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448 Lettera ai Salesiani

Pensare secondo Dio (Mt 16,23)

Seguendo con Gesù sull’esempio di don Bosco mistico



Carissimi Confratelli,

vi saluto di cuore con l’augurio che ognuno di voi si trovi bene. Questa mia lettera vi giunge alla fine del mio primo anno come Rettor Maggiore, durante il quale insieme abbiamo vissuto momenti significativi che toccano il vissuto della Congregazione, della Chiesa e dell’umanità.

Viene immediatamente alla mente la morte di Papa Francesco pochi giorni dopo la fine del Capitolo Generale 29 (CG29). Gli ultimi suoi mesi di vita sono stati segnati da una consegna totale per la Chiesa, che ha generosamente servito e profondamente amato. Come Congregazione siamo particolarmente grati al Signore per il dono di Papa Francesco. Egli ci ha mostrato un particolare affetto consegnandoci l’invito e il coraggio di vivere in maniera attuale e autentica la nostra missione salesiana.

L’elezione di Papa Leone è stato un momento dove tutti ci siamo sentiti confortati dalla promessa di Gesù che non avrebbe mai lasciato la barca di Pietro abbandonata. La Chiesa continua il suo cammino lungo la storia, tra mille tempeste, ma sempre cum Petro et sub Petro. Durante quest’anno il Signore ci ha generosamente donato momenti in cui come Rettor Maggiore e come Consiglio Generale il 19 dicembre 2025, e come Sede Centrale abbiamo potuto incontrare il Santo Padre, perfino a casa nostra, qui alla Basilica del Sacro Cuore, in Roma, il 22 febbraio 2026.

Questi incontri ci hanno confermato nella devozione e amore verso il Papa. Momenti come questi hanno un valore carismatico forte, perché ci mettono in contatto vivo con l’eredità che don Bosco ci ha lasciato e con tanta insistenza ha voluto che apprendessimo da lui.

In questo anno non possiamo non commentare e ricordare uno scenario mondiale che rompe i nostri schemi e abitudine di pensiero e ci pone davanti immani sfide che dobbiamo conoscere, vivere e gestire, perché questo è il nostro mondo e il mondo che vivono i giovani e che plasma la loro cultura. Non ho intenzione qui di entrare nel merito e nelle dinamiche dei grandi cambi geopolitici, a cui non solo assistiamo ma in cui abitiamo, e di ciò che questo cambio a livello planetario porta con sé e impone. Mi preme tuttavia condividere con voi la mia e la nostra costante attenzione e vicinanza come Consiglio Generale, come Congregazione tutta, verso i nostri confratelli Salesiani e quanti con noi condividono la missione in zone di guerra e conflitti di vari tipi e generi. Facciamo attenzione a non far loro mancare il sostegno necessario: innanzitutto la nostra preghiera, e poi l’attenzione e la vicinanza umana, come anche quegli aiuti concreti per affrontare i bisogni sul campo così da poter servire e farsi vicini a tutti coloro che si appoggiano quotidianamente alle nostre presenze e opere.

Quello che decisamente più ci interpella in questo momento è il grande dono della testimonianza che questi nostri fratelli e sorelle ci stanno dando: la loro tenacia nello stare accanto a chi soffre violenze, persecuzioni e lutti, a chi è costretto ad abbandonare la propria casa e patria. Siamo tutti pieni di ammirazione e stima per questi testimoni che – malgrado le situazioni difficili e precarie, povere e, perfino, disumane – mai pensano di abbandonare il gregge loro affidato.

Carissimi fratelli, vi incoraggio a pregare per questi nostri fratelli e sorelle, ad aiutarli nel miglior modo possibile. Ma, soprattutto, invito tutti a lasciarsi interpellare dalla loro testimonianza: perché anche la nostra sia sempre di più una testimonianza autentica, sincera e decisamente adulta e matura.



Alla luce di tale situazione, in questa lettera vorrei offrire una duplice riflessione. In un primo momento assumo il brano del vangelo dove Gesù inizia un dialogo con i suoi discepoli partendo dalla domanda: “La gente, chi dice che sia il Figlio dell'uomo?” (Mt 16,13). Alla fine di quel dialogo giunge la confessione di Pietro. Gesù, poi, svela la sua missione, annunciando la sua morte e la sua vittoria sulla morte. Pietro, davanti a questo inaspettato scenario, cambia il modo di pensare e finisce per rimproverare lo stesso Gesù. La risposta di Gesù non lascia dubbi: “Ma Gesù si volse e disse a Pietro: “Vattene via da me, Satana; tu mi sei di scandalo. Tu non hai il senso delle cose di Dio, ma delle cose degli uomini”. (Mt 16,23) Da qui parte il discorso di Gesù sulle condizioni per seguirlo. (Mt 16,24-28)

In questo brano commento due versetti. Anzitutto: “avere il senso delle cose di Dio” (pensare secondo Dio) (cfr Mt 16,23): è il rimprovero chiaro e diretto che Gesù fa a Pietro, un richiamo che pone in maniera chiara la maniera di appartenere a Cristo: pensare secondo Dio.

Il secondo versetto è il programma che Gesù offre per chi vuole seguirlo. Chiarita la scelta e l’atteggiamento di fondo, segue il cammino: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Mt 16,24).

A questa prima parte segue una seconda riflessione che da tali versetti si lascia ispirare. E in essi mi chiedo: sentiamo risuonare in essi la domanda su come don Bosco ha vissuto questa chiamata? Come riusciamo ad intuire quella sua ascesi e quella sua mistica che hanno plasmato il suo “seguire” Gesù? In che modo allora questa sua testimonianza rimane per noi punto di riferimento irrinunciabile, fonte viva che continua a indicarci la via che ci dà la vita?



PARTE I – SEGUIRE GESÙ

Come Consiglio Generale sempre più ci rendiamo conto che il CG29 sta davvero emergendo in maniera graduale e chiara come una bussola per il governo e l’animazione della Congregazione e delle Ispettorie. La scelta del tema e lo svolgimento concreto dello stesso CG29, con il suo Documento Finale (DF), sono punti di riferimento e fonti di sostegno costanti per la vita della Congregazione.

In tale contesto, la riflessione che qui vorrei proporre intende essere un ulteriore passo nell’assimilare e vivere lo spirito del CG29. Se davvero vogliamo crescere nel nostro essere “appassionati di Gesù” la sola strada da prendere è quella indicata da Cristo a Pietro.

Conosciamo bene il pericolo anche per noi di accantonare o perfino smarrire il “pensare secondo Dio”. Quanto è facile assumere altre forme di “pensare”, che pur non essendo necessariamente sbagliate, non sono neanche quelle che siamo chiamati a fare nostre. La chiamata di Gesù è semplice e diretta, quella di un “pensare” fondato sul vangelo, radicato nella persona di Cristo.

Solo così il nostro essere “dedicati ai giovani” risulta una scelta sana e sanante per la vita dei giovani. Solo seguendo Gesù, liberi e abbracciando la croce della missione, possiamo guardare ai giovani con gli occhi di Cristo, servirli e amarli con il suo stesso cuore.

In un mondo sempre più confuso, frammentato e ferito da tante lotte e guerre fratricide, condizionati da un vocabolario e da un immaginario collettivo aggressivo e violento, non abbiamo altra scelta che quella di prendere sul serio il monito che Gesù lancia a Pietro. Un monito che ci spinge a ritrovare il coraggio e la determinazione di lasciarci guidare dal suo Spirito. L’alternativa – trarre da sé i criteri di giudizio, lasciarsi guidare da altre voci, seguire altre strade – sarebbe alla fine un tradimento verso il grido dei giovani, le loro domande e le loro aspettative.

L’ascesi, in sintesi, è questa libertà interiore che apre la porta a Lui, che libera il cuore da ogni dipendenza inutile e tossica. Libertà che ci rende servi felici e annunciatori credibili per e con i giovani. La mistica è il coraggio di innestare la nostra libertà liberata con le radici dell’albero della croce. Solo una vita attratta e nutrita dal frutto di quell’albero genera vita. E solo da questa scelta – una opzione fondamentale – nascono frutti buoni e duraturi. E la consapevolezza che solo questa strada è giusta; perché porta al calvario, cioè al dono totale, ma poi continua più in là… verso la Risurrezione, verso la vera vita.

  1. Pensare secondo Dio

Il brano che abbiamo posto a centro della nostra riflessione inizia con una domanda che chiama in causa quella che oggi possiamo dire l’opinione pubblica: “Chi dice la gente che sia il Figlio dell'uomo?” (Mt 16,13). Qui il discorso è molto generale, si raccoglie quello che gli altri dicono e pensano. È la prima fase di un processo, ancora poco coinvolgente e responsabilizzante a livello personale, anche se anche gli Apostoli facevano comunque parte della “gente”.

Non è una tappa inutile, anzi. È un punto di partenza che crea un clima, stabilisce dei parametri larghi ed ampi, che progressivamente aiutano a centrare il discorso su ciò che alla fine Gesù stesso vuole che per i suoi sia decisivo. Quella di Gesù è una domanda iniziale altamente pedagogica perché – appunto – fa partire un processo. Per cui segue quasi naturalmente la seconda domanda: (Ed egli disse loro:) E voi, chi dite che io sia?” (Mt 16,14). I discepoli sono qui chiamati ad “uscire” dal “si dice” della gente, a prendere posizione personale.

Pietro coglie il senso specifico della domanda di Gesù e si sente personalmente interpellato. Ecco la sua risposta: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (Mt 16,16). La risposta è bella, e Gesù stesso la commenta come quella di un “beato”, una persona che è stata toccata dallo Spirito del Padre. Ma la risposta che non è solo correttamente “teologica”, bensì apre alla disponibilità interiore a lasciarsi guidare, illuminare. Papa Benedetto XVI commenta:

Con le sue parole Pietro inizia la confessione della fede cristologica della Chiesa e diventa la bocca anche degli altri Apostoli e di noi credenti di tutti i tempi. Ciò non vuol dire che avesse già capito il mistero di Cristo in tutta la sua profondità. La sua era ancora una fede iniziale, una fede in cammino; sarebbe arrivato alla vera pienezza solo mediante l’esperienza degli avvenimenti pasquali. Ma tuttavia era già fede, aperta alla realtà più grande – aperta soprattutto perché non era fede in qualcosa, era fede in Qualcuno: in Lui, Cristo.1

Quella di Pietro è già fin da principio una confessione in “Qualcuno”, una fede aperta a una realtà più grande di sé, che non garantisce una conquista definitiva: Pietro avrà le sue prove, le sue cadute, che lo aiuteranno a purificarsi, a rafforzarsi, a crescere.

È la prima prova arriva subito.

Interrompo l’esegesi con un commento che chiama in causa la nostra stessa missione nella sua quotidianità. Innanzitutto, Gesù promuove uno spazio, un clima dove possono emergere le domande profonde e vitali. Egli crea un ambiente di amicizia e condivisione di tipo familiare, che favorisce l’emergere e l’ascolto delle domande, specialmente quelle che sfidano le convinzioni consolidate ed abituali. È in questo ambiente che lavora lo Spirito di Dio, e dove siamo incoraggiati a lasciarlo affiorare e ad aprirgli le porte del cuore. Ma è anche qui che emergono le nostre resistenze nascoste, dei modi di pensare e di interpretare forse discutibili. Quanto segue ce lo conferma in maniera limpida.

La reazione di Pietro all’annuncio della passione di Gesù ci dice quanto è facile sbilanciarci da una lettura “evangelica-spirituale” della realtà verso una lettura “egocentrica” della stessa. La prima risposta di Pietro non era “sua”: ma frutto della forza dello Spirito in lui che lo ha portato a proclamare Cristo, il Figlio del Dio vivente (Mt 16,16). Nella prima risposta Pietro si è lasciato guidare. Nella seconda, invece, cambia tutto in maniera radicale, diametralmente opposta! Mantenerci vivi e attenti alla logica del regno è un cammino che conosce alti e bassi. Guai se ci crediamo arrivati, perché nel momento in cui lo crediamo, siamo già privi dalla sintonia con Cristo!

La risposta di Gesù al “rimprovero” di Pietro non lascia dubbi o zone d’ombra. C’è un solo modo per seguire Gesù: avere il pensiero di Dio, cioè avere il senso delle cose di Dio, (non) delle cose degli uomini (Mt 16, 23). Il contrasto così vicino tra le due posizioni non può essere più esplicito.

Illuminante è una riflessione di Dietrich Bonhoeffer circa la chiamata a “pensare secondo Dio. È un commento molto concreto anche perché è una testimonianza del suo stesso vissuto.

Gesù chiama alla sequela non come maestro e come modello, ma come Cristo, il Figlio di Dio. Che cosa si dice sul contenuto della sequela? Seguimi, vieni dietro a me! Questo è tutto. Andare dietro a lui è un qualcosa assolutamente privo di contenuto. Non è in effetti un programma di vita, la cui realizzazione possa apparire sensata, non è uno scopo, un ideale verso cui si possa tendere. Non è affatto qualcosa per cui, secondo l’opinione umana, possa valere la pena di metter in gioco qualcosa o addirittura se stessi. E che cosa accade a questo punto? Il destinatario della chiamata lascia tutto ciò che ha, non per poter fare qualcosa di particolarmente pregevole, ma semplicemente per amore della chiamata, perché altrimenti non potrebbe andare dietro a Gesù.2

Pensare secondo Dio è una chiamata che quando è vera e autentica ha il potere di definire la nostra identità. Il CG29 coglie molto bene questa sfida quando dice che “riconosciamo (…) che alla base della dispersione e frammentazione interiore non c’è soltanto il molto lavoro che abbiamo, ma anche – e forse soprattutto – la tendenza a viverlo in modo disordinato, contando più su noi stessi che sul Signore.” (CG29 n.17).

Quando ci illudiamo che oramai siamo tanto capaci e bravi da poter andare avanti da soli, che l’incontro quotidiano con la Parola di Dio è un optional, che la celebrazione della santa Eucaristia può anche diventare occasionale… ecco, proprio in questo momento risuona forte il monito di Gesù a Pietro: Tu non hai il senso delle cose di Dio, ma delle cose degli uomini (Mt 16,23). Avere il coraggio di ascoltare questo monito e prenderlo sul serio è il primo dono che offriamo ai giovani.

  1. Rinunciare a se stessi – ascesi

Sollecitando Pietro a scoprire che la decisione di seguire il Maestro e Signore non si basa su un gusto personale, su una risposta a un’intuizione psicologica, o su schemi religiosi politicamente condizionati, Gesù indica “ai suoi” i passi da seguire: Allora Gesù disse ai suoi discepoli: “Se uno vuol venire dietro a me, rinunci a sé stesso. (Mt 16,24)

Il primo passo, la condizione che Gesù pone è di rinunciare a se stessi: il “perdere sé stesso” è necessario e indispensabile. Papa Benedetto scrive: “senza questo perdersi non è possibile all’uomo trovare se stesso.”3 Questo primo impegnativo passo è come una porta da attraversare per “entrare” in un nuovo spazio dove si rimettono in ordine le nostre priorità e convinzioni, le categorie con cui interpretiamo la realtà attorno a noi. È un primo passo che aiuta a prendere umilmente atto di una visione costruita e centrata su sé stessi, dove il l’ “ego” cerca di emergere come la misura di tutto e di tutti... e superarla.

In questo senso, il CG29 ci ricorda che “in un contesto culturale in cui Dio è percepito da molti come il grande Assente e in cui prevale il disorientamento, la nostra testimonianza appare spesso sbiadita e priva di incisività” (CG29 n.14). Se al centro della mia vita di salesiano non sta Gesù, Maestro e Signore, come fonte del mio essere e del mio pensare e agire, il messaggio alternativo che comunico consisterebbe nel mio povero protagonismo, poco credibile e senza forza profetica: precisamente una testimonianza “sbiadita”, superficiale, in un mare di tante superficialità.

Ecco in cosa consiste l’ascesi” a cui la nostra vita è sollecitata: è il passo concreto che mi aiuta a dire di “no” a ciò che disperde, per dire un “sì” più autentico a Cristo. Non si tratta di una rinuncia “sterile”, ma di quel primo gesto di libertà con cui il salesiano educa il suo cuore per ascoltare e amare il Signore. Non si tratta nemmeno di volontarismo, ma di una decisione di lasciarsi guidare da Cristo, che precede, ispira e orienta la nostra volontà.

Lungi dall’essere un’impresa “eroica”, il “rinunciare a sé stessi” è la conferma della disponibilità a convertire il proprio cuore, per aprire gli occhi alla verità di Dio che irrompe in Gesù, ed entrare così in una scuola di amore, quello di Cristo, che aiuta a percorrere il cammino di sequela: solo con il cuore libero e docile si è in grado di accogliere il Signore come la strada verso la verità: appunto, via, verità e vita.

È un passo che ci invita ad allargare l’orizzonte della vita, uscendo dalle gabbie esistenziali costruite da noi stessi. Così impariamo a superare il pericolo sottile di costruire percorsi ed esperienze dove Cristo diventa oggetto dei nostri progetti, impacchettato come un prodotto da vendere. L’ascesi – il rinunciare a sé stessi – ci permette di rimanere sempre pellegrini alla ricerca del senso che non abbiamo già come possesso per sempre. E in questa dinamica riusciamo a sintonizzarci con tanti giovani e adulti anch’essi alla ricerca di ciò che è autentico, di Colui che si offre come la risposta sovrabbondante alla loro ricerca, al loro bisogno.

Papa Francesco nel saluto finale della XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, 26 ottobre 2024, cita alcuni versi di Madeleine Delbrêl che sono molto in sintonia con l’urgenza di permettere a Gesù di prendere possesso del nostro cuore:

Io penso che tu forse ne abbia abbastanza della gente che, sempre, parla di servirti col piglio da condottiero, di conoscerti con aria da professore, di raggiungerti con regole sportive, di amarti come si ama in un matrimonio invecchiato… Facci vivere la nostra vita, non come un giuoco di scacchi dove tutto è calcolato, non come una partita dove tutto è difficile, non come un teorema che ci rompa il capo, ma come una festa senza fine dove il tuo incontro si rinnovella, come un ballo, come una danza, fra le braccia della tua grazia, nella musica universale dell’amore.4

La “rinuncia a sé stessi” è il primo passo verso quella libertà che ci permette di assumere la missione come dono affidato, per essere poi condiviso, e di viverla con gioia come partecipazione alla croce salvatrice di Cristo. Senza questa libertà interiore, il vissuto della croce non ci porterebbe mai all’autentica mistica dell’azione apostolica perché non ne vedremmo il senso e la luce ulteriore. Perché le vere basi della missione, frutto della pasqua, sono fondate su una solida spiritualità che fluisce dalla vera ascesi che è il dono di sé a Cristo.

  1. Prendere la Croce – mistica

Pietro capirà molto bene la lezione, e sarà lui stesso a consegnarci nelle lettere la traduzione di ciò che Cristo gli ha chiesto. Il prendere la croce, il vivere la missione al seguito di Cristo, diventa un invito costante per la prima comunità cristiana. Come anziano, Pietro è il “testimone delle sofferenze di Cristo e partecipe della gloria che deve manifestarsi” (1Pt 5,1).

Ci aiuta a cogliere il nesso tra missione e croce l’esperienza di Anania, chiamato da Dio ad accompagnare Saulo dopo la sua conversione. Ad Anania è svelato il progetto di Dio per Saulo. Questo progetto racchiude l’essenza della missione alla quale Saulo è chiamato: Il Signore gli disse: “Va’, perché egli è uno strumento che ho scelto per portare il mio nome davanti ai popoli, ai re e ai figli d'Israele; perché io gli mostrerò quanto debba soffrire per il mio nome” (Atti 9,15-16).

Ciò che è preparato per Saulo è anche la nostra sorte. La missione a noi affidata fa di noi uno strumento scelto da Dio. Una missione che ha un obiettivo chiaro, quello di portare il nome di Gesù alle genti. E questa missione chiama al sacrificio, alla sofferenza.

Non c’è missione senza sofferenza, senza croce. Essere strumenti scelti da Dio, obbedendo al suo progetto su di noi, è una partecipazione alla stessa vita di Cristo, a “prendere la croce”. Qui abbiamo il marco distintivo del vero discepolo.

Se questa è la strada, riconosciamo che ciò implica un impegno non indifferente. Questo secondo passo non lo possiamo assumere senza aver prima liberato il cuore da quelle tentazioni e pesi che rendono impossibile il nostro abitare lo spazio del mistero. Entrare in questo spazio sacro per essere plasmati e illuminati dallo Spirito di Dio significa lasciar fuori tutto quel bagaglio che ci impedisce di andare avanti, più addentro nel mistero dell’amore di Dio per noi.

Non può crescere il seme della carità di Dio su un terreno duro, un terreno pieno di spine, un terreno bruciato. L’amore di Dio non può incarnarsi nel mio cuore, e darmi così la vera vita, se il santuario intimo del mio cuore è occupato da scelte disordinate. L’invito del Signore a seguirlo chiede necessariamente l’esperienza della croce, come un fuoco che purifica dalle impurità e dai veleni esistenziali. Solo così posso nutrirmi di ciò che mi dà vita.

Possiamo dire che la croce è il luogo in cui l’amore si fa obbedienza. Un’esperienza mistica nella quale si percepisce che l’essere uniti a Cristo è un cammino che ci conforma sempre di più a lui. Solo così diventiamo testimoni credibili del suo amore nel mondo. In questo senso, è la vera mistica che genera la missione, e a sua volta la vera missione ci identifica sempre di più con l’esperienza della croce di Cristo.

Il cardinal Walter Kasper, in una sua conferenza su “Crisi e futuro della Chiesa5 indica chiaramente dove sta il problema della fede oggi: “la sfida vera e più profonda, nella nostra situazione secolarizzata e pluralistica, è la questione di Dio.” Non tanto “il nuovo ateismo aggressivo, che pur esiste”, ma “l’indifferenza verso Dio, l’oscuramento della consapevolezza di Dio e l’apparente assenza di Dio.”

È la domanda che serpeggia in maniera sottile e diffusa nel cuore di tanti che “vivono come se Dio non esistesse e pensano, così, di poter vivere benissimo”, come anche di molti altri che “si definiscono agnostici, ma sono per così dire agnostici devoti che interiormente sono in ricerca.” Questa apparente assenza di Dio la vivono come “pellegrini, e si trovano, per così dire, nell’atrio dei gentili”. Posta questa sfida, Kasper dice:

Sono convinto che il futuro della Chiesa nelle nostre società dipende (…) se siamo o no capaci di rispondere a questa domanda e se non ci esprimiamo solo con la bocca, ma possiamo testimoniare credibilmente anche nella vita.

Oggi più che mai la vera e autentica risposta è quella che trova le sue radici in quello spazio mistico che definisce la nostra testimonianza e dà credibilità alla nostra missione. Perché è questo spazio sacro che conferisce il sigillo della autenticità.

  1. Seguimi – vita

Con cuore libero e con una vita radicata in Cristo, noi assumiamo la chiamata di essere educatori ed evangelizzatori. Il CG29 ci invita con forza a mantenere questo equilibrio che la nostra missione ci chiede.

Come salesiani riconosciamo che la nostra missione richiede un equilibrio costante tra l’impegno per l’educazione e la passione per l’evangelizzazione. Il trinomio di “ragione, religione e amorevolezza” non è uno slogan, ma è una fonte ispiratrice permanente che aiuta a tenere presente la meta alta della santità giovanile e la gradualità del cammino, le risorse educative potenti dei Sacramenti e della Parola di Dio e la pedagogia del cortile e della strada che ci fa incontrare i giovani “al punto in cui si trova la loro libertà” (Cost. 38). (CG29, n.54)

Perché seguire Gesù rischia di essere un cammino di facciata senza quella grazia di unità che aiuta a vivere l’impegno missionario con un cuore nutrito dalla fede in Cristo. Rischio che lo stesso CG29 indica chiaramente: “questa sintesi vitale non sempre è presente nel cuore di tutti i confratelli e dei membri delle nostre comunità educative-pastorali.” (CG29, n.54)

Non un giudizio, ma una dolorosa constatazione. Spesse volte sono gli stessi giovani e i nostri collaboratori nella missione che ci chiedono di essere testimoni più audaci della proposta del vangelo. Ci fa soltanto del bene riconoscere con sincerità che in alcune presenze “chi ci osserva ci fa notare – non senza ragione – che rischiamo di ridurre la nostra missione alla gestione di attività educative o socioassistenziali.” (CG29, n.54)

Seguimi”, allora, non è un’azione puntuale. È una scelta frutto di una libertà interiore alimentata e guidata dalla forza della Parola e dall’Eucaristia. “Seguimi” è la risposta all’invito di Gesù che è vivo nel cuore di ogni pastore.

Hans Urs von Balthasar, nel suo libro Chi è il cristiano?6 scrive una riflessione molto pertinente e sempre attuale:

Cristo non solo parla ed agisce dinanzi agli uomini, ma va con essi e li invita ad andare con lui. Ciò avviene in forma particolarmente visibile nella elezione degli Apostoli: «Chiamò a sé quelli che egli volle, ed essi andarono con lui. E ne costituì dodici perché stessero con lui» (Mc. 3,I3-14). In altre scene di vocazione troviamo la frase: sequere me, che si può tradurre con “vieni dietro a me”, se si prende ‘dietro’ non in senso locale, ma nel senso di un rapporto tra maestro e discepolo, per cui il discepolo segue in quanto viene ammesso nel mondo interiore del maestro e introdotto spiritualmente in esso. (pp. 58-59)

La verità della nostra risposta, mentre accettiamo di seguirlo, è quella di essere ammessi nel mondo interiore del maestro. Rimanendo fuori, da soli, arriviamo a costruire una vita falsa, una testimonianza di facciata. È vero che parliamo di Cristo, ma siamo lontani dall’abitare il suo mondo interiore, dal contemplare il suo amore per noi, dal cogliere nel suo amore quello del Padre. La chiamata a contemplare e a sostare in questo amore non è un lusso per i pochi. È la via verso la vera maturità cristiana. Perché:

non c'è azione esterna senza contemplazione interiore (che è la dimensione esistenziale della stessa fede)… Infatti, l'atto contemplativo è l'atto che fonda in permanenza ogni azione esterna; è attivo ed efficace, fecondo e missionario più di tutte le imprese esterne della Chiesa. (p. 82)

Concludo questa prima parte con un monito, sempre di Balthasar, che sintetizza molto bene quanto proposto. Innanzitutto, non dobbiamo dimenticare che “quanto più siamo obbedienti al libero Spirito di Cristo, tanto più possiamo crederci liberi o maturi. Tutto il resto è perfida autoillusione.” Secondo, sappiamo che la strada da percorrere Gesù ce l’ha già indicata: “si tratta di far nostra con tutta serietà la morte di Cristo in croce come la forma fondamentale della nostra vita terrena” (p. 95). Fuori di questa logica e lontani da questo dinamismo, stiamo percorrendo una strada sbagliata e portiamo fuori strada i giovani che ci sono affidati.



PARTE II – DON BOSCO MISTICO

Il carisma salesiano è una forma del pensare secondo Dio realizzata eroicamente nell’esperienza spirituale di don Bosco, che la Chiesa ha riconosciuto come autenticamente evangelica. A don Bosco dobbiamo ritornare perché la verità, le esigenze e le possibilità del nostro pensare secondo Dio siano nutrite dalla ricchezza del carisma salesiano.

Ecco allora la sempre rinnovata urgenza di andare alle radici della nostra storia, di accostarci e penetrare nella vita interiore di don Bosco, in quel vigore mistico frutto e insieme principio del suo pensare secondo Dio. E lo facciamo illuminati dalla parola di Gesù che ha educato i suoi ad assumere la bellezza e la fatica di seguirlo. Preghiamo davvero che Egli possa educare anche noi oggi alla stessa scuola, per la stessa missione.

  1. Don Bosco mistico: un’attualità da riscoprire

L’autorevolezza mistica di don Bosco è tutta nella fedele e originale maniera di vivere la vita ispirata da un cuore ricco delle virtù teologali di fede, speranza e carità: “Cristo in voi speranza della gloria» (Col 1,27), «mistero nascosto da secoli […] ora manifestato ai suoi santi” (Col 1,26).

Il cuore mistico della vita cristiana è qui, nella sua essenza e nella sua eccezionalità: un’esistenza autenticamente evangelica, una misura alta e comandata in modo autorevole, donata senza parsimonia né pentimento, con generosità e libertà: “una buona misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo” (Lc 6,38).

La mistica di don Bosco, nella grandezza discreta di una tenacia ordinaria e feriale, è limpida testimonianza di quale sia un cuore veramente donato nel vissuto di ogni esistenza cristiana: “non sono più io che vivo ma Cristo vive in me” (Gal 2,20).

La diponibilità di don Bosco ci comunica una misura eroica nella sua semplicità, ed è per questo che la sentiamo eccezionale: ma non nel senso di lontananza che respinge, bensì di una modalità che attrae. Il suo cuore è aperto al mistero di Dio, e questo è per noi come un appello forte, una vera “pro-vocazione”. Quando prendiamo sul serio la vita spirituale di don Bosco accogliamo un invito ad andare oltre la conoscenza superficiale della sua vita, quello che sta alla superficie senza cogliere il dinamismo dello Spirito. Davanti a questo reale (e direi attuale) pericolo, faccio appello ad ogni salesiano ad approfondire la conoscenza di come don Bosco ha vissuto il suo personale consenso alla Grazia, a scoprire da dove viene il coraggio e la gioia della sua generosità.

Se il cuore mistico di don Bosco testimonia una strada di fedeltà che è per tutti noi l’eccezionalità (la forza coerente e fedele) del suo “sì” a Dio, questo incoraggia la nostra conversione, il nostro essere appassionati di Gesù. È in questo movimento dinamico che troviamo il nutrimento carismatico che lo Spirito di Dio gratuitamente offre al nostro cammino vocazionale.

La mistica di don Bosco ci si presenta allora come santità contagiosa, facile e felice, come è attestato dal fervore che essa accende in Domenico Savio, portandolo ad affermare: “io non pensava di potermi far santo con tanta facilità; ma ora che ho capito potersi ciò effettuare anche stando allegro, io voglio assolutamente, ed ho assolutamente bisogno di farmi santo”.7 (Vita del giovanetto Savio Domenico, allievo dell’Oratorio di S. Francesco di Sales, Fonti Salesiane 1, n. 306).

Contagiosa, facile e felice – “simpatica” la definisce don Viganò8 – la santità di don Bosco propone una qualità decisiva per il tempo e i giovani di oggi: l’essere davvero “a portata di mano”, non un affare di pochi, ma senza sconti e tradimenti. E questo supera ogni scusa che alla fine non fa altro che condurre alla superficialità spirituale. Qui ci troviamo davanti al mistero della grazia, che esige riflessione e contemplazione, libertà e un cuore aperto.

Di questa mistica impegnativa e bella don Bosco è un capolavoro: essa in lui si sostanzia di un’intimità trasparente e gioiosa con Dio, che si riversa in parole e gesti buoni, semplici, di un’immediatezza divenuta spontanea e naturale, ma che è velo discreto di una misteriosa profondità dello Spirito. Oltre quel velo don Bosco ci fa conoscere le ragioni della credibilità di una mistica familiare, ma anche le sue radici, che sanno dare le vertigini, affondate come sono nel mistero del Signore.

Don Ceria illustra il fuoco evangelico che arde nell’anima di don Bosco, senza il quale – tra prove e tribolazioni di ogni genere – il suo volto non potrebbe essere lieto:

Orbene, con tutta questa serqua di mali, mai un lamento, mai il menomo indizio d'impazienza; anzi, lavorare al tavolino, confessare a lungo, predicare, viaggiare, come chi gode perfetta salute; più ancora, sempre di buon umore, sempre giulivo nell’aspetto e incoraggiante nel parlare. Invitato a pregare il Signore, perché lo liberasse da un incomodo rispose: – Se sapessi che una sola giaculatoria bastasse a farmi guarire, non la direi. – Don Bosco, guardando i suoi mali in Colui che glieli mandava, li trovava tanto più amabili, quanto maggiore ne era il numero e il travaglio. Questo solo fatto ci discopre tale un abisso d’interiorità, che quasi non ci si crederebbe, se non si sapesse quanto sia ammirabile Dio ne’ suoi Santi» (Don Bosco con Dio, Cap VIII). 

Cosa vediamo se ci sporgiamo su questo abisso di interiorità che la letizia sempre presente sul volto di don Bosco insieme manifesta e nasconde? Troviamo proprio il cuore della mistica cristiana: la rinuncia di sé stesso, il prendere la croce e il seguire Gesù! (Mt 16,24). Con le parole di Paolo: «Per me […] il vivere è Cristo» (Fil 1,21).

L’interiorità di don Bosco è pervasa da un’intima configurazione a questo movimento di vita teologale, esperienza che gradualmente plasmava tutta la sua vita. Possiamo dire che per don Bosco la frase di Gesù: “Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera (Gv 4,34), non era linguaggio retorico. In virtù dell’amore per Dio, don Bosco ha cercato di scoprire ed assumere la volontà del Padre su di lui, assimilazione pienamente unificante, in virtù dell’amore.

Per questa strada, e solo per questa, don Bosco è santo. Una strada che ha come sue fondamenta le orme di Gesù. Il suo vivere era una quotidiana offerta del suo volere al mistero di Dio. Da questa fonte sgorgava e dilagava il suo amore per i giovani, per la loro salvezza. È da qui, da questa immersione nell’amore di un Dio Trinità, di un Dio che è Padre, che si fa carne per noi, che è forza di Amore, che don Bosco trae la sua forza. Forza nutrita dalla pienezza sacramentale dell’Eucaristia celebrata, guidata dalla verità luminosa della Scrittura meditata, sostenuta dalla mistica intimità di una preghiera incessante: ecco le fonti di don Bosco, della santità di don Bosco, della sua “unione con Dio” (Ceria).

Credo che don Bosco vada di nuovo incontrato in questa luce; la sola nella quale una santità contagiosa, facile e felice, si lascia raggiungere nella sua radice esigente. Se ci allontaniamo da questo don Bosco, ci troveremo circondati dalle lusinghe superficiali della virtù scontata, dalle illusioni che la scelta radicale di un cammino mistico sia inutile o superata.

  1. La pedagogia mistica di Dio e la storia di Giovanni Bosco

Se riconosciamo, come ci consegna il Vangelo, che “mistica” è la radice stessa dell’esistenza cristiana, come vita di Dio nella fede, speranza e carità, che si irradia nei giorni del credente, e se è altrettanto vero che la sua maturazione può conoscere differenze che vanno dall’eminenza ricca di frutti sino al tradimento nel peccato contro lo Spirito santo, occorre interrogarsi sulle cause della stagnazione mistica della nostra esperienza spirituale.

La storia e il magistero salesiano offrono qui molti insegnamenti. Il nostro carisma nasce in virtù di una specifica pedagogia mistica che Dio attua per fare di don Bosco, il discepolo del Signore e l’apostolo dei giovani. E si conferma nella vita del nostro Fondatore che, mentre forma i suoi figli nello Spirito, li mette in guardia dai pericoli della superficialità e del tradimento vocazionale: pericoli che anche oggi purtroppo possono divorarci.

Ripercorriamo anzitutto questa pedagogia di Dio che, attraverso mediazioni significative, ha instillato nell’animo di don Bosco quella sapienza necessaria a comprendere la vita di Grazia come agire divino nella libertà umana, premessa necessaria a leggerne lo svolgimento e il compimento come Historia salutis guidata dall’Amore che redime.9 Alcune vicende della vita di Giovanni Bosco in effetti sono particolarmente illuminanti per il modo straordinario in cui Dio raggiunge la vita ordinaria di un ragazzo, lasciando presagire la singolarità della missione che gli sarà affidata come padre, maestro e amico dei giovani.

a. Nel sogno dei nove anni la stoffa mistica dell’animo di don Bosco conosce la tessitura fondamentale, in uno splendido dialogo che ha per protagonista Dio e la creatura: un ragazzo di soli nove anni, dall’esistenza marginale per il mondo, è raggiunto da un’investitura che somiglia a quella dei profeti biblici.

La pedagogia di Dio non forza le situazioni, la comunicazione avviene in sogno, le immagini sono vivide e inequivoche per un ambiente rurale, le reazioni del giovane chiamato sono ispirate a emozioni coerenti con la sua età, ma il messaggio di fondo è robustamente mistico: una tenace volontà umana ha da irrobustirsi, con la sapienza umile di Dio, per lasciarsi abitare, purificata e trasfigurata, da un mistero che viene dall’alto.

Dio sussurra a Giovanni la verità forse più disattesa della vita cristiana oggi, una vita sempre più tentata da una mondana autoreferenzialità: solo la vita di Dio conduce la vita umana a ritrovare sé stessa e solo il disegno di Dio disvelato nei giorni dell’uomo dà a quei giorni senso e identità, vigore e resilienza.

b. L'incontro con don Calosso rappresenta un ulteriore momento privilegiato per meditare l’obbedienza di Giovanni al mistero di Dio e una nuova tappa della maturazione mistica che tocca la sua vita. Giovanni è tredicenne, ed esprime a questo sacerdote, che per primo gli manifesta un affettuoso interessamento, il suo sogno vocazionale, animato da generose intenzioni apostoliche: “abbracciare lo stato ecclesiastico […] per avvicinarmi, parlare, istruire nella religione tanti miei compagni, che non sono cattivi, ma diventano tali, perché niuno di loro ha cura” (Memorie dell’Oratorio, Prima decade, 2).

Giovanni beneficia della sollecitudine di quello che riconoscerà sempre con gratitudine quale primo “amico dell’anima” e appoggia sul suo sostegno la speranza di realizzare la propria vocazione. Quegli auspici tanto promettenti si infrangono però in pochi mesi per l’improvvisa morte di don Calosso, che precipiterà Giovanni in una tristezza tale da impensierire sua mamma Margherita.

Sarà il buon senso materno, temendo per la salute e l’equilibrio di quel figlio che “piangeva inconsolabile il benefattore defunto” (Memorie dell’Oratorio, Prima decade, 4), ad allontanare Giovanni, per qualche tempo, dai Becchi, mandandolo presso i nonni a Capriglio.

Qui però il mistero di Dio scuote di nuovo un quindicenne provato dalla sofferenza, e lo fa con una severità umanamente incomprensibile. Giovanni riferisce di un sogno nel quale “io era acremente biasimato perché aveva riposta la mia speranza negli uomini e non nella bontà del Padre celeste” (Memorie dell’Oratorio, Prima decade, 4).

La prova degli affetti, sgomenti per la morte di don Calosso, viene trasfigurata dalla Grazia in una esigente prova della fede, per la sapienza di Dio che tratta Giovanni da figlio; “e qual è il figlio che non viene corretto dal padre?” (Eb12,7).

Il passo mistico è esigente, non fa spazio alla poesia e si distanzia dal sentimentalismo, perché “forte come la morte è l'amore” (Ct 8,6). La volontà di Dio è amore, amore che brucia la paura insediatasi nella volontà umana per lasciar posto solo alla fiducia; è così che il desiderio generoso del discepolo si orienta a diventare passione buona di apostolo.

c. Un terzo frangente nel quale la pedagogia mistica di Dio sorprende forse gli schemi limitati della nostra sapienza spirituale è descritto da don Bosco, ancora una volta con accenti singolari, nelle Memorie dell’Oratorio.

Don Bosco ricorda l’invito ricevuto, poco dopo l’ordinazione, di recarsi a Lauriano (At) per una predica e l’incidente occorsogli per via a causa di una pericolosa caduta da cavallo.

Rievocando l’accaduto don Bosco dapprima trae da quella avventura un insegnamento sulla diffusività del bene che, se generosamente offerto al prossimo, non tarda poi a riversarsi in più abbondante misura sul benefattore stesso; in modo asciutto però fornisce dell’episodio una chiave di lettura genuinamente e audacemente mistica: “dopo questo avviso ho fatto ferma risoluzione di voler per l’avvenire preparare i miei discorsi per la maggior gloria di Dio, e non per comparire dotto o letterato” (Memorie dell’Oratorio, Seconda decade, 10).

Quelli richiamati sono tre appuntamenti nella storia di Giovanni Bosco, attraverso i quali Dio attua il suo desiderio di uniformare al Suo cuore la vita di un figlio generoso, purificandola per stabilirla sul fondamento dell’abbandono fiducioso alla provvidenza, nell’umile dimenticanza di sé e nella libertà dell’amore.

Una vocazione autentica, secondo forme personali e originali, non può che essere curata e sostenuta da una pedagogia mistica, come forma attuale e urgente, pena l’insignificanza del dono di sé e l’irrilevanza del Vangelo.

  1. Sui passi di don Bosco, una mistica apostolica

Il realismo della pedagogia mistica, attuata da Dio nella vita di don Bosco, se non nasconde le esigenze severe di una purificazione dell’intelligenza e del volere, tutto subordina però all’amore del Padre che vuole riversarsi nel cuore di ciascuno dei suoi figli.

Non c’è mistica cristiana fuori dalla centralità dell’amore che Gesù ci ha manifestato come verità di un Dio appassionato della salvezza e della pienezza di vita dell’uomo.

Se nell’agire di Gesù contempliamo il volere del Padre, nel suo patire ci è rivelato il cuore di Dio che, squarciato sulla croce, elargisce i benefici dei misteri pasquali della nostra salvezza.

Nel mistero pasquale contempliamo nella sua grandezza quel fuoco dell’Amore che attraversa la morte. L’abbraccio del Crocifisso unisce la terra al cielo, la passione di Dio per l’uomo e la passione dell’uomo per Dio. Qui il prendere la croce trova il suo punto più profondo e più alto. Il cuore di Dio è il cuore della nuova legge, ma anche la nuova legge del cuore che giudica il mondo (Mt 25) e rende beata l’esistenza (Mt 5).

Il mistico cristiano ha il cuore di Dio, lo ha ricevuto in dono in una comunione di amori e di passioni: ecco il segreto del cuore di don Bosco. Scrive don Rinaldi:

Da mihi animas coetera tolle […], la forza, l’ardore della sua carità. L’amore per le anime, l’amore vero, perché era il riflesso dell’amore verso Nostro Signore Gesù Cristo e perché le anime stesse egli vedeva nel Pensiero, nel Cuore, nel Sangue prezioso di Nostro Signore; cosicché non v’era sacrificio che non osasse affrontare per guadagnare le anime così intensamente amate”.10

Don Bosco sente le anime come le sente Dio, perché la vita di Dio in Lui è fusione di amori e di passioni, prodotta efficacemente da un amore mistico, acceso e nutrito dalla comunione all’Eucaristia, dalla meditazione della Parola, dall’intimità dell’orazione.

È questa la strada mistica che don Bosco indica a ciascuno di noi: la via dell’amore, promettente non solo perché più attenta alla sensibilità di questo tempo – diffidente delle vie che cercano Dio attraverso la scelta del dolore, del mero sforzo moralistico e volontaristico – ma perché autentica a livello antropologico, evangelico e carismatico.

Il vivere oltre sé stessi non è anzitutto un imperativo morale o religioso, o un invito alla mistica del sacrificio, ma un dato di realtà: è chi amiamo, quanto amiamo e come amiamo a portarci oltre noi stessi per restituirci a noi stessi nella passione per un significato, che ha sempre la forma del dono, quello di noi stessi ad altri.

Il cristiano vero è colui che si vota agli amori di Dio, che se hanno meritato la Sua Passione non sono soltanto significativi, bensì sono l’unica Fonte di significato della vita e della storia perché “dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva” (Gv 7,38).

Nel cuore di don Bosco troviamo gli amori di Dio, e lì soltanto il nostro cuore può formarsi. Questo cammino non lo viviamo nella severità di uno sforzo solitario, ma nella grazia di una attrazione che si irradia dalla sua vita donata, con fedeltà e originalità evangelica.

È importante allora meditare i grandi amori che ardono nel cuore di don Bosco e sostengono la generosità della sua donazione: la vita di Grazia, il bene dei giovani, la santità della Chiesa.

a. La vita di don Bosco, tanto negli impegni più prosaici e materiali quanto nello zelo del ministero sacerdotale, è tutta a servizio del bene inestimabile dell’amicizia dell’anima con Dio, che esige una strenua lotta al peccato: “Don Bosco fu un implacabile nemico del peccato: sapeva che esso rompe con Dio, con la sua amicizia e, in conseguenza, sfigura l’uomo e la società”.11

L’audacia della lotta di don Bosco contro il male non è riconducibile a condizionamenti culturali o suggestioni giansenistiche o moralistiche; è frutto piuttosto dell’abituale intimità con il cuore di Dio, contemplato attraverso “la passione e la morte di Cristo”, dalla quale apprendiamo:

l’abisso enorme che è il peccato: quello dell’uomo, il nostro, quello dei nostri destinatari. Egli, il Giusto, patì e morì per noi peccatori e ha lasciato alla sua Chiesa, per tutti i secoli, la misteriosa missione salvatrice di partecipare ogni giorno alla sua croce. […] Per distruggere il peccato il Figlio stesso del Padre ha dovuto patire e morire.12

b. Il cuore di don Bosco è colmo poi di amore per i giovani. L’amorevolezza, prima di essere cardine del sistema educativo salesiano, è il tratto distintivo della vita del Santo dei giovani. Un tratto che rende irresistibile il fascino della sua persona, tanto spontaneo e privo di artificio da apparire naturale, in piena armonia con tutto il suo essere.

È un’amorevolezza estranea al sentimentalismo, che va dritta al valore autentico, unico e inestimabile, di cui ogni ragazzo è portatore. Occhi, affetto e nobiltà di tratto sono lo spazio che don Bosco offre ai ragazzi perché essi – sovente per la prima volta – scoprano il loro valore. La paternità di don Bosco vede il prodigio di ciascun figlio di Dio, senza lasciarsi confondere dalle sue povertà o dai suoi errori. I giovani apprendono così la loro stessa grandezza attraverso il bene che don Bosco vuole loro, assai più grande di quello che loro stessi sentono di meritare, e questo li dispone a una generosità coraggiosa e fedele:

Tutti i testi che hanno deposto nei due Processi fatti a Torino sulle sue virtù sono stati unanimi e calorosi nell'affermare che la “paternità” è stata il suo atteggiamento più eminente e distintivo, e hanno parlato come se si sentissero ancora avvolti dal suo sguardo amorevole. Ognuno ricorda un sorriso, una parola incoraggiante, una accoglienza affettuosa, un tratto di comprensione di perdono e di generosità, un gesto di governo paterno, una attenzione uguale per tutti, un consiglio illuminato, una pazienza inesauribile, un colloquio rasserenante, una capacità di semplicità evangelica davanti ad ogni avvenimento. La paternità, poi, era accompagnata da un modo di fare spontaneo e bonario che annullava tutte le distanze ed andava diretta al cuore, portando dappertutto serenità e gioia.13

c. Il cuore di don Bosco non potrebbe però essere pienamente compreso in tutta la sua profondità senza cogliere il suo amore per la Chiesa. La sua totale identificazione con la vocazione sacerdotale – “Eccellenza! Sappia che Don Bosco è prete all'altare, prete in confessionale, prete in mezzo ai suoi giovani, e come è prete in Torino, così è prete a Firenze, prete nella casa del povero, prete nel palazzo del Re e dei Ministri!”14 – manifesta il pieno inserimento di tutta la sua vita nella missione della Chiesa.

Don Pascual Chávez cita una lettera di Don Michele Rua che illumina ulteriormente il tema:

In tutto egli voleva essere guidato da quella Chiesa che è colonna e fondamento della verità. Esaminiamo la sua vita intera, e noi troveremo don Bosco premuroso anzitutto di essere sempre ubbidientissimo figlio della santa Chiesa, disposto ad ogni sacrificio per propagarne le dottrine e sostenerne i diritti. Non solo ne osservava le leggi ma ancora ne preveniva i desideri.15

Egli poi prosegue presentando in modo molto efficace questa sostanza ecclesiale del cuore di Don Bosco:

(Don Bosco) esprimeva il suo amore alla Chiesa attraverso un trinomio semplice, ma profondo: amore verso Gesù Cristo, presente sacramentalmente nell’Eucaristia che è l’azione centrale della Chiesa; devozione a Maria, madre e modello della Chiesa; fedeltà al Papa, Successore di Pietro e centro di unità della Chiesa. […] Eucaristia, Maria, Pietro. La Chiesa di don Bosco ha una forma eucaristica, una figura mariana, un fondamento petrino.16

Don Bosco non è semplicemente uomo di Chiesa perché infaticabile, obbediente e audace nel servizio che le rende. Don Bosco serve la santità della Chiesa irradiata dal Mistero di cui è depositaria e che la istituisce. In questa santità prende forma il suo cuore di Padre dei giovani, tutto proteso a guadagnare le anime all’amicizia con Dio e a liberarle dai lacci del male.

  1. Con il cuore di don Bosco: l’anima mistica del nostro carisma

Il fascino dell'esperienza mistica di don Bosco trae però la sua forza attraente anche da uno schietto realismo. L'amore conquista per la sua bellezza e, nello stesso tempo, comunica il vigore necessario per accoglierlo e seguirlo: non è questione di volontarismo, ma neppure di un cammino che possa prescindere dalla buona volontà.

Il nostro Padre, sin dai suoi primi passi, suscita in numerosi discepoli – tra i quali siamo anche noi – il desiderio di seguirlo; ma l’amore che gli brucia in cuore non accende illusioni e non giustifica sconsideratezze.

Il sogno del pergolato di rose è un monito di assoluta attualità sul realismo esigente degli amori di don Bosco, al di là di ogni romantica ingenuità.

La redazione del sogno da parte di don Lemoyne – elaborata a partire dalla scarna verbalizzazione di don Bonetti – è illuminante, specie quando attribuisce alla Vergine Santa le parole che spiegano le immagini delle rose e delle spine sulle quali hanno da camminare don Bosco e i suoi seguaci:

Allora Ella mi disse: – Sappi che la via da te percorsa tra le rose e le spine significa la cura che tu hai da prenderti della gioventù: tu vi devi camminare colle scarpe della mortificazione. Le spine per terra rappresentano le affezioni sensibili, le simpatie o antipatie umane che distraggono l'educatore dal vero fine, lo feriscono, lo arrestano nella sua missione, gli impediscono di procedere e raccogliere corone per la vita eterna. Le rose sono simbolo della carità ardente che deve distinguere te e tutti i tuoi coadiutori. Le altre spine significano gli ostacoli, i patimenti, i dispiaceri che vi toccheranno. Ma non vi perdete di coraggio. Colla carità e colla mortificazione, tutto supererete e giungerete alle rose senza spine (MB 3, 35). 

Le “affezioni sensibili”: ecco la sfida che una mistica del cuore deve raccogliere.

Don Bosco – ed è forse qui l’attualità affascinante della sua mistica, del suo carisma, della sua sapienza educativa – non oppone l’affezione alla volontà e alla ragione: Dio ci conquista con l’affezione, con le sue affezioni – i suoi amori – che, se ci esponiamo al loro contagio, dilagano nel nostro cuore e lo rendono uno con il Suo.

Ma le affezioni si possono corrompere; quelle sensibili, nel linguaggio di don Bosco, sono quelle che, pervertite dall’egoismo, per natura dividono il cuore e lo separano sia dal Padre misericordioso che dai fratelli di servizio o da servire.

L’egoismo delle affezioni sensibili è disgregante, e illusorio; e questo è uno dei messaggi centrali della Lettera da Roma, documento imprescindibile di autentica pedagogia mistica salesiana rivolta al suo cuore di educatore e pastore.

Le affezioni sensibili – le spine che obbligano a irrobustire i calzari nel pergolato di rose – nella Lettera da Roma diventano le motivazioni apostoliche fuorvianti:

chi lavorerà per fine di vanagloria; chi punirà solamente per vendicare l'amor proprio offeso; chi si ritirerà dal campo della sorveglianza per gelosia di una temuta preponderanza altrui; chi mormorerà degli altri volendo essere amato e stimato dai giovani, esclusi tutti gli altri superiori, guadagnando null'altro che disprezzo ed ipocrite moine; chi si lasci rubare il cuore da una creatura e per fare la corte a questa trascurare tutti gli altri giovanetti; chi per amore dei proprii comodi tenga in non cale il dovere strettissimo della sorveglianza; chi per un vano rispetto umano si astenga dall'ammonire chi deve essere ammonito.17

È una puntualissima e raffinata declinazione educativa dei Guai! evangelici, che, volta nel loro contrario ci restituisce freschissime beatitudini pastorali.

Le affezioni sensibili – oggi diremmo, con una formula paradossale ma efficace, gli egoismi affettivi – trovano guarigione solo nell'amore della qualità di Gesù, che riversa nel cuore un’abbondanza di bene e di significato capace di spegnere la lusinga idolatrica di ogni suo surrogato egoistico.

E quando l’amore, il bene vero, è cercato misticamente, attraverso la vita di Grazia e l’intimità con il Padre, allora esso si manifesta - come di “ogni buon regalo e ogni dono perfetto” (Gc 2,17) – come salvezza, insieme accolta, abbracciata e donata, principio carismatico autentico: “«farsi amare!»: ossia, saper tradurre l’amore in atteggiamenti di bontà, in metodologia di amicizia, in familiarità di dialogo e in allegria di convivenza.”18

Un farsi amare che ha la sua sorgente in Dio e a Dio riconduce, capace di raggiungere anche chi è lontano: chi forse non ha ancora udito, né può comprendere, il nome di Gesù.

Le vie perché questo amore fiorisca e fluisca nel cuore del salesiano, per diventare farsi amare autentico ed evangelico, sono state indicate nel sogno dei dieci diamanti, specialmente quando – nella fondamentale lettura offerta da don Rinaldi – si comprende l’unità strutturale, insieme al posizionamento davvero non casuale, delle virtù che i diamanti rappresentano. Don Egidio Viganò commenta questa unità in maniera davvero nitida:

Dobbiamo osservare che i cinque diamanti non propongono tanto una «lista di virtù», quanto delle linee portanti che caratterizzano una modalità ascetica nella sequela del Cristo. Mi sembra importante, secondo la lettura di don Rinaldi, rimarcare che queste linee portanti, disposte nel retro del manto, sono caratterizzanti interiormente il salesiano; esse non si presentano direttamente come lineamenti o tratti fisionomici, ma piuttosto come una struttura nascosta anche se assolutamente indispensabile.19

Il sogno dei dieci diamanti parla di una vita mistica che non è rimasta sepolta nel cuore di don Bosco, ma si è sprigionata dal suo volto e si è riverberata nelle sue azioni imprimendovi fede, speranza e carità, accendendole della vita di Dio.

Questa vita mistica si è visibilmente trasformata in pane buono e profumato per la mensa dei suoi ragazzi e dei suoi figli, o per le esistenze spesso tribolate di persone accolte in ore interminabili di udienze.

Ma questa pubblica visibilità di fede, speranza e carità, sostenuta da un lavoro indefesso e una temperanza scarnificante, non era tutto.

Silenziosi e nascosti erano i sentieri interiori che don Bosco percorreva con fedeltà, per ritrovare in Dio la sua forza. Sentieri illuminati dai “cinque diamanti” che il personaggio del sogno porta cuciti sul retro del manto. Ricordiamo ancora oggi questi “cinque diamanti”: l’Obbedienza, il Voto di Povertà, il Premio, il Voto di Castità e il Digiuno per don Bosco, come per ogni salesiano oggi, costituiscono la “nervatura nascosta e robusta, dove si scopre concretamente il significato della seconda parte del nostro motto: «cetera tolle!, e dove si appoggia il nostro peculiare stile di vita consacrata.”20

Questi diamanti sono anche il sigillo di cinque “sì” all’amore, nella consegna obbediente di sé, nel possesso di Dio unica ricchezza, nella purezza del dono di sé, nella gioia della sobrietà che rende vigilante lo spirito nell’attesa dello Sposo che viene.



  1. Conclusione

“Mistici, profeti e servi”, ci invitava ad essere il CG 27, per essere radicati nello Spirito. L’ordine dell’invito non è casuale.

Occorre ricomprendere la nostra vocazione religiosa come vocazione mistica, senza ridurre il qualificativo a un sinonimo generico della parola “spirituale”, abusata spesso fino allo sfinimento e lontana maniera preoccupante dal riferimento allo Spirito che procede dal Padre e dal Figlio.

Il noto motto di Rahner sul cristianesimo del futuro che sarà mistico o non sarà si comprende solo in prospettiva non temporale ma essenziale: il cristianesimo, di ieri oggi e domani, o è mistico o non è cristiano. O è contatto con Dio o è umana e vana ricerca di sé.

E se la vita cristiana è essenzialmente mistica perché vita in Dio, sviluppata per la potenza dello Spirito dalla Parola e dalla Carne del Figlio, quella religiosa salesiana è mistica e apostolica, ecclesiale e carismatica per le stesse ragioni e sulle stesse radici.

Meditare la storia di don Bosco è tornare al suo cuore, acceso degli amori di Dio, accolti in una affascinante purificazione costante di sé per il bene dei fratelli, dei giovani, dei piccoli e dei poveri.

Lì devono fissarsi i nostri occhi, radicarsi le nostre vite, accendersi i nostri cuori, perché anche nella semplicità del nostro servizio il mondo incontri la profezia del Vangelo.



2Dietrich Bonhoeffer, Sequela (Editrice Queriniana 1997) p. 44 italiano (p, 62 english).

3Joseph RatzingerGesù di Nazaret. La figura e il messaggio, vol. 6/1 della Opera omnia, Città del Vaticano 2013, p. 384.

5Walter Kasper, Crisi e futuro della Chiesa, in Il Regno – Documenti 21, 2012, pp. 654-655.

6Hans Urs von Balthazar, Chi è il cristiano? Meditazioni teologiche, Queriniana, 1984. Le tre citazioni che seguono sono tratte da questo volume.

7Vita del giovanetto Savio Domenico, allievo dell’Oratorio di S. Francesco di Sales, Fonti Salesiane 1, n. 306.

8Don Egidio Viganò, Riprogettiamo insieme la santità, ACS n.303, 1981.

9Don Bosco arriva a questa rilettura nella memorabile eucaristia celebrata all’altare di Maria Ausiliatrice nel tempio del Sacro Cuore a Roma il 16 maggio 1887. Interrogato dal suo segretario sulle ragioni che lo avevano costretto, durante la celebrazione, a fermarsi più volte, sopraffatto dalla commozione, don Bosco risponde: «Avevo dinanzi agli occhi viva la scena dì quando sui dieci anni sognai della Congregazione. Vedevo proprio e udivo la mamma e i fratelli questionare sul sogno... - Allora la Madonna gli aveva detto: - A suo tempo tutto comprenderai. Trascorsi ormai da quel giorno sessantadue anni di fatiche, di sacrifizi, di lotte, ecco che un lampo improvviso gli aveva rivelato nell'erezione della chiesa del Sacro Cuore a Roma il coronamento della missione adombratagli misteriosamente sull'esordire della vita. Dai Becchi di Castelnuovo alla Sede del Vicario di Gesù Cristo com'era stato lungo e arduo il cammino! Sentì in quel punto che l'opera sua personale volgeva al termine, benedisse con le lacrime agli occhi la divina Provvidenza e levò lo sguardo fiducioso al soggiorno dell'eterna pace in seno a Dio» (MB 18, 342).

10Don Egidio Viganò, Don Filippo Rinaldi, genuino testimone e interprete dello «spirito salesiano», ACG n.332, 1989.

11Don Egidio Viganò, Riprogettiamo insieme la santità, ACS n.303, 1981.

12Don Egidio Viganò, Martirio e passione nello spirito apostolico di don Bosco, ACS n.308, 1983.

13Don Egidio Viganò, Don Filippo Rinaldi, genuino testimone e interprete dello «spirito salesiano», ACG n.332, 1989.

14Parole di don Bosco a Bettino Ricasoli, ministro del Regno d’Italia, MB 8, 534.

15Beato Michele Rua, Lettera Edificante. Lo spirito di D. Bosco – Vocazioni – Buona Stampa, 14 giugno 1905, dalle Lettere Circolari, Edizione Direzione Generale Opere Don Bosco, Roma, pp. 384-385. Citazione in Don Pascual Chávez, Ringiovanire il volto della Chiesa, che è la Madre della nostra fede, ACG n.388, 2005.

16Idem.

17Lettera da Roma, in Fonti Salesiane 1, n.153.

18 Don Egidio Viganò, Don Bosco santo, ACS n.310, 1983.

19Don Egidio Viganò, Profilo del salesiano nel sogno del personaggio dai dieci diamanti, ACS n.300, 1981.

20Idem.

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