10-Novembre-2025

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Rivista fondata da
S. Giovanni Bosco
nel 1877
«Questo vi ho
detto perché
la mia gioia sia
in voi e la vostra
gioia sia piena»
Gesù di Nazareth
NOVEMBRE
2025

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IL MESSAGGIO DEL RETTOR MAGGIORE
Don Fabio Attard
Dalla Tavola del Fariseo
al Cuore del Ministero
Umiltà e Carità nell’Educazione e
nell’Evangelizzazione dei Giovani.
Nel capitolo 14 del Vangelo di Luca, tro­
viamo il racconto di quando Gesù ac­
cetta l’invito a cenare nella casa di un
fariseo importante. Gesù entra in uno
spazio denso di calcoli sociali e atteggiamenti re­
ligiosi di facciata dove la cena, in effetti, diventa
un teatro dell’ambizione umana, dove gli ospiti si
contendono posizioni che riflettano il loro status
percepito e la loro importanza.
Gesù, sempre acuto osservatore della natura uma­
na, trasforma questo momento di manovre sociali
in un profondo insegnamento sui fondamenti stessi
del discepolato cristiano.
Cerchiamo di capire in che modo questa situazio­
ne parli a noi che siamo impegnati nell’educazione e
nell’evangelizzazione dei giovani.
Il problema: false illusioni
di prominenza
Gesù nota come gli ospiti scelgano i posti d’onore,
rivelando una tendenza umana fondamentale che
va ben oltre l’etichetta del pranzo. Questa corsa ai
primi posti espone quella che potremmo chiamare
“l’illusione della prominenza” – la falsa convinzio­
ne che il nostro valore e la nostra efficacia siano mi­
surati dal riconoscimento, dallo status e dagli onori
che altri ci conferiscono.
È una illusione che è una trappola anche per noi
educatori e educatrici coinvolti nella pastorale gio­
vanile. È una tentazione che si manifesta in nu­
merosi modi. Potremmo trovarci a cercare l’ap­
prezzamento dei genitori, il riconoscimento degli
amministratori o la gratitudine degli studenti.
Potremmo inconsciamente competere con i col­
leghi per l’etichetta di “insegnante più efficace”
o la reputazione di “animatore giovanile che tutti
amano”. Il desiderio di prominenza può infiltrar­
si sottilmente nella nostra missione, trasformando
quello che dovrebbe essere servizio disinteressato in
performance, seguendo l’agenda propria.
Non dimentichiamo che l’illusione della promi­
nenza è particolarmente pericolosa nel lavoro con i
giovani perché essi, che possiedono una sensibilità
acuta in relazione all’autenticità, percepiscono su­
bito quando gli adulti li usano come mezzi per la
validazione personale piuttosto che investire genui­
namente nella loro crescita integrale.
Il primo insegnamento:
scegliere l’ultimo posto
L’istruzione di Gesù di prendere il posto più basso
piuttosto che presumere l’onore rappresenta più di
una strategia sociale – richiede un riorientamento
fondamentale del cuore. La vera umiltà non è au­
todenigrazione o falsa modestia, ma piuttosto una
comprensione accurata della nostra posizione da­
vanti a Dio e in relazione agli altri.
Nei contesti educativi e pastorali, scegliere l’ulti­
mo posto significa avvicinare i giovani senza la
presunzione che la nostra età, esperienza o posi­
zione ci conceda automaticamente autorità o ri­
spetto. Significa essere disposti ad imparare da
loro, essere sorpresi dalle loro intuizioni e ricono­
scere quando non abbiamo risposte. Questa umiltà
crea spazio perché emerga una relazione autentica.
Quando scegliamo l’ultimo posto, modelliamo per
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i giovani che cosa significa vivere senza il bisogno
costante di validazione esterna tanto comune oggi
nell’era delle reti sociali. Dimostriamo che la nostra
identità e il nostro valore non dipendono dal rico­
noscimento o dal successo, ma scaturiscono dalla
nostra relazione con Dio che fa emergere scelte
sane a favore degli altri. Questo diventa particolar­
mente potente per gli adolescenti, che sono spesso
intrappolati in cicli di ansia da performance e con­
fronto con i pari.
Il secondo insegnamento:
carità pratica
Gesù poi passa dal commentare l’umiltà personale
alla proposta della carità strutturale: invitare “i po­
veri, gli storpi, gli zoppi, i ciechi” piuttosto che co­
loro che possono ricambiare rappresenta una reim­
postazione radicale della relazione basata sul dono
piuttosto che sullo scambio.
Troppo spesso, la nostra energia e attenzione gra­
vitano verso giovani che sono più facili da trattare,
più reattivi ai nostri sforzi, o che ci fanno apparire
di successo. Investiamo naturalmente in relazioni
che forniscono feedback positivi e risultati visibili.
Gesù ci chiama a un calcolo completamente diverso.
Ci sfida a cercare coloro che non possono miglio­
rare la nostra reputazione o far progredire i nostri
programmi – lo studente in difficoltà, l’adolescente
socialmente goffo, il giovane da un retroterra diffici­
le, quello le cui domande sfidano i nostri presupposti
comodi. Questi sono coloro che hanno più bisogno
del nostro investimento e che possono insegnarci di
più sulla natura dell’amore incondizionato.
Umiltà e carità: due movimenti
dello stesso cuore
Il genio dell’insegnamento di Gesù sta nel collega­
re questi due movimenti – umiltà personale e carità
pratica – come espressioni della stessa realtà spiri­
tuale. L’umiltà senza carità rimane auto-centrata,
potenzialmente diventando una forma di orgoglio
spirituale. La carità senza umiltà può diventare
paternalistica o manipolativa, servendo il nostro
bisogno di sentirci utili piuttosto che soddisfare ge­
nuinamente i bisogni altrui.
La vera umiltà ci apre a vedere i giovani non come
progetti da sistemare o materia prima per i nostri
programmi, ma come figli amati di Dio con digni­
tà intrinseca e doni unici.
Conclusione: l’invito radicale
L’insegnamento di Gesù alla cena del fariseo emet­
te un invito radicale a tutti noi: trovare la nostra
identità non nel riconoscimento che riceviamo ma
nell’amore che diamo, non negli onori conferitici
ma nel nostro servizio fedele a coloro che non pos­
sono ripagarci. Per educatori e animatori giovanili,
questo invito diventa sia sfida sia promessa – la sfi­
da di esaminare le nostre motivazioni più profonde,
e la convinzione che il servizio fedele, anche quan­
do non notato o non apprezzato, partecipa all’opera
trasformatrice di Dio nel mondo.
Scegliendo l’umiltà e praticando la carità, non solo
serviamo i giovani in maniera più fruttuosa, ma
incarniamo anche il Vangelo stesso che cerchiamo
di condividere. Diventiamo testimoni viventi di un
modo originale, dove la grandezza la si incontra nel
servizio, la bellezza è nel donarsi, e la gioia la si sente
nel fiorire degli altri. Questa è l’evangelizzazione più
potente di tutte: vite che testimoniano, con umiltà
gioiosa e carità genuina la realtà che proclamano.
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Registrazione: Tribunale di Torino n. 403 del 16.2.1949