa “dentro”: attraverso
i pensieri, le letture del Vangelo, gli avvenimenti
della vita, i desideri, gli incontri della giornata.
Fate in modo che la preghiera diventi un appunta-
mento quotidiano, uno di quelli di cui si sente la
mancanza quando non c’è.
Comprendete le difficoltà. Se la piccola Jessica
proprio non ha voglia di pregare si può dire sempli-
cemente: «Questo passerotto è stanco, stasera, Si-
gnore. Ci sentiremo domani». Tenere aperti i canali
della comunicazione tra genitori e figli è la chiave
Un bambino stava disegnando e l’insegnante gli disse:
«È un disegno interessante. Che cosa rappresenta?»
“È un ritratto di Dio”.
“Ma nessuno sa com’è fatto Dio”.
“Quando avrò finito il disegno lo sapranno tutti!”
I bambini sanno com’è fatto Dio. Quanto tempo impieghiamo a
farglielo dimenticare? Il più delle volte è questione di settimane.
per tenere aperti i canali della comunicazione tra
Dio e i bambini.
Abituate i bambini a chiedere perdono e a pregare
per gli altri nella loro preghiera e fate dei “progetti
di preghiera” familiari: costituiscono un’altra mo-
dalità per coinvolgere i figli nella vita di preghiera
dei genitori e per guidarli. Quando accade qualcosa
che riguarda l’intera famiglia, come traslocare, do-
ver cercare un nuovo lavoro, la malattia del nonno,
è bello parlarne e poi pregare insieme, chiedendo
l’aiuto di Dio.
Parlate tranquillamente della risposta di Dio. Spe-
cialmente quando non arriva. Il momento decisivo
per guidare ad avere fiducia nella preghiera si ve-
rifica probabilmente quando la vita tende “traboc-
chetti”, grandi o piccoli. Quando sembra che la vita
ci schiaffeggi e Dio non risponda alle nostre pre-
ghiere, è un momento che i bambini osservano con
molta attenzione. Sembra una contraddizione, ma
il momento più adatto per guidare ad avere fiducia
in Dio si verifica quando Dio non sembra molto
degno di fiducia. Durante quei momenti di confu-
sione e difficoltà, la vostra risposta di fede diventa
un potente strumento di guida. Anche se i bambini
sono i più pronti ad accettare il fatto che Dio ha il
diritto anche di rispondere «no» per il bene dei suoi
figli. Come spiega Gesù: «Il Padre conosce ciò di
cui abbiamo bisogno».
Infine, mettete la Messa al culmine della vita di pre-
ghiera familiare. Deve essere un momento straor­
dinario, in cui la preghiera diventa comunione
reale con Dio e con gli altri.
DICEMBRE 2025
35

4.6 Page 36

▲torna in alto
LA LINEA D’OMBRA
Alessandra Mastrodonato
Per ritornare umani
LA SFIDA DELLA PACE
Quale sfida si pone oggi, per le nuove generazioni che,
affacciandosi all’età adulta, sono chiamate a farsi carico
di queste contraddizioni, prendendo posizione – ciascuno
nel proprio piccolo, ma anche come cittadini del mondo
– di fronte al «suicidio della pace», per parafrasare il titolo
di un libro di recente pubblicazione?
«Si vis pacem, para bellum». Se vuoi
la pace, prepara la guerra! In una
congiuntura storica come quella
che stiamo vivendo, in cui assistia-
mo atterriti e impotenti al riaccendersi di vecchi
conflitti e all’aprirsi di nuovi fronti di guerra, in
un contesto sempre più “normalizzato” di violenza
dilagante e di infrazione del diritto internazionale,
One, two, three, four
Sia benedetto il Signore Gesù Cristo,
che se fosse nato oggi non l'avremmo neanche visto:
perso nel Mediterraneo su una barca in mezzo al mare,
a portare un po' di fiori sulla tomba di suo padre.
Sia benedetto anche il povero Maometto
diventato, suo malgrado, il complice perfetto
per un gruppo di bambini disillusi ed affamati
che reclamano attenzione vestiti da soldati.
È inutile stare fermo mentre il mondo va all'inferno, credi-
mi, prendimi la mano e andiamo
verso un mondo più lontano,
dove troveremo l'uomo,
dove troveremo il modo
per risvegliarci
e ritornare umani...
sembrano tornate tristemente in auge – nella poli-
tica non meno che nel dibattito pubblico – le argo-
mentazioni a favore del riarmo e di una riscoperta
dello “spirito bellico”, quali mezzi imprescindibi-
li di difesa della nostra democrazia, della nostra
civiltà e dei nostri valori. Con il più tragico dei
paradossi, ci viene detto da più parti che, se vo-
gliamo salvaguardare la “nostra” pace, dobbiamo
armarci ed essere disposti a derogare a quel radi-
cale ripudio della guerra che – dopo gli orrori di
due conflitti mondiali – appariva ormai come una
solida conquista alla base dei nostri principi co-
stituzionali. E mentre, come ha scritto di recente
Tomaso Montanari, il nostro “civilissimo” mondo
occidentale è sempre più pervaso e attraversato da
un «terribile amore per la guerra», la parola d’ordi-
ne della pace, da pietra angolare delle relazioni tra
Stati, tende a essere sempre più relegata nell’oriz-
zonte dell’“utopia” e del mero “ideale”.
Come fare, allora, per contrastare una simile nar-
razione? Quale sfida si pone oggi, per le nuove
generazioni che, affacciandosi all’età adulta, sono
chiamate a farsi carico di queste contraddizioni,
prendendo posizione – ciascuno nel proprio picco-
lo, ma anche come cittadini del mondo – di fronte
36
DICEMBRE 2025

4.7 Page 37

▲torna in alto
al «suicidio della pace», per parafrasare il titolo di un
libro di recente pubblicazione?
Certo, non è facile rispondere a una domanda come
questa, che chiama in causa i valori portanti e le fon-
damenta stesse della nostra società democratica, il
nostro senso del bene e del male, ma anche la radica-
ta convinzione che la guerra appartenga alla “natura”
dell’uomo, che sia inscritta nel nostro dna originario
e che, dunque, la ricerca della pace non rappresenti
altro che il tenace quanto velleitario tentativo di ne-
gare questa inclinazione originaria dell’essere uma-
no. Per non parlare delle esibite giustificazioni reli-
giose di cui spesso i conflitti si fanno scudo, che ci
spingono a interrogarci sul drammatico controsenso
di una fede che, mentre condanna apertamente l’uso
della forza e la violenza, sembra poi legittimarne il
ricorso quando a essere in gioco è la difesa del “pro-
prio” Dio contro forme differenti di religiosità.
Risulta, inoltre, quanto mai paradossale affidare il
compito di “custodire la pace” a una generazione che
appare travagliata da profondi conflitti interiori, dal-
la difficoltà di riconciliarsi con le proprie fragilità e
sofferenze, dalla fatica di costruire relazioni cordiali
e di non-belligeranza nei propri molteplici ambiti di
vita. Il cammino verso l’adultità è, infatti, spesso co-
stellato da contrasti dolorosi, inquietudini laceranti,
piccole e grandi battaglie che rendono quanto mai
impegnativo fare esperienza di un’autentica dimen-
sione di pace. E va da sé che chi non sa amministrare
le proprie contraddizioni interiori e rinunciare a fare
appello alla logica dello scontro nei rapporti che in-
trattiene con chi gli sta intorno, difficilmente potrà
candidarsi a essere un operatore di pace nel mondo.
Eppure, proprio la sfida quotidiana di costruire e
ricostruire la pace dentro di noi e nelle relazioni
con gli altri, di fare i conti ogni giorno con la fatica
di scegliere la via del dialogo e della mediazione
in luogo di quella dell’aggressività e della preva-
ricazione, può diventare una preziosa palestra per
allenarsi con perseveranza e ostinazione a “fare la
pace”, che è qualcosa di più che limitarsi sempli-
cemente a pensarla, a invocarla o a sostenerne le
Sia benedetta l'energia delle persone
che si abbracciano lo stesso anche senza religione;
quelli che lo sanno ancora cosa è bene, cosa è male,
senza che ci sia un padrone a doverglielo spiegare.
Ma è inutile, c'è un incendio
e stai pisciando controvento...
Capita, prendimi la mano e andiamo
verso un mondo più lontano,
dove troveremo l'uomo,
dove troveremo il modo
per respirare un po',
per ritornare umani...
Evenu Shalom Aleichem,
Evenu Shalom Aleichem...
(Brunori Sas, Benedetto sei tu, 2020)
ragioni, perché implica la disponibilità ad
agire concretamente per realizzarla, a par-
tire dai piccoli gesti di gentilezza e
umanità nei confronti delle perso-
ne che abbiamo accanto.
E, se è vero che, di fronte a que-
sto mondo che «va all’inferno» e
in cui le guerre divampano come
incendi inestinguibili, un in-
dividuo da solo può fare ben
poco, è altrettanto vero che,
se ognuno si impegnasse dav-
vero a compiere atti di pace e
a ritornare umano riconoscen-
do nel volto dell’altro, di ogni
singolo altro, la presenza di
Dio che torna a farsi carne
per esortarci all’accoglienza
e alla compassione, forse al-
lora anche la pace tornerebbe
di nuovo ad abitare in mez-
zo a noi.
DICEMBRE 2025
37

4.8 Page 38

▲torna in alto
LA STORIA SCONOSCIUTA DI DON BOSCO
Francesco Motto
150 anni di
MISSIONI SALESIANE
A conclusione del 150° anniversario della prima spedizione
missionaria (11 novembre 1875), durante il quale
mensilmente abbiamo dato la parola ai protagonisti
di quell’evento, è ora il caso di tracciare un sia pur rapido
bilancio dell’intero “progetto missionario” di don Bosco
così come si è sviluppato in un secolo e mezzo di vita.
Iniziamo dai numeri
I numeri non mentono. Ai dieci missionari salesiani
della prima spedizione del 1875 sono seguiti, nel-
le successive 157 spedizioni, circa 7000 missionari,
numero che può crescere di almeno 2000 unità se
contiamo quanti hanno successivamente lasciato la
Congregazione salesiana per vari motivi. Vi si ag-
giungano altre 3500 Figlie di Maria Ausiliatrice.
Dunque la storia registra uno stuolo di persone, che
hanno lasciato la propria terra per portare il vangelo
a chi non lo conosceva (ad gentes) o a quanti rischia-
vano di perdere la fede. Don Bosco, pur desideran-
dolo, non era partito missionario, ma della sua pas-
sione per le missioni ha contagiato per un secolo e
mezzo migliaia di giovani, uomini e donne.
Le statistiche dell’indomani del centenario delle
missioni salesiane (1977) dicono che all’epoca sul
campo di lavoro di un’ottantina di paesi del pianeta
vi erano 2700 missionari salesiani, mentre i defunti
erano 2400; 700 poi erano i missionari rimpatriati
per salute, servizi centrali, motivi familiari. Di tutti
questi, oltre la metà proveniva dall’Italia, un terzo
da altri paesi europei e un decimo da paesi extra-
europei. La parte del leone è dunque toccata al “bel
paese” e al suo interno al nord, particolarmente al
Piemonte con oltre 800 missionari. I sei paesi poi
dell’Europa meridionale (Italia, Francia, Spagna,
Portogallo, Jugoslavia, Malta) hanno inviato com-
plessivamente 4000 missionari, vale a dire oltre tre
quarti di tutti i missionari europei (5200). Quan-
to ai paesi extraeuropei, circa 450 missionari sono
nati in America, oltre 100 missionari in Asia e una
ventina in Africa. Di tutti i missionari poi oltre tre
quarti erano sacerdoti, un 20% Salesiani coadiuto-
ri ed un 5% chierici. Non mancavano 59 vescovi e
monsignori.
Nei due decenni di fine secolo scorso il flusso mis-
sionario è continuato e, a seguito del Progetto Africa,
ha raggiunto 25 nuovi paesi del Continente nero.
In questo scorcio di secolo xxi sono continuate le
spedizioni missionarie, ma con la maggior parte di
missionari nativi delle antiche “terre di missione”. I
salesiani oggi sono presenti in 137 paesi a maggio-
ranza cattolica o cristiana, musulmana o induista,
buddista o shintoista, atea o animista.
38
DICEMBRE 2025

4.9 Page 39

▲torna in alto
L’esito delle missioni
Che cosa hanno fatto i missionari e le missiona-
rie salesiane partite per le missioni in questi ultimi
150 anni? I frutti spirituali li conosce solo il Si-
gnore. Noi storicamente possiamo solo registrare
che nell’ambito dell’ecclesiologia missionaria della
Chiesa cattolica del tempo (e in risposta ai bisogni
dei singoli luoghi e contesti,) hanno cercato, come
don Bosco, di fare degli “onesti cittadini e dei buo-
ni cristiani” dei milioni di giovani, per lo più po-
veri che hanno avvicinato in terra straniera (da San
Francisco ad Ushuaia, da Pechino a Manila, da Il
Cairo a Cape Town, da Melbourne alle isole Salo-
mone). Lo hanno fatto attraverso la fondazione e la
gestione educativa di centinaia e centinaia di orato-
ri, collegi, ospizi, scuole, chiese, cappelle, stampe,
catechismi, anche qualche ospedale.
Li animava il mandato missionario, indicato da
Gesù nel Vangelo con l’esplicita raccomandazione:
«Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo
a ogni creatura» (Marco 16,15); li entusiasmava la
passione donboschiana per le anime: Cercate anime,
ma non danari né onori, né dignità”. Alla stregua del
fondatore si sono sobbarcati im-
mensi sacrifici non solo per inse-
gnare a giovani ed adulti la stra-
da del cielo, ma anche per dare
loro cibo e vestiti, educazione e
cultura, lavoro e allegria, spe-
ranze e futuro. Li sosteneva una
schiera impressionante di gene-
rosi benefattori, che con il loro
obolo, grande o piccolo che fos-
se, si sentivano parte integrante
delle missioni salesiane, dalla
plantatio ecclesiae alle periferie
geografiche ed esistenziali del
mondo, per dirla con papa Fran-
cesco (ossia il frutto più signifi-
cativo della pastorale salesiana
in Buenos Aires). Li invitavano
a venire in loro aiuto le autorità
ecclesiastiche e civili dei vari paesi, che nelle opere
salesiane vedevano una soluzione dei loro problemi
di mancanza di clero, di collegi di educazione cri-
stiana, di scuole di preparazione al lavoro per giova-
ni delle classi sociali inferiori, di oratori per giovani
a rischio lungo le strade e nelle piazze, di catechesi
e amministrazione di sacramenti per chi ancora non
era a conoscenza della buona novella o rischiava di
dimenticarla.
Quelle stesse autorità civili ed ecclesiastiche che
hanno poi riconosciuto l’immenso apporto spiri-
tuale, educativo e sociale dato dai missionari sa-
lesiani. Prova ne siano le trionfali accoglienze date
all’urna di don Bosco nel bicentenario della sua
nascita (2015) in tutti i paesi e le città dei cinque
continenti in cui è transitata. Prova ne sia il fatto
che a poco più di 40 anni dal Progetto Africa, i Sa-
lesiani sono presenti in 42 paesi africani, Madaga-
scar compreso, con oltre 250 opere gestite da 2000
confratelli laici e sacerdoti, fra cui alcuni vescovi,
ormai nella quasi totalità africani, pronti ad inviare
missionari nella vecchia Europa sempre più lontana
da Cristo e dal suo Vangelo.
DICEMBRE 2025
39

4.10 Page 40

▲torna in alto
I NOSTRI SANTI
A cura di Pierluigi Cameroni  postulatore generale
Coloro che ricevessero grazie o favori per intercessione
dei nostri beati, venerabili e servi di Dio, sono pregati
di segnalarlo a postulatore@sdb.org
Per la pubblicazione non si tiene conto delle lettere
non firmate e senza recapito. Su richiesta si potrà
omettere l’indicazione del nome.
IL SANTO DEL MESE
In questo mese di dicembre preghiamo invocando
l’intercessione di santa Maria Troncatti, Figlia di
Maria Ausiliatrice, canonizzata da papa Leone XIV
il 19 ottobre 2025.
Nata a Corteno Golgi (Brescia) il
16 febbraio 1883, cresce lieta e
operosa fra i campi e la cura dei
fratellini, in un ambiente familiare
ricco di affetti, laboriosità e fede.
Assidua alla catechesi parrocchia-
le e ai sacramenti, l’adolescente
Maria matura un profondo senso
cristiano che la apre alla vocazione
religiosa. Per obbedienza al padre
e al parroco, attende di essere
maggiorenne prima di chiedere
l’ammissione all’Istituto delle Fi-
glie di Maria Ausiliatrice ed emette
la prima professione nel 1908 a
Nizza Monferrato. Durante la Pri-
ma guerra mondiale (1915-1918)
suor Maria segue a Varazze corsi di
assistenza sanitaria e lavora come
infermiera crocerossina
nell’ospedale militare: una
esperienza che le riuscirà quan-
to mai preziosa nel corso della sua
lunga attività missionaria nella
foresta amazzonica dell’Oriente
ecuadoriano. Partita, infatti, per
l’Ecuador nel 1922, è mandata fra
gli indigeni shuar, dove con altre
consorelle inizia un difficile lavoro
di evangelizzazione in mezzo a
rischi di ogni genere, non esclusi
quelli causati dagli animali della
foresta e dalle insidie dei vorticosi
fiumi da attraversare a guado o su
fragili “ponti” di liane, oppure sul-
le spalle degli indi. Macas, Sevilla
Don Bosco, Sucúa sono alcuni dei
“miracoli” tuttora fiorenti dell’a-
Ringraziano
Da diversi anni sentivo la voglia di
una relazione sentimentale vera
e la vocazione al matrimonio, ma
nonostante fossi socievole e atti-
va con amici, associazioni, eventi
culturali, non facevo gli incontri
giusti. Arrivata a metà della qua-
rantina, mi stavo convincendo che
forse non ero chiamata alla vita
di coppia. Ho attraversato un pe-
riodo difficile di dubbio, tristezza
e disillusione. Durante questo pe-
riodo ho parlato con una suora sa-
lesiana, che mi conosce da quando
ero bambina e ha capito quanto
la situazione mi facesse soffrire.
Mi ha inviato la reliquia di Beata
Eusebia Palomino e si è offerta di
pregarla con me. L’abbiamo pre-
gata perché io potessi incontrare
la persona giusta, se questa era
la volontà del Signore. A seguito
delle preghiere, nel 2020 ho in-
contrato l’uomo meraviglioso con
cui condividerò il resto dei miei
giorni. Al matrimonio, avvenuto
il 22 aprile 2023, questa FMA ci
ha fatto da testimone. La gioia è
stata immensa, così come la rico-
noscenza al Signore per la Grazia
che ci ha concesso, e alla Beata
Eusebia per la sua intercessione.
Al matrimonio hanno potuto par-
tecipare anche i miei genitori, al
settimo cielo dalla gioia.
(Ambra Longatti)
Da 15 giorni mia figlia gravemen-
te disabile ha ricevuto una grazia
dal Servo di Dio don Silvio Galli,
dopo che mi sono recata a pregare
a Chiari sulla sua tomba e ho ini-
ziato a mettere il libro di don Galli
sotto il cuscino del letto di mia
figlia. Trent’anni fa ero in attesa
zione di suor Maria
Troncatti: infermiera,
chirurgo e ortopedico,
dentista e anestesi-
sta..., ma soprattutto
catechista ed evange-
lizzatrice, ricca di mera-
vigliose risorse di fede, di
pazienza e di amore fraterno. La
sua opera per la promozione della
donna shuar fiorisce in centinaia di
nuove famiglie cristiane, formate
per la prima volta su libera scelta
personale dei giovani sposi. Suor
Maria muore in un tragico inciden-
te aereo a Sucúa il 25 agosto 1969,
offrendo la sua vita per la riconci-
liazione tra i coloni e gli indigeni.
La sua salma riposa a Sucúa, nella
Provincia di Morona (Ecuador).
È stata dichiarata Venerabile l’8
novembre 2008, beatificata il 24
novembre 2012 e canonizzata il 19
ottobre 2025, Anno Santo.
Preghiera
Padre misericordioso,
che, per opera dello Spirito Santo,
hai suscitato in santa Maria Troncatti,
Figlia di Maria Ausiliatrice e missionaria intrepida,
una materna carità per i giovani e i poveri,
concedici, per sua intercessione, la grazia che ti chiediamo
e il dono di essere come lei artigiani di riconciliazione e di pace.
Per Cristo, nostro Signore.
Amen
CRONACA DELLA POSTULAZIONE
Martedì 7 ottobre 2025 nel corso della Sessione Ordinaria dei
Cardinali e Vescovi presso il Dicastero delle Cause dei Santi è stato
espresso parere affermativo circa il martirio, dei Servi di Dio Gio-
vanni Świerc e VIII Compagni, Sacerdoti Professi della Società di
San Francesco di Sales, uccisi in odium fidei nei campi di sterminio
nazisti negli anni 1941-1942.
di questa seconda figlia. La data
prevista del parto era l’8 dicembre
1995 e il nome scelto fu Miriam, in
onore della Madonna. Avvertii il gi-
necologo che la mia precedente fi-
glia era dovuta nascere col cesareo,
ma fu deciso per la seconda per un
parto naturale. Due giorni oltre il
limite subentrarono problemi e fu
fatto un cesareo urgente. La picco-
la nacque con problemi gravissimi:
tetraparesi spastica con danni dif-
fusi a tutto l’encefalo. Da allora è
accudita giorno e notte soprattut-
to dalla mamma. È irrequieta bi-
sognosa in tutto; chiama e chiede
sempre le stesse cose giorno e not-
te, ma dopo essere andata a prega-
re sulla tomba di don Silvio e aver
messo il suo libro sotto il cuscino
Miriam sta meglio. Mi sembra un
sogno ma mia figlia non è più ir-
requieta ed esasperata. È calma e
tranquilla e anch’io posso riposare
di notte. Voglio testimoniare che
ho ricevuto questa grande grazia
da don Silvio e questo sia annove-
rato fra tutte le rose di grazia che
don Silvio lascia cadere dal paradi-
so. Sono veramente riconoscente e
ringrazio di cuore.
(Antonella Calzi)
40
DICEMBRE 2025

5 Pages 41-50

▲torna in alto

5.1 Page 41

▲torna in alto
IL LORO RICORDO È BENEDIZIONE
ANS
DON ELIO TORRIGIANI
Morto a Roma l’11 settembre 2025
all’età di 92 anni
Con profondo dolore, la Famiglia
Salesiana annuncia la scomparsa
di don Elio Torrigiani, avvenuta a
Roma l’11 settembre 2025 all’e-
tà di 92 anni. Nato il 4 novembre
1932, don Torrigiani ha accolto sin
da giovane il carisma di don Bosco,
dedicando 77 anni di vita religiosa
e 67 di vita sacerdotale all’educa-
zione dei giovani e alla guida delle
comunità salesiane. Ha servito
la Congregazione Salesiana con
dedizione straordinaria in molti
modi e incarichi, venendo ricorda-
to in particolare per il suo servizio
come Superiore dell’Ispettoria
Italia Ligure-Toscana (1978-1984)
e Direttore della comunità salesia-
na in Vaticano (1991-2009). I suoi
funerali si sono svolti sabato 13
settembre alle ore 11:00 presso la
Basilica di Maria Ausiliatrice in Via
Tuscolana a Roma.
Don Torrigiani era nato il 4 no-
vembre 1932 a Montecatini Ter-
me, in Toscana, e divenne salesia-
no giovanissimo, nel 1948, all’età
di 16 anni, venendo poi consacra-
to sacerdote a Torino il 1° luglio
1958, a neanche 26 anni.
“Don Elio era un vero esempio di
gentilezza e cortesia. Sempre dol-
ce nei modi, attento alle parole e
rispettoso delle sensibilità altrui,
non ha mai offeso nessuno. La
sua delicatezza d’animo e il suo
stile di vita riflettevano un’auten-
tica nobiltà interiore, che lo ren-
devano amato e stimato da tutti.
Anche nei momenti più difficili
nei suoi ultimi giorni, ha vissuto
tutto con serenità e grande fede”
lo ha ricordato il confratello don
Giorgio Rossi.
La vita di don Torrigiani si è intrec-
ciata con tappe importanti della
storia salesiana, soprattutto nel
Centro Nord dell’Italia, ricevendo
quasi sempre l’incarico dell’a-
nimazione e del governo delle
comunità in cui risiedeva: Valle-
crosia (1966-70), Firenze (1970-
72 e 1975-78), Alassio (1972-75),
Roma-San Tarcisio (1984-86) e
Roma-San Callisto (2009-14) sono
state tutte comunità in cui ha ser-
vito con competenza e dedizione
come Direttore.
“La sua dedizione pastorale era
straordinaria – ha aggiunto da
parte sua don Javier Ortiz, Par-
roco della basilica salesiana del
Sacro Cuore a Roma, dove don
Torrigiani ha servito negli ultimi
anni della sua vita –. Don Elio era
un confessore eccezionale, capace
di accogliere con grande empatia
e di offrire conforto spirituale a
chi si rivolgeva a lui. Molti rac-
contano di essersi sentiti sollevati
e consolati dopo aver parlato con
lui, trovando in lui una guida che
trasmetteva pace e speranza”.
Ruoli e servizi
Tra gli incarichi più significativi da
lui ricoperti, si ricordano, in parti-
colare, il suo servizio lungimirante
e attento da Superiore dell’Ispet-
toria Ligure-Toscana (1978-1984),
promuovendo la formazione
giovanile e rafforzando lo spirito
salesiano tra confratelli e laici; e
quello di Direttore della Comu-
nità Salesiana in Vaticano (1991-
2009), che lo portò ad essere una
presenza salesiana di riferimento
all’interno dell’intera Città del
Vaticano, offrendo una testimo-
nianza di dedizione, dialogo fra-
terno e servizio umile alla Chiesa
universale.
Spiritualità ed eredità
Noto per la sua semplicità e capa-
cità d’ascolto, don Torrigiani si è
contraddistinto per:
– una fede appassionata e una
vivace devozione a don Bosco, in
grado di donargli uno sguardo
sempre attento ai giovani e ai suoi
confratelli;
– una non comune capacità di dia-
logo, sia in ambienti ecclesiali au-
torevoli come la Santa Sede, sia tra
i collaboratori laici e religiosi nelle
opere educative;
– il servizio discreto, ma efficace,
la fedeltà radicale alla vocazio-
ne salesiana e la testimonianza
evangelica praticata nelle piccole
cose quotidiane.
“Don Elio incarnava la figura del
padre amorevole e premuroso.
La sua capacità di comprendere
le persone, di consigliare con sa-
pienza e di essere presente nei
momenti di bisogno lo rendevano
un punto di riferimento per tutti.
La sua paternità spirituale era una
fonte di ispirazione e sicurezza
per chiunque lo incontrasse” ha
aggiunto ancora il salesiano coa-
diutore sig. Cosimo Cossu.
Una memoria che rimane viva
“Era una persona di intelligenza
straordinaria e di grande saggez-
za e possedeva una capacità rara
di vedere oltre le apparenze, di
discernere con lucidità e di offrire
consigli ponderati e illuminan-
ti. La sua saggezza era un dono
prezioso, che metteva sempre al
servizio degli altri con umiltà e
generosità” ha concluso, infine,
don Giuseppe Costa.
Don Torrigiani sarà ricordato per
la profonda spiritualità, l’acco-
glienza cordiale, la pacatezza, il
senso dell’umorismo, l’ospitalità e
la capacità di incoraggiare chiun-
que avvicinasse. Anche negli ulti-
mi anni continuava a partecipare
con vivacità alla vita salesiana, ce-
lebrando anniversari e prendendo
parte con entusiasmo agli incontri
comunitari.
Don Torrigiani è stato un testimo-
ne autentico dello spirito di don
Bosco nei tempi moderni. La sua
testimonianza rimane impressa
nella memoria di quanti hanno
avuto la fortuna di incontrarlo.
La Famiglia Salesiana lo ricorda
con gratitudine e riconoscenza,
affidando la sua anima alla miseri-
cordia di Dio e chiedendo ai fedeli
di accompagnarlo con la preghie-
ra. La comunità ringrazia quanti si
uniranno nel ricordo e nella cele-
brazione della sua vita consacrata
e del suo generoso servizio.
DICEMBRE 2025
41

5.2 Page 42

▲torna in alto
IL CRUCIPUZZLE
Roberto Desiderati
Scoprendo
DON BOSCO
Parole di 3 lettere: Art, Occ, OTP,
Uan.
Parole di 4 lettere: Grip, Oder.
Parole di 5 lettere: Achab, Aglio,
Bloom, Depot, Ladri, Lusso, Ruspe,
Spari, Toner.
Parole di 6 lettere: Airbag, Bonbon,
Egloga, Grinze, Ischia, Nichel, Scabro.
Parole di 7 lettere: Otranto, Sassari,
Triedri.
Parole di 8 lettere: Richmond.
Parole di 9 lettere: Carambola.
Inserite nello schema le parole elencate a fianco, scrivendole da sinistra a destra e/o dall’alto in basso,
compatibilmente con le lunghezze e gli incroci. A gioco ultimato risulteranno nelle caselle gialle le
parole contrassegnate dalle tre X nel testo.
? Parole di 10 lettere: Baden Baden,
Caricatura, Originaria.
Parole di 11 lettere: Federalismo.
?
La soluzione nel prossimo numero.
Parole di 14 lettere: Aerogeneratori.
LOTTARE CONTRO LA SUPERSTIZIONE
In una delle città più povere dell’Africa Centrale, Mbuji-Mayi, un sacerdote salesiano
venezuelano ha scelto di combattere una drammatica ingiustizia. È padre Mario Pérez,
il “missionario dei XXX”, e la sua storia è un faro di speranza in un mondo di ombre.
Il fenomeno di questi bambini è una piaga sociale che colpisce i minori più vulnerabili:
orfani, disabili o semplicemente sfortunati. Queste accuse, spesso nate da superstizio-
ne e miseria, portano all’abbandono e alla disperazione. I bambini vengono cacciati di
casa, condannati a una vita di strada fatta di violenza e sfruttamento. È qui che l’opera
di padre Mario trova la sua ragione d’essere. Nei centri Don Bosco, il sacerdote e i suoi collaboratori offrono a questi ragazzi un porto sicuro,
un luogo dove ritrovare la propria dignità. La missione va oltre l’accoglienza: è un percorso di riabilitazione completo. I bambini ricevono
cibo, cure mediche, un’istruzione e, soprattutto, l’affetto e la sicurezza che gli sono stati negati. L’obiettivo è rompere il ciclo di violenza e
paura, fornendo loro gli strumenti per un futuro sereno. Il lavoro di padre Mario include anche la sensibilizzazione delle comunità locali e
delle istituzioni, per combattere le cause profonde di questo dramma. “Quando arrivano qui, i loro occhi sono spenti,” racconta il sacerdote. “Il
Soluzione del numero precedente
nostro compito è riaccendere in loro la speranza, mostrandogli che meritano amore e che sono stati
vittime di una grande ingiustizia.” La sua dedizione ha fatto del Centro Don Bosco Ngangi a Goma
un punto di riferimento, tanto da ricevere un premio dall’UNICEF. La storia di padre Mario Pérez è
una testimonianza di come un singolo individuo, animato da una profonda umanità, possa fare la
differenza in un contesto di disperazione. La sua figura è un promemoria che anche nelle aree più
buie del mondo, la solidarietà e l’amore per il prossimo possono trasformare vite e riscrivere destini,
un bambino alla volta.
42
DICEMBRE 2025

5.3 Page 43

▲torna in alto
LA BUONANOTTE
B.F.  Disegno di Fabrizio Zubani
La PECORA DIVERSA
C’ era una volta un pastore
molto soddisfatto: le sue
pecore lo seguivano ovunque
andasse. Eccetto una. Era una pecora
diversa da tutte le altre. Aveva una
folta lana nera, mentre le altre erano
tutte bianche.
La pecora nera si allontanava conti-
nuamente dalle altre e vagabondava
per conto suo.
Venne il giorno della tosatura delle
pecore. Ai piedi del pastore si accu-
mulò un bel mucchio di lana bianca.
?
Ultima rimase la pecora nera. Il
pastore pensava di ricavare un buon
prezzo dalla sua lana. Era nera, ma
folta e soffice. La pecora nera però
scappò via, lontano dal gregge.
Il pastore chiamò il cane. Partirono
all’inseguimento della pecora nera.
Ma all’improvviso non la videro più.
Dove si era cacciata? La cercarono a
lungo, ma non la trovarono più. La La pecora nera non riuscì più a
avvicinò sempre di più al bambino, e
pecora si era nascosta in una caver- trovare la sua grotta. Si era persa? si accoccolò accanto a lui. La donna
na rocciosa. Nel buio, nera com’era, All’improvviso vide uno strano ba- intenerita adagiò il bambino nella
divenne quasi invisibile. E quello
gliore. Si diresse verso la luce e trovò lana. Lui smise di piangere. La peco-
divenne il suo ovile. Là voleva restare la sua grotta.
ra nera osava a malapena respirare.
e vivere da sola. Di tanto in tanto L’interno era stranamente lumino- Solo una volta sussultò: all’ingresso
usciva dalla caverna e correva tutta so. Un uomo e una donna si erano era arrivato il pastore. Dietro di lui
sola attraverso i prati deserti.
rifugiati proprio là. La pecora nera c’erano le altre pecore. Il pastore vide
Arrivò l’autunno. Le tempeste di
voleva scappare, ma vide un bambino la pecora nera e disse: «Così la mia
novembre spazzavano le colline di neonato, piccolo, piccolo. Era lui che pecora smarrita aveva conservato la
Giudea. Soffiava un vento freddo. La emanava luce?
sua lana per questo bambino. Può
pecora solitaria aveva freddo nono- La donna lo stringeva al petto per restare: sarà il mio dono». Coprì con
stante il suo folto vello. Stava sola e dargli un po’ di calore. Ma il bambi- cura il bambino e la pecora con il suo
triste nei campi vuoti. Poi iniziò a no iniziò a piangere.
mantello da pastore. Poi proseguì
nevicare.
La pecora nera non scappò. Pen-
soddisfatto per la sua strada e le altre
La neve cadeva sempre più fitta.
sò alla sua morbida e folta lana. Si pecore lo seguirono.
DICEMBRE 2025
43

5.4 Page 44

▲torna in alto
Dona energia, illumina
il futuro in Ciad
Al Centro Giovanile Salesiano di Sarh, in Ciad,
l’energia elettrica manca quasi del tutto.
Spesso, le lezioni scolastiche devono essere
sospese. Le attività serali sono molto limitate.
Il buio genera solo silenzio e delusione.
In occasione del Natale, la Fondazione
DON BOSCO NEL MONDO vuole raccogliere fondi
per installare 40 pannelli solari che producano
energia pulita e sicura, e che possano illuminare ogni giorno le
aule, i laboratori e il cortile ricreativo del Centro Salesiano di Sarh.
Aiutaci. In una missione salesiana, la corrente
elettrica si trasforma in studio, gioco ed educazione.
Installare i pannelli solari è un gesto d’amore
che può riscrivere il domani di tanti giovani.
Inquadra con il tuo telefono e
scopri la pagina di donazione
Taxe-Perçue
Tassa riscossa
PADOVA cmp
Via Marsala, 40 - 00185 Roma - tel. +39 06 65612663 - C.F. 97210180580
donbosconelmondo@sdb.org - www.donbosconelmondo.org